L’esodo culturale uccide la montagna


Con questo intervento il dibattito tra montanari sul futuro della montagna entra nel vivo. Rispondendo ad Andrea Aimar (val Maira, CN) , Carminati dalla valle Imagna bergamasca,  mette l’accento sui processi  culturali oltre che su quelli socio-economici. Vero che la montagna è colonizzata , che le normative la penalizzano, che è priva di rappresentanza politica, ma il problema è anche l’autocolonizzazione, l’esodo culturale che – altrettanto negativo dello spopolamento demografico – rende i montanari estranei alla montagna pur continuando a risiedervi, ma senza più legami concreti e  simbolici con il territorio, con la memoria della comunità

 

SPOPOLAMENTO E SPAESAMENTO.

RIQUALIFICAZIONE E RICOMPOSIZIONE
DEI FONDI PRODUTTIVI IN MONTAGNA
di Antonio Carminati

 

(21.12.19) Ho letto recentemente due articoli pubblicati sul blog Ruralpini Resistenza rurale di notevole interesse per coloro che della montagna non ne hanno fatto solo un caso di studio, bensì rappresenta il campo quotidiano di espressione della vita e del lavoro.

In Alta Val Maira un giovane, Andrea Aimar (vai a vedere qui l’intervento), si interroga sul futuro della montagna e denuncia lo stato di abbandono, da parte del mondo della politica e delle principali istituzioni sociali, in cui versano le vallate alpine e prealpine, con i rispettivi insediamenti umani che nei secoli hanno agito da presidio e centri di umanizzazione dell’ambiente. La montagna soccombe perché vengono meno i suoi abitanti, i montanari. Questo Andrea lo ha compreso bene. Il grande esodo verso le aree urbanizzate di recente formazione, distribuite nelle fasce pedemontane, le stesse periferie urbane e i principali centri industriali, è cessato nei recenti anni Ottanta del secolo scorso, quando intere famiglie hanno abbandonato le antiche contrade di monte per trasferirsi in città, soprattutto in forza della spinta propulsiva introdotta dai fenomeni di industrializzazione, urbanizzazione e scolarizzazione di massa. Quel vistoso fenomeno di spopolamento, registrato anche sul piano demografico, aveva sì saccheggiato alla montagna un’incredibile quantità di forza lavoro, ma soprattutto aveva sottratto alle terre alte quella centralità che avevano saputo costruire e mantenere nei secoli precedenti.


Emigranti dalla valle Imagna
Attualmente il processo in corso di rivisitazione della montagna non è più solo quello demografico – diverse aree montane registrano, infatti, un situazione di stasi – vistoso, concreto e drammatico, ma attiene più propriamente ai livelli di pensiero e soprattutto alla percezione da parte dei montanari del difficile rapporto con il loro ambiente di vita. Una relazione di appartenenza critica, con ferite che fanno ancora male, per certi versi invisibile, non per questo meno grave e pericolosa. Abbiamo ribadito più volte il concetto secondo il quale non basta vivere in montagna per considerarsi montanari. Anzi, accade a volte che i cittadini i me bàgna ol nas [ci bagnano il naso, ci superano], ossia risultano più attenti ai bisogni della montagna di quanto non lo siamo noi. Distratti. Assistiamo al giorno d’oggi non più a esodi fisici di persone, ma soprattutto di pensieri e progettualità: la montagna soffre, oltre che che per la malattia dello spopolamento, anche per quella dello spaesamento. Molti montanari hanno smarrito la strada, vivono una relazione di estraneità con il territorio, come se improvvisamente – dopo la spinta in avanti impressa dal boom economico del secondo dopoguerra e poi della crisi del modello di sviluppo industriale – si riscoprissero in un ambiente “altro” e quasi sconosciuto, difficile da governare senza applicare, anche quassù, i modelli di sviluppo e di governo propri della città. Viviamo in montagna, ma pensiamo e operiamo da cittadini.

Un centro commerciale in alta Valtellina
Le difficoltà rilevate dall’amico Andrea Aimar – che mi pare di aver sempre conosciuto – sono le stesse che viviamo tutti quanti, soprattutto coloro che dal lavoro in montagna devono ricavare un’entrata economica sufficiente, perché quassù non si può vivere solo di aria buona, per poi commuoversi di fronte a ineguagliabili paesaggi. Tali difficoltà riflettono l’atteggiamento di tipo coloniale messo in atto da realtà e forze esterne che non comprendono i bisogni reali dell’ambiente montano e delle popolazioni che lo abitano, tantomeno percepiscono il carico di umanità e di libertà delle espressioni culturali dei piccoli gruppi organizzati, resilienti sulle pendici delle loro montagne. Una politica coloniale che, negli ultimi settant’anni, ha interpretato la montagna come una terra di conquista, un serbatoio cui attingere robusta e generosa forza lavoro da trasferire altrove. Andrea, nella sua lettera accorata, ha elencato diverse criticità, soprattutto per il mancato riconoscimento, a tutti i livelli, della specificità della montagna, tanto sul piano produttivo, quanto su quello commerciale, amministrativo e dei servizi. Differenze e criticità dimenticate dalla politica. D’altra parte è pur vero anche che gli abitanti della montagna, oggi più che mai, appaiono disorientati, frazionati, si sentono soli e rinunciatari, in modo particolare quanti cercano di mantenere una relazione vitale e produttiva con il territorio. Privi di una loro specifica rappresentanza.

Processione nei prati a Fuipiano in alta valle Imagna
Quella che abbiamo oggi sotto gli occhi è una montagna già ampiamente saccheggiata e ancora assestata su posizioni difensive, che cerca disperatamente di sopravvivere, mantenendo quel poco che le è rimasto, aggrappata alle proprie rappresentanze municipali e alle organizzazioni sociali di base nei vari villaggi, la cui economia principale gravita ormai su centri occupazionali esterni. La sua posizione di retroguardia mette la montagna ancora nelle mani dei colonizzatori esterni, i quali la utilizzano per sperimentare i propri modelli di sviluppo, che il più delle volte con le terre alte hanno poco da spartire. Evidentemente l’abbandono delle attività agro-silvo-pastorali nel loro complesso, l’esodo fisico e culturale dei montanari, la perdita di memoria storica e il venir meno del bagaglio di conoscenze trasmesse dall’esperienza… costituiscono una grossa falla nei sistemi territoriali anche alle medie quote, impedendo o rallentando la generazione di nuove opportunità.

Sosta della transumanza verso la pianura a Locatello in valle Imagna
Ritengo che la montagna tornerà a vivere non tanto se le attività economiche e produttive sconteranno una diversa aliquota Iva, se ci saranno agevolazioni sull’acquisto e ricomposizione delle terre, oppure se il costo del lavoro dovesse essere abbattuto a favore dei piccoli allevatori o agricoltori,… – tutte questioni assai importanti e delicate, per l’ottenimento delle quali bisognerà ancora lottare – ma in primo luogo se i montanari riusciranno a recuperare la consapevolezza della loro esistenza, dei valori di cui sono portatori, nella continuità con una storia sociale ricchissima di situazioni, esperienze, conoscenze. Abbiamo di fronte a noi una montagna da ripensare e ricostruire pezzo per pezzo, dopo il terremoto sociale avvenuto nella seconda metà del secolo scorso, che ha letteralmente demolito il suo impianto costitutivo tradizionale, incominciando ad esempio, per quanto ci riguarda, dalle piccole pratiche zoo-casearie e agricole che, seppure sostenute in condizioni di svantaggio economico, hanno il pregio di segnare la strada e di dimostrare che non tutto è perduto. Dovranno essere innanzitutto i montanari a rigenerare la montagna e la politica dovrà rappresentare un accompagnamento graduale alle singole azioni di superamento delle condizioni generali di svantaggio. Per cui, carissimo Andrea, un’altra volta tocca ancora a noi rimboccarci le maniche – ma non è questo che ci preoccupa – per tenere aperti quegli spazi di autonomia, di libertà e di servizi che i nostri predecessori hanno saputo costruire da queste parti. Ostacolando quanti sostengono becere tendenze alla rinaturalizzazione di ampi territori, per i quali la presenza dell’uomo costituisce un problema: essi dimenticano che l’ambiente alpino e prealpino è un contesto fortemente antropizzato, dove i manufatti e la presenza dell’uomo, che ha modificato il volto dei versanti, costituiscono componenti essenziali e irrinunciabili del paesaggio. Facendo barriera contro coloro che riconducono l’esistenza solo ad una visione economicistica. Tutto ciò innesca processi pericolosi di marginalizzazione sociale, di degrado e dissesto ambientale, quando la montagna è interpretata come una grande periferia della città, una sorta di parco pubblico dove trascorrere il fine settimana o le vacanze. Nell’immediato tocca a noi sfruttare al meglio innanzitutto tutte le agevolazioni e le opportunità che ci si presentano dinnanzi. Se sapremo essere determinati e riusciremo a generare numerose micro azioni di economia in montagna, dal modesto allevamento zoo-ovi-caprino alle piccole colture estensive e alle numerose attività artigianali, sono certo che potremo coinvolgere tutta la popolazione alle nuove prospettive della centralità della montagna, dove dare vita a nuovi impulsi residenziali e produttivi richiamando pure l’attenzione di politici e istituzioni. C’è ancora molto da fare.

Mappa di comunità di Montenars, nel Gemonese
Un esempio di rigenerazione rurale è dato dalle Associazioni fondiarie, istituite e introdotte di recente per la ricomposizione dei fondi. Prendo spunto dal pensiero di Claudio Biei pubblicato di recente su Ruralpini (vai a vederlo qui). Non so se questo sia lo strumento migliore in montagna, sulla scorta, ad esempio, non proprio positiva, dei Consorzi forestali. Se non altro la questione solleva un problema non indifferente. Con la fine dell’antico mondo contadino e la consequenziale perdita della centralità della terra e del villaggio, a favore della fabbrica e della città, nella seconda metà del secolo scorso milioni di ettari di terra sono stati letteralmente abbandonati e ciò ha prodotto, in pochi decenni, due gravi guasto ambientali e sociali: la continua dequalificazione delle particelle catastali e la loro polverizzazione. In poco tempo i campi coltivati a vanga sono diventati prati, i prati stabili si sono trasformati in pascoli, i pascoli in boschi, i boschi un tempo oggetto di pratiche costanti di taglio colturale oggi sono diventate foreste impenetrabili e selvagge. Soprattutto il bosco oggi la fa da padrone sui versanti e arriva ormai a circondare e minacciare da vicino le contrade abitate. Insediamenti rurali robusti e ben compatti, come piccoli fortilizi contro il dilagare di evidenti situazioni di abbandono, molte volte essi stessi vengono attaccati dal medesimo triste fenomeno. La perdita di interesse verso la terra a scopo agricolo ha intensificato il processo di frammentazione degli antichi poderi, un tempo veri e propri centri di produzione familiare, in tante particelle catastali quanti sono stati gli eredi beneficiari, ciascuno dei quali divenuto proprietario di piccole porzioni di terra non più utilizzabili per la loro esigua dimensione. Ciò è avvenuto con la fine della famiglia contadina, quando cioè nessuno dei figli ha dato continuità al lavoro prevalente del padre nella stalla, nel prato o nel campo, preferendo l’occupazione in fabbrica, sui cantieri edili o nei servizi cittadini. Benvenuta sia, dunque, l’iniziativa delle Associazioni fondiarie, ma probabilmente da sola non basta, se non si introducono prima possibile azioni parallele di sensibilizzazione e interventi strutturali di sostegno ai singoli imprenditori agricoli, finalizzati alla riqualificazione fondiaria e a favorire la sua ricomposizione, per rimettere insieme i vari pezzi di un puzzle disfatto e ricostruire così il volto unitario di ambienti prossimi alla medesima proprietà.

Fienagione in valle Imagna
La montagna, si sa, è un ambiente fragile, ricco di ecosistemi locali generati pazientemente dall’uomo, quando nei secoli scorsi si è posto in relazione coerente con la natura, molti dei quali purtroppo oggi sono a rischio di scomparsa. È un ambiente da non sciupare, ma da conservare e difendere, per contenere gli effetti disastrosi prodotti tanto dallo spopolamento, quanto dallo spaesamento. La montagna continua a vivere in coloro che, nonostante le molte difficoltà, costruiscono col loro lavoro una relazione concreta e quotidiana con la terra e gli spazi della contrada dove essi abitano. Vive ogni qualvolta un montanaro, come ha fatto Andrea, s’interroga con onestà circa la propria collocazione nella storia e nella società rurale e riflette sulle condizioni più generali di resistenza. Vive quando il prato viene sfalciato, il bosco assorbe il rumore rabbioso della motosega e sui versanti l’estate pascolano le vacche. Continua a vivere quando genera relazioni solidali tra montanari, come il blog Ruralpini e altri canali di comunicazione, cui va la nostra gratitudine, si prefiggono tutti i giorni di promuovere e sostenere.

TRANSUMANZA AMARA

 

Cosa serve proclamare la transumanza “patrimonio dell’umanità”? I pastori se lo chiedono, con molta amarezza, quando viene vietato a questo “patrimonio”, fatto di concrete vacche, pecore, capre, di transitare sulle strade (“per non sporcare”). Se lo chiedono anche quando i pascoli sono – grazie alle regole europee – accaparrati dagli speculatori. La transumanza che piace è quella che non disturba, che attira il turismo con eventi folcloristici, che catalizza i finanziamenti, che – come scrive Anna Arneodo –  “scorre con bellissime immagini sui media, che non puzza, che non sporca, che non porta con sé fatica, sudore, sofferenza, stanchezza”. Un intervento, quello di Anna, che merita di non rimanere un grido di dolore ma di  dar vita a un franco dibattito.

Transumanza: patrimonio UNESCO!

di Anna Arneodo (di Coumboscuro)


(17.12.19) Ho sentito con piacere la bella notizia: è un bel regalo di Natale! Mi riconosco in questo sogno di conquista di civiltà, di riconoscimento culturale, di riappropriazione di identità, di rimpianto “pietoso” di un mondo che non c’è più, ma che nostalgicamente ci appartiene.

Ma cos’è questa transumanza? È il ricordo scolastico di versi dannunziani “Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare”?


È una bella foto di un fiume di schiene lanute o il suono festoso dei campanacci sbatacchiati da prospere vacche valdostane?


Oppure è la festa similfolcloristica di una finta transumanza ad una fiera di paese con finti pastori vestiti di camicie a scacchi e cappelli da cowboy?

Una transumanza che scorre con bellissime immagini sui media, che non puzza, che non sporca, che non porta con sé fatica, sudore, sofferenza, stanchezza.
 
La transumanza reale è fatta di pastori, di uomini e donne che ogni giorno faticano, si appassionano, si sporcano, si arrabbiano, si scontrano di continuo con questa società che corre in una direzione opposta e contraria alla loro, che li costringere ad essere – i pastori e non più i lupi – in via d’estinzione.

I pastori vorrebbero poter sognare un mondo bello di montagne verdi, fiumi di pecore, mucche, agnelli e vitelli, cani, campanacci, ma poi si scontrano con la burocrazia, i divieti, le tasse da pagare. «Sulle strade statali, dell’ANAS, con le bestie non puoi più passare!». Ma la transumanza, patrimonio dell’UNESCO, dove passa? Su Google, sul cellulare, sullo smartphone?

Nel momento stesso in cui il sistema costringe noi pastori e montanari a scomparire, a morire, innalza la nostra immagine stereotipa a “patrimonio dell’umanità”. Vergogna!
 
Anna Arneodo
Borgata Marchion 8/A- COUMBOSCURO
12020 Monterosso Gana- CN
017198744
meirodichoco1@gmail.com


Il grido di un pastore: “Non ci vogliono più!”


di Giuseppe “Pinoulin” (di Roaschia)


(20.09.19) Ho letto su La Guida, il nostro settimanale, che non vogliono più lasciar fare le transumanze. Io sono pastore, nato in transumanza tanti anni fa (e se le conto supero le 150: penso sia un record).

Ma quelli che fanno queste leggi sanno cosa sono e cosa vogliono dire? Sanno chi sono i veri custodi delle nostre montagne? Sono i pastori, i veri amanti degli animali, non gli animalisti che non hanno mai avuto una gallina, ma solo cani. Essere pastori vuol dire fare un lavoro duro senza mai fare ferie per amore degli animali. Ma sapete cosa vuol dire vietare una tradizione fatta da migliaia di anni? Le nostre città in questi anni sono piene di cani e i muri delle case sono tutti gialli e c’è una puzza che fa male. Però se non hai un cagnolino non sei nessuno e – lasciatemelo dire – è uno schifo anche per la salute dei bambini.


Sulle montagne abbiamo già il problema dei lupi che i miei colleghi pastori devono già mantenere. A me i lupi non piacciono, ma meno ancora sopporto chi li protegge. Sono un nostalgico, pastore e ho pagato anch’io le stragi fatte dai lupi.

Le nostre montagne, coltivate da contadini, margari e pastori, dai veri montanari, erano belle non distrutte dal turismo o patachin di massa. Ora, abbandonate da pastori e montanari, divengono pericolose per incidenti e alluvioni. La montagna è bella ma non va solo calpestata e si devono rispettare anche le persone che lavorano, con poche comodità e tanta fatica e con affitti mostruosi e come tetto le stelle, sempre al pericolo di fulmini o massi che ti vengono addosso.

Le industrie inquinano l’aria e i fiumi, ci fanno respirare veleni, l’odore di una mandria o di un gregge è un profumo, non adoperi la mascherina, perché è salute.
Voglio dire ai nostri amministratori: fate cose belle, meno scandali, amate e non sprecate il denaro pubblico che non è vostro, siate responsabili e pensate anche a chi, meno fortunato, mangia la paglia, ma forse vi ha anche votati.

Nelle ultime transumanze ho notato tanti giovani non del mestiere che per un giorno sono felici di fare un lavoro che noi facciamo tutti i giorni. Ricordate che il pastore e il margaro non vanno in ferie: le ferie le fanno tutte quando sono anziani e non possono più lavorare. E non fanno Natale, per servire chi mangia il
latte anche quel giorno, alle bestie non puoi portare il giornale e la TV al posto del fieno.

Le associazioni fondiarie

Rigenerazione rurale alpina: le associazioni fondiarie rappresentano uno  strumento prezioso ma ancora (quasi) sconosciuto




Le Associazioni fondiarie rappresentano uno strumento prezioso per innescare processi rigenerativi del tessuto rurale montano. Nate per contrastare la polverizzazione fondiaria – ostacolo a qualsiasi azione di rilancio dell’agricoltura di montagna – rappresentano una leva per il recupero dei terreni abbandonati, per favorire l’occupazione giovanile e il reinserimento professionale di lavoratori espulsi da altri settori produttivi. Nate in Francia, introdotte dapprima in Piemonte, sono state normate anche in Lombardia e ne sono sorte anche in Valtellina. Un giovane presidente di una Asfo di Barge, in provincia di Cuneo, ci spiega cosa sono.


di Claudio Biei*

(17.12.19)Asfo è  l’acronimo di Associazione Fondiaria che nasce da una affermata legge francese. Andrea Cavallero, Professore della Facoltà di Agraria di Torino  e tecnico pastorale di lunga esperienza, è riuscito a far accettare dalla Regione Piemonte una proposta simile, ma adattata alla situazione italiana, e il 2 novembre 2016 è stato  approvato dal Consiglio Regionale il testo della legge 21  sulle Associazioni Fondiarie. Successivamente altre due Regioni, Friuli e Lombardia, hanno  seguito l’esempio piemontese.


Claudio Biei con il prof. Cavallero

Il testo della legge e i regolamenti applicativi sono chiari e pongono i fondamenti per un ampio progetto di recupero territoriale, combattendo l’abbandono dei terreni e la loro drammatica polverizzazione catastale, dovuta a infinite successioni familiari che hanno nell’ultimo secolo portato gli eredi a ricevere piccole porzioni di terreno non utilizzabili  per l’esigua dimensione e quindi successivamente abbandonate. 

L’Asfo è  un associazione agro-silvo-pastorale, senza scopo di lucro, in cui i proprietari di terreni pubblici e privati, conferendo il proprio terreno o parte dei propri terreni , diventano soci e partecipano in modo collettivo alla gestione del territorio e al suo recupero ambientale ed economico, senza perdere il diritto di proprietà dei loro terreni concessi all’ ASFO stessa. Potremmo quasi affermare che si sono costituite delle “Società di particelle” invece che “Società per azioni” !.

Le Associazioni Fondiarie si dotano di uno  statuto redatto secondo le linee guida della Legge 21 e  approvato dai Soci, i quali, tramite la sottoscrizione di un verbale di adesione regolarmente registrato, fondano l’ Asfo,   eleggono il presidente e 5 membri del consiglio, rendendo operativa l’Associazione stessa. 

Questo importante ed innovativo strumento ha la capacità  di restituire all’Agricoltura appezzamenti di terreno abbandonati, facilitare la gestione di pascoli in disuso o abbandonati, implementare la gestione forestale restituendo al territorio un ‘aspetto paesaggistico dignitoso ed evitando gli incendi boschivi, ma soprattutto può consentire di combattere i  crescenti fenomeni di dissesto idrogeologico e  di consumo di suolo.  L’Asfo può dare il suo contributo fattivo nel contrastare l’inquinamento, tramite una migliore gestione ambientale, impostando gestioni agricole sostenibili. Può migliorare la conservazione delle vie di accesso alla montagna e ai fondi.

Perché Fondare una Asfo sul vostro territorio è  conveniente? 

Perché Asfo restituirà dignità al vostro territorio, potrà dare valore al terreno degli associati. Perché intercettando Bandi Pubblici e percependo canoni dai gestori dei terreni, l’ Asfo investirà i ricavi sul territorio aumentandone la fruibilità  e  la capacità  di generare economie. 

L’ Asfo può recuperare e trasformare globalmente vaste aree di territorio usando come strumento Piani di Gestione approvati dalle aree tecniche  competenti: piani forestali, piani pastorali o piani di gestione aziendale.

L’Asfo può innescare o rigenerare nuove forme di economia tramite gruppi di cooperazione  e  integrazione fra imprese, anche geograficamente  lontane fra loro,  implementando le produzioni di latte e carne di qualità da solo pascolo, fieni locali polifiti  e, in modesta quantità, e per certi periodi soltanto, con la somministrazione di integratori costituiti da prodotti granellari, cereali e leguminose, germinabili offerti interi dopo 24 ore di ammollo in acqua, conservando le caratteristiche nutritive di gran pregio del germe di ciascun seme.

Il Monviso visto dai terreni abbandonati di Barge

L’ Asfo può  soprattutto far comprendere ai cittadini l’importanza  della gestione AgroSilvoPastorale dei territori marginali e di montagna, dando la giusta importanza e dignità  ad un settore troppo spesso ancora ritenuto di scarso interesse, ma adeguatamente e sapientemente valorizzato a nord della Alpi.

 Con l’Asfo si può rendere multifunzionale l’agricoltura e  far dare il giusto premio a chi  cura il nostro paesaggio,  preservandoci dai rischi derivanti dall’incessante abbandono e forestazione selvaggia. Le Amministrazione pubbliche devono sentire assolutamente  questo dovere  e le Asfo portando  esempi di corretta gestione territoriale, potranno aiutare la Politica a capire dove orientare gli interventi di sostegno all’agricoltura ad elevata valenza ambientale e fruitiva.


Castione Andevenno (Sondrio): sede della prima Asfo lombarda

*CLAUDIO BIEI – ASFO Valle Infernotto CN – Cell.3664981271

qui la legge sulle ASFO (2019) della Regione Lombardia

Un giovane si interroga sul futuro della montagna


Santuario di San Magno a Castelmagno, alta val Grana

(13.12.19) Essere consapevoli dei termini di un problema rappresenta già un primo passo per una possibile soluzione.  Nella lettera che qui riportiamo, Andreaun giovane di una valle della provincia di Cuneo, sostiene che – al di là dei proclami – la politica (Roma e Bruxelles) vuole lo spopolamento della montagna. Porsi rispetto alla politica senza illusioni, con realismo, significa poter elaborare strategie adeguate a contrastare certi disegni. Quantomeno provarci, in un quadro di scenari aperti che concede anche qualche chances.  

La montagna vista da un giovane dell’alta val Maira (Cuneo)

di Andrea Aimar


Sono un ragazzo di 25 anni originario di un piccolo paese di un’ ottantina di persone a 1270 metri, Celle Macra, in alta valle Maira, in provincia di Cuneo. Nipote di margari, ho ereditato il grande legame con questa terra, la montagna, in cui ho radicato il mio stile di vita, un ponte indivisibile tra la vita del montanaro ed il territorio stesso. Appassionato di cultura alpina, fin da ragazzo ho preso coscienza del grande valore autentico delle nostre tradizioni, la cultura millenaria che le vallate sanno custodire in uno scrigno prezioso, più comunemente chiamata  “cultura Occitana”, patrimonio insormontabile di questo arco alpino.

Consigliere comunale ormai al secondo mandato, ho imparato a osservare con occhi diversi la realtà delle cose, sopratutto in ambito politico e comunitario. Serate intere passate a seguire con attenzione convegni sulle più svariate argomentazioni riguardanti la montagna: dalla salvaguardia del dialetto locale, alla valorizzazione delle vie agrosilvopastorali, dalle ricerche di toponomastica all’artigianato autoctono, dallo sviluppo agricolo-caseario ai progetti e bandi di interesse rurale. Tutte argomentazioni sempre ben illustrate da chi, della montagna, ne fa un punto di riflessione, pur essendo la gran parte delle volte, gente che in montagna, aimè, né ci vive, né ci lavora. 

Da molti anni leggo con interesse gli slogan “Salviamo la montagna” oppure “Il ripopolamento della montagna da parte delle nuove generazioni”. Sì… ok… ma la mia domanda è: come?? Quesito le cui risposte, da parte delle persone, in teoria, competenti sono fatte di progetti, studi di fattibilità e domande di contributi, delegati a enti spesso del fondo valle, ai cui vertici resta semplice parlare di sviluppo della montagna, quando per la montagna ci lavorano, senza viverla di prima persona. È tragico, dal mio punto di vista, che la quasi totalità dei piccoli comuni montani, sono appesi a un filo demografico delicatissimo, dove la maggior parte dei residenti, è in una fascia d’età superiore ai 55 anni. Quale futuro? In una riunione avuta poche settimane fa sugli Ecomusei della Regione Piemonte, ho espresso il mio parere, che finché la politica italiana, da Roma, ed Europea, da Bruxelles, NON vuole aiutare questi territori ormai quasi emarginati, è insostenibile che le nostre piccole comunità riescano ancora per molto a galleggiare in un mare di burocrazia indegna in un territorio talmente vasto, ed importante, come la montagna, con i suoi piccoli borghi, e la gente che lì ci vive. 

Non basta che la montagna sia bella, per viverla, ma bisogna poterne trarre anche un entrata economica sufficiente. Perché, solamente di aria e sole, non ha mai vissuto nessuno. Mille sono gli argomenti in cui non vedo risposte di salvataggio, come è sbalorditivo come una piccola attività commerciale di un paesino a 1300 metri, paghi la stessa IVA come un esercizio di fronte al Pantheon o in piazza San Marco. Perché, quella piccola attività, non è solo un esercizio commerciale, ma in molti casi, rimane il fulcro della comunità, per varie motivazioni. Oppure che un giovane titolare di un azienda agricola di un’ottantina di capi ovini paghi gli stessi contributi Inps di un azienda del Torinese composta da un allevamento di 700 bovini… perché nel primo caso, le stesse rate incidono non solo in modo parziale nello sviluppo aziendale, di più! Non è possibile che gli atti notarili per l’acquisto di una particella di terreno di 300 m quadrati siano equivalenti a un atto d’acquisto di decine di ettari nelle terre del Barolo! Come è critica l’assunzione di un dipendente in un attività a conduzione familiare, dove le imposte sono alle stelle. e basta con la storia del “Salviamo la Montagna”, quando della montagna, si vuole al più presto, da parte della politica italiana, un veloce abbandono inesorabile.


Andrea Aimar con il nonno materno, Biasin di San Michele di Prazzo

Molto spesso assisto a discussioni del tipo: “… e ma il sindaco non ha tagliato l’erba, e ma il comune non ha tolto la neve, e ma il comune perché non restaura quello, e ma perché non si fa nulla!”. E tra me penso, “perché invece di parlare non provi te in prima persona, cosa vuol dire l’amministrare un comune composto ormai da più poche unità, le cui finanze sono anno dopo anno sempre più ristrette?”. Il rendersi utile nella collettività penso sia un tassello fondamentale per l’avanzamento di queste comunità, realtà ampiamente distanti dalle grandi città del fondovalle.

Che ne sarà della montagna? Finché piccoli produttori lattiero-caseari,che ci mettono ogni giorno tutta la loro passione nello svolgere il proprio lavoro, potranno competere contemporaneamente con centinaia di tir stracolmi di latte estero? Che ne sarà delle fienagioni dei prati di alta quota sfalciati tutt’oggi, nella maggior parte dei casi, con le intramontabili BCS, quando il fieno francese e svizzero ci fa risparmiare anche di tempo e di fatica?  Che ne sarà dei piccoli forni delle valli, quando nei supermercati di città servono semplice pane industriale? Tutto questo mi dispiace, nel vedere come poco siano valorizzate quelle persone nelle loro attività che danno il massimo, per far vivere un territorio così bello, come le vallate del cuneese. Penso, che  ciò che incentivi ancora le nuove generazioni, non sia più tanto la visione di chissà quale semplice futuro, ma il vivere al pieno gli anni, immersi in ciò che ci fa stare bene, dove ogni gesto, ogni sforzo, e ogni ricompensa fatta in questi territori, valga mille volte di più di una vita monotona in quale può essere la realtà delle città. Ma forse sarebbe l’ora di dare una svolta a questa bilancia ormai in bilico, tra la pianura e la montagna intendo, perché se andiamo avanti così, il vivere in montagna, non si rimane più autori di scelte, ma veri eroi.


Concludendo: quando un territorio perde la sua gente, penso che qualcosa inizia a morire. E non basta guardare le valli dalla finestra di casa per poterle dare una speranza. Servono misure concrete atte a permettere che una famiglia possa vivere umanamente, senza il bisogno di addentrarsi in chissà quale avventura!

Ogni vallata è differente, e non tutti i luoghi sono così al lastrico ringraziando, ci sono attività e cooperative che negli anni hanno valorizzato molto sul territorio, enti che hanno investito grandi risorse, ne potevano essere un esempio le ex comunità montane, ma ogni volta che in una borgata manca un anziano, capisco che quel vuoto insostituibile è una tessera fondamentale della comunità che si spezza, ogni volta che un giovane scende a lavorare a valle, mi rendo conto che una persona in meno presente sul territorio ha un incidenza enorme, e che a ogni nevicata improvvisa sempre più grandi sono i disagi, che concatenandosi con l’ormai esile tutela del territorio di media montagna, scaturisca disastri e dissesti ecologici non indifferenti, quando tronchi, cedimenti e fiumi giungono a valle in giornate di pioggie intense come i giorni scorsi. La mia non è una visione grigia della realtà, ma è un campanello d’ allarme reale al quale forse sarebbe bene dare più peso. Perché se dall’alto non si prendono misure vere, saremo noi giovani, ed i nostri figli a subirne le conseguenze.

L’attuazione della “Legge sulla montagna” emanata dall’On.Senatore Carlotto nel lontano 1994, approvata in Parlamento, ma mai applicata, penso sia una buona linea guida da iniziarne a seguire come pure l’inserimento della pluri attività alpina che è da oltre 40 anni che se ne parla o l’accorpamento dei piccoli comuni di montagna con una mirata ed energica organizzazione amministrativa. Perché le belle parole rendono felice chiunque, ma di questo passo a pericolo d’estinzione non sono più gli animali selvatici, ma i montanari. 

Colgo l’occasione per invitare tutti coloro che nella montagna ancora ci credono.. tenete duro!

Guarda qui la Photo gallery dell’alta val Maira fotografata da Andrea

Sotto: La pagina dedicata all’intervento di Andrea e l’intervista apparsa il 5 dicembre sul Corriere di Saluzzo, settimanale molto diffuso

Gandellino (alta val Seriana) L’asilo nido negato 

di Anna Carissoni

 

Le politiche di austerity e di “razionalizzazione” (che trasformano le scuole in aziende), imponendo la ghigliottina dei parametri fissi alunni/insegnanti, contribuiscono (consapevolmente) a spopolare la montagna e le aree interne. Il caso che presentiamo, però, vede tutto questo sullo sfondo. In realtà, a fronte di deroghe regionali, che consentono in assenza dei fatidici parametri, l’apertura di asili nido in montagna, le complicazioni burocratiche (vittime della burocrazia non sono solo i cittadini ma anche le piccole amministrazioni) e il rimpallo di  responsabilità tra le istituzioni locali, hanno sortito un effetto odioso a Gandellino, un paese dell’alta ( proprio alta) val Seriana: bimbi accettati all’asilo nido e poi respinti a quattro mesi dall’inizio della scuola.le complicazioni burocratiche (vittime della burocrazia non sono solo i cittadini ma anche le piccole amministrazioni) e il rimpallo di  responsabilità tra le istituzioni locali, hanno sortito un effetto odioso a Gandellino, un paese dell’alta ( proprio alta) val Seriana: bimbi accettati all’asilo nido e poi respinti a quattro mesi dall’inizio della scuola. L’ appello del sindaco Flora Fiorina a tutti i sindaci dell’Alta Valle Seriana.

 

(30.06.19) Nello scorso mese di gennaio, l’Istituto Comprensivo (ex-Direzione Didattica) “Sorelle de Marchi” di Gromo ha accettato l’iscrizione presso le scuole dell’infanzia di Gandellino dei bambini nati dopo il 30/04/2017, cioè al di sotto dei 3 anni, sulla base di una delibera regionale del 2016 secondo la quale i paesi di montagna si può derogare alle norme vigenti in materia (a patto di accordi tra scuola e comuni). Cosa dice la delibera della giunta regionale?

Regione Lombardia D.g.r. 20 giugno 2016 – n. X/5313 Indicazioni per il completamento delle attività connesse all’organizzazione della rete scolastica e alla definizione dell’offerta formativa e termini per la presentazione dei piani provinciali A.S. 2017/2018 –

ALLEGATO – Indicazione n. 4

[…] è possibile accogliere nelle sezioni di scuola dell’infanzia con un numero di iscritti inferiori a quello previsto in via ordinaria, situate in comuni montani, in piccole isole e in piccoli comuni, appartenenti a comunità prive di strutture educative per la prima infanzia, piccoli gruppi di bambini di età compresa tra i due anni e i tre anni. L’ammissione è consentita per un massimo di tre unità per sezione,sulla base di progetti attivati a livello territoriale d’intesa tra le istituzioni scolastiche e i comuni interessati e non può dar luogo alla costituzione di nuove sezioni. Nelle Sezioni saranno iscrivibili i bambini che compiano i due anni entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento. I bambini saranno ammessi alla frequenza non prima del giorno del compimento del secondo anno di vita.


Le scuole di Gandellino


Senonché, alla fine di maggio, il Dirigente scolastico ha inviato una comunicazione alle famiglie dicendo che
 l’iscrizione non poteva essere più accettata poiché il 7/11/2018 era stata emanata una circolare ministeriale che non consentiva l’applicazione della D.G.R. Regione Lombardia del 20/06/2016 relativa ai comuni montani. Questo perché la deroga prevista per l’accettazione dei bimbi e l’assegnazione del personale necessario alla loro assistenza non aveva  trovato attuazione, in altre parole non valeva, per l’Alta Valle Seriana che non aveva provveduto dell’attivazione di un piano concordato tra istituto scolastico e comuni interessati. Eh già ci vuole un piano per assumere una maestra!

Come spiega il sindaco Flora Fiorina: l’accettazione dell’iscrizione dei bimbi nati dopo il 30/4/2017

aveva creato una grossa soddisfazione nei residenti perché la scuola di Gandellino, oltre a essere perfettamente idonea e capiente per ospitare fino a 50 bambini, risulta essere un punto di riferimento importante già da molti anni anche per i comuni limitrofi.Il territorio è privo di un asilo nido che dia la possibilità alle mamme che lavorano di lasciare i bambini in assoluta sicurezza e questa scelta poteva essere una buona soluzione.

A seguito di questo il Sindaco veniva sollecitato ad attivarsi per trovare una soluzione.


Soluzione non certo facile perché non di competenza del Comune, anche se le insegnanti si sono
 dichiarate disponibili ad accettare i bambini istituendo una sezione apposita.


Di fronte all’immobilità sia della Provincia che della Regione, il sindaco, insieme a quello di
 Premolo, Omar Seghezzi, chiede alla Comunità Montana di farsi carico del problema, in modo che il territorio dell’Alta Valle Seriana sia inserito nella deroga, anche se consapevoli che la Comunità
stessa non ha una competenza diretta se non nel sostenere questa proposta; pena, ovviamente, il rimanere escluso da questa possibilità, con un’ulteriore perdita di insegnanti, perdita già grave per via del decremento demografico. Ma la Comunità Montana prende tempo

Invece di tempo non ce n’è: entro il 30/10/19 deve essere presentata la proposta dell’organico necessario da parte della Provincia e le possibili modifiche da parte di Regione Lombardia devono avvenire entro fine novembre. E allora ci siamo recati, sempre il sindaco Seghezzi ed io, in Regione a parlare con l’Assessore Sertori, il quale mi ha assicurato che tutto potrebbe venir sistemato a patto che ci sia un accordo ufficiale con tutti i sindaci del nostro territorio. Per questo voglio sensibilizzare anche tutti i mezzi di informazione del grandissimo disagio che si annuncia qualora non ci si muova compatti: è veramente inaccettabile che l’Istituto Comprensivo, dopo aver accettato le iscrizioni dei piccoli, ora dica alle mamme “arrangiatevi”! Se si vuole che la gentecontinui o vivere in montagna risulta fondamentale il mantenimento dei servizi, di cui la scuola è uno dei più fondamentali. Inoltre dare l’opportunità alle donne di lavorare vuol dire sostenere concretamente le nascite e la creazione di nuove famiglie, che significa contrastare concretamente l’abbandono della montagna. Credo proprio che un fatto del genere debba farci riflettere – conclude Flora Fiorina – ed indurci a dare delle risposte.


Nella lettera che le mamme dei bimbi hanno inviato sia al sindaco che all’Istituto
 Comprensivo, esse manifestano il loro disagio a seguito dell’avviso del 23 maggio 2019 che comunicava, con solo quattro mesi di anticipo, che non era possibile accogliere i bimbi che risultavano già iscritti all’asilo nido a gennaio. Le famiglie sottolineano i danni dipendenti da tale situazione che non ha consentito loro di provvedere a organizzarsi in altro modo e non nascondono la delusione per il ridimensionamento della scuola dell’infanzia che, in un paese con pochi servizi, rappresenta per la comunità un motivo di orgoglio.

La finta vendita di Esino Lario: Piccoli comuni usati e dileggiati

Sono tutte amare le riflessioni su quella che è stata definita “provocazione” o, con minore benevolenza, la “pagliacciata” di Esino Lario. Purtoppo è qualcosa di peggio e di più grave. Comunità e istituzioni (è stata coinvolta anche la Regione Lombardia) sono state usate per la spregiudicata campagna di marketing di una società privata, avallandone un ruolo di benefattrice dei piccoli comuni, e consentendole di realizzare una grandiosa campagna promozionale a buon mercato. C’è da riflettere su sindaci che amministrano piccoli paesi alla ricerca di visibilità personale, anche al costo di coinvolgerli in operazioni spregiudicate e divisive che non contribuiscono certo a una buona immagine verso l’esterno. È soprattutto triste constatare che, se una “provocazione” come quella di Pietro Pensa (sindaco) e di Luca Spada (ad di Eolo) ha avuto successo, è perché oggi, in una società dominata dall’ideologia neoliberale che abbatte i confini tra realtà e virtualità, che trasforma tutto in spettacolo (a pagamento), che non prevede più nessuna forma di rispetto per nulla, dove tutto può diventare merce e non c’è nulla di sacro, la vendita di un paese a pezzi, come item di un catalogo di e-commerce, è stata presa sul serio da tanta gente e anche dai media. Siamo in presenza della stessa arroganza che abbiamo rilevato, non più tardi di pochi giorni fa, nel caso del megaconcerto di Jovanotti e del WWF in alta montagna (vai a vedere).

di Michele Corti

La campagna istituzionale da sindaco-feudatario

(18.04.19) La “bomba” della finta vendita all’asta di pezzi importanti del paese di Esino Lario (provincia di Lecco), scoppia sui media venerdì 5 aprile. Il consiglio comunale non ne sapeva nulla, i cittadini tanto meno. Sarebbe interessante conoscere gli atti formali, predisposti dal sindaco e della giunta, che hanno impegnato l’istituzione nella pagliacciata orchestrata dall’agenzia creativa Dude per conto della società Eolo.

Una pagliacciata sgradevole proprio perché architettata in modo “serio” (condizione per essere efficace dal punto di vista comunicativo), con una facciata di credibilità che, oltre tutto, ha sfruttato, con raro cinismo, i precedenti di altri comuni. Parliamo di quei comuni italiani, realmente vittima di spopolamento, che hanno messo in vendita online immobili al prezzo simbolico di un euro.

La dimostrazione che i “villaggi in vendita” hanno rappresentato, anche negli ultimi mesi, una notizia giornalistica non passata inosservata, la può fornire anche Ruralpini che, ai primi di febbraio di quest’anno, commentata la vendita di un intero villaggio alpino per poche centinaia di migliaia di lire (vai a vedere).
Pensa, Spada, i creativi della Dude sono stati cinici. Pensa, poi, ha fatto di peggio: si è prestato a certificare, con un appello lanciato in qualità di primo cittadino e con dei comunicati ufficiali del comune (ancora on line sul sito del comune di Esino Lario), che le risorse potenzialmente ricavabili dalla vendita di “pezzi di comune” erano da considerarsi indispensabili per la sopravvivenza del paese afflitto dallo spopolamento. Peccato poi che, in altre circostanze, ma anche nella stessa comunicazione della “vendita”, il sindaco sottolinei con soddisfazione che a Esino: c’è un arrivo volontariato, non c’è calo demografico, vi sono aziende metalmeccaniche in attività, c’è una amministrazione all’avanguardia (ovviamente secondo Pensa, i suoi parenti e i suoi amici) che ha portato in paese, nel 2016, un evento internazionale come Wikimania. Il sindaco, evidente desideroso di fare concorrenza a personaggi come Mimmo Lucano, lusingato dall’idea di porsi come il leader dei piccoli comuni, presenta Esino come “la guida e un’ispirazione per la spinta imprenditoriale di migliaia di piccoli comuni italiani”. Resta da capire in cosa consista la spinta imprenditoriale.

Comunicati seri, quindi, un discorso struggente del sindaco, paginoni di giornali acquistati per diffondere la clamorosa “vendita del paese”, hanno indotto i media a cascare nella trappola. Peccato che il primo aprile fosse già passato da qualche giorno e che, chi fa scherzi del genere, dopo quella data dovrebbe risponderne.

D’altra parte va anche osservato che, se tutto ciò rappresentava una messinscena, l’asta, ovvero l’apertura di una procedura di manifestazioni di interesse, seppure non vincolanti, era vera. L’unico indizio che, per evitare di spingersi in un gioco troppo pesante e quindi rischioso, poteva mettere una pulce nell’orecchio ai potenziali compratori consisteva in alcuni dettagli francamente goliardici e parodistici della vendita con modalità e-commerce (tipo le panchine in vendita 3×2 o i “pezzi di panchina” o le mega etichette con il prezzo). Ci si chiede, però sino a che punto sia lecito “scherzare” con gli atti amministrativi o produrre atti amministrativi finti.


COMUNICATO STAMPA – ESINO IN VENDITA
PARTE DA ESINO LARIO LA SFIDA ALLO SPOPOLAMENTO DEI PICCOLI COMUNI ITALIANI

IL SINDACO PENSA: “METTO IN VENDITA I LUOGHI SIMBOLICI DEL COMUNE PER FINANZIARE LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA, L’ITALIA E L’EUROPA CI LASCIANO SOLI”

Oltre al comune di 747 abitanti, sono circa 5.500 i borghi italiani con meno di 5.000 abitanti che ogni giorno sono da soli a lottare contro spopolamento, mancanza di fondi e lontananza delle istituzioni

Esino Lario (LC), 5 aprile 2019 – Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario (LC), ha annunciato oggi l’apertura di una procedura di manifestazioni d’interesse non vincolante per la vendita di alcuni luoghi simbolo del Comune al fine di reperire le risorse necessarie per la sopravvivenza dello stesso e per combattere la piaga dello spopolamento, che affligge circa 5.500 piccoli comuni in tutta Italia.

Esino Lario è un comune italiano di 747 abitanti in provincia di Lecco già alla ribalta della cronaca mondiale quando nel 2016 ha ospitato il Raduno Internazionale di Wikipedia, che ha visto la partecipazione di oltre 1500 persone provenienti da tutto il mondo.

Un’impresa organizzativa che testimonia come, quando coraggio e voglia di fare coesistono, nessun obiettivo è davvero impossibile, neanche per i piccoli comuni che ogni giorno si attivano per non restare esclusi dai cambiamenti del Paese. Nonostante i risultati positivi delle singole attività, anche Esino Lario patisce la condizione di dover affrontare da solo lo spopolamento e la mancanza di fondi, con le istituzioni nazionali ed europee lontane.

“La vita in un piccolo paese è difficile, e non possiamo biasimare le persone che decidono di trasferirsi in centri abitativi più grandi. Ma così facendo, perdiamo la ricchezza dell’artigianalità, della cultura turistica ed enogastronomica, e il valore delle centinaia di tradizioni diverse che fanno dell’Italia il paese più bello del mondo. Come amministratori dobbiamo lottare ogni giorno per assicurare ai nostri concittadini di non rimanere esclusi dalle innovazioni che interessano il resto d’Italia. Con una decisione forte metto in vendita alcuni dei luoghi simbolo del nostro paese, per poter disporre di nuove risorse economiche che ci consentano di proseguire nei progetti di sviluppo e innovazione.” – commenta Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario – “Sono convinto che il futuro del nostro Comune possa essere garantito solo attraverso maggiori risorse e una maggiore apertura al mondo, anche se questo vuol dire sacrificare parte del nostro amato patrimonio. Con questa proposta mi faccio portavoce di una situazione che accomuna circa 5.500 amministrazioni locali con meno di 5.000 abitanti nel nostro Paese.”

Sul sito vendesiesino.it sono infatti disponibili a manifestazioni di interesse alcuni elementi del Comune, come il palazzo del Municipio, la Piazza delle Capre e la Via Crucis.

Il ricavato di questa iniziativa garantirà le risorse necessarie a rivedere o creare alcuni servizi fondamentali per i cittadini: “Le voci di spesa per un comune che vuole rimanere competitivo e attrattivo sono tante, dal garantire il miglioramento delle infrastrutture, come strade e ferrovie, ad un numero maggiore e più efficiente di strutture pubbliche dedicate alla formazione, come le scuole, o infine alla possibilità di accedere in modo più semplice ed immediato a servizi di connessione a internet più veloci, per riuscire anche noi ad evolverci verso i concetti più innovativi di città smart” – conclude il Sindaco Pensa.

#Esinoinvendita

Per ulteriori informazioni e per il video del Sindaco Pietro Pensa visitare il sito vendesiesino.it

Contatti stampa

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0039 348 9865107


Anche la navigazione del sito (prudentemente silenziato dopo la rivelazione della provocazione, ora rimanda alla campagna di Eolo) era stata comunque pensata per non allontanare subito l’impressione che la vendita fosse vera.

Per esempio poteva essere credibile l’adozione di una via del “piccolo comune in via di spopolamento”. Essa si rifà alla dilagante moda delle adozioni di ogni cosa.

Dove il Pensa e i suoi spindoctors hanno fatto un passo falso è stata la via Crucis. Vero che, a differenza di tutto ciò che riguarda la religione islamica, oggi il dileggio del cristianesimo e dei suoi simboli è del tutto sdoganato anche nei paesi ex-cattolici, ma l’arroganza del pensiero unico neoliberale degli ispiratori della campagna non ha fatto i conti con la sensibilità di chi si ostina a ritenere che sia ancor oggi valido il detto che si possa scherzare con i fanti ma sia meglio lasciare stare i santi. C’è un confine che Pensa e i suoi hanno superato nel loro “gioco” offendendo il parroco e i parrocchiani.

La via Crucis dell’artista artista Michele Vedani, realizzata nel 1939-1940, è un’opera d’arte e una testimonianza di fede ma, oltretutto, è di proprietà della parrocchia e non del comune. Non si è per nulla divertito don Franco Galimberti a quella che, da tutti i punti di vista, appare come una “provocazione nella provocazione”, degna di quell’avo Pietro Pensa, garibaldino che è il capo della dinastia Pensa dalla quale sono usciti una bella serie di sindaci. Anticlericali, sulla scorta del garibaldino, poi fascisti, con podestà Giuseppe Pensa, poi democristiani e ora neoliberali con un Pietro, che, però, non è nipote dell’omonimo parente, il più famoso dei Pensa, che, oltre che sindaco, fu anche primo presidente della Comunità montana. L’attuale sindaco è comunque vicino alla famiglia Pensa che ha esercitato, ed esercita tutt’oggi, il ruolo di famiglia più influente di Esino. Peraltro a Esino, da generazioni, i Pensa vengono solo a fare vacanza e, per il resto del tempo ,risiedono altrove; l’attuale Pietro a Busto Arsizio dove, casualmente, sta anche lo Steve Jobs italiano, al secolo Luca Spada il fondatore e ad di Eolo.
La famiglia Pensa (ramo dei sindaci e di chi conta in paese) è tutt’ora attiva sulla scena con Iolanda, regista dell’evento Wikimania 2016 (presentato dal sindaco pro tempore in carica come “organizzato dal basso, dalle associazioni”, pensando forse a quelle controllate dai Pensa). Iolanda è anche è coordinatrice dell’Ecomuseo delle Grigne nonché direttrice artistica del Museo delle Grigne e dell’associazione Amici del medesimo, sua madre, Catherine de Serarclens, è vice-sindaco e assessore alla cultura, il padre Carlo Maria, figlio di Pietro Pensa, è stato sindaco (ereditario) e assessore alla comunità montana e oggi è presidente degli Amici dell’ecomuseo delle Grigne/Fondazione Pensa.

Pietro Pensa

I Pensa, per decenni, hanno dato lavoro agli esinesi con le loro officine (che però vennero poi trasferirte a Colico), un fatto che comporta, ovviamente, duratura riconoscenza e deferenza, anche non si può non ricordare che lo sviluppo industriale mise in ombra le potenzialità agricole e turistiche del paese (quegli interessi diffusi che ai Pensa non interessava sostenere, anzi). E qui viene da chiedersi: una dinastia che non ha mai avuto a cuore il turismo (basta vedere come funziona il parcheggio del Cainallo), per quali fini lancia iniziative tipo Wikimania e l’attuale “provocazione”?
Wikimania ha creato un effimero “albergo diffuso” che è servito ad alloggiare a “prezzo politico” i partecipanti dell’evento, con tutto vantaggio di Wikipoedia, ma senza duraturi vantaggi per il paese. Oggi la grande notorietà derivante dalla finta vendita del paese, che ha comportato anche grande derisione e denigrazione, che vantaggi porterà al paese?

Per un pugno di dollari (o di mosche)

Dal momento che non c’è (a parte le solite proposte che circolano ovunque) nessuna idea forte di rilancio turistico di Esino, cosa guadagna il paese dalla sceneggiata del sindaco Pensa? È subito detto: il paese avrà il grande onore di essere in cima alla lista dei piccoli comuni beneficiati da Eolo. Grazie alla visibilità ottenuta il comune è primo in una classifica di 180 mila votanti, in pole position per spartirsi il milione di euro messo a disposizione da Eolo. Qualche decina di migliaia di euro per completare la banda larga (lascito di Wikimania, alla quale era peraltro indispensabile per realizzare l’evento stesso) e per ultimare il cinema. Chiunque può arrivare a capire che partecipando a bandi della Regione Lombardia o della Fondazione Cariplo sarebbe stato possibile ottenere le risorse necessarie. Così, però, Pensa si accredita come un possibile “guida” dei piccoli comuni mentre la sua comunità subisce le beffe della finta vendita del paese a pro di una grande società commerciale.

Nella società neoliberale del buonismo e dello spettacolo (mai gratis), il business ha imparato che deve sempre mimetizzarsi dietro presunte azioni dettate da responsabilità sociale. Il vantaggio è duplice: da una parte c’è chi si fa sfruttare e spennare quasi soddisfatto, convinto di contribuire a nobili cause (in questo le Ong sono maestre, anche se le altre corporation stanno imparando bene da loro), dall’altra si contribuisce a delegittimare le istituzioni politiche, quelle che – almeno in teoria – rappresentano tutti. Si sottolinea come gli enti politici, dallo stato in giù, siano “senza risorse”, appesantiti dalla burocrazia, lenti e inefficienti per favorire l’azione di “supplenza” di organizzazioni che, al di là della facciata e dei proclami, fanno l’interesse del management e degli azionisti (del solo management nel caso delle Ong). Eolo non “salva” i piccoli comuni. Innanzitutto i “regali” sono in larga misura collegati ai servizi offerti (fixed wireless ultra broadband che, tradotto, vuol dire internet veloce senza cavi non da satellite ma da un sistema di antenne che ritraspettono il segnale). In secondo luogo i “regali” stanno creando una pubblicità strepitosa che sarebbe costata molto di più con mezzi tradizionali. Su un fatturato di 130 milioni di euro e 7,3 milioni di utili netti, un milioncino di pubblicità per un’azienda rampante (con qualche inconveniente come l’arresto di Spada dello scorso anno per uso illegittimo di frequenze) non è un’enormità (meno dell’1% del fatturato).

Dello spopolamento non me ne frega un cazzo (firmato Sgarbi)

Coinvolto nella vicenda, l’onnipresente Sgarbi si è aggregato all’iniziativa di “svelamento” dell’arcano dietro la vendita di Esino Lario. Per quanto a volte sgradevole, al personaggio va riconosciuta una certa dose di sincerità. Ovviamente lui si preoccupava (a parte il desiderio compulsivo di visibilità) delle opere d’arte di Esino e, venuto a conoscenza delle motivazioni buoniste di Eolo e di Pensa, ha dichiarato con candore: “dello spopolamento non me ne frega un cazzo”. Forse anche disgustato della retorica melensa sui “piccoli comuni che muoiono” che ha accompagnato la conferenza stampa con Massimo Castelli (rappresentante dell’associazione piccoli comuni) e il sindaco di Esino. Alla fatidica conferenza stampa dell’11 aprile in Regione Lombardia ha fatto, per fortuna, mancare all’ultimo momento la sua presenza il presidente Fontana, provvidenzialmente avvisato da qualche uccellino che gli ha bisbigliato all’orecchio che stava per cadere in una trappola. Altrimenti avremmo avuto il vertice dell’istituzione a fare pubblicità a Eolo.


Fare pubblicità a Eolo sarebbe stato grave per la Regione perché avrebbe significato abbassarsi al livello di Pensa che, con Eolo ha un trait-d’union dai tempi di Wikimania, essendo stato Eolo uno degli sponsor principali. Eolo non fa un servizio sociale, si è infilato intelligentemente in una nicchia lasciata libera dal sistema tlc. Con l’operazione Esino Lario si è fatta conoscere da un sacco di potenziali clienti che, è bene ricordare, non regalano i loro servizi (carucci per molti abitanti dei piccoli comuni di montagna) tanto è vero che fanno buoni utili.
Da tutta questa storia vorremmo che risultasse demistificata anche la credenza che la banda larga ferma lo spopolamento. È tipico dell’ideologia neoliberale far credere che i problemi sociali si risolvano con la tecnologia, acquistando servizi, consumando in modo “giusto” (basta pensare come lo stesso accada con i problemi ambientali, che sarebbero risolti consumando i prodotti con i bollini del panda e di Legambiente e sviluppando tecnologie “verdi”). La banda larga aiuta chi vuole restare in montagna se è sorretto da motivazioni, ha progetti, ha supporti. Se la burocrazia e il fisco continuano ad applicare le stesse regole che valgono per le imprese metropolitane, se la politica spinge ancora per la denatalità, se le norme ambientali mettono i bastoni tra le ruote a chi vuole coltivare, allevare, gestire i boschi, se paghi la multa se tagli le piante che mangiano i prati e stringono d’assedio gli abitati, se orsi e lupi – mascotte dei metropolitani – restano idoli intoccabili e si moltiplicano (insieme ai cinghiali e agli altri ungulati), possiamo portare le bande più larghe del mondo in montagna ma non ritardiamo di un giorno la sua morte.

 

L’ipocrisia del WWF e il mega concerto in alta montagna

(09.04.19) Se lo fa il WWF il concerto pop a 2275 m è sostenibile. Lo ratifica il ministro dell’ambiente che si dimostra ancora una volta un fazioso indegno di ricoprire una carica pubblica: “Se c’è il Wwf, sto con Jovanotti”. Come dire che se la stessa identica cosa se non era benedetta dal WWF non andava bene. Come l’olio di palma che se ha il bollino WWF è sostenibile (non importa se prima c’erano le foreste pluviali dove ora ci sono le piantagioni).


di Michele Corti

(09.04.19) L’evento (il concerto da stadio di Jovanotti a Plan Corones in Südtirol) è previsto per il prossimo 24 agosto, ma le polemiche sull’opportunità di organizzare la manifestazione sono divampate con largo anticipo. In questi casi c’è sempre il sospetto che i protagonisti della polemica cerchino visibilità per sé stessi  e che, nel contestare una iniziativa ritenuta sconveniente, finiscano per farle pubblicità. Allora perché parlarne? 

Perché  non si tratta del  solito concerto pop ma di un evento “buonista”, ovvero di una iniziativa, promossa dal WWF in tandem con il Jovanotti e che, coinvolgendo le spiagge in piena estate, vorrebbe “sensibilizzare” il pubblico sui danni della plastica. 




RURALPINI.IT ADERISCE ALLA CAMPAGNA
NO JOVAbeachtour a PLAN de CORONES

FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE CHE NON SIA AUTORIZZATO IL MEGACONCERTO
VAI ALLA PETIZIONE


Quello che irrita è che il WWF ha preso a spada tratta le difese di Jova, contestato 
da Reinhold Messner per la scelta della location Plan Corones, senza chiarire il suo ruolo nell’evento. Insomma la classica ipocrita autodifesa nello stile arrogante e autoreferenziale della multinazionale del conservazionismo neoliberale, efficientissima macchina da soldi (sull’efficienza delle sue azioni ecologiche, invece c’è molto da dire). Il WWF ha rigettato con sdegno le accuse, come sempre.


Si sente al di sopra di ogni critica perché il sistema mediatico e dello spettacolo neoliberale ha costruito accuratamente una immagine di santità. Il WWF, specie in tempo di disfacimento della chiesa ex-cattolica, ha potere di benedire, assolvere, concede indulgenze dai peccati. Come un tempo la chiesa cattolica ha il potere di decretare ciò che è buono e giusto per l’ambiente (o quantomeno non dannoso). Così il Panda ha decretato che, se lo fa Jova, e  se – a maggior ragione – lo fa con il Panda, per la campagna contro la plastica della corazzata ambientalista, allora sono ok decine di migliaia di persone su una cima (per quanto a panettone) delle Dolomiti a 2275 m, in pieno agosto (aggiungendo congestione a congestione, mentre la maggior parte delle bellissime vallette secondarie alpine restano deserte anche a ferragosto). Per di più ci si “copre” con uno strumento formale, la valutazione di incidenza ambientale, che vale spesso meno della carta su cui sono redatte, visto che le grandi opere devastanti ottengono la valutazione positiva. Come? Pagando i professionisti più abili a nascondere le cose dietro cortine fumogene di calcoli “giusti”. 

Il WWF è peraltro consapevole che qualche domanda sul suo candore no profit qualcuno, ormai, se la ponga. Infatti deve precisare che per l’evento “non percepisce un euro”. Già, ma la promozione quanto vale? La visibilità ottenuta da una serie di mega concerti pop da stadio, catapultati sulle spiagge e su una cima delle Dolomiti quanto vale? Le donazioni e le iscrizioni arrivano solo se l’immagine viene continuamente promossa.   

Lasciando perdere coloro che, sulla scia di Messner, si sono lanciati nella critica dell’evento, ci pare doveroso riferire a quali ignobili attacchi è stato sottoposto l’alpinista sui media e sui social. Gli hanno rinfacciato di lasciare sporchi i campi base degli 8 mila scalati (lui che per primo è salito ai top del mondo senza bombole che gli altri abbandonavano sul posto), la pubblicità della Levissima e … dulcis in fundo, di aver deturpato il Plan de Corones con… una colata di cemento (vedi sotto).


L’aspetto curioso è che, quando fa comodo, il Plan è un sito “largamente antropizzato e cementificato” per il quale non c’è motivo di temere l’ìmpatto negativo del concerto pop, dall’altra, per contrattaccare Messner diventa un santuario “deturpato” dal suo museo. Il museo (dell’alpinismo tradizionale), uno dei sei dello scalatore ed ecologista sudtirolese,  è stato realizzato limitando a delle grandi aperture la parte fuori terra. come si vede bene nella foto. Può non piacere, ma non parliamo di colate di cemento. Quanto all’accusa di arricchirsi con i musei chiunque ne capisca qualcosa sa bene che con i musei non si fanno i soldi. 

I soldi li fa, tanti, una pop star di regime come Jovanotti il cui successo è un esempio perfetto di come la macchina dello spettacolo, della musica commercial, sia divenuta in tempi di capitalismo neoliberale una vera e propria industria che è un veicolo di diffusione di costume, consumi,  influenza ideologica.  Al “valore artistico” nullo dei testi di Jovanotti, ispirato al buonismo sdolcinato e banale che ne hanno fatto il cantante di Veltroni e di Renzi, viene in soccorso la macchina dei media della finanza che è riuscita ad associare ai contenuti banali (ma graditi al regime) jovanottiani una qualche pretesa ispirazione filosofica. Espediente ottenuto non già attraverso l’esegesi dei testi (non si cava sangue da una rapa), ma costruendo sulla “sensibilità” ecopacifista del cantante la figura di un quasi guru, interpellato spesso sulle gravi questioni del paese e del pianeta. Con la tranquillità di poter ottenere confortanti pillole di saggezza politically correct, europeiste, immigrazioniste, mondialiste.   




Il nostro presenta anche il vantaggio di essere rassicurante, ottimista ed ecumenico (quello che vuole un’unica grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa) senza ricalcare il modello delle rockstar “maledette” che se, da una parte, nel loro falso trasgressivismo, rappresentano sicuri puntelli ideologici per il sistema neoliberale (libertà individuale senza limiti e freni, culto dell’assecondamento dei desideri e superamento del limite), dall’altra veicolano anche visioni pessimistiche (e che quindi non incoraggiano i consumi, tranne quelli di droga e superalcolici si intende). In definitiva una perfetta macchina commerciale e ideologica che, in accoppiata con il WWF, produce un effetto di rinforzo reciproco, una sintesi perfetta della società neoliberale basata sull’ambientalismo di comodo e la mercificazione di ogni aspetto della vita all’interno della bolla mediatico-spettacolare.


Il Plan de Carones, un panettone da cui si gode una straordinaria visione delle Dolomiti. D’accordo che ci arrivano gli impianti di risalita e ci sono costruzioni, ma non certo grattacieli, ed è comunque una cima in quota con uno scenario unico.  Catapultarvi un concerto da stadio è espressione di una volontà di assogettare, al circo commerciale dello spettacolo (decibel al massimo) la montagna, senza alcun rispetto per la quello che vi cercano e i suoi frequantatori. Chi obietta è  etichettato “talebano”. 


Oltre al WWF, a replicare a Messner, è intervenuto lo stesso Cherubini che, omaggiando cerimonialmente la competenza in materia di montagna del grande alpinista, se ne è poi venuto fuori con l’infelice battuta: la montagna non ha più diritti delle spiaggie o del prato di Woodstock. Da qui traspare la “filosofia” liberale (mercatista) del nostro, per il quale ogni sito in grado di contenere i suoi fan, con l’eccezione di ambienti protetti e fragili che soccomberebbero fisicamente all’impatto, è buono per essere usato dall’industria musicale.  Ma se la spiaggia di Rimini è  l’emblema del  turismo sand-sex-sand, la montagna è, all’opposto,  la ricerca di silenzi, l’ascolto del soffio della spirito, la contemplazione, attraverso l’immersione nel paesaggio con tutti i sensi (udito, tatto, odorato) e non solo la vista, unico senso iperstimolato dalla civiltà tecnologica.  I decibel del concerto del nostro buonista da Bildeberg, da Davos, da FMI (“non mi basta l’euro vorrei la moneta mondiale”) non sono uno sfregio? Non contento il Cherubinim insiste nel difendere “per principio” la sua manifestazione: “Plan de Corones è un luogo di tutti ed è bello per questo” . Perfetta espressione in pillole dell’ideologia neoliberale: tutto è permesso, perché alla base c’è il desiderio, l’impulso, l’affermazione egotica individualista. Gli effetti di un desiderio di massa non contano: se dall’Africa vuoi venire in Europa è tuo diritto individuale, non importa se moltiplicato per milioni è un’invasione. Se vuoi andare a Venezia e sui sentieri più battuti delle Dolomiti ne ha diritto perché il tuo vale come quello di milioni di altri individui. Il neoliberalismo ignora la dimensione collettiva (c’è solo il mercato e lo stato oltre il singolo). Ma il risultato è che se tutti vogliono andare a Venezia o su una cima dolomitica c’è la devastazione. Plan de Corones è di tutti ma 25 mila fa come annunciato trionfalmente dagli amministratori locali – che gongolano alla sola idea degli sghei  che farà affluire in zona il concerto-, non sono facilmente digeribili anche da un sito “sputtanato”. Se non altro l’erba a ricrescere a 2275 m ci mette molto più tempo. E della fauna selvatica tanto cara a WWF cosa sarà? Sparare 110 db con i boschi tutto intorno (vedi foto) proprio non impatta nulla? 


Concludiamo con quella che per i “realisti”, quelli con i piedi per terra, che non vedono altra dimensione che il mercato e la mercificazione di ogni cosa, è una provocazione da “talebani”: in montagna la musica ci sta bene, ma deve essere in armonia con l’ambiente. Bene la musica da camera, gli strumenti acustici, gli Alphorn, le cornamuse anche se non necessariamente di deve eseguire solo folk e classica. È questione di decibel e di attrezzature, di automezzi messi in movimento per trasportare la troupe e le coreografie. Le operazioni tipo Plan de Corones scacciano più turismo di quanto ne attirano e sono redditizie solo per gli organizzatori e pochi operatori; non contribuiscono alla reputazione di una destinazione di montagna perché chi “compra” la montagna nella maggior parte dei casi non gradisce gli eventi di massa e fracassoni. Alla lunga pagano più tanti piccoli eventi diffusi. La migliore risposta a Jovanotti e al WWF e a chi localmente ha caldeggiato l’evento, per pura mira di lucro immediato, sarebbero tante disdette dalle prenotazioni turistiche per la settimana della manifestazione. Dato il periodo le camere non resteranno vuote, ma almeno un segnale sarà arrivato.

Mario Brunello, violoncellista è stato tra i primi a proporre musica sui pascoli e sulle cime. La sua è anche una ricerca di un suono autentico, restituito dall’ambiente della montagna. Nei concerti “Suoni delle Dolomiti”, però, sono coinvolte a volte anche migliaia di persone. Allora Mario ha deciso di immergersi ancora più profondamente nella dimensione della montagna viva, dell’alpeggio, quella dimensione originariamente ricca di suoni e oggi, invece, più silenziosa. Erano i suoni dei campanacci e del vento, i muggiti ma anche i vocalizzi dei pastori che ovunque sulle Alpi cantavano lo jodel, quelli della musica ammaliante dei corni delle Alpi (anch’essi non solo svizzeri ma diffusi su tutte le Alpi), delle cornamuse, dei pifferi, tutti strumenti comunemente suonati dai pastori sino a qualche secolo fa. Testimonia Teresa Thaler:  Mario, il «nostro» pastore, passa l’estate in malga per ricaricarsi e cercare ispirazione. A volte alla sera si mette lì in mezzo alle bestie uniche spettatrici e suona il corno. È magico, e se il vento è a favore, noi dei masi qua sotto sentiamo la melodia.
I concerti pop “ambientalisti” fateli negli stadi.

 

La scomparsa dei paesi dalla mappa dell’Italia

Punto.Ponte

Un quinto dei comuni italiani è in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale viene colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire. Il quattro per cento della popolazione migrerà e due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani. Due anni fa, in un bel rapporto curato per Confcommercio da Legambiente su dati del Cresme, furono definite ghost town, città fantasma, le mille piazze sempre più desolate e afflitte, le case vuote, le mura sbrecciate, campanili cadenti. Comunità colpite al cuore che lentamente, e nella più assurda e colpevole distrazione collettiva, si avviano all’eutanasia.

Arcipelago Italia- la mappa dei comuni a rischio estinzione* Fonte: Rapporto sull’Italia del disagio abitativo 1996 – 2016

Gli studiosi lo chiamano “disagio”, anzi l’Italia del disagio”. Poco alla volta chiudono i battenti i servizi elementari ed essenziali. Naturalmente prima gli ospedali, trasformati in lunghi e penosi comparti di geriatria, poi le scuole, con l’accorpamento delle…

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Lacrime (di coccodrillo) sulla montagna

 

Pubblichiamo un’altra amara lettera di denuncia dell’ipocrisia dominante da parte di una donna di montagna. Sul solco di quelle di Anna Arneodo (val Grana, Cuneo) e delle valdostane Elfrida Roullet e Enrica Cretaz. Lo spunto questa volta non è rappresentato dalla crisi degli allevamenti, dalla proliferazione dei lupi, dai prezzi infimi dei prodotti agricoli, da una burocrazia e da un sistema regolativo sempre più soffocanti, ma dal disastro ambientale che, in occasione dell’ultima ondata di maltempo dei primi di novembre, ha colpito la montagna veneta e trentina.

In una trama dolente (ma tutt’altro che piagnucolosa) che accomuna le Alpi, la denuncia delle “lacrime di coccodrillo” versate dalle istituzioni, dai media, in occasione dell’ultimo “disastro naturale” (!?) arriva dalla montagna lombarda, fortunatamente poco colpita dai recenti eventi. Anna Carissoni, consapevole che le cause della “morte della montagna” sono comuni a tutte le Alpi e che, in coincidenza con situazioni meteo avverse ovunque possono verificarsi i disastri di questi giorni, trae spunto dalle parole amare di un suo amico che risiede in un paesino trentino per sottolineare come la “morte” è causata dalla desertificazione umana, che è tutto tranne che un “fenomeno naturale”.

Tale “morte” è diretta conseguenza di scelte politiche dell’élite europea a favore del liberismo e della globalizzazione, scelte che l’ambientalismo di comodo si preoccupa di mascherare con la foglia di fico delle politiche di rewilding, di diffusione dei grandi predatori, di parchizzazione. Tutte mirate a mascherare lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse della montagna e a favorire l’abbandono delle attività tradizionali.  “Ci uccidete senza sporcarvi le mani” diceva Anna Arneodo. E la Carissoni rincara la dose. Le donne di montagna  non fanno sconti all’ipocrisia dominante. Inutile contarla su: né i lupi né gli sciatori, né i burocrati dei parchi, né gli immobiliaristi (ma nemmeno l’agroindustria trapiantata nelle valli che drena le risorse che dovrebbero andare ai contadini) curano la montagna. La politica, che – senza eccezioni – tutela gli interessi forti e pesca voti nelle aree urbane, si astenga quantomeno dalla demagogia “pro montibus”.

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di Anna Carissoni

(10.11.18) Non so a voi, ma a me tutti questi pianti a disastri avvenuti cominciano a sembrare lacrime di coccodrillo.

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Ovvio che c’è solo da piangere perché si rimane senza parole di fronte a tanta distruzione, alle foreste atterrate, alle strade inghiottite, ai tralicci ripiegati su se stessi, agli argini che si sbriciolano, ai versanti delle montagne che vengono giù. Ma prima di dire che “le montagne venete e trentine sono morte il 29 ottobre”, come qualcuno ha detto e ripetuto, bisognerebbe dire che quelle montagne, come tante altre del nostro Paese, avevano cominciato a morire molto tempo prima ed erano già morte.

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Le montagne erano già morte quando ha chiuso l’ultimo ambulatorio medico, l’ultimo dispensario farmaceutico, l’ultimo ufficio postale, l’ultimo panificio, l’ultimo negozio di barbiere manda a dire il mio amico Andrea Nicolussi Golo dalla sua baita di Luserna, paese di neanche 300 abitanti, a 1300 m. di quota, che non ha mai voluto abbandonare .Le montagne erano già morte quando i loro bambini di sei anni hanno incominciato a salire sugli autobus per andare a scuola venti chilometri più a valle e poi quaranta, con la chiusura dell’ultima scuola, la nostra più grande tragedia. Le montagne erano già morte quando l’ultimo prete ha lasciato la canonica, lo so in città il prete conta nulla, ma venite voi a dire ai nostri vecchi che devono morire senza confessione, venite a dirglielo guardandoli negli occhi che io non ne ho né la forza né il coraggio. Le montagne sono morte allora, quando sono morti i paesi.

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Poi, rivolto soprattutto ai cittadini, Andrea aggiunge:

 Il 29 ottobre si è solo un po’ rovinato il vostro luna park, per qualche tempo non potrete farvi quelle belle passeggiate tonificanti all’ombra di boschi secolari, senza chiedervi nulla della fatica di chi li ha coltivati, sì, proprio coltivati, non potrete fare quelle belle gite con le ciaspole nell’incanto dell’inverno, stendervi al sole seminudi a tremila metri di quota…. Ma non preoccupatevi, lo show andrà avanti e se non per l’otto dicembre, per Natale potrete tornare a divertirvi, tutto sarà rimesso a lucido, solo i paesi non torneranno più, i paesi continueranno a morire e noi con loro.

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Ecco, mi viene da pensare che, fatte le debite proporzioni, alle prossime alluvioni ed al prossimo tornado qualcosa di simile a quanto successo in Veneto, in Trentino e in Friuli potrebbe toccare anche a noi. Anche le nostre montagne stanno morendo, e anche qui si crede di farle resuscitare spendendo energie e risorse in feste e manifestazioni d’ogni tipo e in strutture finalizzate quasi esclusivamente ad attirare un numero sempre maggiore di turisti cittadini…. E intanto pascoli, boschi, vallette e versanti vanno in malora anche qui perché i montanari, che li hanno curati e ‘tenuti a bada’ per secoli, devono scendere a valle in cerca del lavoro e dei servizi decenti che dai nostri paesi se ne sono andati e continuano ad andarsene. Ecco, credo che quando i disastri arriveranno anche qui, all’elenco dolente delle cose che fanno morire i paesi di montagna stilato da Andrea avremo anche noi qualcosa da aggiungere: l’ultimo punto-nascite, per esempio, gli ultimi sportelli bancari,  gli ultimi negozi di prossimità…..

Prospettiva Villaggio 

Una proposta per lo sviluppo della montagna ticinese

di Tarcisio Cima

(07.05.18) Una volta si diceva che i politici si ricordano delle valli e della montagna solo in occasione delle campagne elettorali. Oggigiorno vien da dire che nemmeno più durante i periodi elettorali i politici si ricordano delle valli e della montagna. Il dibattito è costantemente monopolizzato dai temi e dai punti di vista delle aree urbane. Il concetto, falso e bugiardo, di Città-Ticino viene inculcato agli allievi di ogni ordine di scuola, dall’asilo all’USI [Università della Svizzera italiana], ed è ormai entrato a far parte del linguaggio comune. Ora l’autorevole Istituto delle ricerche economiche (IRE) vorrebbe spingere ancora più in là l’ossessione urbano-centrica predicando l’urgenza di costruire, entro il 2025, un Ticino Urbano. Fa bene il Ticino a preoccuparsi della sua componente urbana, confrontata con i tipici problemi derivanti da uno sviluppo quantitativo troppo spinto e disordinato. Fa male il Ticino a trascurare il suo vasto territorio rurale e montano. Qui ci sono potenzialità la cui liberazione, in un Ticino finalmente unito e coeso, può contribuire a risolvere anche i problemi delle aree urbane. Non solo ci sono potenzialità, bensì dinamiche positive in atto da tempo, di cui un Ticino concentrato sul proprio ombelico urbano fa fatica ad accorgersi. Potenzialità e dinamiche positive ruotano attorno al villaggio. Il villaggio inteso quale forma specifica dell’insediamento umano nel territorio. Da alcuni decenni i villaggi rurali e montani del Ticino hanno avviato una «seconda vita», molto diversa da quella tradizionale, ma non meno meritevole di essere vissuta, per il proprio bene e per il bene dell’intera comunità cantonale. Una nuova vita che chiede solo un po’ di attenzione e di riconoscimento per potersi sviluppare e crescere armoniosamente. In questo consiste la Prospettiva Villaggio.

Il villaggio nel mondo 

A livello planetario il villaggio quale  struttura  primordiale  dell’insediamento umano nel territorio è in profonda  crisi.  Le  statistiche  dell’ ONU ci dicono che da alcuni anni la popolazione  che vive in città ha ormai superato in numero la popolazione  che  vive  nelle  campagne. Le previsioni sono unanimi nel considerare che l’esodo rurale e la con- centrazione  in  agglomerati  urbani sempre  più  grandi  continueranno anche nei prossimi decenni. Divergono solo nell’indicare l’intensità e la velocità del movimento. L’umanità   sta  tuttora  vivendo  un esodo di proporzioni gigantesche – in confronto l’esodo biblico, l’esodo per antonomasia, ci appare come una tranquilla  scampagnata  domenicale – che coinvolge costantemente milioni  di persone  in  cammino verso la città, sospinte dalla speranza di trovarvi un futuro migliore (o almeno  accettabile)  per  sé  e per  i propri figli. Una speranza che spesso, almeno per sé, viene poi dolorosamente tradita. Bisogna ammettere che negli ultimi decenni si sono intensificati, a tutti i livelli e in quasi tutte le parti del mondo, gli sforzi per gestire meglio e rendere più vivibili le città e le metropoli. Le migliori menti del pianeta – architetti, geografi, ingegneri, economisti, pianificatori, sociologi, psicologi, filosofi, scienziati di ogni campo e politici – sono lodevolmente impegnati nella ricerca di soluzioni per i problemi ai quali sono confrontate le aree urbane. E i risultati positivi di questi sforzi in termini di migliore vivibilità di quelle aree cominciano a farsi vedere, credo anche nei paesi in via di sviluppo. Calamità e guerre permettendo. L’abbandono delle zone rurali è invece sempre stato vissuto, ad ogni latitudine, con grande fatalismo e rassegnazione, come qualcosa che non si può contrastare o, perfino, che non si deve contrastare perché solo nella città ci sarebbe salvezza. Questo non solo a livello dell’azione concreta e degli investimenti di risorse, ma già a livello del pensiero, della riflessione e della ricerca di soluzioni. Nei paesi in via di sviluppo ad occuparsi seriamente delle aree rurali sembra essere rimasto ormai solo un drap- pello di eroi e di santi, generosi e idealisti, tanto ammirevoli quanto impotenti nel contrastare il movimento di abbandono e di fuga incessante verso la città. Anche in India e in Cina, giganteschi labora- tori del mondo che sarà, tutto sembra essere orientato sulle aree urbane e sulla continua espansione delle megalopoli. Così, a livello planetario, mentre ci trastulliamo con l’immagine – ormai abusata e quindi vuota di senso – del «villaggio globale», il villaggio vero e concreto, il villaggio «in carne ed ossa» si svuota, deperisce e muore. Eppure a me sembra così evidente che la soluzione degli immani problemi che affliggono l’umanità intera, ma anche le aree metropolitane – dai disastri ambientali alla penuria energetica, dall’emergenza alimentare alla scarsità di acqua potabile, dalle crisi sanitarie al degrado sociale e culturale – non possa prescindere da un minimo di riequilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, che a sua volta può essere raggiunto solo attraverso la promozione, la valorizzazione e lo sviluppo della vastissima realtà non urbana, attraverso un ampio movimento a ritroso, di pensiero e di azione, dalla metropoli verso la grande, la media e la piccola città, il borgo, giù fino al villaggio più sperduto.


Il villaggio in Ticino 

Alle nostre latitudini, in Ticino, il processo di urbanizzazione è già da tempo molto avanzato. Si calcola che almeno l’80 % della popolazione cantonale risiede in un contesto urbano. Anche se faccio fatica a considerare urbane, come si fa invece nelle statistiche ufficiali, zone come la Bassa Vallemaggia, le Terre di Pedemonte, la Valle di Muggio, la Capriasca e ora pure… la Valcolla. Trovo anzi che questa tendenza a gonfiare statisticamente la realtà urbana rappresenti una delle tante forme che as- sume la prevaricazione culturale della città nei confronti della realtà rurale e montana. Comunque sia, se non proprio l’80%, almeno 2/3 della popolazione ticinese risiede nelle zone urbane. Ciononostante, diversamente da quanto è successo e sta succedendo in molte parti del mondo – anche nella progredita Europa – le nostre zone rurali e montane non sono state abbandonate, complessivamente le nostre valli non sono in declino irreversibile, nessuno dei nostri villaggi, nemmeno fra quelli più discosti, è moribondo. L’agricoltura, anche se ridotta all’osso per numero di occupati, è ancora ben presente ed ha accentuato il suo ruolo nella cura del territorio e del paesaggio. Credo che in Ticino non ci rendiamo ben conto della fortuna che rappresenta il fatto di aver preservato la vitalità socioeconomica delle valli e della montagna. Ciò che costituisce invece motivo di meraviglia e di ammirazione per ogni visitatore esterno attento e perspicace.

La «seconda vita» dei nostri villaggi è già cominciata da tempo, anche se pochi se ne sono accorti 

Certo la realtà socioeconomica delle nostre valli è profondamente mutata rispetto a quella che era anche solo 50-60 anni fa. I nostri villaggi, soprattutto quelli più periferici, non sono più quelli di una volta. Probabilmente non lo saranno mai più. Una proporzione rilevante della popolazione che risiede nelle valli già da tempo lavora nelle agglomerazioni urbane. Nei villaggi più discosti anche la funzione della residenza primaria si è ridotta fino a diventare molto esigua. Ma nel frattempo le nostre valli, i nostri villaggi, non si sono lasciati andare, hanno saputo adeguarsi alla nuova realtà, hanno trovato nuove funzioni, nuovi ruoli, non meno importanti per la comunità cantonale di quelli che detenevano in precedenza. Pur fra tante difficoltà, sono ancora ben vivi e animati. Pian piano, senza clamori e senza proclami hanno avviato quella che mi piace definire una «seconda vita» e che forse dovrei chiamare, per farmi ascoltare dal Ticino che conta (e che se la tira), «a second life». Sta tutto qui laProspettiva Villaggio: dare forza e far crescere armoniosamente questa «seconda vita» già da tempo avviata nei nostri villaggi. Niente di particolarmente innovativo, bensì la prosecuzione, l’intensificazione e il miglioramento di quanto è stato fatto con tanta buona volontà e passione negli ultimi 30-40 anni. Un processo virtuoso che purtroppo da una decina di anni sta segnando il passo: grossomodo da quando un’inconsistente Nuova Politica Regionale ha preso il posto della vecchia cara LIM [ Legge federale sull’aiuto agli investimenti nelle regioni montane, in vigore sino al 2007] che si è voluto anzitempo rottamare.


Una prospettiva molto concreta 

Dal punto di vista concreto e operativo la Prospettiva Villaggio si vuole concentrare sulla rivalutazione sistematica del patrimonio costruito dei nostri villaggi. Ogni volta che mi capita di visitarne uno qualsiasi rimango impressionato dalla quantità, la varietà e il pregio del patrimonio architettonico esistente dentro e fuori il perimetro delle zone edificabili. Nel corso degli ultimi trent’anni si è investito molto, nel pubblico e nel privato, per la salvaguardia, il risanamento e il riuso di questo patrimonio, di quello religioso come di quello civile, dagli oggetti monumentali fino a quelli più umili e comuni. Diversi nuclei tradizionali sono stati risanati e rivalutati in modo esemplare. Anche nei villaggi più discosti, dove la presenza della popolazione residente permanente si è ridotta ai minimi termini, la qualità degli insediamenti (edifici, infrastrutture, spazi pubblici, viabilità) è sostanzialmente migliore rispetto a quella degli anni ’70 del secolo scorso.

Si può fare di più, con poco 

Una parte ragguardevole del patrimonio costruito tradizionale è tuttavia sottoutilizzato, inutilizzato o abbandonato e quindi a termine è minacciato di deperimento e di rovina. E questo un capitale rilevantissimo composto, ad occhio e croce, di alcune decine di migliaia di edifici, senza considerare i rustici situati fuori dalle zone edificabili. La Prospettiva Villaggio si fissa proprio su questo: il recupero, il restauro, il risanamento, la ristrutturazione di questo patrimonio che giace inutilizzato o abbandonato, mediante interventi finalizzati al riuso nelle più diverse direzioni: abitazione primaria, residenza secondaria, alloggio turistico, altre attività economiche e di servizio, pubbliche e private, ma anche per la conservazione di testimonianze storiche ed etnografiche. Il tutto mettendo al centro dell’attenzione e dell’azione la struttura-villaggio con le sue sapienti e complesse articolazioni concrete sul territorio, compresi i percorsi pedonali e i sentieri che le mettono in relazione tra di loro. Struttura-villaggio, da rivalutare e da far rivivere, non però nell’ottica nostalgica di chi vorrebbe far tornare «i bei tempi andati», spesso idealizzati, mediante improbabili operazioni di ripopolamento, bensì adeguandola costantemente alle esigenze e alle aspettative dell’oggi. Resisto alla tentazione di adottare la formula ad effetto di «Villaggio-Ticino». Sarebbe un’evidente forzatura speculare a quella insita nel concetto di «Città-Ticino». Anche perché la realtà dei villaggi ticinesi è estremamente diversificata. Si va dal villaggio montano più discosto, abitato in permanenza da pochissime persone a quello popoloso, cresciuto ai margini della città. Senza dimenticare le «ville» della Val Malvaglia e le «terre» della Val Bavona, non più abitate in permanenza ma non per questo meno vitali e preziose. Questa grande diversificazione, che certo non riguarda solo la dimensione demografica, fa anche la sua grande ricchezza. Direi quindi piuttosto di un «Ticino dei villaggi» al quale vanno riconosciute pari dignità e pari opportunità rispetto al «Ticino dei borghi e delle città».

L’obiettivo di fondo della Prospettiva Villaggio è molto semplice, quasi banale, eppure ambizioso: riuscire ad avere in tutto il Ticino villaggi ben conservati e adeguatamente ammodernati nelle strutture edilizie, meglio attrezzati nelle infrastrutture, più ricchi di testimonianze del passato, più curati, ordinati e puliti, inseriti in un territorio anch’esso salvaguardato nei suoi pregi. In due parole, avere villaggi più belli e accoglienti. Villaggi più belli e accoglienti vuol dire automaticamente villaggi più interessanti e attrattivi: per mantenervi o stabilirvi la residenza primaria, per mantenervi o avviarvi una qualsiasi attività di produzione o di servizio, per passarvi dei periodi di vacanza come residente secondario, come ospite di una struttura di accoglienza o come turista-escursionista di giornata. O anche solo per gustare un caffè sulla terrazza dell’osteria riaperta in quello che era, e che ancora è, un incantevole mulino. A Castro per esempio.


Una prospettiva corale e partecipativa 

Affinché possa essere attuata e avere un successo durevole, la Prospettiva Villaggio non può essere calata dall’alto, ma d’altra parte non può essere lasciata solo all’iniziativa spontanea che muove dal basso. Deve essere il risultato di uno sforzo corale e organizzato di tutti gli attori sociali, economici e istituzionali presenti sul territorio.
A partire dai singoli privati cittadini che vivono e agiscono nel territorio montano in qualità di residenti, primari o secondari, oppure come conduttori delle più svariate attività economiche di produzione o di servizio. Tutti questi sono chiamati ad assumere comportamenti maggiormente compatibili e coerenti con la salvaguardia del patrimonio naturale, ambientale e architettonico. Attraverso scelte che possono essere molto impegnative, come ad esempio quella di riattare un edificio esistente invece che costruirne uno nuovo occupando ulteriore terreno vergine. Ma anche attraverso comportamenti che sono alla portata di ciascuno, che possono perfino sembrare banali ma che invece sono decisivi per rendere più belli e accoglienti, quindi attrattivi, i luoghi in cui si vive, come curare l’aspetto esteriore degli edifici, tenere pulite e in ordine le loro adiacenze, mettere dei fiori alle finestre e sui balconi, coltivare gli orti. Non meno importante è il ruolo che sono chiamate a giocare le Associazioni che gestiscono attività e interventi di interesse pubblico nei più svariati campi (sociale, culturale, ricreativo, sportivo, ecc.) e che anche storicamente sono state un pilastro essenziale dello sviluppo regionale. Qui mi riferisco in particolare alle associazioni che si occupano della conservazione del patrimonio architettonico più pregiato, promuovendo le iniziative, raccogliendo i fondi necessari, gestendo i progetti fino al loro compimento. E impressionante vedere quanto è stato fatto negli ultimi 30-40 anni grazie alla loro presenza, sul patrimonio architettonico religioso come su quello civile, rispetto agli oggetti monumentali, ma anche per la conservazione delle umili quanto preziose testimonianze della civiltà contadina

Cantone e Confederazione: non solo belle parole 

Quello che ci si può aspettare da Cantone e Confederazione per l’attuazione della Prospettiva Villaggio è molto semplice. N o n l’istituzione di gruppi di lavoro e di commissioni di esperti, non l’avvio di studi che durano 15 anni prima che si batta un chiodo. Men che meno sono richiesti nuovi strumenti pianificatori, né PUC, né PEIP, né PEPP né PIN, né PUK. I Piani Regolatori comunali esistenti vanno bene e, se del caso, possono sempre essere aggiornati. Non sono necessarie nuove misure edilizie e nuove limitazioni del diritto di proprietà. Quelle che ci sono, ad esempio per la protezione dei nuclei, sono in genere adeguate, e anch’esse se necessario possono essere modificate. Altre misure edilizie dovrebbero piuttosto essere eliminate o almeno sfoltite, come ad esempio quelle, di natura vessatoria, imposte dalla Confederazione per la trasformazione dei rustici. Certo che la nuova Legge federale sulle residenze secondarie, appena approvata dalle camere federali in applicazione della scellerata iniziativa Weber [finalizzata a porre un tetto del 20% alle residenze secondarie](*), pone un enorme macigno sulla strada dellaProspettiva Villaggio. In molti casi infatti la destinazione di un edificio a residenza secondaria rimane l’unica alternativa all’abbandono e alla rovina. Confederazione e Cantone sono chiamati semplicemente ad appoggiare 1’operazione Prospettiva villaggio con adeguati finanziamenti. In primo luogo è indispensabile che dal Cantone continuino ad arrivare ai Comuni, nell’ambito del sistema di perequazione intercomunale delle risorse, i finanziamenti sufficienti affinché questi ultimi siano in grado di far fronte ai propri compiti di base e in una certa misura anche a quelli promozionali di cui si diceva. Poi, da Cantone e Confederazione sono attesi i contributi finanziari con i quali sovvenzionare generosamente, nel quadro di un vasto, articolato e ambizioso programma di interventi, gli investimenti volti alla rivalutazione del patrimonio costruito in tutte le sue sfaccettature e articolazioni, eseguiti da chi vive ed opera sul territorio, cioè i comuni e i patriziati, le associazioni, le singole società e persone private.

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Il Comune protagonista anche nella gestione

Assieme ai finanziamenti è necessario un minimo di apparato amministrativo per gestirli adeguatamente e assegnarli ai beneficiari finali. Rispetto a questo compito il Cantone dovrebbe assumere un ruolo di coordinamento e di supervisione. La gestione operativa dell’aiuto agli investimenti nell’ambito della Prospettiva Villaggiodovrebbe essere lasciata il più possibile nelle mani dei Comuni. Anche da un punto di vista più generale credo che il livello istituzionale più adeguato per svolgere compiti di promovimento (economico, turistico, culturale, ecc.) sia quello del Comune. Gli Enti regionali per lo sviluppo (ERS) e le Organizzazioni turistiche regionali (OTR) sono troppo estese sul territorio e godono di scarsa legittimazione democratica. Il Comune ha invece tutti i requisiti, se può contare su risorse finanziarie adeguate, per condurre un’azione di promovimento seria ed efficace. Nelle singole valli, a partire dalla valle di Blenio, un organismo, agile e leggero, di cooperazione tra i Comuni può essere di grande utilità.

A mo’ di conclusione 

Non mi faccio molte illusioni che la Prospettiva Villaggio venga presa sul serio dal Ticino che conta a livello politico e istituzionale. Li vedo quasi tutti in altre faccende affaccendati. Per carità, faccende importantissime e vitali per il futuro del Cantone, ma quasi tutte incentrate sui problemi, i bisogni e le prospettive del Ticino urbano. Mi voglio però illudere che queste mie riflessioni e proposte possano contribuire a diffondere, non solo tra i politici ma anche e soprattutto fra la gente comune, un p o ‘ più di attenzione stavo per dire affetto per le zone rurali e montane del Cantone e la consapevolezza del tesoro di inestimabile valore che costudiscono i nostri villaggi.

(*) Ovviamente il senso dell’iniziativa legislativa non va valutato con il metro della situazione italiana dove è stato lecito realizzare residenze secomdarie anche nella misura dell’80-90%

Le fotografìe sono dell’autore e rappresentano tutte il villaggio di Dangio. L’articolo è stato pubblicato sulla Voce di Blenio dell’aprile 2015