Asimmetrie alpine e determinismo ambientale

Vivere le Alpi sul versante italiano e su quello estero presenta differenze sostanziali.

Da noi, specialmente in Piemonte, è evidente l’emergere di un conflitto tra Piè e Monte, altrove questo non succede e le vicissitudini TAV in val Susa e la “questione lupo” sono due esempi sui quali riflettere.

Cosa sta capitando qui?

Dalla pianura si pone al centro delle politiche montane l’ambiente, mentre dal monte si chiede che la centralità sia riportata sull’uomo che questo ambiente vive, questione non da poco.

Perché questa differenza di paradigma in Italia? Quale è la differenza tra i due versanti?

Se tracciassimo una sezione perpendicolare alle Alpi, vedremmo che il pendio in pochi chilometri in Italia precipita in pianura, in Francia, in Svizzera e altrove invece non c’è separazione netta tra grande pianura e montagna, le città sono lontane, le Alpi se la prendono comoda e la pianura non c’è.

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La spiegazione va cercata proprio lì, nell’asimmetria dei versanti alpini, nella diversa distribuzione delle curve di livello.

Il confine tra Pianura Padana e Alpi è netto e in Piemonte lungo di esso corre una città diffusa che fa da confine tra due mondi che stanno allontanandosi sempre più.

Mentre sulle Alpi si sta affermando un deserto verde, in basso c’è una pianura sempre più antropizzata, con un tasso di inquinamento tra i peggiori in Europa, con aree metropolitane che sono motore di sviluppo industriale e una agricoltura intensiva sempre meno sostenibile.

Una società postmoderna, in crisi strutturale, vede nelle Alpi sempre più verdi un alibi, senza sapere che con ogni probabilità l’anello debole sta in basso.

Sul versante estero invece il declino è graduale, le città sono lontane e non c’è quella frattura geografica, ambientale, storica e sociale che troviamo qui.

Il conflitto che sta emergendo in modo evidente è per buona parte riconducibile a questi fattori, questione da sociologi, economisti, antropologi, a cui do una lettura da montanaro.

Aggiungiamo poi che lo spartiacque alpino che separa gli Stati dal Trattato di Utrecht (1713) non ha mai separato le genti montanare, che vivono allo stesso modo l’immanenza del territorio, la stagionalità, i problemi logistici e tutto quanto riguarda la vita.

Un approccio maturato e vissuto nei secoli che porta le popolazioni alpine a difendere quanto di sacro e di indispensabile è necessario per vivere quassù: libertà e democrazia.

Il rapporto tra questi due mondi andrebbe ricondotto in un contesto che il prof. Fabrizio Barca chiama “conflitto ragionevole”, per arrivare assieme ad un nuovo ed indispensabile “patto di sindacato” tra Monte e Piano.

Ho vissuto i due mondi, li conosco, ho visto la povertà che ha portato alla desertificazione alpina, ma era una povertà da sempre dignitosa, che aveva una via di fuga.

Nella pianura, nelle aree metropolitane la povertà è in un “cul de sac” di disperazione, lì c’è la miseria, miseria che sulle Alpi non c’è mai stata, per questo dico che l’anello debole è in basso.

Cosa si aspetta a unire idee e energie per pensare assieme un avvenire possibile?

Mariano Allocco

22 Febbraio 2017

J’accuse di una pastora: ci uccidono senza sporcarsi le mani

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http://www.ruralpini.it/Una_pastora_ai_signori_del_lupo.html


(28.02.17) Ci uccidete per imporre la vostra civiltà di plastica. Ci uccidete con ipocrisia, camuffando il genocidio con il pretesto di quella natura che state distruggendo e del lupo elevato a bandiera

di Anna Arneodo

Sta nevicando: neve di febbraio, pesante, neve che già sente la fine dell’inverno. Pochi chilometri più a valle è già pioggia; qui è passato stanotte tardi lo spazzaneve, ma ora si sale solo con le catene.

Le stalle sono piene di agnelli: belli, grassi, sono già agnelloni oltre i 30 kg, ma quest’anno nessuno riesce a vendere … la crisi, l’importazione …? Intanto nelle stalle pecore e agnelli mangiano… Fuori del giro dei pastori nessuno si accorge di niente. L’altro ieri ho parlato con un pastore: un gregge di una cinquantina di bestie adulte, la passione che lo teneva vivo per continuare:

« Come vanno le bestie? »

« Ne ho caricate 82, le ho tolte tutte, basta! Non vendi più un agnello, d’estate l’alpeggio, d’inverno il fieno, il lupo, la burocrazia che ti mangiano. Ho chiuso tutto! »

Un’altra sconfitta! Pian piano questa società ci sconfiggerà tutti, chiuderà la montagna, ne farà un grande parco da sorvolare con gli elicotteri, per posarsi sulle punte- eliturismo!- e guardare dall’alto il presepio delle borgate abbandonate. Questo sarà fra poco la nostra montagna!

E intanto: il lupo! Povero lupo, il simbolo ecologico, il simbolo della coscienza sporca di tanta gente, salviamo il lupo! “ La Stampa” di mercoledì 1 febbraio ne ha una pagina piena: non una parola sui pastori, su chi vive e mantiene viva la montagna. Chi scrive, chi protesta, chi difende il lupo e le teorie ecologiste sta in città, ha lo stipendio assicurato, tanto tempo libero per farsi sentire, magari è anche vegano per sentirsi la coscienza pulita.

Noi pastori, allevatori, gente di montagna siamo quassù a presidiare il territorio, a mettere in pratica quotidianamente l’ecologia( ecologia- da “oikos”= casa), noi difendiamo ogni giorno la nostra casa, il nostro paese, il nostro ambiente.

Sopra: Anna fa il fieno con i figli per le sue pecore. Per solidarizzare con Anna scriverle a bram.2010@libero.it

Ma di noi nessuno si ricorda, diamo perfino fastidio, siamo pietra di inciampo. Noi, gente della montagna, che da secoli su questa terre scomode abbiamo saputo creare una cultura, una sapienza di vita per sopravvivere in un ambiente ostile, noi con la nostra storia, la nostra lingua, noi non contiamo niente: l’economia e la politica hanno deciso così.

Vivi ormai quassù ogni giorno con una malinconia, una inquietudine dentro che ti spegne ogni entusiasmo, ogni voglia di combattere.

Ci state massacrando. È un nuovo genocidio della montagna, fatto senza sporcarsi le mani.

Ultima bandiera il lupo.

CUCINA DELLE ALPI

Pronto il programma del ciclo “gastroculturale” CUCINA DELLE ALPI.Conversazioni a cena con cinque artigiani del cibo  Dal 4 marzo al 29 aprile 2017 alla Bibliosteria di Cà Berizzi Corna Imagna.  Cinque serate che esprimono il paesaggio del cibo di cinque realtà alpine, espressione della variegata cultura umana alpina e della sua natura

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di Michele Corti

(03.02.17) La rassegna è Organizzata da Cà Berizzi (la BibliOsteria) di Corna Imagna con il Cnetro studi valle Imagna e il Festival del pastoralismo. L’iniziativa ha coinvolto cinque realtà culturali alpine da Cuneo a Udine: la valle Stura di Demonte  (Cn), l’alta Valsesia (Vc), la valle del Fersina (Tn), la Valsugana-Lagorai (Tn) , Gemonese (Ud).

Presso ciascuna di queste realtà sono attive delle associazioni culturali o degli ecomusei che da tempo promuovono la cultura locale e la cultura rurale alpina, anche nei suoi aspetti agroalimentari e gastronomici. Grazie a loro e alle persone che le animano (alcune delle quali conosceremo a Corna Imagna e che vi farò conoscere in antipico) è stato possibile organizzare la manifestazione. Le citiamo nello stesso ordine (da Ovest ad Est):Ecomuseo della pastorizia di Pontebernardo, Pietraporzio (Cn),Associazione “Gruppo walser Carcoforo”, Carcoforo (Vc),Associazione culturale “Schratl”, Palù del Fersina / Palai en Bersntol (Tn),  Libera associazione malghesi e pastori del Lagorai,  Telve (Tn), Ecomuseo delle acque del Gemonese, Gemona (Ud) .

Una rete di relazioni culturali

Dietro le sigle sopra riportate vi sono persone, facce note, amici che conosciamo da tempo (con i quali ci si sente anche spesso), e con i quali abbiamo partecipato ad iniziative (in qualche caso non solo una) sul loro territorio. Reti già esistenti che possono essere valorizzate, come in questo caso, per promuovere conoscenza reciproca e  il grande patrimonio della cultura del cibo ruralpina. Per molti sarà anche un’occasione per conoscere quelle lingue “minoritarie”, un tempo vere “lingue tagliate” (in gran parte sradicate dal monolinguismo imposto in Italia dal fascismo ma non solo da esso). Esse fanno delle Alpi un mosaico culturale e lingustico dove non è quasi mai lo spartiacque a fare da limes. Un mosaico fatto non di “blocchi compatti” ma spesso di isole e arcipelaghi linguistici variegati (basti pensare al romancio ma anche alle antiche parlate germaniche disseminate tra Trentino e Veneto). Un panorama quanto mai ricco.

Lingue e gastronomia: la ricchezza della cultura alpina

Quattro su cinque delle realtà invitate a Corna Imagna sono rappresentanti di “minoranze linguistiche”: Provenzale alpino (Occitano), Walser (lingua alemannica), “Mocheno”/Bernstoler (antica parlata baiuvara), Friulano. La particolare coloritura linguistico-culturale di queste terre si riflette anche nella cucina dando luogo ad interessanti considerazioni e a inedite esperienze.

Esperienze agricole, di azione locale, di resistenza montanara e umana

Vorremmo come organizzatori che a queste serate intervengano non solo gli appassionati di cucina e di cultura alpina, ma anche chi sul nostro territorio (la montagna orobica e lombarda più in generale) è impegnato in esperienze di rigenerazione locale, comunitaria, agricola. Tutte queste esperienze parlano della, a volte faticosa, rinascita di produzioni agroalimentari: vuoi di una razza ovina o caprina, di una varietà di mais,


SABATO 4 MARZO 2017 – Lagorai – Valsugana (Trentino)            


La cucina di Luigi Montibeller, un inno alla biodiversità di Valsugana e Lagorai, terra ricca di pascoli e pastori: latte, formaggi, panna, burro di malga, patate, verdure e ce- reali, mele e miele, erbe aromatiche, asparagi selvatici, porcini e mirtilli rossi del sotto- bosco. Un viaggio spirituale dentro il cibo di un paesaggio di montagna: zuppa d’orzo con latte crudo e porcini del Lagorai, polenta di mais Spin. Vini: Rebo e Chardonnay.
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SABATO 18 MARZO 2017 – Alta Valsesia (Piemonte)  
Saranno serviti piatti basati sulla produzione alimentare valsesiana del Quattro-Cinque- cento, quando in valle vi era una corrispondenza assoluta tra produzione alimentare e alimentazione. Le tre portate ( toma e salagnun, mocette e lardo con miacce, Wallisschuppa e Wiwellata ) sono costituite da piatti unici, non assimilabili a quanto attualmente definiamo antipasti, primi e secondi piatti.Vini rossi dei colli novaresi con uve Nebbiolo.

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SABATO 1 APRILE 2017 – Territorio del Gemonese (Friuli)            
 Il territorio del Gemonese, all’imbocco della valle del Tagliamento, è un luogo di pas- saggio, dove i commerci, le migrazioni, gli spostamenti stagionali hanno portato con sé culture e colture, piatti e sapori di provenienze diverse. Qui opera l’Ecomuseo delle Acque, impegnato a interpretare il patrimonio agroalimentare locale, i cui prodotti simbolo sono il Pan di sorc e il Formaggio di latteria turnaria , presìdi Slow Food.

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 SABATO 24 APRILE 2017 – Valle del Fersina/Bersntol (Trentino)              
La Valle del Fersina-Bersntol, nel Trentino Orientale, è attraversata dal torrente Fersina ed è caratterizzata dalla presenza della minoranza linguistica Mòchena/Bersntoler (in tre paesi si parla l’idioma germanofono). La cultura legata al passato teutonico si è portata appresso una serie di usi e costumi anche nel campo gastronomico. I Kuckeler , i Kròpfen , de Stèlzer sono solo alcuni dei piatti legati alla tradizione che si rinnova in continuazione.

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 SABATO 29 APRILE 2017 – Valle Stura di Demonte (Piemonte)        
 L’Ecomuseo della Pastorizia e il Consorzio l’ Escaroun ci introducono nella Valle Stura di Demonte, terra della pecora sambucana. Protagonista della serata è l’ agnello sambucano, presidio Slow Food. Oltre alla delicata e gustosa carne, viene offerto il formaggio la toumo , con salumi e paté. Un esperto dell’Ecomuseo ci illustrerà il patrimonio storico-cul- turale ed economico della Valle Stura, con al centro gli allevamenti ovini sambucani.

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Gli incontri sono articolati in due momenti; alle ore 18,00: convegno con presentazione degli ospiti, delle produzioni e delle attività dei rispettivi territori; alle ore 20.00: cena a base dei prodotti agroalimentari dei vari contesti; i singoli piatti vengono presentati e illustrati ai commensali dal cuoco regionale.

Le prenotazioni sono aperteLa cena 30 €, vini compresi – chi partecipa a tutte le 5 serate ha diritto ad una cena gratuita (Euro 120,00 anzichè 150,00) – Chi partecipa ad almeno 4 serate a un libro del Centro Studi in omaggio

info 366 546 2000  info@caberizzi.it

Cà Berizzi, Via Regorda 7, 24030 Corna Imagna (Bg

Un progetto per fare incontrare i territori rurali italiani

gIn nome di cibo come cultura ed espressione di comunità territoriali

Sono già due gli incontri realizzati a Cà Berizzi, a Corna Imagna nell’ambito di un itinerario attraverso le  culture contadine e pastorali e le loro espressioni culinarie. Un itinerario che ha già toccato la val Vibrata (Teramo) e la valle del Belice (Trapani) e che questa settimana toccherà la montagna genovese. Questo primo ciclo, inserito nel Festival del pastoralismo di Bergamo 2016, rappresenta solo un inizio. Il progetto, avviato dal Centro studi valle Imagna e dal Festival del pastoralismo prevede una prossima rassegna di “Cucina delle Alpi” e poi ancora nuovi cicli spaziando da Nord a Sud dove esistono realtà di continuità e rinascita delle tradizioni agroalimentari e gastronomiche ancorate alla ruralità, alla storia del luogo, orgogliose di farne una risorsa per un nuovo sviluppo.

Il progetto procede attraverso l’invito a Cà Berizzi di una “delegazione” di un territorio specifico (un comune, alcuni comuni, una valle) contattato tramite un’associazione culturale, una pro loco, un ecomuseo. Della “delegazione” oltre a personaggi coinvolti nella valorizzazione del patrimonio, in studi sulla memoria locale, sulla cultura contadina e pastorale (ma al tempo stesso in progetti di sviluppo rurale), fa parte uno chef (ma può essere anche una “cuoca rurale” esperta delle preparazioni locali). Al di là del far gustare dei piatti chi viene a Cà Berizzi per questi eventi fa toccare con mano come nascono questi piatti, da che paterie prime (magari portandole anche da casa) e, soprattutto, da quale contesto “socioagricolo”, di scambi, di consuetudini.

Così è stato per i primi due incontri che, per i partecipanti, hanno rappresentato ben più di una “cena a tema”. Al primo incontro, del 29 ottobre,  ha partecipato Francesco Galiffa , prolifico scrittore in ambito storico-antropologico autore di libri di storia locale ma anche di cultura gastronomica che prendono spunto dall’esperienza locale per affrontare un tema a più ampio raggio. Così con il libro sulla capra, che comprende un ricettario unico nel suo genere oltre a una parte generale ricca di informazioni (Dentro la pentola la capra gongola. Associazione Culturale Ferdinando Ranalli, Grafiche Picene, Maltignano 2012). Successivamente ha scritto  “Sui vini cotti dell’Abruzzo Teramano”, in La ragion gastronomica, a cura di Costantino Cipolla e Gabriele Di Francesco (Franco Angeli, Milano 2013) e , di recente Nel regno dei legumi,  Marte editrice, Colonnella, 2016). Galiffa era accompagnato dal giornalista Rai Antino Amore che nella parte introduttiva della serata ha proiettato e commendato alcuni video realizzati dalla Rai regionale per Expo e dallo chef Lorenzo Ferretti del ristorante Palazzo ducale della Montagnola di Corropoli. Ferretti e Galiffa hanno commentato con grande disponibilità i piatti (agnello cacio e ovo e, il piatto  forte della cucina della val Vibrata: la capra alla neretese con i peperoni ma anche la zuppa di legumi con i fichi, frutto di una riscoperta di un antica ma radicata ricetta). Bello il dialogo con i partecipanti. I vini della cantina Montori  (in particolare il Montepulciano d’Abruzzo Fonte cupa) hanno contribuito per una parte non secondaria al successo della serata.

Dalla valle del Belice con una sconfinata passione per le pecore, il pascolo, i formaggio fatto bene

Il secondo incontro, del 4 novembre,  ha avuto per protagonisti i coniugi Cangemi dlel’omonomimo caseificio di Partanna (Trapani). Allevano 900 pecore belicine (della valle del Belice) e trasformano il latte (solo il loro) in due prodotti eccezionali: la vastedda e un pecorino siciliano superlativo. Calogero Cangemi ha prodotto la vastedda (un raro formaggio ovino a pasta filata) al momento, davanti agli occhi stupiti dei commensali, utilizzando una cagliata portata da casa in aereo.  Sia Calogero che la moglie Giovanna hanno trasmesso ai presenti il senso di una passione enorme per le pecore, per il loro lavoro. Fare il formaggio è un modo di esprimere sé stessi se si è nei maestri artigiani, specie se donne come Giovanna che  vive per il formaggio. Calogero tiene a sottolinerare le peculiarità di un pecorino poco salato, che dopo cinque mesi è ancora pastoso e già ricchissimo di note organolettiche. Fatto con latte di pecore alimentate al pascolo, con latte crudo, con caglio di agnello in pasta.  Un vero capolavoro figlio del territorio ma anche della personalità innovativa dei Cangemi che hanno iniziato a trasformare il latte molti anni fa quando la consegna ai caseifici garantiva un reddito più sicuro e meno responsabilità.

C’è ancora un evento da non perdere….

Per chi è interessato a queste esperienze vi è ancora un ultimo appuntamento di questo primo ciclo. Per venerdì 11 novembre. La serata di venerdì a Cà Berizzi sarà non è interessante solo per il menù ma anche densa di stimoli culturali per chi ha passione per la ruralità. Ospiti Massimo Angelini, editore, scrittore, ruralista, antesignano del recupero delle antiche varietà di piante coltivate (emblema la “quarantina” , la patata bianca dei contadini della montagna genovese). Un personaggio noto negli ambienti della nuova e vecchia agricoltura contadina, esponente della rete semi rurali e promotore e coordinatore della campagna per unalegge per il riconoscimento dell’agricoltura contadina. Angelini, cui va anche il merito di aver mantenuto in vita la tradizione degli almanacchi contadini con il Bugiardino è intellettuale del tutto anomalo,  prima di tutto perché non cerca la “visibilità” che tanto ossessiona intellettuali e sedicenti tali. E’ stato un antesignano del ritorno ad un ruralismo senza complessi di nferiorità (questo sito nasce dalla conoscenza delle idee di Angelini). Oltre alle “qualifiche” che abbiamo citato Massimo è molto altro e lo si scoprirà conoscendolo di persona. L’altra ospite d’onore (in cucina prima di tutto) è la signora (ottantenne) Rita Garibaldi, già cuoca dell’Antica Trattoria Garibaldi di Caminata in Valgraveglia, depositaria di molti segreti della cucina dell’entroterra montano ligure.  Una terra segnata dall’invecchiamento e dall’abbandono di un’agricoltura che non si prestava a convertirsi in agroindustria e che ha la sola prospettiva di morire o di affermarsi come nuova agricoltura contadina, un’agricoltura non “neo”, snob, chic, slow, ma saldamente ancorata ai valori contadini di sempre secondo la lezione austera di Angelini, apparentemente persino un po’ rigida se non se ne conosce anche il risvolto pacificato, religioso, sereno. Da queste persone possiamo aspettarci parole e cibi veri. Sicuramente diversi dalla “cucina regionale ad uso turistico”.

Venerdì 11 novembre terzo incontro interregionale di cucina pastorale e contadina  La montagna genovese e la sua cucina: patata quarantina e molto altro Bibliosteria di Cà Berizzi via Regorda 7, Corna Imagna (Bg) – caberizzi.it

    • Torta Baciocca e Prebugiun di Ne
    • Minestrone alla Genovase con i taglierini fatti a mano
    • Cima ripiena alla Genovese fatta al forno
    • Focaccia dolce di ricotta, pinoli e uvetta

Vini: Bianchetta Ligure – Musaico Dolcetto – Barbera

(ore 19: riflessioni con Massimo Angelini su alcuni miti fioriti intorno alla cucina tradizionale – ore 20: cena)

Euro 25,00 – prenotare al 3665462000 – info@caberizzi.it

Al Festival del pastoralismo di Bergamo 2016 tiene banco la capra

La mostra approfondisce lo “strano caso” della capra, animale oggetto di cicliche ondate di spregio e di considerazione in relazione alle vicende delle società e culture umane. Aperta da dal 5 al 27 novembre, cerca di trovare una spiegazione legata al ruolo della capra nei diversi contesti rurali e agronomici, ai simbolismi di cui è stata caricata, ai conflitti sociali e agli orientamenti ideologici che ne hanno sancito lo status. vengono esplorati aspetti poco conosciuti della storia sociale dell’allevamento caprino utili a comprendere il revival di questo intrigante animale a partire dal ’68.

Aperta il venerdì – sabato – domenica  dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 18:00
Presso la Sala comunale dell’ex Ateneo in Piazza Duomo (ingresso secondario Piazza padre Reginaldo Giuliani) A BERGAMO ALTA

info: cell. 3282162812 festivalpastoralismo@gmail.com  festivalpastoralismo.org/

(08.11.16) Il Festival, giunto alla terza edizione, quest’anno è dedicato alla capra. Era giunto il momento di trattare questo animale, il suo allevamento, i suoi prodotti in modo retrospettivo, alla luce di una storia del ruolo occupato dalla capra nelle società e nelle culture dell’uomo. Esercizio di erudizione? Assolutamente no, perché il fenomeno del ribaltamento – nel corso di pochi decenni – da un pregiudizio negativo ad uno positivo nei confronti dell’animale, del suo allevamento, dei suoi allevatori, dei suoi prodotti, rappresenta un fenomeno interessantissimo. 


La storia sociale della capra rappresenta un esempio trasparente delle implicazioni culturali, sociali e politiche della produzione agroalimentare

Un fenomeno che ci aiuta a capire come le relazioni tra uomo e i suoi animali, i sistemi agricoli, la produzione, trasformazione, consumo di cibo siano inzuppate di  implicazioni culturali, sociali e politiche. Non prenderne atto e continuare a pensare l’agricoltura in termini tecnici ed economici non aiuta ad affrontare problemi enormi che si chiamano insostenibilità ambientale dei sistemi agroalimentari, sudditanza alimentare. Pensare l’agricoltura in modo tecnocratico aiuta solo i poteri forti che da quando esiste la modernità coprono il loro interesse con l’argomentazione “scientifica”. Per capire cosa centri la capra con tutto questo bisogna considerare che il conflitto sociale sull’uso delle risorse agroalimentari, agrosilvopastorali è vecchio quanto la stratificazione sociale e la formazione delle città. 


Pochi esponenti della classe dominante hanno affermato con lucida  ferocia tecnocratica il loro interesse di classe  come gli illuministi. Cesare Beccaria è ricordato per le sue argomentazioni “buoniste” sulla pena capitale ma  pochi ne conoscono il lato ben poco buonista ben espresso quando fu chiamato a proporre “riforme” (con questo nome si è da allora cercato di far digerire provvedimenti antipopolari e antidemocratici) sui boschi. Il Beccaria, che non era solo uno “scrittore” ma era parte dell’apparato governativo dello stato di Milano asburgico. Nel 1783 propose di obbligare i comuni a vendere i boschi ai proprietari delle miniere e degli impianti di lavorazione del ferro (che utilizzavano molto legname) e di limitare drasticamente l’allevamento caprino.  La  politica “anticapre”  mirava a togliere ai montanari un mezzo  prezioso di sussistenza in modo da costringerli a diventare forza lavoro industriale o ad allevare bovini da latte entrando nell’economia commerciale. Durante il napoleonico Regno d’Italia le vedute tecnocratiche trovarono piena applicazione tanto che nel 1806 con un “bando delle capre” e nel 1811 con un regolamento generale dei boschi si cercò di sradicare completamente l’allevamento caprino. Con il ritorno degli austriaci la politica anticapre venne solo parzialmente mitigata attraverso la concessione di deroghe ai comuni montani più poveri ma limitando pesantemente il numero di capre mantenute per famiglia e “concedendolo” solo a quelle “miserabili”.


Di qui la sanzione di quell’associazione tra capra e miseria che si è tradotta nel motto: “la vacca dei poveri” (il titolo della mostra) e che ha condizionato  a lungo l’immagine dell’allevamento caprino e dei suoi prodotti. L’Ispettore generale dei boschi, Giuseppe Gauteri, un tecnocrate che restò al suo posto dopo il cambio di regime del 1815, nel suo trattato anticapre “Dei vantaggi e svantaggi delle capre in confronto alle pecore” legittimò anche sul piano del gusto la sua avversione per la capra sostenendo che il formaggio è per “palati rozzi” e per “miserabili” che intendono risparmiare sul sale.  Nel secolo scorso fu un altro regime ispirato dal giacobinismo (sia pure “di destra”) a combattere la capre.


Nel 1927 il fascismo che aveva già rese più severe le leggi forestali   lanciò la sua battaglia anticapre istituendo una tassa pesantemente progressiva. Chi aveva sino a 3 capre pagava 10 £ a capo che salivano a 15 (da 3 a 10 capi) e  20 (oltre 10).  A far applicare le norme anticapre vi era la Milizia Nazionale Forestale (sopra il Duce con i forestali). A conferma delle relazioni tra cultura, politica e allevamento caprino va aggiunto che la ripresa di interesse e favore per la capra degli ultimi decenni è un chiaro portato del movimento del Sessantotto.

Una storia sociale ma anche culturale e simbolica

Nel caso della capra, più che di altri animali l’influsso di fattori sociali, ideologici politici si è sovrapposto ad elementi di natura simbolica.  Divinizzata in alcune antiche religioni che nel loro pantheon avevano divinità con testa, corna e zampe di capra o che assegnavano alle capre il ruolo di cavalcature o di animali da traino di cocchi delle divinità la capra ha subito con l’affermazione della civiltà agraria e della stratificazione sociale un progressivo cambiamento di statuto simbolico che non è riconducibile solo all’influsso del giudeo-cristianesimo (con il “capro espiatorio” e la rappresentazione di satana con attributi caprini). Il dio Pan e i satiri sono già un elemento di una “decadenza” e di una marginalizzazione del “dio cornuto” personificazione della fertilità, del governo del caos, del potere cosmico e sovrano (come indicato dalla sovrapposizione tra corna e corona regale) sostituito dagli dei celesti.

La “divinizzazione” e la “demonizzazione” della capra nella sfera religiosa riflettono il passaggio da società neolitiche in cui a fatica i gruppi umani strappavano spazio alla foresta (in questo aiutati dalla capra) a società in cui lo spazio incolto si riduce e dalla gestione comune dei campi e dei pascoli si passa alla privatizzazione, alla recinzione, alla disuguaglianza di possesso della terra. In un regime di “comunismo di villaggio” i campi erano aperti al pascolo collettivo dopo le raccolte e il governo degli animali era oggetto di autoregolazione. In una gestione comunitativa tutti possedevano animali e terra e il danno alla proprietà privata non esisteva.

Una lezione contro i pregiudizi e l’assolutizzazione del presente, dell’esistente

Anche se tutta la storia umana è stata caratterizzata da continui cambiamenti (a differenza dell’immagine di un passato preindustriale quasi immobile) oggi il ritmo del cambiamento è rapidissimo. Di conseguenza nella vita di una persona è possibile assiste a sconcertanti rivolgimenti. Oggi i più anziani ricordano con riconoscenza nei confronti della capra di essere stati svezzati con il suo latte. I meno anziani “pensano” la capra in termini negativi, quale emblema di una miseria da esorcizzare. I giovani, immemori di tutto ciò, pensano che la capra sia una “nuova moda”. La mostra rappresenta un’occasione per giovani e anziani per riconnettere passato recente, passato remoto ad un presente che appare spesso ambivalente, incerto. Dal punto di vista apparentemente molto particolare della “storia sociale della capra” la mostra cerca di gettare luce su temi di interesse più ampio. Con l’obiettivo di aiutarci a comprendere il ruolo negativo del pregiudizio sociale e culturale e di guardare all’oggi e al domani senza essere abbagliati dall’esaltazione acritica della modernità e dei suoi miti.

Valtellina sana pro ribelli bitto

MOBILITAZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE VALTELLINESE CONTRO  L’ESPROPRIO DEL PATRIMONIO CULTURALE DEL BITTO STORICO
Non basta più  la resistenza dei ribelli del bitto ora serve  l’indignazione e la ribellione della società civile  
 
 
I PRODUTTORI STORICI “colpevoli” di essere fedeli a un metodo di produzione quasi millenario, “colpevoli” di rivendicare da vent’anni il legame tra il territorio storico e la denominazione SONO COSTRETTI ORA, in forza di un disciplinare voluto dalle istituzioni accondiscendenti alle lobby politico-industriali  A NON CHIAMARE PIU’ “BITTO” il loro formaggio. Una vergogna possibile grazie alla REGOLE EUROPEE e alle LOBBY locali ( ben ascoltate a MILANO e a ROMA). Ma non tutti ci stanno. Ecco l’appello dell’associazione italo-svizzera Amici degli alpeggi e della montagna a tutte le associazioni culturali e ambientali della Valtellina per una mobilitazione a favore del bitto storico
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Sondrio, 21.04.2016
La presente per invitare la Vostra associazione ad intervenire ad un incontro riservato ad una questione che riguarda uno dei prodotti più tipici ed emblematici del nostro territorio Valtellinese: il formaggio Bitto.
Non vi è qui lo spazio per riassumere una triste vicenda che si trascina da decenni e che vede contrapporsi da un lato chi difende il valore della tradizione e della tipicità del prodotto, dall’altro chi invece sposa visioni più moderniste e pragmatiche. L’incontro, del resto, non ha tanto lo scopo di prendere posizioni per l’uno o per l’altro contendente, quanto di difendere le ragioni della giustizia, aldilà di norme e regole che, laddove del tutto discutibili come nel caso in oggetto, possono e devono esser cambiate.
Per ragioni che verranno spiegate nell’incontro, queste norme e regole impediscono in questo momento ai produttori del Bitto storico, coloro che producono il formaggio negli alpeggi della zona di origine (Valli di Gerola e di Albaredo) secondo le antiche consuetudini, di chiamare con il nome Bitto il proprio prodotto. Ciò rappresenta un tradimento della storia, uno sfregio alla giustizia e un insulto per chi, rinunciando alle molte comodità offerte dalle tecnologie, si sottopone a fatiche e oneri aggiuntivi per conservare una risorsa straordinaria per il territorio Valtellinese, di cui beneficia l’intera economia locale.
Le istituzioni pubbliche preposte alla questione hanno dimostrato incapacità o mancanza di volontà nell’affrontare e risolvere il problema. Sono stati raggiunti in passato degli accordi, rivelatisi però poi sempre deludenti o fallimentari.
Come associazione che ha nel proprio mandato statutario la difesa e valorizzazione degli alpeggi e della montagna ci sentiamo in dovere di denunciare questa situazione e richiedere con fermezza alle istituzioni di trovare una via d’uscita, nell’interesse di tutta la comunità Valtellinese. L’incontro cui siete invitati ha lo scopo di verificare la possibilità di un’ampia aggregazione tra le realtà culturali e sociali che condividono un forte legame con il territorio, onestà intellettuale e desiderio di giustizia.
L’incontro si terrà sabato 7 maggio, a partire dalle ore 9, presso la casera del Bitto di Gerola, secondo il seguente programma:
  • Ore 9: ritrovo alla Casera di Gerola
  • Illustrazione della questione Bitto
  • Visita alla Casera
  • Confronto su possibili azioni comuni
  • Pranzo Valtellinese (costo 25 €)
Per ragioni organizzative occorre sapere chi si ferma al pranzo. Gli interessati sono pregati di dare comunicazione al presente indirizzo mail.
Ringraziando per l’attenzione e in attesa di incontraci, cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.
Associazione Amici degli Alpeggi e della Montagna
Il Presidente
Plinio Pianta
Il Presidente della sezione italiana
Giampiero Mazzoni

Alpeggi: un paradiso per i lupi,   un inferno per i pastori

(19.12.15) Dal convegno di Saluzzo del 17 dicembre emerge una nuova consapevolezza: il problema del lupo non è un qualcosa di isolato rispetto alle varie minacce contro la montagna, le sue comunità, le sue attività tradizionali. Il lupo è parte di un progetto politico di stampo neocolonialista e tecnocratico che fa leva sui Parchi e l’attacco alle autonomie locali

a cura di Adialpi

(18.12.2015) Si è svolto a Saluzzo presso l’Antico Palazzo Comunale, nella serata di giovedì 17 dicembre, il convegno “Il lupo sugli alpeggi” organizzato dall’Associazione Difesa Alpeggi Piemonte – Adialpi, per dare voce “a chi vive questa realtà ogni giorno attraverso il proprio lavoro” senza lasciarsi ingannare dalle tante parole (e denaro pubblico) spesi per i progetti sul lupo in Italia, finanziando enti, parchi ed associazioni, senza minimamente curarsi delle difficoltà degli alpeggiatori.

 

Convegno_Saluzz-12-2015

Ad aprire la serata è stato il Presidente dell’Adialpi, Giovanni Dalmasso margaro di Crissolo, che ha descritto le attività dell’associazione, la lotta alle speculazioni sugli alpeggi che hanno fatto innalzare i canoni di affitto dei pascoli, e l’attuale coinvolgimento nei tavoli della Regione Piemonte sulle scelte della politica agricola.

“Il lupo è una delle tante problematiche degli alpeggiatori – afferma Dalmasso – di cui se ne potrebbe fare volentieri a meno. Anche i nuovi parchi naturali che si stanno insediando in Piemonte non sono altro che un grattacapo per chi lavora in montagna, con nuovi vincoli, regolamenti e difficoltà per chi deve vivere in questo ambiente. La colpa è soprattutto dei sindaci di montagna che non si sono battuti per rappresentare i loro cittadini ma hanno guardato soprattutto al loro interesse.

Il lupo si era estinto dalla nostra regione agli inizi del ‘900, poi è stato reintrodotto, ora è tornato a creare danni, ad attaccare le mandrie e i greggi, mettendo in difficoltà i pochi allevatori rimasti sulle nostre valli.

E mentre si continuano a  sprecare milioni di euro per finanziare i numerosi progetti lupo come Wolfalps, i margari sono lasciati sempre più soli, incapaci di difendersi; gli stessi sistemi di difesa sono inefficaci: il lupo continua a predare gli animali, i cani da guardiani sono pericolosi per i turisti e i risarcimenti non sono sufficienti a pagare i danni subiti. Il nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia presentato dall’Unione Zoologica Italiana lo scorso 19 ottobre su incarico del Ministero dell’Ambiente è un altro esempio di errata gestione del problema, creato da un gruppo di esperti di lupi ma inevitabilmente inesperti in pastorizia. Stiamo rischiando di mettere a rischio il futuro dei pastori e di conseguenza, mancando il loro lavoro nella conservazione del territorio, avremo gravi danni per l’ambiente.”
L’intervento del professor Michele Corti, docente di zootecnia montana presso l’Università di Milano e rappresentante dei pastori lombardi, ha analizzato la diffusione del lupo non solo sulle Alpi e sugli Appennini ma a livello europeo è possibile notare, negli ultimi decenni, una grande diffusione del predatore. A differenza dell’Italia però, in quasi tutti gli altri Paesi sono stati autorizzati degli abbattimenti in seguito alle richieste del settore agricolo. Il lupo viene cacciato in Svizzera, Francia, Svezia e molti altri stati, nonostante il predatore sia tra le specie specialmente protette dalla convenzione di Berna e dalla direttiva Habitat.
“In Italia – spiega il professor Corti – sembra che l’abbattimento del lupo sia una parola da non pronunciare assolutamente, impossibile da realizzare in quanto la legislazione non lo permette. Il lupo ha trovato nelle nostre montagna un territorio pieno di cibo, in cui nessuno gli fa del male: il paradiso. Mentre per i pastori questa situazione si sta trasformando in un inferno. Ma è poi vero che il lupo è l’unica cosa importante e tutelata? Esistono molte altre convenzioni internazionali volte a tutelare le pratiche agricole, la biodiversità delle razze animali autoctone, la cultura locale, oltre a norme fondamentali che tutelano la sicurezza, la liberta economica, la proprietà. Tutte queste tutele, sono diritti che vanno difesi: non si può dare come unica priorità la conservazione del lupo ma serve il giusto compromesso.
Intanto il lupo sta arrivando in pianura e vicino alle grandi città mentre sui pascoli la situazione è insostenibile: le recinzioni non bastano, il lupo non si mangia solo le pecore ma in alcuni casi si sbrana addirittura il cane da guardia, gli indennizzi sono troppo bassi, spesso non concessi.
Le conseguenze? I pastori si stufano di denunciare le predazioni, molti alpeggi non vengono più pascolati, le misure di difesa si scontrano con il corretto utilizzo dei pascoli e il benessere animale.
Le soluzioni? Coordinare gli allevatori delle diverse zone interessate dal ritorno del lupo in Italia (Piemonte, Veneto, Toscana,..) e in Europa per scambiarsi informazioni, agire con azioni politiche e legali, mettere in atto progetti pro-pascoli, turismo rurale, prodotti, cultura alpina. Fare in modo che non siano le Alpi del lupo ma le Alpi dell’uomo.”
Il Presidente di Alte Terre, Giorgio Alifredi, in quanto allevatore della Valle Maira ha espresso la sua volontà nel potersi difendere in caso di attacchi: “Finché esiste l’allevamento e la pastorizia dobbiamo poter difendere i nostri animali dagli attacchi. Non pensate che il pastore abbia il tempo di andare a caccia del lupo, ma nel momento in cui un predatore attacca il gregge devo poterlo allontanare, non posso stare a guardare mentre si sbrana i miei animali, il mio lavoro.”
Alifredi ha poi esposto il “manifesto antilupo” redatto dalle associazioni AlteTerre e Adialpi con il quale si vuole portare alla politica europea quali sono le difficoltà che ha recato il ritorno del lupo sulle Alpi e quali provvedimenti occorre attuare per far si che la pastorizia non scompaia dalle nostre montagne. “L’unica soluzione efficace – riporta il documento – per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!”
Tra gli interventi anche Daniele Massella, allevatore della Lessinia in Veneto, che descrive la situazione delle vallate veronesi dopo l’arrivodei lupi: “Sugli alpeggi ci sono meno animali perché molti malgari non si fidano più a lasciare le vacche al pascolo, preferiscono tenerle in stalla, nonostante i costi più elevati. I risarcimenti non sono abbastanza alti, non si tiene conto del giusto valore genetico degli animali. La convivenza tra lupi e zootecnia è impossibile: occorre cambiare le leggi che lo tutelano altrimenti gli allevatori scompariranno dalle nostre montagne.”

 

Aiassa Tiziano, margaro di Limone Piemonte ha descritto la sua situazione: “Sono un allevatore di bovini di razza Piemontese. In cinque anni ho subito 30 perdite per attacco da lupo. I primi anni mi venivano risarciti. Ultimamente nemmeno quello: i veterinari dell’Asl, incaricati di fare le perizie delle predazioni in campo, non vogliono attestare che si tratta di attacchi da lupo e gli animali oltre i 3 anni non sono comunque indennizzati. Oltre al danno, veniamo messi in dubbio delle nostre dichiarazioni. Serve una controperizia oltre a quella dell’Asl per i casi in cui questa non sia sufficiente.”

  

Il sostegno all’iniziativa dell’Adialpi è arrivato anche dal vicepresidente di Federcaccia Piemonte,  Alessandro Bassignana che afferma: “Il lupo c’è e lo vediamo, si sta avvicinando alle città. In montagna il numero di animali selvatici è notevolmente diminuito dopo il ritorno del lupo. Sulla questione del ripopolamento e della sua possibile reintroduzione posso dire che, se il lupo delle Alpi dovrebbe teoricamente essere arrivato dagli Appennini, non si spiega il fatto che gli avvistamenti siano avvenuti diversi anni prima nel torinese che in Liguria.”

Pierangelo Cena di CIA Torino ha ribadito il suo appoggio alle iniziative per difendere l’attività dei margari sugli alpeggi: “Come organizzazione agricola ci siamo già impegnati nella raccolta firme contro il lupo sugli alpeggi. Siamo disponibili ad eventuali proposte. Il lupo ormai non è più in pericolo di estinzione, noi riteniamo servano nuove azioni per gestire il problema.”

Dal punto di vista politico, oltre agli interventi di vari sindaci locali che hanno sottolineato il loro ruolo all’interno del Coordinamento Gente di Montagna nato proprio per rappresentare le diverse problematiche del territorio alpino, è intervenuto Emiliano Cardia, rappresentante della segreteria dell’europarlamentare Alberto Cirio, che ha sottolineato la necessità di coordinare le proposte e le forze delle diverse associazioni agricole e di categoria affinché ci possa essere un fronte unico di proposte da avanzare alla politica. Sono infatti i politici che rappresentano il territorio che hanno il dovere e la possibilità di cambiare le regole laddove ci sono delle problematiche.

In conclusione della serata il Presidente Giovanni Dalmasso ha ricordato l’importanza di tutelare chi lavora in montagna, in particolare gli allevatori che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del territorio. Sulle nostre vallate non serve il lupo ma chi è indispensabile è l’uomo.

“Come associazione dei margari – conclude Dalmasso – continueremo a farci sentire per ottenere delle misure utili a difendere il nostro lavoro, collaborando con gli alpeggiatori anche delle altre regioni e portando alla politica le nostre proposte. Noi le idee le abbiamo chiare, dobbiamo solo far capire agli altri le nostre ragioni prima che tutti gli alpeggiatori se ne vadano dalle montagne.”

il manifesto antilupo del Piemonte

I pastori, allevatori, margari, contadini e gente comune della montagna piemontese, firmatari dell’appello No  Parchi, no lupi! diffuso tra le valli nell’autunno 2015, dichiarano  con forza quanto segue:

  • il ritorno “naturale” dei lupi sulle Alpi è un racconto propagandistico. Un’analisi genetica accurata e soprattutto indipendente potrebbe facilmente dimostrare l’origine est-europea della gran parte della popolazione di lupi alpini. I pochi lupi rimasti in Abruzzo negli anni settanta all’interno del Parco nazionale si sono diffusi sugli  Appennini, ma non spiegano la comparsa improvvisa nei primi anni novanta di lupi sulle Alpi marittime tra Italia e Francia (quando la Liguria ne era ancora del tutto priva), dapprima solo all’interno o in prossimità dei due Parchi regionali delle Marittime e del Mercantour, né tantomeno analoghe presenze negli stessi anni nel Parco di Salbertrand in Valle Susa. Per anni la presenza fu negata e le predazioni attribuite a cani rinselvatichiti, fenomeno mai esistito sulle Alpi occidentali.
  • lupi e pastorizia non possono coesistere nello stesso areale: i predatori vanno allontanati dalle zone di pascolo delle Alpi;
  • i lupi compromettendo il pastoralismo favoriscono l’avanzare dei boschi e riducono la biodiversità dei pascoli alpini;
  • lupi non più abituati ad essere cacciati dall’uomo diventano col tempo una minaccia reale alla vita umana (e non solo per i pochi montanari ma anche per i numerosi escursionisti);
  • l’uccisione, ora illegale, di lupi non è bracconaggio, ma legittima difesa della persona e degli animali. Occorre riconoscere il diritto naturale dell’allevatore alla difesa armata del proprio bestiame all’interno dei propri pascoli!
  • la colonizzazione dei lupi sull’intero arco alpino, auspicata e pianificata dal recente Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, redatto dall’Unione Zoologica Italiana per il Ministero dell’Ambiente, è un progetto folle e delirante per chi in montagna lo subisce, ma che nasconde interessi concreti di soldi e finanziamenti per chi lo propone;
  • I “Parchi naturali” sono lo strumento amministrativo con il quale tali politiche falsamente ambientaliste vengono imposte alle comunità locali: vanno semplicemente aboliti, risparmiando risorse che potrebbero impiegarsi in modo ben più proficuo per la tutela dell’ecosistema e del paesaggio alpino, da secoli incentrate sull’opera dell’uomo contadino;
  • la responsabilità ultima della colonizzazione dei grandi predatori sulle Alpi ricade sulle politiche europee. L’unica soluzione efficace per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!  

 

Cibo e identità locale: la rete si concretizza

(08.12.15) Dopo l’uscita del libro “Cibo e identità locale” , ricerca partecipata con soggetto sei cibi di comunità si è avviato un interessante processo di costruzione di una rete dei cibi di comunità. In occasione degli incontri di presentazione del libro, ma anche del tutto spontaneamente, si sono infittite le relazione tra i protagonisti della ricerca. A Gandino l’11 gennaio si farà il punto di questi sviluppi e si aprirà una fase nuova di questa storia di ricerca-azione

di Michele Corti

Con la presentazione del libro “Cibo e identità locale”   alla libreria Tarantola di Brescia del 7 dicembre (seguita da un folto e attento pubblico) l’attività di “restituzione” alle località protagoniste è quasi completata (manca solo Gerola alta dove la presentazione si terrà durante il periodo natalizio).   

Magnifici sei (prodotti agristorici, agrisociali, agriculturali)

Dopo la presentazione di Gerola si aprirà (ma di fatto si è già aperta) una nuova fase.  Con la prossima riunione dell’11 gennaio a Gandino quando le sei realtà (aperte alla presenza di new entry come quella di Nova milanese) l’iniziativa non sarà più stimolata dagli autori della ricerca ma del gruppo di lavoro che riunisce i vari sistemi di produzione agroalimentare locale (con le loro componenti amministrative, produttive, culturali). La ricerca, però, non finisce, si pone come elemento di autoriflessione, di analisi condivisa tra studiosi e soggetti locali nel solco di uno scambio (anche di ruoli) che, almeno sinora, è risultato stimolante.

Nel mentre procedevano le presentazioni del volume si è già concretizzata una rete embrionale grazie a  interessanti iniziative che hanno coinvolto le località protagoniste dei sei “casi di studio”. Queste iniziative, nate dalla spontaneità di relazioni dirette, vanno nella direzione di una rete basata sulla condivisione non tanto di regole quanto di una filosofia, di un approccio al cibo locale quale leva di azione locale e di rigenerazione comunitaria.

Insieme in Provenza

Tra le iniziative più interessanti da segnalare la partecipazione del mais spinato di Gandino, del bitto storico di Gerola e del grano saraceno di Teglio al “Comice agricole” evento svoltosi il 4-6 settembre a Saint Pierre de Chaundieu, comune della Provenza gemellato con Mezzago. A settembre l’asparago rosa non c’è e il comune di Mezzago ha pensato allora di estendere l’invito agli altri membri del circuito “Cibo e identità locale”. Un’occasione che ha visto la partecipazione diretta di quattro realtà mentre altre due erano comunque presenti con i loro prodotti. E così in terra di Provenza si è sperimentato con successo (a detta dei francesi) l’abbinamento tra vino della Pusterla e asparagi di Mezzago.

La partecipazione alla Festa agricola in Provenza rappresenta un  l’esempio di come la rete “Cibo e identità locale” sia in grado di generare condivisione di reti. Piuttosto che un circuito chiuso in sé stesso esso è un circuito che stimola la crescita di relazioni reticolari e il raccordo tra esse. Gandino con il suo ormai meritatamente famoso “spinato” è un centro propulsore di reti di mais antichi a raggi concentrici (da quelli lombardi a quelli di mezzo mondo). Mezzago è in relazione anche in questo caso con gli altri “luoghi dell asparago” (Cantello, Cilavegna) in Lombardia ma anche in Europa. Il vigneto Capretti/vino della Pusterla è il fiore all’occhiello della rete dei vigneti urbani (civici o privati che siano).  Il grano saraceno di Teglio rappresenta l’unica varietà autoctona italiana della fagopiracea ma attraverso Pro Specie Rara (associazione svizzera) è in relazione con esperienze alpine di recupero di antiche piante coltivate e, attraverso Gandino, con le dinamiche esperienze di recupero di antiche varietà di mais e altri cereali che stanno sviluppandosi in Lombardia e anche in altre regioni del Nord Italia.Il bitto storico è in relazione con diversi presidi Slow food e formaggi legati ad esperienze di “resistenza casearia”, partecipa anche a iniziative internazionali di Slow Food e, insieme allo stracchino all’antica di Corna imagna, partecipa alla rete dei “Formaggi principi delle Orobie”. Abbastanza per concludere che dall’incontro di queste sei (quasi sette) realtà può nascere un movimento sul cibo locale.

Realtà aperte perché consapevoli della propria identità e del proprio patrimonio

Come avevamo indicato nelle conclusioni del libro sarebbe del tutto fuoristrada chi volesse identificare nei “nostri” casi degli esempi di approccio nostalgico alla memoria e al patrimonio locali o, ancor peggio, casi di “localismo difensivo”, arroccati nella difesa di tradizioni statiche e di una malintesa mistica passatista.

Capaci di relazionarsi con il proprio passato, di valorizzare la propria identità in forma dinamica e aperta queste comunità , queste esperienze di produzione agroalimentare, pur se piccole, manifestano un grande grado di apertura e di relazioni internazionali .

Innescati dalla ricerca e dal libro partono una serie di rapporti

Le presentazioni del libro – tutto fuorché una “restituzione” formale di una ricerca accademica convenzionale – hanno rappresentato ulteriori occasioni per “incrociare” le diverse esperienze, raccontate direttamente dai protagonisti, e per infittire i rapporti ma questi ultimi si sono sviluppati anche per altre strade. Il 22 novembre un pullman carico di mezzaghesi,  è arrivato per iniziativa della pro loco a Gerola alta per visitare il Centro del bitto storico. Al di là delle differenze ovvie tra una realtà di montagna e una di pianura vi è l’interesse vivo in questi contatti a scambiarsi idee e formule sulla “neoagricolatura”. Fatta in montagna contrastando l’abbandono con le razze autoctone e la riscoperta di tecniche tradizionali o nella pianura minacciata dall’ulteriore espansione della conurbazione milanese o in città l’agricoltura “di luogo” ha in tutti i casi bisogno di formule ben diverse da quelle dell’agricoltura industriale glovbalizzata, formule che – senza dimenticare la sostenibilità economica – sappiano far leva su risorse e valori sociali. Così la coop di Mezzago, che dopo tutta una fase storica decide di ritornare alla vocazione agricola, e il consorzio degli alpeggiatori del bitto storico scoprono di avere problemi e forse anche risposte in comune. E si è parlato anche di iniziative comuni (tanto interessanti da non dover essere “bruciate” con anticipazioni).

Casi unici (o no?)

Tutti questi contatti “bilaterali” e “multilaterali” vanno visti come una bella opportunità. Ognuno dei sei “casi” ha una sua forza, una storia che può insegnare qualcosa, una capacità di trascinamento. La forza anche di persone con una forte carica di passione e determinazione che conferisce loro anche carisma e capacità di trascinamento.  Si tratta di casi in un certo senso “speciali”. C’è una sola realtà che grazie ad un attaccamento particolare alla cultura del grano saraceno ha saputo preservare una varietà autoctona, ovvero Teglio. Non ci sono vigneti urbani grandi e come quello Capretti. Non c’è un formaggio come il bitto storico che riesce a inventarsi un movimento di opinione a suo sostegno.  Non si vedono facilmente realtà come Mezzago con un circuito così virtuoso tra amministrazione, attività agricole e sociali.  Non ci sono molte realtà come Corna Imagna dove un centro culturale promuove la rinascita agricola e opera direttamente anche in ambito turistico-gastronomico. E tanto meno un’altra realtà come Gandino che da una vecchia spiga di mais ha saputo costruire un progetto da molto ammirato (e invidiato) di valorizzazione agroalimentare e turistica. 

Nuovi casi “autocandidati” ad entrare nella rete 

Gli autori del libro ma anche i protagonisti delle esperienze di Corna, Mezzago, Gandino, Teglio, Brescia sono consapevoli che queste esperienze, prese ciascuna per la propria specificità, ricchezza e suggestione ma anche nel loro insieme (per quel che di comune rappresentano) possono rappresentare uno stimolo, un modello per tante altre realtà, note e meno note, tutte  potenzialmente capaci di partecipare ad una rete con una filosofia comune. All’inizio della ricerca (che risale al 2010) le sei località che poi vennero prese in esame appartenevano ad una rosa di casi più ampia (18 casi). Noi scegliemmo quelle più emblematiche, più promettenti, più ricche alla luce di una pluralità di valenze agricole, sociali, culturali. Ma sarebbe di grande interesse prendere in esame altre realtà.  Tra esse (ma l’elenco non è esaustivo) vi potrebbero essere le seguenti:

  • i formaggi caprini di Veddasca
  • l’olio di Sant’Imerio di Varese
  • le pesche di Monate
  • le castagne e derivanti di Brinzio
  • i missoltini della Tremezzina
  • la patata di Starleggia
  • l’olio di Perledo
  • la cipolla rossa di Breme
  • la zucca bertagnina di Dorno
  • la rapa di Lozio
  • il Cuz di Corteno Golgi
  • le castagre e derivati di Paspardo
  • i cereali antichi di Cigole
  • il bagoss di malga di Bagolino

Al di là delle località “di seconda linea” che, però, una volta esaminate potrebbero rivelare interessanti sorprese e risultare altrettanto intanto cariche di valenze e potenzialità si sono affacciati alla ribalta nuovi casi. Quello di Nova milanese è paradigmatico. Nel contesto di una apparentemente disperante realtà di un territorio dove solo alcuni “pori” non sono stati impermeabilizzati e cementificati è nata una nuova esperienza di cibo di comunità . Troppo recente per essere ricompresa nel libro. Nel 2015 sono stati seminati a mais della varietà tradizionale Marano 3 ha di terreno recuperato da una ex cava e, nonostante la siccità, una piccola produzione di farina è stata ottenuta. Il tradizionale pan gialt (di farina di mais e segale) è stato prodotto per la prima volta dopo chissà quanto tempo con farina km 0 che reca il marchio del comune e dell’ecomuseo (realtà recente ma sorta dall’esperienza di lavoro culturale trentennale dell’associazione “Il cortile” presieduta da Mariuccia Elli).

A Nova quest’autunno si è seminata anche la segale, ci si è messi in contatto con Gandino (e attraverso Gandino  con il CRA-MAC) di Bergamo inserendosi nel circuito dei “paesi dei mais antichi”. Operazioni che hanno potuto realizzarsi grazie all’embrionale rete del “Cibo e identità locale”, anche grazie all’incontro del 17 maggio di presentazione del libro al quale era partecipe, come in altre presentazioni,  Antonio Rottigni, uno dei papà del mais spinato con una grande disponibilità a porsi come una risorsa per l’attivazione di relazioni comuni.

Microrealtà capaci di dire qualcosa sugli enormi problemi dell’oggi

Qualcuno continuerà a sorridere di fronte alle cifre di queste esperienze (da una parte investimenti di 3 ha, dall’altra di 10 o 15). Anche il bitto storico che pur interessa centinaia di ha di pascoli in realtà è legato a quelle 1000 forme “Gran riserva” destinate all’invecchiamento e custodite come reliquie nel “Santuario del bitto”. Sorrida pure. Poi, però, deve spiegare perché grandi aziende con centinaia di capi in lattazione con la “genetico” top, la tecnologia up to date, che consegnano decine di tonnellate di latte al giorno dicono di non farcela più mentre i nostri casi hanno bilanci in attivo e i sia pure piccoli fatturati in espansione. Con la differenza che se guardiamo i bilanci ambientali, sociali, culturali, etici i nostri casi presentano larghi attivi, le imprese super efficienti iper industrializzate bilanci etici, ambientali, sociali, culturali in rosso.

La grande differenza tra la “filosofia” della rete del “Cibo e identità locale” e l’agricoltura tradizionale è che pur non dimenticando la sostenibilità economica tutti i nostri casi hanno messo al primo posto obiettivi non economici ma che alla lunga si traducono in implementazione di capitale sociale, umano, territoriale (e quindi anche in valori economici nel contesto di un’economia non speculativa ma che sa lasciare spazio alla società e non intende assimilarla  senza residui al mercato).

Se pensiamo solo a quella grande occasione sprecata che in Italia rappresentano le sagre di tradizione le nostre economie di luogo possono essere in grado di generare importanti valori turistici ed economici. Oggi le sagre di tradizione sono sommerse e confuse in un mare di eventi commerciali che creano una “nebbia” comunicativa tale da precludere al turista, in particolare straniero, di discernere il grano dal loglio. I tentativi di qualificare le sagre e di regolamentarle sinora non hanno avuto successo. L’unica soluzione è quella di una rete autocertificata che non parta dalla sagra ma dal cibo di comunità. Un cibo di comunità possiede caratteristiche tali da garantire senza il bisogno di ulteriore legiferazione per attestare la qualità delle sagre che i protagonisti di quelle comunità organizzano.

Un messaggio che può coinvolgere tante comunità, in montagna, in collina, in pianura, nelle città

La sfida d’ora in poi è quella di dimostrare che se, da una parte, è vero che i “nostri” casi hanno una marcia in più rispetto a molte altre comunità “sedute”, senza orgoglio, senza idee, è pur vero dall’altra che ci sono giacimenti insondati di risorse agriculturali e agrisociali da far emergere e che non c’è realtà locale che non riesca, se ne ha la volontà,  a trovare in sé stessa risorse preziose. Un cibo, una coltivazione, una preparazione alimentare spesso sono la scintilla di iniziative di aggregazione, di nuova economia, di una sfida eterodossa al grigiore dell’uniformità, delle monocolture, della dittatura dei mercati globali e delle tecnologie che ne supportano la penetrazione.

 

 

Festival del pastoralismo in dimensione “panorobica”

Domenica 8 novembre prende avvio nell’ambito della seconda edizione del Festival del pastoralismo una serie di conversazioni sui temi di carattere storico-culturale legati all’alpeggio  considerato non quale elemento isolato, legato a una residuale economia tradizionale ma quale elemento fondante per la vita, la cultura, la realtà simbolica delle comunità alpine.
Dopo un periodo di declino questa realtà conosce un rilancio. Quello che è più interessante e confortante è il fatto che esso riguarda forse più l’aspetto cultuale e identitario che quello strettamente economico.  Se questo avviene è per via del profondo duraturo significato che per secoli e millenni l’alpeggio ha assunto.
Il significato delle conversazioni (che si terranno alla Sala della Porta Sant’Agostino a Bergamo alta) riguarda anche una ritrovata (almeno negli auspici) dimensione “panorobica”.  Con la moltiplicazione di contatti e scambi tra versanti che gli sviluppi moderni politici e infrastrutturali avevano annullato. Sull’asse dell’antica Via Priula..
Qui il programma del ciclo di conferenze che vedrà anche un altro relatore delle Orobie valtellinesi, Cirillo Ruffoni, storico gerolese.

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