La Svizzera torna alla carica: togliere la super- protezione internazionale per il lupo

(30.08.17) La Svizzera torna alla carica per ottenere una revisione della Convenzione di Berna. Il 23 agosto 2017 il Consiglio federale (governo) svizzero ha approvato la proposta di rinegoziazione con il Comitato permanente della convenzione internazionale di Berna tendente a declassare il lupo  da “specie assolutamente protetta” (Allegato II) a specie faunistica “protetta” (Allegato III). La proposta era stata avanzata da canton Vallese al parlamento ed aveva avuto, dopo alterne vicende e votazioni, il parere favorevole della commissione incaricata di esaminarla del Consiglio degli stati (camera alta). L’iniziativa svizzera avrebbe certo più forza se affiancata da altri paesi come Francia e Italia ma la politica è ostaggio della demagogia animalista e della tecnocrazia verde.

 
Il Consiglio federale, approvando la richiesta di revisione della Convenzione,  ha quindi incaricato il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) di inoltrarla al Consiglio d’Europa entro fine luglio 2018. Va ricordato che una precedente analoga proposta della Svizzera era già stata respinta, nel 2006, dal comitato permanente della Convenzione di Berna secondo il quale le deroghe previste dalla convenzione stessa risulterebbero adeguate alla soluzione dei problemi di “coesistenza” con le attività d’allevamento.
Di fatto, però, stante il regime di “specie assolutamente protetta” l’attivazione delle misure di controllo da parte dei cantoni è condizionata da complesse procedure e dall’autorizzazione dell’UFAM (l’ufficio federale per l’ambiente). Le limitazioni legali al controllo del lupo hanno consentito alla specie, presente nel Vallese sin dal 1995, di stabilire, a partire dal 2012 il primo branco (del Calanda) nei Grigioni (foto sotto).


Nel 2015 si è avuta una cucciolata in Canton Ticino, al confine con la provincia di Como e, nel 2016 nel Vallese. Con al formazione dei branchi (che rapidamente tendono a “gemmarne” di nuovi) la popolazione lupina svizzera, ancora limitata a 50-60 esemplari, conoscerà nei prossimi anni una forte espansione e non è difficile prevedere un forte conflitto con le attività zootecniche e pastorali. La situazione è quindi fortemente mutata rispetto al 2006 quando la Convenzione di Berna (che decide sulla base dei pareri degli esperti conservazionisti) rispose picche alla richiesta svizzera precisando che  le disposizioni derogatorie dell’articolo 9 della Convenzione  sono sufficienti per far fronte ai problemi legati al lupo sia in Svizzera che in altri Paesi. Ma le cose sono cambiate anche negli altri paesi. 


In Francia l’aumento del numero dei branchi e dei capi predati (nel 2016 ottomila ovini) non si arresta nonostante che, dopo qualche anno di “rodaggio”, le quote di abbattimenti autorizzate dalle prefetture vengano finalmente raggiunte. 

Il fatto è che il lupo gode nei nostri paesi (Italia, Svizzera, Francia) di  condizioni favorevoli, che consentono un’elevato tasso di natalità. Perco e Forconi (2016) stimano in un prelievo del 20-25% della popolazione (legale o illegale che sia) la quota di rimozione necessaria a contenere l’aumento della popolazione e l’acuirsi – sino a raggiungere livelli insostenibili –  del conflitto con le attività zootecniche e venatorie. Il controllo illegale annuo viene stimato da questi autori pari a 900 capi (il 50% della mortalità totale), molto superiore a quello “lamentato” dal WWF, che, paradossalmente,  accusa i bracconieri di  eliminare “solo” 300 lupi.  Dal momento che per il WWF i lupi in Italia sono, al più, 1500 esso è costretto a sottostimare il “bracconaggio”. Per non perdere la faccia. 

Una squadra incaricata del controllo del lupo in Francia

 
Una convenzione anacronistica che punta a favorire il rewilding

Mantenere lo status di specie assolutamente protetta per il lupo oggi, nel 2017, sulla base di una Convenzione internazionale elaborata nel 1979, quando il lupo era a rischio in estinzione anche in Italia (ed era scomparso da tutta l’Europa occidentale con l’eccezione della Spagna) che senso ha?  La spiegazione è semplice: è funzionale non più alla salvaguardia della specie (obiettivo superato) ma alla ricolonizzazione da parte della stessa di territori dove non era più presente da 1-2 secoli e all’aumento di densità dove era già presente. Un giochetto sporco. Che la politica e gli apparati burocratici governativi tendono ad avallare.
Sostenere che “tutto va bene madama la marchesa”, che la “convivenza” è possibile anche in regime di “super-protezione” (bastano le magiche misure di prevenzione) è l’espressione ideologica di un profondo disprezzo per le popolazioni delle aree montane e interne e la spia di un disegno tecnocratico di desertificazione della realtà rurale, da annullare in nome del rewilding.
Non si spiega altrimenti il dogma del “il lupo non si può toccare” che suona assurdo e provocatorio in Italia, il paese con il più elevato rapporto lupi/popolazione umana d’Europa, dove viene eliminato illegalmente un migliaio di lupi all’anno, dove  l’esasperazione degli allevatori (dal Veneto alla Toscana) è arrivata a quei livelli di guardia che preludono alla disobbedienza civile.

Il lupo disgrega il senso civico e il rapporto tra cittadini e istituzioni

Forse, però, più che la crescita di tensione in Italia, il partito del lupo dovrebbe riflettere su ciò che accade in Svizzera. Anche in Svizzera, nonostante la popolazione lupina sia ancora modesta, l’impatto del lupo sulle strutture della coesione sociale e civica è dirompente, mentre si radicalizza l’avversione contro tutto quando sa di ambientalismo e animalismo. Chiusi nella loro torre d’avorio, fatta di altezzosa autoreferenzialità, di artificiale separazione tra fenomeni biologici e realtà sociale (coerentemente con l’assunto che l’uomo è una specie nociva da eliminare), gli adepti del partito del lupo (in Italia come in Svizzera appartenenti all’unica internazionale lupista) non si pongono neppure il problema della distruzione di capitale sociale e civico che sta avvenendo nella virtuosa Svizzera. Sono valori che a loro non interessano.
Non si rendono conto che le “classiche” contrapposizioni ideologiche che in passato hanno rappresentato un problema doloroso per l’Italia (ma anche per la Francia), rischiano di insinuarsi oggi anche in Svizzera sotto la forma dell’esasperata contrapposizione tra l’ideolgia verde di matrice urbana e il tenace attaccamento ai valori legati alla montagna e all’agricoltura.
Una contrapposizione che, al di là delle violente proteste dei pastori francesi e dei lupi impiccati ai cartelli stradali in Italia, rischia di essere più lacerante e divisiva nel profondo del tessuto sociale proprio in Svizzera. Non solo la Svizzera è meno immunizzata dalle passate stagioni di odio ideologico, ma va anche tenuto conto che qui il rapporto di forze è meno inuguale rispetto all’Italia, dove la cultura rurale è considerata subcultura di gruppi subalterni.  In Svizzera la cultura rurale e l’alpinità sono costitutive dell’identità nazionale e ciò fornisce una solida base di legittimazione alla protesta anti-lupo, accolta da non pochi cantoni. La prospettiva è di un confronto aspro proprio 
perché si scontrano forze bilanciate che possono sperare entrambe di prevalere impegnandosi nella lotta.

La crescita del bracconaggio in Svizzera

In Italia è normale, quindi tutto sommato meno destabilizzante, che il suddito dello stato (in Svizzera è pur sempre un cittadino) si faccia giustizia da solo. In Italia i lupi sono esposti come macabri trofei, forma disperata di protesta e resistenza sociale contro la casta politico-amministrativa. La protesta anti-lupo in Italia è legittimata dal fatto che, di fronte alle aziende zootecniche che chiudono, la casta preferisce ribadire che “il lupo non si può toccare”. Lo fa perché sensibilissima alla demagogia ambiental-animalista, perché l’ambientalismo di facciata è un comodo camouflage per le peggiori speculazioni (vedi biomasse e bioenergie), perché teme che la concorrenza (partitica) possa intercettare il voto animalista.
Lo fa mentendo spudoratamente, perché la Convenzione di Berna e la direttiva 
92/43/Ce del Consiglio del maggio 1992, meglio nota come Habitat, consentono il controllo legale del lupo in caso di gravi danni economici, di tutela della sicurezza, di grave danno alla fauna ecc. Sarebbe istruttivo far leggere ai politicanti italiani, che continuano imperterriti a recitare il “non si può toccare”, le motivazioni con le quali il comitato permanente della Convenzione bocciava la precedente richiesta svizzera sostenendo l’efficacia delle deroghe di cui all’art. 9. Una vera commedia. Hanno ovviamentre torto sia i politici italiani (“il lupo è intoccabile”) che la convenzione di Berna (“le deroghe se attuate sono sufficienti”).



Che le deroghe non siano sufficienti lo dimostra proprio il caso svizzero. Pochi sanno che, nell’ultimo anno, il prelievo illegale del lupo in Svizzera ha superato quello legale. A fornire ulteriori motivazioni ai “bracconieri” la vicenda del lupo M75, responsabile di oltre 50 predazioni, che i guardiacaccia per parecchi mesi cercano inutilmente di abbattere. A conferma poi che il dato culturale non c’entra e che, a qualsiasi latitudine, il pastore imbraccia il fucile quando i predatori minacciano la sua attività, va rilevato come il controllo illegale del lupo in Svizzera interessi sia i cantoni di lingua tedesca che quelli di lingua romanza. Conta solo l’intensificarsi delle predazioni e la percezione che le istituzioni, la burocrazia, abbiano (o vogliano avere) le mani legate. Anche in un paese ai vertici per la cultura della legalità.

Lupi abbattuti in Svizzera

19 07.03.2016 VS Raron maschio adulto M63 bracconato
20 16.03.2016 GR Sils i.D maschio adulto M67 bracconato
21 28.07.2016 UR Attinghausen maschio adulto M68 ucciso legalmente
22 23.12.2016 VS Ergisch femmina subadults ? ucciso legalmente
23 22.02.2017 VS Val d’Annivers femmina adulto F16 bracconato
24 22.06.2017 FR Jaun femmina adulto F13 bracconato

La “strategia lupo” svizzera, che pareva fornire qualche garanzia agli allevatori (regola della 35esima pecora predata), con la diffusione dei branchi e la regola che – nel loro areale – si possono toccare solo i giovani sub-adulti,  pare arrancare. Così il prelievo legale in Francia è diventato più incisivo che in Svizzera. Tale prelievo, che non è comunque in grado di contrastare l’espansione territoriale e l’aumento del numero di lupi, è comunque valso a ridurre l’incidenza del controllo illegale ridottosi a una frazione minima del  totale a partire dal 2014-2015. Quando il partito del lupo sostiene che il controllo legale non inbisce e tanto meno sradica quello illegale, esso mente sapendo di mentire.



Riconoscere la nuova realtà di fatto (o ammettere di voler usare il lupo per imporre il rewilding)

La mancata revisione della Convenzione di Berna, ovvero una nuova risposta negativa alla Svizzera e a coloro che chiedono il declassamento del lupo, suonerebbe quale conferma che la tecnocrazia verde intende proseguire in modo cinico la politica di rewilding attraverso l’espansione dei grandi predatori. Se, negli anni Settanta, i paesi in cui il lupo era estinto, o era a rischio di esserlo, rappresentavano la maggioranza dei 27 paesi membri della Ue, oggi la situazione si è ribaltata. Senza lupi è rimasta solo l’Irlanda (non contando più il Regno unito).  Al momento della firma della convenzione 12 paesi, dove il lupo era presente, firmarono la Convenzione con la riserva che, per essi, esso continuasse ad essere semplicemente “protetto”. Così in paesi come la Grecia e la Spagna il lupo ha continuato ad essere cacciato da allora ad oggi.
Oggi l’attribuzione generalizzata di un grado di protezione inferiore consentirebbe di assegnare a questo animale uno status uniforme in Europa tale da rispecchiare la nuova condizione della specie.  I 12 Paesi potrebbero di conseguenza ritirare la riserva mentre nulla vieterebbe ai paesi che intendessero applicare una protezione più rigorosa, di mantenerla. Va aggiunto, per concludere, che la Svizzera non è sola. Nel 2016, quando si trattava di ammansire i pastori che volevano bloccare il Giro di Francia, la ministra dell’ambiente, Ségolène Royal, promise di inoltrare una richiesta di revisione analoga a quella svizzera riconoscendo la validità dell’iniziativa. Salvo rimargiarsi tutto di lì a pochi mesi.
In compenso un rappresentante dello stesso partito (Psf) della Royal, Eric Andrieu, membro della commissione agricoltura del Parlamento europeo si feve promotore di una richiesta di revisione. La Commissione europea rispose, come prevedibile, che le deroghe consentono di abbattere i lupi in caso di gravi danni ecc. e che il conflitto va prevenuto utilizzando i fondi per lo sviluppo rurale per le misure di prevenzione.
Questa è la “dottrina lupo” europea dettata dal politically correct. Peccato che la realtà dica che il lupo impari ad aggirare rapidamente molte misure preventive continuando a colpire nel mentre pastori e allevatori si vedono aggravati, a volte in modo insostenibile, dei costi (non solo economici e non certo tutti compensati) della “prevenzione”. Quanto più un allevatore, un pastore, si blinda, quanto più i lupi prenderanno di mira altri allevatori e pastori in una rincorsa senza fine alla “militarizzazione”. Una rincorsa che non porta da nessuna parte salvo alla chiusura, azienda dopo azienda, pascolo dopo pascolo, delle attivita zootecniche estensive e pastorali. Quello che vuole il partito del lupo per il quale la presenza di queste attività è un ostacolo, un disturbo, per il suo totem.

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Il «ritorno allo stato selvaggio» («Rewilding»): parchi e insediamento di grandi predatori

di Georges Stoffel*

*Georges Stoffel, Avers, Grigioni, Svizzera, Aprile 2017

Georges è un contadino bio e un alpeggiatore di Avers, isola walser ai confini dell’Italia (Sondrio) e della val Bregaglia.  Georges alpeggia a un passo dalla val di Lei dove caricano le alpi gli allevatori di Piuro (località vicina a Chiavenna). Un vero “vicino di casa” che si batte con vigore contro la reintroduzione dei grandi predatori e il parco dell’Adula (il massiccio di 3400 m tra Ticino e Grigioni). Dalla parte di qua del confine ormai i parchi sono stati già istituiti ovunque possibile, ma l’approfondita analisi di Georges sul rewildering e la governance dei grandi predatori, figli di un unico disegno internazionale delle lobby ambientalista che mira esplicitamente ad abolire l’agricoltura di montagna in vaste aree. Un progetto dogmatico, calato dall’alto secondo uno stile e una prassi totalitarie (traduzione dal tedesco di Remo Calcagnini).

S’il existe une espèce en voie de disparition dans notre Arc Alpin, c’est l’Homme Alpin, qu’il faut protéger. Dichiarazione di Georges Sfoffel all’incontro al col du Glandon in Francia (tra Oisans e Maurienne ) del 19 agosto 2017

Il rewilding ottenuto con l’insediamento dei grandi predatori severamente protetti conduce alla scomparsa del paesaggio alpino secolare, caratterizzato da una biodiversità unica nel suo genere, creata dall’economia alpestre

Veniamo al sodo. Con il nuovo problema dei grandi predatori l’approccio relativo all’adesione a un progetto di parco assume oggi una dimensione del tutto diversa di alcuni anni o decenni fa. Al tempo che si è firmata ingenuamente la Convenzione di Berna, promossa dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), che prevede la protezione totale del lupo.
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In quell’occasione non si era assolutamente coscienti di cosa avrebbe significato il ritorno dei grandi predatori. Allora di lupi non ne esistevano, o solo singoli esemplari, e perciò non si registravano danni agli animali da reddito, o quasi. Nessuno immaginava che l’IUCN avesse  progettato e messo in atto sistematicamente e di nascosto il reinsediamento del lupo. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.

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In questi ultimi due anni la situazione è cambiata drasticamente, poiché gli attacchi perpetrati in Svizzera dai lupi a scapito degli animali da reddito sono in forte aumento. Oggi si suppone che in Svizzera si sia in presenza di 30-50 lupi, che ogni anno aumentano del 30%. Le gravi conseguenze per l’economia alpestre in Francia, con una popolazione di lupi di circa 300 esemplari e con 10.000 attacchi mortali all’anno, non promettono nulla di buono. L’economia alpestre svizzera si estende su 560.000 ettari di pascoli alpini, che corrispondono a 1/3 della superficie agricola utile. In 7.300 aziende alpestri si estivano 600.000 animali. Queste risorse naturali di erba permettono, senza aggiunta di foraggio, la produzione di 100.000 tonnellate di latte, il 60% delle quali viene trasformata in circa 5.200 tonnellate di formaggio.

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In tempi più remoti i parchi godevano del consenso generale. Oggi però, considerando la presenza dei grandi predatori, che mettono a rischio l’esistenza stessa dei contadini e del sistema ecologico unico nel suo genere, creato dall’economia alpestre, questo consenso sta cambiando

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Il reinsediamento evidente, mirato e aggressivo del lupo e di altri grandi predatori, dà una nuova dimensione negativa, finora mai esistita, alla legittimità dei parchi. Nonostante che i fatti dimostrino il contrario, Pro Natura e WWF affermano che la convivenza con il lupo, con sufficiente protezione delle greggi, funzioni bene. Questo non è vero se le popolazioni di lupi prendono il sopravvento e se l’uomo, in seguito alla protezione assoluta del lupo dovuta alla Convenzione di Berna, non può difendersi dallo stesso. Così il lupo impara che non corre alcun pericolo. A memoria d’uomo non si è mai avuta una situazione che permette ai grandi predatori di svilupparsi in assoluta libertà. Una presunta situazione che renderebbe possibile la coesistenza pacifica del predatore, che gode dell’assoluta protezione, con gli animali da allevamento, protetti con le sole misure di protezione delle greggi, è una disinformazione mirata delle associazioni per la protezione della natura. Il lupo e altri grandi predatori hanno il compito di promuovere il ritorno allo stato selvaggio di regioni scarsamente popolate. Con il no al progetto di parco nazionale Adula nel 2016 ha preso il via un importante cambio di paradigma. Ai vecchi timori della perdita di sovranità con l’adesione a un progetto di parco si aggiunge la preoccupazione del propagarsi dei problemi dovuti ai grandi predatori, con conseguenze esistenziali per l’economia alpestre. Inoltre preoccupa anche la pretesa di abolire la caccia, per lasciarla ai lupi e agli altri grandi predatori. La proibizione della caccia dapprima è prevista per i parchi, per creare nuove zone selvagge.

Sarebbe la fine di una cultura alpina millenaria, poiché i parchi si trovano nel mezzo di vasti alpeggi dedicati all’economia alpestre

Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN 

L’IUCN (International Union for Conservation and Natural Resources)(www.iucn.org) è un’organizzazione non governativa con 1000 impiegati in 62 paesi. È stata fondata nel 1948 e ha membri provenienti da 80 Stati (ministeri dell’ambiente, ecc.), da 120 organi governativi e da più di 1100 organizzazioni non governative. Vi partecipano 16.000 esperti suddivisi in sei commissioni e scienziati provenienti da 131 paesi. L’IUCN ha il compito di influenzare l’intera società in campo globale per quel che concerne la protezione della natura. Contro questo obiettivo non c’è nulla da obiettare. Ma l’ampiezza e il potere dell’organizzazione, come pure i budget miliardari per i suoi progetti, nel corso degli anni sono aumentati in modo tale da farle perdere il contatto con la realtà. Questo si può dedurre dalla sua visione del Rewilding con i grandi predatori, praticato in modo arrogante e senza scrupoli, traendo in inganno i propri partner. L’IUCN ha delegato la realizzazione di questo obiettivo ad una sua sotto-organizzazione, l’“Iniziativa grandi predatori per l’Europa” LCIE (Large Carnivore Initiative for Europe). La strategia del “ritorno allo stato selvaggio”, del “Rewilding” per mezzo dei parchi è un obiettivo dichiarato dell’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, del WWF e delle sue organizzazioni partner, Pro Natura e molte altre.

Dell’IUCN fa parte un gruppo molto grande di intellettuali che si credono “esseri umani di qualità superiore” alla popolazione contadina coinvolta nel Rewilding, così almeno si esprime l’insigne eugenetico e fondatore dell’IUCN Sir Julian Huxley. Essi progettano dall’alto il futuro del mondo rurale, sebbene non appartenesse loro. La costituzione forzata di parchi in paesi dove la popolazione coinvolta non ha niente da dire, è paragonabile a un’espropriazione.

Secondo Pro Natura i parchi sono d’importanza nazionale e quindi tutta la nazione deve poter votare sulla loro realizzazione. Fanno affidamento al fatto che strumentalizzando l’84% della popolazione urbana si potrebbe sopraffare quella rurale coinvolta. Per fortuna viviamo in Svizzera, con le sue regole democratiche. Indipendentemente dai processi decisionali si può chiedersi cosa sia più importante in campo nazionale: lo sfruttamento sostenibile degli alpeggi (un terzo della superficie dedicata all’agricoltura) a favore dell’autonomia alimentare con un’alta diversità biologica, o la visione della nascita di aree selvagge popolate dai grandi predatori.

È assolutamente decisivo riconoscere che la fondazione di parchi è una strategia internazionale dell’IUCN

L’IUCN ha suddiviso i parchi di tutto il mondo in determinate categorie e ha definito la gestione della sua protezione, i suoi obiettivi e le relative misure. Nella progettazione di nuovi parchi si applicano queste direttive che in Svizzera hanno ottenuto la legittimazione giuridica con l’entrata in vigore nel 2007 della revisione parziale della Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN). Pro Natura nel 2005 aveva proposto questa revisione secondo le direttive dell’IUCN, poiché la propria campagna in favore dei parchi lanciata nel 2000 non portava i frutti sperati. Nel relativo messaggio del 2005 (05.027) si legge:

 Essa [la revisione] mira a completare l’attuale politica della Confederazione in materia di natura e paesaggio creando un quadro giuridico atto a consentire l’istituzione di parchi d’importanza nazionale. 

In occasione dell’adesione a un parco oggi si applica la legge revisata. La confederazione, i cantoni e la direzione del progetto di parco lo gestiscono sotto la guida di un’istituzione scientifica.

Uno Stato nello Stato

Lo schema sottostante evidenzia la posizione dominante dell’Unione mondiale per la protezione della natura IUCN e del WWF e la loro influenza sulle reti internazionali.

Nel 1979 su iniziativa dell’IUCN è entrata in vigore la legislazione europea della Convenzione di Berna e nel 1992 la direttiva europea “Habitat flora-fauna”, con le quali tra l’altro è stata introdotta la protezione assoluta del lupo. Fu così preparato il terreno per il “Piano per il reinsediamento del lupo in Europa” del professor Boitani (università di Roma), entrato in vigore ufficialmente nel 2000. A titolo non ufficiale l’insediamento dei lupi era già iniziato prima (forse una misura per creare fatti compiuti?).

Una “nuova classe” vuole accaparrarsi il potere di disporre della natura

Nel corso dei decenni è così andata formandosi una “nuova classe” che si arroga il diritto di interpretare la natura e di disporne. Come sempre sono in gioco sia interessi finanziari per le organizzazioni implicate con i loro progetti, sia il dominio sulle risorse naturali. A dare il tono è l’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, una lobby cospiratrice nei campi delle scienze virtuali e della pianificazione. Ha un budget annuo di 100 milioni di franchi. Vi si aggiungono donazioni e sostegni finanziari per progetti dell’ordine di miliardi. Dal 1992 novanta miliardi per 4.000 progetti.

L’idea del Rewilding si concentra su territori scarsamente popolati, per lo più sfruttati dall’agricoltura e dalla pastorizia, come per esempio l’Arco alpino. Vi fa parte anche il reinsediamento di grandi predatori (lupo, orso, lince ecc.). In special modo il lupo ha il compito di forzare il fallimento dell’economia alpestre nei territori scelti per crearvi zone selvagge. Già in uno studio francese dell’IUCN e del WWF del 1997 si parla del fatto che

nelle zone dove si sviluppano popolazioni di grandi predatori si dovrebbero integrare settori con severe limitazioni per l’allevamento tradizionale di bestiame, affinché non ostacolino lo sviluppo dei carnivori …

Citazione molto sarcastica, poiché logicamente è giusto il contrario, cioè: siccome i grandi carnivori possono svilupparsi liberamente, ostacolano l’allevamento degli animali da reddito. Ecco cosa si intende per “diritto di disporre della natura” di una nuova classe, che ignora gli allevatori residenti e lascia la società all’oscuro di tutto.

 

Il piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa

Il professore estremista Boitani (alias papa dei lupi) dell’IUCN ha sviluppato dettagliatamente assieme a specialisti l’“Action Plan for the conservation of the wolves in Europe”. Risulta evidente che la situazione odierna con il ritorno dei lupi è stata creata artificialmente per mezzo di questo piano, con il sostegno di molti interventi umani. Ciò significa che il reinsediamento del lupo è stato pilotato con misure mirate, in contrasto con la propaganda che vuol far credere che il suo ritorno fosse naturale. Dapprima si sono cercate zone naturali poco popolate, adatte al reinsediamento dei grandi predatori. Poi ci si è informati sulla presenza in zona di un numero sufficiente di animali selvatici come cervi caprioli e altri animali da preda. Se non era il caso, si provvedeva a insediarli. Ed ecco che in seguito appaiono improvvisamente i grandi predatori desiderati, come ad esempio il lupo. Sorprende forse, che nel piano d’azione si parli di allevamenti di lupi che procurano la prole necessaria da inserire in popolazioni isolate per migliorarle geneticamente? O che si parli anche di lupi catturati per poi trasferirli altrove, oppure della messa in libertà di lupi in nuove zone?

Giocare a carte coperte per mantenere il vantaggio

Per molto tempo questo piano d’azione non è stato accessibile all’opinione pubblica. I critici del reinsediamento più tardi l’hanno scoperto e reso pubblico. Esiste solo in inglese e in francese. Sembra che per difendere gli interessi delle sfere superiori sia lecita la diffusione di menzogne. Questo è stato fatto per decenni, nascondendo la verità alla popolazione direttamente coinvolta e anche ai loro numerosi partner.

In seguito le organizzazioni IUCN e WWF e i loro membri collaboratori della protezione della natura hanno nuovamente ingannato l’opinione pubblica, suggerendo che non ci sarebbero stati problemi con il lupo, se solo si fosse prevista una sufficiente protezione delle greggi. In alcune regioni di montagna d’Europa in questi ultimi 20 anni i lupi si sono moltiplicati in modo tale da superare il migliaio di esemplari (in Italia, per esempio, i lupi hanno superato i 2000 esemplari). In Europa attualmente si parla di circa 15.000 lupi. Con un tasso di riproduzione del 30% in un anno se ne aggiungeranno altri 4.500. Anche se, tenendo conto del bracconaggio, si adottasse un tasso più basso, le popolazioni aumenterebbero ogni anno di diverse migliaia di esemplari. Così viene resa impossibile la libera pastorizia tramandata da millenni, nonostante la protezione delle greggi. Gli ultimi contadini e pastori locali sono costretti a ritirarsi per gli interessi della protezione della natura e far posto ai grandi predatori in una natura assolutamente selvaggia, esente da attività antropiche.

Messa in libertà di lupi in nuove zone

Alcuni passaggi a pag. 8 del piano d’azione (versione inglese) lasciano perplessi:

In zone dove è auspicabile il reinsediamento dei grandi predatori, bisogna tener conto dei seguenti principi:

  • si dovrebbe dare la priorità al sostegno del reinsediamento naturale,
  • sostenere la riproduzione di popolazioni incapaci di sopravvivere,
  • mettere in libertà animali in zone con popolazioni che non sono in grado di sopravvivere, facendo sì che si uniscano a dette popolazioni,
  • mettere in libertà lupi in nuove zone

Una volta che il lupo con i sostegni del caso si è stato insediato, si moltiplica e i giovani lupi emigrano in altre zone. Le organizzazioni ambientaliste affermano allora che il lupo è venuto di propria volontà …

Ritorno allo stato selvaggio con i grandi predatori

In Italia, in Spagna, in Francia e in altri paesi il ritorno allo stato selvaggio è già in corso. Di conseguenza, per esempio negli Abruzzi, in questi ultimi 20 anni il numero del bestiame da reddito è diminuito di più del 60%. Dalle 600.000 pecore da latte di una volta, oggi ne rimangono meno di 200.000, che per ragioni di sicurezza sono tenute soprattutto in stalle, dove si devono foraggiare. E la transumanza tradizionale con le pecore, ecologicamente sostenibile, è in via di estinzione.

Questa tragedia è il risultato in tutta Europa della visione e della strategia del “Rewilding” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN e delle sue sotto-organizzazioni. Se si continua di questo passo anche sull’Arco alpino francese saranno sempre più probabili simili risultati disastrosi.

Superfici dei parchi naturali come future zone selvagge

Secondo Narcisse Seppey, ex capo dell’ufficio cantonale di caccia pesca e animali selvatici (DJFM) del Vallese ed esperto di parchi, il tipo di parco naturale corrisponde ad una specie di stadio iniziale di parco nazionale:

… il parco naturale ‘regionale’ è solo una forma snella di parco nazionale, che con i suoi stretti vincoli risveglia timori. Con grande probabilità una volta instaurati i parchi regionali, ci si accorgerà dell’inganno, poiché si svilupperanno nella stessa direzione dei parchi nazionali …

Questo fatto diventa sempre più evidente se si considera il reinsediamento del lupo e di altri grandi predatori e se si sa che esistono piani di collegare i parchi tra di loro come “laboratori” o “campi sperimentali”, di proibirvi la caccia e di insediarvi i grandi predatori. Si può senz’altro dedurre che i parchi regionali, soprattutto se comprendono grandi regioni vicine fra di loro, come nei Grigioni, fungano da stadi iniziali di zone di protezione severamente regolamentate.

Arco alpino come obiettivo centrale

Se si considera il gran numero di parchi nazionali e naturali e di riserve di caccia lungo tutto l’Arco alpino – dalla Slovenia, attraverso l’Italia, l’Austria, la Germania, la Svizzera e la Francia – risulta facile ravvisare la strategia di voler creare una zona di protezione praticamente ininterrotta chiamata “Alpi”. La scarsa popolazione indigena delle vallate remote, anche dei Grigioni, deve lasciare il posto al Rewilding, ottenuto con l’insediamento dei grandi predatori. Già oggi in ogni caso non vi sono più molti contadini.

Così la vedono IUCN, WWF, Pro Natura e altri nel loro cieco zelo del “ritorno allo stato selvaggio.” Proprio come nel modello americano: in zone di montagna poco popolate si crearono degli immensi parchi, come quello di Yellowstone e altri, dove si insediarono i grandi predatori.

1000 vaste aree protette nell’Arco alpino

• 13 parchi nazionali
• 87 parchi naturali
• 288 zone naturali protette
• 4 zone naturali mondiali UNESCO
• 3 riserve geologiche

In tutto 400 zone di protezione per queste categorie principali.

Vanno aggiunte ancora circa 600 “forme speciali di protezione” (per esempio zone di protezione del paesaggio, zone di riposo). In totale abbiamo più di 1000 vaste aree alpine protette. Situazione a gennaio 2013, fonte G.I.S.ALPARC.

Un punto cruciale è l’Arco alpino francese, dove con l’allineamento consecutivo di parchi e zone protette, 3 parchi nazionali e molti parchi naturali (vedi cartina), troviamo la più grande intensità di zone protette. Condizioni ideali per il lupo. In queste zone protette si trovano molti pascoli sfruttati dall’alpicoltura. In tutto l’Arco alpino francese il lupo minaccia in modo grave l’agricoltura prativa e pascolativa delle regioni montane. Qui troviamo il maggior numero di lupi e qui avvengono i due terzi degli attacchi da loro perpetrati in territorio francese. Infatti la regione con le “Hautes Alpes”, le “Alpes de Haute Provence”, e le “Alp Maritimes”, conta circa 6.600 animali uccisi all’anno sul totale di 10.000 uccisi in Francia. Si tratta di 22 animali al giorno uccisi durante 300 giorni di pascolamento.

 

Un unico Parco nazionale nella catena svizzera delle alpi

Da 100 anni esiste un piccolo parco nazionale svizzero. Nel 2001 i piani euforici di Pro Natura prevedevano sei progetti di parchi nazionali in Svizzera: il parco del Locarnese (TI), l’Adula (GR/TI), l’Haute Val de Bagnes (VS), Les Muverans /VD/VS), il Matterhorn (VS) e il parco del Maderanertal (UR).

Pro Natura voleva (presa in parola) “destinare un parco nazionale per la circostanza del suo centesimo anniversario e appoggiava il ritiro controllato della popolazione da certe vallate alpine”. Per questa associazione i progetti rimasero però un pio desiderio. Grazie ai nostri diritti democratici e anche al diritto codecisionale dei Comuni coinvolti, i progetti vennero respinti, rispettivamente venne annullata la progettazione in seguito alla loro scarsa approvazione. La popolazione coinvolta diffidava degli intenti delle associazioni per la protezione della natura. Nel 2015 venne perfino respinto con un NO all’urna l’ampliamento della riserva biosfera Unesco in Val Monastero, in ambito del parco nazionale.

Nel 2016 nel canton Grigioni e nel Ticino è fallito alle urne l’ambizioso progetto del grande “Parco nazionale Adula”. Con i suoi 1250 km2 sarebbe diventato il parco più esteso nella catena alpina europea! La diffidenza nei confronti di simili progetti è evidente.

Per attuare i loro piani gli ambientalisti fanno uso dell’arma costituita dal Piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa, forzando in certe vallate alpine il ritiro degli abitanti, al fine di poter realizzare ulteriori zone di natura integrale.

L’insistente opposizione a nuovi parchi nazionali (Vallese, Grigioni e Ticino) da parte della popolazione colpita, e l’aumento degli attacchi al bestiame da parte dei lupi ha risvegliato la consapevolezza di molte persone che ne subiscono le conseguenze.

Le strategie occulte dell’IUCN, del WWF, di Pro Natura e altri, escogitate all’insaputa dei residenti, vengono sempre più a galla. Nelle Direttiva Habitat-flora-fauna (Direttive FFH) 92/43/EWG del 21.05.1992 per il mantenimento delle aree naturali, degli animali e delle piante, l’articolo 22 recita: “il reinsediamento avviene dopo aver consultato la popolazione residente”. Questo articolo è stato esplicitamente ignorato dall’IUCN e dalle organizzazioni ambientaliste.

Per decenni non si sono informati dovutamente i residenti e i loro partner associati, che infine sono stati confrontati con fatti compiuti. Le gravi conseguenze: nel 2016 in Francia sono stati uccisi dai lupi oltre 10‘000 capi di bestiame, dei quali 2/3 nell’Arco alpino. Nel frattempo la popolazione frustrata giunge alla conclusione che non ci si può fidare di queste organizzazioni.

 

Cambiamento di paradigma

Con il rifiuto del Parco nazionale Adula nel 2016, nonostante i 16 anni di pianificazione e i 10 milioni di franchi spesi, ha avuto inizio un importante cambiamento di paradigma. Questo si può anche interpretare come una risposta della popolazione residente alla politica occulta relativa ai grandi predatori operata dalle organizzazioni ambientaliste. Nel frattempo per gli agricoltori e non solo è evidente, che il lupo è stato introdotto ad arte per portare avanti “un ritorno alla natura selvaggia”.

La presa di coscienza su questo tipo di politica, che mette in serio pericolo l’importante e rilevante economia alpestre, sta mettendo in guardia i residenti che vi si oppongono con tutte le loro opportunità. Invece del parco nazionale Adula, si vuole un piano B. In vari posti, dove il parco nazionale è stato respinto, si stanno progettando parchi naturali come piani B. Sembra che nell’ambito del progetto Parc Adula fallito ora si voglia ingrandire il parco naturale Beverin al Nord del passo del San Bernardino e sul lato sud dello stesso creare un nuovo parco naturale confinante con il Beverin. Questa nuova strategia riguarda i Comuni con la maggioranza di popolazione non contadina, che ha votato pro Parc Adula. Ricordiamo che i comuni con la prevalenza di popolazione contadina hanno respinto il progetto.

Come sempre i fautori dei parchi argomentano in modo suggestivo, asserendo per esempio che per le attività della popolazione residente non cambia nulla.

I motivi contro l’adesione a un parco

L’asserzione che “nonostante l’appartenenza a un parco, in vista del suo uso futuro, non nascono nuove disposizioni di legge né restrizioni in merito a singole possibilità di sfruttamento”, se si conoscono tutti i dettagli, è ingannevole. Basandosi sull’esperienza del rifiuto del Parc Adula, i promotori dei parchi naturali affermano che questo tipo di parco non ha zone nucleo totalmente protette, adatte all’insediamento di lupi, nel caso che la sua protezione dovesse un giorno essere revocata. Anche questo è illusorio, poiché i parchi naturali, come ad esempio il Parco Ela e il parco Beverin, hanno delle grandi riserve di caccia federali che si possono considerare come zone nucleo. Con ciò la somma di più riserve di caccia dà luogo a grandi superfici protette. Interessante notare come queste si propaghino a macchia d’olio nell’arco alpino …?

Riserve di caccia nell’arco alpino

Parchi nazionali e naturali e diverse zone di protezione

È vero che per i comuni non ci saranno restrizioni nello sfruttamento del loro territorio se aderiscono a un parco come sempre si asserisce

Uno studio pubblicato in febbraio 2017 dall’Istituto per la biologia evolutiva e per le scienze ambientali dell’Università di Zurigo (responsabile della ricerca: Gabriele Cozzi, che lavora assieme a KORA per progetti dell’IUCN) vuole dimostrare dove in Svizzera i lupi troverebbero ottime condizioni di vita.

Risultato: queste zone si trovano in regioni dell’Arco alpino addette alla pastorizia. Osservando le cartine si vede che nell’Arco alpino svizzero le riserve di caccia sono ripartite in modo uniforme e si trovano spesso in parchi già esistenti o in fase di pianificazione. Facendo il conguaglio di queste cartine con i luoghi adatti per i lupi e per i grandi predatori dello “studio” zurighese (Vedi appendice), questi Habitat si trovano esattamente nei parchi, nelle riserve di caccia e nelle zone protette.

È interessante notare che nella zona dell’altipiano non si trovano riserve di caccia. Non è un caso, ma fa parte della strategia europea del Rewilding. Questa pianificazione è riassunta a pag. 4-6 in “Pro Natura Standpunkt”: “Welche Schutzgebiete braucht die Schweiz” [quali zone di protezione necessitano alla Svizzera], approvato il 22 aprile 2006 (vedi appendice). I seguenti commenti di Pro Natura dovrebbero essere rappresentativi per tutte le organizzazioni affini, compresa l’associazione mantello IUCN:

Con ciò il lavoro svizzero nelle zone di protezione si inserisce in un contesto internazionale. Gli Stati firmatari della ‘Convenzione della diversità biologica’ (CBD) hanno riconosciuto che le zone di protezione sono un elemento essenziale per raggiungere l’obiettivo CBD e ridurre in modo significativo la perdita mondiale di biodiversità fino al 2010.

Nel ‘Programme of work Protected Areas’ gli Stati si sono prefissi di realizzare sistemi di protezione nazionali della natura, completi, rappresentativi e ben gestiti.

Anche sul piano europeo la Svizzera ha degli obblighi e cioè nell’ambito della ‘Convenzione di Berna’ della ‘Convenzione di Bonn’, della ‘Convenzione delle Alpi’ e della ‘Convenzione europea per il territorio’ con la ‘rete SMARAGD del Consiglio d’Europa’, come pure di altri accordi. [Queste Convenzioni e reti sono state fondate con la collaborazione dell’IUCN].

Questa iniziativa globale per le zone di protezione è stata preparata dall’’IUCN World Park Congress’, nel 2003 a Durban in Sudafrica.

Sciami di intellettuali volano alle conferenze internazionali e progettano fra di loro nella torre di avorio il mondo rurale del futuro, senza una qualsiasi relazione con la cultura millenaria di queste regioni. Essi pianificano al tavolino verde senza tener conto delle antiche strutture, cresciute organicamente. Gli Stati coinvolti firmano contratti internazionali e convenzioni senza che i diretti interessati possano prenderne conoscenza. Le alte sfere dei pianificatori ignorano la popolazione indigena che viene tenuta all’oscuro di tutto ciò.

Obiettivo virtuale pianificato per la Svizzera

Per la Svizzera sono previste da 200.000 a 300.000 ettari di zone nucleo addizionali con un corrispondente multiplo di ettari protetti parzialmente nelle zone periferiche.

Queste superfici si intendono quali aree naturali integrali, cioè allo stato selvaggio e zone nucleo di parchi nazionali (secondo l’IUCN zone protette della categoria I e II), in vista di animali migratori, come cervi e lupi. Perciò va anche considerata una ripartizione rappresentativa delle aree selvagge. Desunto dai dati presentati relativi all’interno del paese e ai paesi vicini, l’assegnazione dell’8 % della superficie territoriale, ovvero di circa 300.000 ettari di area selvaggia, per la Svizzera è una base di discussione appropriata.

Concretamente la Svizzera crea parchi nazionali e aree naturali integrali di vaste dimensioni.

Nelle Alpi del nord, centrali, occidentali e del sud, in aggiunta al parco nazionale svizzero situato nelle Alpi orientali, deve nascere almeno un nuovo parco o un’area selvaggia con almeno 100 km2 di zona nucleo senza sfruttamento.

Teoricamente per la Svizzera questo significa almeno quattro nuovi parchi nazionali. In futuro però ci sarà probabilmente un solo parco nazionale svizzero. L’obiettivo previsto, come già menzionato, non è stato raggiunto, poiché la popolazione coinvolta diffida delle intenzioni delle organizzazioni ambientaliste. Infatti cinque dei sei progetti di parchi nazionali previsti finora sono stati respinti. Questo fatto aumenta la pressione sulla rivalutazione di aree di parchi naturali e di riserve di caccia, per trasformarle in aree naturali integrali.

“Nei parchi naturali e regionali, certe zone protette devono essere arrotondate e unite, l’uso ricreativo canalizzato e il territorio sviluppato in modo mirato”. È evidente cosa intende Pro Natura con “Territorio sviluppato in modo mirato”.

La somma di tutte le zone nucleo deve dunque comportare circa 3.000 km2 (8 % del territorio nazionale). Senza altri parchi nazionali ciò non è possibile. Di conseguenza si vuole ora letteralmente

Trasformare gradualmente le riserve di caccia o le zone IFP (Inventario federale dei paesaggi e dei monumenti naturali d‘importanza nazionale), le superfici di parchi naturali e altre zone protette, in aree selvagge.

Esistono già 42 riserve di caccia con una superficie totale di quasi 150.900 ettari, che poi assieme alle altre zone protette all’interno dei parchi, in seguito al rifiuto dei progetti di parchi nazionali, saranno estesi alla superficie doppia, cioè a 300‘000 ettari, in aree selvagge. Queste assomiglieranno poi alle zone nucleo nei parchi nazionali.

La parzialità del nostro insigne guardacaccia nell’UFAM (BAFU)

Degno di nota è il fatto, che il nostro sommo guardacaccia Reinhard Schnidrig, capo dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), responsabile per le riserve di caccia, già prima dell’anno 2000 ha partecipato al piano d’azione dell’IUCN per il reinsediamento dei lupi in Europa. Vi faceva parte anche Urs Breitenmoser, fondatore e gestore dell’organizzazione per i grandi predatori KORA (kora.ch). Vedi nell’appendice: interdipendenze e schema IUCN-Svizzera-Schnidrig.

Ambedue sono coinvolti attivamente nel reinsediamento dei lupi, rispettivamente dei grandi predatori, strategicamente pianificato a livello paneuropeo. Essi sostengono la politica dell’Iniziativa grandi predatori in Europa, (Large Carnivore Initiative of Europe LCIE) dell’IUCN, la quale secondo una perizia francese del 2017 risulta sempre più audace: quale reazione all’ordine statale di eliminare in Francia 36 lupi nel 2016, in febbraio 2017 uscì prontamente una perizia francese del Museo nazionale competente e dell’ufficio statale della caccia e della selvaggina (ONCFS). L’ONCFS può essere paragonato alla sezione caccia e fauna selvatica dell’UFAM, che viene gestita da Reinhard Schnidrig. Questa perizia arriva alla conclusione,

che 300 lupi rappresentano una situazione fragile per il mantenimento della specie. Per far sì che in Francia la popolazione possa sopravvivere, dovrebbero esistere almeno 2500 – 5000 lupi maturi sessualmente.

Vedi la perizia a pagina 23, capitolo iii, ultima frase ( scarica pdf).

“Non si dovrebbe intervenire contro la diffusione dei lupi. La migliore protezione per i lupi sono le grandi aree naturali abbandonate dall’agricoltura …”

Questa citazione conferma l’intenzione di rendere impossibile la pastorizia con l’introduzione dei lupi nelle aree naturali scarsamente popolate dell’Arco alpino alfine di realizzare aree naturali integrali (“Ritiro ordinato dell’uomo da certe vallate alpine”). Il nuovo studio dimostra, che questa intenzione è espressa in modo sempre più aggressivo. Si vogliono testare le reazioni, per realizzare in un secondo tempo questi obiettivi, adattandoli in campo europeo. In Francia oggi si contano 300 lupi con oltre 10.000 animali da rendita uccisi. Non riusciamo a immaginare come sarebbe lo scenario, qualora ci fossero dai 2.500 ai 5.000 lupi.

Se si sa che il signor Eric Marboutin è capo dei progetti dei grandi predatori nell’ONCFS statale e anche coautore dello studio, allora la testimonianza della perizia non desta meraviglia. Il signor Marboutin ha anche una funzione nel LCIE (Iniziativa grandi predatori in Europa) dell’IUCN. Assieme a Eric Marboutin anche Urs Beitenmoser del KORA svizzero, è uno stretto amico e collaboratore di Reinhard Schnidrig in seno al LCIE dell’IUCN. Ambedue, come già menzionato, hanno dato il proprio contributo al Piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa.

Sappiamo, che a livello mondiale molti ministeri dell’ambiente e uffici pubblici sono membri dell’IUCN e quindi sono spesso influenzati da scienziati vicini all’IUCN. Il coinvolgimento dell’IUCN in istituzioni statali predominanti (ad esempio l’UFAM, che è membro dell’IUCN), è parte del Piano d’azione europeo per la reintroduzione del lupo e dei grandi predatori. L’UFAM è parte responsabile per le azioni di reinsediamento del lupo e non di meno per le gravi conseguenze a svantaggio dell’agricoltura. Quale cosiddetti “Partner dirigenti” (Framework Partners) dell’IUCN in Svizzera, la Direzione per la cooperazione allo sviluppo DEZA, l’Ufficio federale per l’ambiente UFAM e il segretariato di stato per l’economia SECO sostengono finanziariamente questa organizzazione globale.

In seno all’UFAM Reinhard Schnidrig è competente per la gestione dei grandi predatori e per le riserve di caccia. In questa funzione è anche il maggior datore di lavoro di KORA in Svizzera. Egli è anche presidente di un progetto nell’ambito dell’IUCN per un parco nazionale in Mongolia (takhi,org) che comprende fra l’altro progetti per la protezione del lupo. Se si sa inoltre, che il segretario di questo progetto è Christian Stauffer, oltre a ciò direttore amministrativo della “Rete dei parchi svizzeri” (paerke.ch , membro dell’IUCN), si pone la questione se il signor Reinhard Schnidrig, quale impiegato federale, possa ancora definirsi neutrale. Molte delle sue comparse in pubblico palesano il sostegno degli interessi delle lobby favorevoli al reinsediamento del lupo e dei grandi predatori. Come superiore può quindi influenzare la politica dell’ubicazione delle riserve di caccia e delle aree protette.

Aree selvagge o naturali integrali contro economia alpestre

Nell’area o riserva naturale integrale non sono ammesse attività antropiche di nessun tipo; nel nostro caso interventi colturali, agricoli e silvo-pastorali. È per il tramite della protezione dei grandi predatori che si vuole raggiungere questo scontro. Infatti a queste condizioni la millenaria economia alpestre, la quale ha creato una composita biodiversità, non è più possibile. In queste aree ci sono molti alpeggi sfruttati quali superfici pascolative. Per la popolazione la gestione dell’agricoltura nei parchi risulta con questi condizionamenti assai gravosa, perché l’obiettivo delle zone di protezione e dei parchi naturali è l’ingrandimento delle aree selvagge, quindi la sparizione dell’economia alpestre.

Il motivo del crescente dissenso nei confronti di progetti di nuovi parchi è da ricercare nella più che giustificata diffidenza da parte della popolazione locale, dopo che la stessa ha denudato le strategie dell’IUCN, dei suoi membri e dell’UFAM (Ufficio federale dell’Ambiente). Per quanto attiene la problematica relativa all’insediamento del lupo, tale sfiducia ha raggiunto attualmente il suo apice. Con la problematica dei grandi predatori e l’acuta minaccia nei confronti della pastorizia e dell’economia alpestre, si è evidenziata una nuova dimensione negativa dei parchi, la quale rende impossibile lo sfruttamento tradizionale, ecologico e di valore, a lungo termine.

Il raggruppamento di parchi camuffato sotto nuovi nomi

Un comunicato del 2017 dell’Associazione nazionale francese per la reintroduzione dei grandi predatori “Ferus” (ferus.fr.), un membro dell’IUCN, svela pure la strategia che viene perseguita in queste aree. Essa illustra la creazione di un nuovo progetto nel seguente modo:

Il Dipartimento ‘La Lozère’ (dove si estende pure il parco nazionale delle Cevenne), con i suoi 5.000 km2 di superficie, è la regione meno popolata della Francia. Tale territorio ha un parco nazionale e presto avrà anche due parchi regionali. Non potrebbe diventare questa zona un’area sperimentale, un vero laboratorio dell’ecologia agraria nella grande natura, per la riabilitazione del lupo? E questo grazie al fatto che si investono tutti i mezzi possibili per una coesistenza pacifica tra il predatore e l’allevamento di bestiame.

Questa enunciazione vuole mostrare ciò che si vuole, e cioè la creazione di smisurate aree naturali abbandonate dall’uomo. Dall’altra parte si mira a minimizzare, a lusingare e disinformare, per conquistare a sé la popolazione urbana. Chi non vorrebbe una “coesistenza pacifica”? Sia l’allevatore che il lupo, l’orso o la lince ambiscono di poter vivere pacificamente l’uno accanto all’altro. Questo sarebbe bello, addirittura paradisiaco in questo nostro mondo attuale dominato dalle crisi. Il cittadino che vive in città non è comunque direttamente implicato. Esso associa il lupo al sogno di una natura intatta, per lui ormai perduta. Perciò è facilmente disposto a credere che il lupo non costituisca un problema. Il lupo vien così visto come icona, alla quale bisogna porgere le proprie scuse per i torti da lei subiti nel passato. Di questo fanno uso le associazioni ambientaliste per dividere con la disinformazione – a proprio vantaggio – la società. E con ciò ottengono pure sostegno finanziario. Per Pro Natura e WWF il lupo è davvero una miniera d’oro. Ad esempio, Pro Natura ha un budget annuale di 35 milioni di CHF (fra cui donazioni). Un vero “commercio di indulgenze” in chiave moderna, a scapito degli agricoltori e pastori residenti in loco dai tempi più remoti.

Le esperienze della storia dell’umanità e degli ultimi anni dimostrano che una coesistenza pacifica tra una totale protezione dei lupi selvaggi e l’allevamento in un paesaggio antropizzato (detto anche paesaggio culturale), malgrado la protezione delle greggi, è e rimane un pio desiderio. È nello studio francese del 2017 che si scopre la vera faccia della lobby del lupo; infatti nello stesso viene espressamente detto che “la miglior protezione dei lupi sono le aree naturali abbandonate dall’agricoltura…”. Si vuole la “Rewilding”, ossia la rinaturalizzazione di grandi territori e l’abbandono di questi da parte degli allevatori.

Più questa menzogna della coesistenza pacifica viene sostenuta, più i lupi potranno moltiplicarsi annualmente a migliaia in Europa, cosicché sempre più allevatori abbandoneranno la loro professione. Questi territori saranno così liberi per la rinaturalizzazione. Questo è il vero obiettivo perseguito. A memoria d’uomo non si ricorda che i grandi predatori abbiano potuto prolificare liberamente.

Un parco nazionale e due parchi naturali regionali

A livello europeo, l’obiettivo dell’IUCN e dei suoi membri è la successiva trasformazione dei parchi naturali in aree naturali integrali, da realizzare nello scorrere degli anni con l’introduzione di ulteriori progressive misure di protezione.

Non è dovuto al caso che esista già una serie di parchi confinanti con il Parc Adula, quest’ultimo rifiutato dal recente verdetto del popolo. Infatti a ridosso della regione dell’Adula sta già ora una grande zona concatenata con il Parco Nazionale in Engadina (che a sua volta confina con il molto più esteso parco nazionale italiano dello Stelvio), con il Parco Ela e il Parco Beverin. Se si fosse realizzato il Parc Adula, a tutt’oggi il 30% del Cantone dei Grigioni sarebbe territorio sotto tutela dei parchi. Nelle strategie della Rewilding, simili scenari come quello prefigurato nei 5000 km2 del grande Dipartimento “La Lozère” (F) sono l’obiettivo verso cui si punta anche nei Grigioni. Alla luce di tutto questo viene allo scoperto una strategia comune europea da attuare in tutto l’Arco alpino.

Obiettivo strategico: abolizione della caccia

Un simile divieto assoluto di caccia è previsto dapprima per i parchi,nei quali si trovano già adesso grandi bandite di caccia (42 asili equivalenti a 150.900 ettari) e dove la caccia è già tuttora vietata. Come già accennato, nell’ambito di queste aree si convertiranno sempre più in aree selvagge anche i territori che già sottostanno ai divieti previsti per l’IFP (inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti d’importanza nazionale), le bandite di caccia, i parchi naturali e altre zone di protezione. Previsti sono 300.000 ettari di aree naturali abbandonate, all’interno delle quali i grandi predatori dovrebbero assumere la funzione della caccia. In questo caso si farà in modo che l’economia alpestre verrà via via abbandonata, di modo che nuove aree naturali integrali si creeranno per forza d’inerzia.

Questi territori, conquistati in tale modo dalle associazioni per la protezione della natura e dall’IUCN, sarebbero paragonabili alle zone centrali nei parchi naturali.

Quest’obiettivo vuol essere raggiunto a livello europeo, con una strategia a tutto campo e a suon di miliardi. A tutto ciò noi, contadini di montagna – insieme con consumatori, biologi, ambientalisti, politici e altri ancora –, ci opporremo perché vogliamo salvaguardare il grande patrimonio tramandatoci dell’agricoltura e della pastorizia, attività queste basate sulle superfici prative e pascolabili, che hanno dato vita a un ecosistema di pregiatissima biodiversità.

Con un divieto di caccia si raggiunge l’opposto. Si persegue un presunto ideale che vede i grandi predatori come i nuovi cacciatori, che in qualità di regolatori dei contingenti devono rendere la caccia superflua, ovvero proibita.

Nel contempo verrebbe favorita la proliferazione dei grandi predatori. Intenzioni simili esistono in tutta Europa come strategie sovranazionali, accompagnate dall’obiettivo comune della creazione di aree naturali abbandonate. Vedi carta Arco alpino Europeo, con 1000 zone protette.

Gli iniziativisti sono presenti ovunque sul web e nei social media, sostenuti finanziariamente in modo assai generoso dai soci dell’IUCN. Vedi http://www.wildbeimwild.com. Qui leggiamo che il cacciatore non avrebbe il diritto di preda. Quest’ultimo spetterebbe solamente al lupo e agli altri grandi predatori, i quali a corta o a lunga scadenza dovrebbero sostituire de facto la caccia su tutto il territorio. Uno scenario impensabile per l’atavica e diffusa cultura dell’economia alpestre e della pastorizia. Queste strategie non si lasciano più camuffare. Questo sarebbe la fine definitiva di una cultura alpina millenaria.

Perdita della biodiversità e tracollo del paesaggio rurale, detto anche paesaggio culturale

La nostra grande biodiversità non è stata creata dalla pianificazione virtuale di un esercito di ricercatori che trasformano i parchi nel loro posto di lavoro e in un campo sperimentale. No! Il paesaggio culturale, modellato con dedizione, passione e tantissimo sudore della fronte, è il frutto di un’atavica attività, vissuta intensamente da parte dei nostri agricoltori indigeni. Ciò che gli attivisti delle lobby, che roteano intorno all’IUCN, ci danno da intendere, affermando di operare in favore della protezione dell’ambiente, mira esattamente al contrario, se si guarda la realtà: quali disastri hanno già causato le loro pianificazioni e le loro trasformazioni/manipolazioni nell’allevamento del bestiame e nell’ecologia nell’Arco alpino?

È sotto gli occhi di tutti che nelle discussioni, negli studi e nelle strategie le vere conseguenze per la millenaria economia alpestre vengono occultate

Il discorso si riduce alla protezione delle greggi. Quest’ultima può rivelarsi effettiva, e ciò è stato dimostrato, soltanto dal momento in cui i lupi vengono educati a non approcciarsi troppo alle attività umane. La rinaturalizzazione e l’economia alpestre sono estremamente poco compatibili fra di loro e, se già, soltanto sotto uno stretto controllo degli effettivi dei lupi.

In qualità di comuni di contadini di montagna, che godono ancor sempre di un’autentica autonomia comunale, non dovremmo più lasciarci trascinare in trattative in cui si baratta il nostro territorio ad armi impari, e cioè per noi con il predatore già servito nel sacco. Tanto meno dovremmo aderire a parchi dal momento che risulta sempre più evidente che le condizioni ambigue che stanno dietro a dette strategie minacciano la nostra esistenza. La Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN) garantisce uno sviluppo durevole e sostenibile delle nostre regioni di montagna, senza dover rinunciare alla nostra sovranità con l’adesione a parchi, e senza lasciarci mettere sotto tutela da organizzazioni mondiali come l’IUCN e dai loro membri.

Teniamoci stretta la nostra economia alpestre, perché essa è a tutti gli effetti sostenibile, importante e rispettosa delle caratteristiche del nostro paesaggio; conserviamo la locale produzione di energia sostenibile, come lo sfruttamento dei torrenti per l’energia idrica, i siti per la produzione di energia eolica con le relative infrastrutture necessarie, le quali nelle zone di protezione non sono quasi più realizzabili.

Considerazione conclusiva

Perdita della biodiversità e tracollo del paesaggio rurale, detto anche paesaggio culturale Quanto più ci si addentra in questo tema, tanto più si rimane perplessi. Infatti le accademie scientifiche, le associazioni, le organizzazioni – sia internazionali che nazionali e regionali implicate nella faccenda –, nonché le rappresentanze politiche e amministrative sono molto numerose e nello stesso tempo svariate, molte delle quali sono membri dell’IUCN. (Vedi iucn.org). Le interazioni fra di loro sono difficili da monitorare e in parte contrastanti, perché da una parte l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) e le organizzazioni per la protezione della natura associate hanno come obiettivo la Rewilding (rinaturalizzazione), mentre che dall’altra parte altre associazioni e politici puntano sulla promozione economica regionale e il relativo coordinamento, dato che la situazione demografica in tante regioni di montagna è stagnante, se non addirittura calante. Si cercano sinergie nell’agricoltura e nell’industria del legno, nel turismo, così come nello sfruttamento delle energie rinnovabili per mezzo dell’acqua, del sole e del vento. In che modo o maniera i parchi dovrebbero favorire simili progressi, è per nulla chiaro.

Nelle discussioni pro o contro i parchi, questo rappresenta una delle maggiori controversie, in quanto proprio la protezione della natura fa sua, come pretesto di legittimazione, veramente la promozione economica. Questo argomento nell’interesse di tutti viene sovrapposto a tutto il discorso, al fine di non contrastare progetti di parchi.

Una volta realizzato un parco, entrano in vigore i modelli e le limitazioni legali per i parchi, i quali sono stati ampiamente elaborati dall’ICUN e dalle associazioni ambientaliste. In merito alla protezione della natura, nelle “carte dei parchi” stanno enunciati che ci dovrebbero preoccupare, come “priorità”, “in primo piano”, “tenendo conto di…”, “conciliabilità/compatibilità rispetto alla protezione della natura”, “promozione dello sviluppo sostenibile”, “non pregiudicare/nuocere”, “le misure di protezione hanno la precedenza, la cessazione dello sfruttamento potrebbe essere la conseguenza”, ecc. ecc. Questo è un linguaggio chiaro e inequivocabile. Con “cessazione dello sfruttamento” è intesa soprattutto l’economia alpestre nelle zone centrali. Ma pure nei confronti della produzione di energia elettrica prodotta con l’acqua di torrenti alpini o impianti eolici nei paesaggi non antropizzati, le associazioni ambientalistiche oppongono resistenza, in quanto le stesse considerano queste aree degne di conservazione.

Lo stesso principio vale per l’ampliamento di infrastrutture nei settori dell’agricoltura, dell’industria e del turismo. I promotori dei parchi che finanziano i progetti, come l’Ufficio federale dell’ambiente, Pro Natura e il WWF, non stanziano denaro se non ottengono una controprestazione ecologica. Chi paga, comanda! Le organizzazioni che pianificano e operano nella penombra, sono talmente svariate che per il comune cittadino è quasi impossibile scoprire gli intrallazzi. A colloquio con attivisti e promotori di parchi ho dovuto constatare molte volte con stupore come essi conoscano ben poco queste interconnessioni. Essi considerano un simile progetto come oggetto unico, regionale ed indipendente, per cui spetta a loro l’ultima parola. Non c’è per nulla da stupirsi in quanto vien sempre detto e scritto che lo sfruttamento agricolo non cambierà per la popolazione colpita e che su tale oggetto del contendere si potrà in ogni caso votare di nuovo dopo dieci anni. In realtà una disdetta del contratto/accordo a posteriori non è più possibile per singoli comuni.

Per una disdetta/uscita anticipata del contratto del parco occorrono i 2/3 dei comuni che compongono il parco e nell’assemblea dei delegati sono richiesti addirittura i 3/4 dei votanti. A queste condizioni, il discorso sul valore aggiunto per la regione è molto discutibile. Per l’economia agraria alpestre la nuova problematica inerente i grandi predatori è semplicemente di importanza vitale. Ma anche il turismo è colpito. Il numero crescente di cani da protezione per le greggi che vagano liberamente sul territorio ostacolano il libero accesso ai sentieri per escursioni. Sorgono sempre più conflitti con gli escursionisti e si registrano a volte anche incidenti gravi (zannate). E di conseguenza problemi giuridici per gli allevatori. Nella Charta del progetto del Parc Adula stava scritto che: “La tradizionale gestione agricola degli alpeggi è possibile e auspicabile fintanto che nella zona centrale lo sviluppo libero della natura non è compromesso”. Siccome i contratti regolamentano sia il dare che l’avere, nonché i diritti e i doveri, in simili accordi andrebbe fissato che: “Lo sviluppo libero della natura nella zona centrale è possibile e auspicabile fintanto che non compromette la gestione tradizionale degli alpeggi”. Questo sarebbe un contratto equo. Così come nel frattempo vorrebbero raggiungere i responsabili del parco nazionale delle Cevenne (patrimonio dell’UNESCO), dopodiché nel parco hanno potuto provare scientificamente le gravose conseguenze della presenza del lupo sulla pastorizia. Il label UNESCO è minacciato perché la popolazione di lupi in crescente aumento mette in serio pericolo la grande e pregiata biodiversità presente nella regione. La controversia fra l’economia alpestre, che garantisce sia la biodiversità che la sostenibilità, e associazioni estremiste come l’IUCN, il WWF, Pro Natura e altre ancora, che per il tramite dell’introduzione del lupo e di altri grandi predatori vogliono trasformare l’Arco alpino in un’esclusiva area naturale integrale, rischia di infiammarsi.

Noi, contadini di montagna, insieme a consumatori, biologi, ambientalisti, politici e altri ancora, opporremo resistenza! Infatti noi vogliamo conservare il patrimonio dell’agricoltura e della pastorizia basate sullo sfruttamento delle superfici prative e pascolative e che promuovono l’agro-biodiversità. Mostriamo alla società i mostruosi danneggiamenti causati dalla presenza del lupo: paesaggi destinati all’incuria, rimboschiti ed inselvatichiti, migliaia di animali da reddito uccisi, con il conseguente abbandono di regioni pascolative ed alpeggi in cui prospera una preziosissima biodiversità. Riportiamo l’attenzione sui nostri valori millenari di cui vive ed approfitta l’intera società. Proteggiamo l’agricoltura e la pastorizia tipiche delle nostre regioni di montagna, così come sopra descritte. Conserviamo la carne genuina, il buon formaggio, gli spazi naturali curati e coltivati, nei quali ognuno si può muovere liberamente e trovare ristoro senza alcun pericolo. Questi sono valori che noi abbiamo creato con amore, impegno e sudore della fronte per il bene di tutti e che stanno a cuore anche a chi abita nei centri urbani.

A queste condizioni, per l’economia alpestre nuovi progetti di parchi costituiscono una minaccia assai seria e a lungo termine, con conseguenze irreparabili.

Allegati:

– Kurzfilm Wolfsproblematik: https://youtu.be/Jwod0j6kAj4 (Cortometraggio sulla problematica dei grandi predatori)

– Actionplan for the conservation of wolves in Europe: http://t1p.de/1wzg (Piano d’azione per la conservazione del lupo in Europa)

– Plädoyer Wissenschaftler Weidewirtschaft: http://t1p.de/oqqg (Disquisizioni scienziati sulla pastorizia)

– Erhalt Biodiversität: http://t1p.de/8un0 (Conservazione biodiversità)

– Park und Wolf: http://t1p.de/wx5i (Parco e lupo)

– Verflechtungen Schnidrig: http://t1p.de/h5v5 (Relazioni ambigue di Schnidrig)

-Schema IUCN-Schweiz-Schnidrig: http://t1p.de/j9tt (Rappresentazione grafica relazioni IUCN-CHSchnidrig)

– Zürcher Studie Wolfs-Lebensbedingungen: http://t1p.de/q6a8 (Studio Uni ZH sulle condizioni di vita del lupo)

-Pro Natura Standpunkt: http://t1p.de/4rcp (Visioni Pro Natura, con le spiegazioni sugli strumenti e le convenzioni/gli accordi internazionali)

Rotto il tabù: abbattuta  l’orsa pericolosa 

Un fatto che va oltre la cronaca e che segna indubbiamente una svolta (il primo grande predatore protetto abbattuto legalmente in Italia). Occasione per approfondire non solo le vicende recenti degli orsi trentini ma anche la (non)politica dei grandi predatori in Italia, e il ruolo del movimento animal-ambientalista

di Michele Corti

(14.07.17) È bastato, dopo due anni di teatrino, applicare finalmente un’ordinanza. Un atto che il presidente della Pat (responsabile della sicurezza pubblica) non poteva esimersi dall’emanare senza assumersi pesanti responsabilità penali. Un colpo di fucile che segna una discontinuità, che pone fine all’assurdo di un paese che, unico al mondo, non sopprime animali pericolosi per le persone per la “paura degli animal-ambientalisti”. I mitici “grandi predatori” sono scesi dal loro piedistallo di sacralità e inviolabilità e il potere di interdizione del mondo animal-ambientalista ne esce sgonfiato.

L’Italia zimbello d’Europa

“Sulla gestione degli orsi problematici le autorità italiane sono inginocchiate agli animalisti”. Questa critica, correva il 2013, (altro anno caldo per gli orsi di Life Ursus), non veniva dai comitati anti-orso trentini o svizzeri o da qualche sito o associazione, ma nientemeno che da Reinhard Schnidrig, capo della Sezione Caccia, pesca, biodiversità forestale dell’Ufficio Federale per l’Ambiente (equivalente al nostro Ministero dell’ambiente). Schnidring, non aduso ai bizantinismi italiani, parlava chiaro in un’intervista del 10 agosto. L’ispettore della fauna federale  deplorava che le autorità italiane fossero “inginocchiate” davanti alle organizzazioni animaliste ” e “aspettino molto a lungo prima di agire” (vedremo poi come le ordinanze contingibili ed urgenti degli anni passati della Pat abbiano atteso mesi ed anni per essere eseguite). Nell’interesse di tutti i Paesi alpini, aggiungeva il responsabile federale svizzero della fauna, è necessario che i pochi plantigradi problematici siano eliminati rapidamente e auspicava anche un’intervento della diplomazia di Berna nei confronti di Roma (lo zimbello d’Europa).


KJ2 recidiva e responsabile di aggressioni della massima gravità

Non si può dire che la “dottrina” trentina e italiana sugli orsi sia cambiata. Se KJ2 è stata abbattuta è solo perché la sua pericolosità aveva raggiunto un grado elevato. In Svizzera, Germania, Austria l’abbattimento dell’orso potenzialmente pericoloso è deciso in funzione preventiva, quando il soggetto si dimostra “confidente”, non si lascia dissuadere facilmente da petardi e proiettili di gomma,si introduce in luoghi abitati. In Italia, invece, la “rimozione” (abbattimento o “ergastolo”) scatta solo a posteriori, dopo che l’orso ha aggredito le persone. Sulla carta le regole svizzere non sono molto diverse da quelle italiane (discendono da linee guida europee comuni). Solo che in Svizzera gli orsi sono stati abbattuti a seguito dei comportamenti di cui ai punti 13,14 e 16 della scala di pericolosità. In Trentino non solo si è dovuto arrivare al grado massimo (diciotto), ma è stata necessaria la recidiva.

La “captivazione permanente”: un’ipocrisia tutta italiana

Nella strategia svizzera per l’orso ai massimi livelli di pericolosità (13-18) non è prevista altra soluzione che la soppressione. Il mantenimento in cattività di un animale che si è dimostrato pericoloso comporta costi e rischi ma, per di più, come asseriscono unanimi etologi e zoologi, la captivazione in aree confinate, per quanto grandi, è – per un orso – una condanna peggiore che la soppressione. Basti pensare che le densità massime mai registrate al mondo si osservano in Slovenia, nelle Alpi Dinariche, dove vi sono 40 orsi per 100 km2 (1). Tradotto in ettari un orso ne occupa 250. Ma siamo in condizioni ottimali che, sulle Alpi, non esistono. Qui l’orso ha bisogno di più spazio.

 L’idilliaca “prigione per orsi” del Casteller è in grado di ospitare tre reclusi in una superficie di 7.604 m ossia 2525 m2 per capo. Contro i 2,5 milioni degli orsi (che pure sono “pigiati”) della Slovenia. Mille volte meno spazio. Gli animal-ambientalisti (anche nella circostanza dell’abbattimento di KJ2, le organizzazioni  “classiche”, come Wwf e Legambiente, non si sono distinte dalla galassia animalista se non per i toni), contestano con ugual foga sia l’abbattimento che la captivazione.

Un atto dovuto

A pro dei tanti che parlano e straparlano a difesa dell’orsa va richiamato il quadro legale. Se il Pacobace indica una “griglia” tecnica di situazioni e di interventi quanto disposto con l’ordinanza del 24 luglio che disponeva la rimozione dell’orsa KJ2 a seguito dell’aggressione ad Angelo Metlicovez avvenuta il due giorni prima in località “Terlera”, di Terlago (comune di vallelaghi). Tale aggressione era avvenuta, come riportato nell’ordinanza, “senza che l’animale fosse stato provocato”.

Rossi ha agito in virtù dell’urgenza in base all’ art 52, comma 2 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige) e di cui all’articolo 18.2 della legge regionale 4 gennaio 1993, n. 1 (Nuovo ordinamento dei comuni della Regione Trentino-Alto Adige). Se fosse in gioco un solo comune spetterebbe al sindaco, ma trattandosi di più comuni deve intervenire il presidente della provincia.

“con atto motivato e nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento giuridico, i provvedimenti contingibili e urgenti in materia di sanità ed igiene, edilizia e polizia locale al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini” ;

In passato il Ministero dell’ambiente aveva fatto ricorso contro un provvedimento di cattura dell’orsa DJ3 ma l’ordinanza del 2011 si riferiva a fatti relativi ad un lungo periodo in cui  l’orsa in questione aveva maturato una progressiva confidenza con la presenza umana. accompagnata a una crescente indifferenza nei confronti dei dissuasori impiegati nei suoi confronti (es.: rumori e fonti luminose) e aveva altresì
intensificato le sue incursioni nelle vicinanze dei centri abitati, sì da destare un diffuso allarme nella popolazione della Val d’Algone, della bassa Val Rendena e delle Giudiciarie. Nel marzo del 2010 aveva destato viva preoccupazione fra le popolazioni interessate l’episodio dell’ingresso dell’orsa DJ3 nel centro abitato di Roncone, con predazione di una pecora custodita fra le case del Paese. Lo stesso ISPRA (Organo consultivo del Ministero appellante) aveva confermato “[il] persistere di rischi per la sicurezza dell’uomo derivanti dai comportamenti dell’orso DJ3 [nonché] dell’inefficacia delle misure di ricondizionamento messe in atto”. Così nel marzo del 2011 all’uscita del letargo era stata predisposta la cattura. Il Ministero contestò che si sarebbe potuta chiedere l’autorizzazione mesi prima ma il Consiglio di stato con sentenza 3007 del 2013 respinse il ricorso ritenendo che vi fosse comunque la necessità di agire d’urgenza. DJ3 era arrivata alla scala 13-14. Ben lontano dal “fondo scala” come KJ2. Semmai  si può restare sorpresi del perché, nel 2015, dopo aver catturato la stessa orsa che si era resa responsabile il 10 giugno dell’aggressione a Wladimir Molinari (che ha perso l’uso della mano e il lavoro ed è dovuto ricorrere a cure con psicofarmaci e soffre di incubi) sia stata lasciata uccel di bosco sino a quest’anno. Sulla mancata cattura nel 2015 e 2016, nonostante l’ordinanza contingibile e urgente di Rossi,  rimangono molti interrogativi (ci torniamo dopo)  e  Angelo Metlicovez avrebbe tutti  gli elementi per denunciare  Rossi per quello che gli è capitato.

Perché è stata abbattuta (la pallottola l’hanno scelta anche gli animalisti)

L’ordinanza del presidente della provincia di Trento prevedeva sia la cattura per trasferimento al Casteller che l’abbattimento. Però si faceva espressamente riferimento alla pericolosità massima quale elemento da tenere in conto, anche se la scelta era lasciata – sulla carta – alla natura delle circostanze e a considerazioni di sicurezza per i forestali.  Di fatto l’abbattimento, sia pure tra le righe, era scritto nell’ordinanza. La narcosi, in un animale di una certa età, avrebbe rischiato di trasformarsi in un caso Daniza bis (amplificato dalla reiterazione), ancora più difficile da gestire (ci si sarebbe esposti all’accusa di usare l’anestetico per uccidere). L’effetto del narcotico comunque non è tanto immediato da impedire un attacco da parte di un animale che aveva già in due esperienze “ingaggiato” con l’uomo. Ampiamente giustificata sul piano legale e tecnico la tempistica dell’abbattimento di KJ2 è palesemente stata motivata anche da considerazioni politiche.  Nell’immediato si è inteso sfruttare l’effetto ferragosto. Con gli animalisti (ceto medio urbano) in vacanza e incapaci di una reazione seria in tempi rapidi. Infatti alle bordate virtuali non è corrisposta alcuna seria capacità immediata di manifestare (il primo corteo di auto da Riva a Trento era composto da sole sei vetture).  pare una minaccia spuntata anche il boicottaggio delle prenotazioni di soggiorni in Trentino (anche perché a ferragosto la stagione estiva è già al suo culmine).Se KJ2 avesse retto la narcosi e fosse stata chiusa al Casteller avrebbe dato il pretesto a una campagna animalista senza fine che avrebbe rischiato di compromettere in modo molto più pericoloso l’immagine del Trentino che la decisione di sparare alla vigilia di ferragosto.

Le proteste per la fine di Daniza e per le orse precedentemente rinchiuse al Casteller e le minacce animaliste hanno contribuito a decretare la sorte di KJ2. Un fatto che gli animalisti non potranno ignorare (in camera caritatis), Così come non potranno ignorare che il loro potere di ricatto  attraverso le minacce per l’ordine pubblico, il boicottaggio del turismo e dei prodotti  appare, a ferragosto 2017, un arma spuntata.

La pallottola che ha “rimosso” KJ2 non solo non darà nuova linfa all’animalismo ma lo ridimensiona. Mostrando che l’orso non è un sacro totem, che basta un dito su un grilletto per ridimensionarlo. Non tanto il povero animale, quanto l’idolo che è stato costruito dall’animal-ambientalismo con i fattivo concorso della retorica orsista sparsa a piene mani da Life Ursus, dal Parco Adamello Brenta (vedi il centro visitatori dedicato all’ orso il signore della foresta), la stessa Provincia autonoma (almeno fino al 2014).

 

Cosa cambia dopo l’abbattimento di KJ2 (non solo orsi)

Farebbero bene a riflettere i governatori pusillanimi delle regioni italiane che, con l’eccezione della Toscana e di Bolzano (con Trento e il Veneto che si sono rimangiati il dietro-front), hanno fatto una pessima figura rimangiandosi il parere positivo al piano lupo (fermo ormai da due anni). Il piano  prevedeva la possibilità di abbattere qualche capo, un ridicolo effetto placebo per “calmare” gli allevatori e fingere una posizione bipartisan di uno stato che mostra di dare più peso alle proteste animal-ambientaliste che alla categoria degli allevatori. L’opposizione feroce degli animal-ambientalisti non si giustifica certo con il desiderio di tutelare (o dell’orso) ma con la difesa di un tabù: la speciale e totale “protezione assoluta” dagli abbattimenti legali di orsi e lupi. Un tabù che è diventato una ragione sociale, un vanto di fabbrica, una rendita di posizione per il movimento ambiental-animalista.

A nulla valgono gli appelli degli zoologi, dei conservazionisti scientifici che fanno appello agli ambientalisti (agli animalisti no perché sarebbe fiato sprecato) perché accettino il principio che, per il bene stesso delle popolazioni, non è il singolo animale che va tutelato e che, anzi, una gestione di una specie come il lupo, sarebbe solo a vantaggio della medesima consentendo un serio monitoraggio (oggi inesistente), la riduzione dei prelievi illegali, il contenimento dell’ibridazione con il cane domestico. Va messo bene in chiaro che gli animal-ambientalisti non tutelano orsi e lupi ma affermano un’ ideologia e, in definitiva, loro stessi e le loro organizzazioni. Quando questo risulterà chiaro anche ai politici (possono capirlo, ma non vogliono) la smetteranno di parlare di “traslochi”, “espatri”, “radiocollarizzazione di massa”, “contraccezione” e simili amenità. Tecnicamente irrealizzabii, costose, tali da suscitare nuove proteste.

Non si scappa dalla responsabilità della gestione della fauna. La politica deve comprendere che, a seguito delle trasformazioni profonde del territorio, della società e dell’economia, questo è diventato un aspetto importante della politica, un compito che implica il coraggio di informare i cittadini e il dovere di non alimentare approcci demagogici ed emotivi. Altrimenti c’è il rischio che le situazioni sfuggano completamente di mano e che la politica resti paralizzata tra le montanti proteste contro i danni provocati dalla fauna che convolgferanno sempre più ampie fasce di elettori (i cinghiali sono nelle città e i lupi molto vicini) e le isterie contro l’abbattimento di qualche capo. Da questo punto di vista la rottura del tabù, la fucilata a KJ2 aprono spiragli.

La scelta della politica italiana: non gestire, assecondare chi protesta più forte

In un recente convegno (2) due esperti faunisti (Perco e Forconi) hanno evidenziato con chiarezza gli scenari possibili per la popolazione di lupo italiana. I due opposti sono quelli 1 (protezione legale assoluta sulla carta “all’italiana) e 5 (gestione mitteleuropea e nordamericana, che tiene conto che ormai il lupo è una specie come le altre non a rischio di estinzione). Il piano lupo, bloccato dagli animal-ambientalisti che hanno indotto le regioni a fare dietro-front (ci vuole poco a spaventare i vigliacchi) rappresenterebbe lo scenario 4, ovvero di gestione “cauta” con un prelievo simbolico (gli autori lo definiscono “placebo”) di circa 60 lupi (su una popolazione di 3-4 mila). Tanto per fare un paragone in Francia, dove sono censiti (lì lo fanno) 360 lupi quest0anno se ne sono abbattuti legalmente 40.


Fonte: F. Perco, P. Forconi, 2016 (2)

Come si vede la differenza tra gli scenari estremi consiste nella natura del conflitto: nel caso di  “avanti così”, ovvero di non gestione il conflitto con gli allevatori è alto, all’opposto nel caso di gestione della popolazione (con un prelievo più o meno incisivo) il conflitto con gli animalisti diventerebbe altissimo. Lo stato italiano, gestito da una classe politica che guarda alle prossime elezioni, e non oltre, preferisce il conflitto con gli allevatori, con una categoria economica che mantiene la vitalità demografica delle aree interne e di montagna garantendo anche la manutenzione del territorio. Perché? Perché gli animalisti hanno una forte capacità lobbystica e di penetrazione dei media  mentre gli allevatori hanno una rappresentanza politica e un’organizzazione pari a zero in quanto chi, sulla carta, dovrebbe tutelarli (le organizzazioni professionali, le associazioni allevatori, i consorzi di tutela) è fortemente legato alla politica e alla burocrazia dalle quali ottiene norme corporative e finanziamenti. Mai si metterebbero contro lo stato e le regioni che li foraggiano. Già, ma se lo stato non fa nulla devono pensarci gli allevatori a esercitare il prelievo illegale. “Se non ci fossero i bracconieri ci troveremmo i lupi in casa” disse una volta Boitani, coautore del piano lupo con gli abbattimenti placebo. In definitiva per evitare che la situazione sfugga di controllo i “bracconieri”, che in realtà non esistono perché i veri bracconieri sono quelli che cacciano illegalmente per fini economici, devono  eliminare con vari metodi più di 900 lupi all’anno.  Occhio non vede, cuore non duole dice l’ipocrisia “all’italiana”.  E anche quando “vede”, agli animal-ambientalisti va ancora bene perché possono additare alla pubblica esecrazione i perfidi “bracconieri” e  confermarsi “paladini del lupo”. Non è proprio così, perché tra lacci, tagliole, esche avvelenate, bocconi con cocci di vetro e lamette, spugne fritte nel grasso che si espandono nello stomaco impedendo al lupo di alimentarsi, grossi ami da pesa armati con esche succulente appesa agli alberi per “pescare” i lupi più fortunati sono proprio quelli che ricevono una fucilata. Gli altri fanno una brutta fine. Ma agli animal-ambientalisti responsabili di questa strage importa qualcosa dei lupi? No.  Lo scenario che vede il contrasto del bracconaggio in assenza di controllo legale (2) ha altrettante poche probabilità di avverarsi. Il conflitto con gli allevatori diventerebbe altissimo. Le forme di protesta si farebbero dure e gli allevatori si organizzerebbero, le associazioni ufficiali sarebbero costrette a mobilitarsi. E la politica pagherebbe uno scotto pesante.



Fonte: F. Perco, P. Forconi, 2016 (2)

Perché la politica è inginocchiata

Animalisti e ambientalisti fanno il loro mestiere (perché una politica debole e troppo opportunista) glielo lascia fare. E qui si impone di allargare il discorso dagli orsi e lupi (che comunque sono al 99% una bandiera, un pretesto) a  considerazioni sulla politica e sulla società in grado di capire cosa succede, perché la fauna (ci sono anche i cinghiali, i piccioni, i cormorani, le nutrie, i caprioli, i cervi) è diventata un problema e si è creato un corto-circuito. A differenza dell’ambientalismo “classico”, saldamente nell’orbita dell’egemonia culturale della sinistra, l’animalismo si trova più suo agio a destra, dove troviamo sia la componente violenta (in cui sono confluiti gruppo neofascisti) che quella berlusconiana. Ne è derivata una corsa, a destra come a sinistra (come da parte dei grillini),  a blandire l’animalismo che può far valere maggiormente la sua, più o meno larga (e non dimostrata), capacità di spostamento dei voti. Non dimostrata, ma potenzialmente temuta  perché l’animalismo non è vincolato a priori a nessuno schieramento. Già tre anni fa (vai all’articolo su Ruralpini) mettevamo però in evidenza come l’animalismo rappresenti un movimento in sintonia con le peggiori tendenze della post-modernità, della società liquefatta, senza identità e appartenenze, dove cade anche la distinzione tra umano e non umano. Un mondo senza differenze come vagheggiato dalla sinistra? Non proprio. Togliendo agli sfruttati quel minimo di garanzie che la civiltà cristiana, con l’affermazione del valore della vita e della dignità umana, aveva sin qui – sia pure contraddittoriamente – assicurato nell’apparente appiattimento dell’unica umanità colpevole, gli sfruttatori hanno tutto da guadagnare (e le differenze sociali tenderanno ad aumentare).

 

Con l’animalismo paiono trionfare i principi della destra individualista, relativista, utilitarista (in antitesi, non tanto con quelli di una sinistra imborghesita, quanto con quelli della destra identitaria e comunitaria). L’ambientalismo, promosso da un Pci che era rimasto orfano della classe operaia,  aveva mantenuto, sino in tempi recenti, (almeno in alcune sue componenti) una dimensione sociale, ricollegandosi alle lotte contro la nocività in fabbrica e a filoni terzomondisti (Seattle) (3). Con lo scivolamento del mainstream ambientalista su posizioni tecnocratiche (green economy) è rimasta libera un’ampia prateria per  un  animal-ambientalismo che fa leva sulla sfera dell’emotività, degli impulsi, delle sempre ricorrenti rielaborazioni dei miti romantici della “natura selvaggia”. L’ambientalismo alla Toreau, di matrice nord-americana che assume con facilità toni antiumanistici. Tra un individualismo edonista e utilitarista esteso agli animali, e portato alle estreme sue conseguenze, ma sempre in nome della razionalità (sino a ritenere più preziosa la vita di un animale  che quella di un  disabile) e pulsioni romantiche rousseauiane  (dove il “buon selvaggio” è l’animale perché l’umanità in blocco ha perso l’innocenza ed è reproba), l’animalismo ha possibilità di pescare in una società disorientata che in nome del rifiuto delle ideologie è del buonismo “panspecista” e pronta ad abbracciarne una nuova, radicale, totalitaria.

Le organizzazioni ambientaliste vanno a rimorchio dell’animalismo per almeno due ragioni:

1) il protezionismo emotivo si presta molto bene a fungere da foglia di fico rispetto a scelte affaristiche (la green economy, le bioenergie, la chimica verde), a distogliere dalla natura sociale dei conflitti ambientali (chi ci guadagna con la green economy, non certo i ceti popolari, ma il biocapitalismo rampante);

2) consente di restare sul solco delle facili battaglie anti-caccia che hanno caratterizzato l’ambientalismo italiano sin dalle origini, creando un facile consenso nel contesto di una cultura ecologica abborracciata, che va poco al di là del National geographic e Licia Colò scontando la cronica scarsa diffusione della cultura scientifica e naturalistica in Italia.

Si può concludere l’opinione pubblica animalista non è certo influenzata dai gruppi animalisti militanti ma che l’animalismo è creato dal media dei grandi gruppi finanziari (a quali interessi sociali risponde l’abbiamo già chiarito).

 

La società e il territorio semplicemente non esistono

Fino a qualche anno fa, però, la demagogia animal-ambientalista pareva innocua. Le cose sono profondamente cambiare ma la politica,  la cultura, la chiesa cattolica hanno gravemente sottovalutato il cambiamento di paradigma. Si stenta a capire che l’animalismo rappresenta una forma di nichilismo che mina i fondamenti sui quali è costruita la società, fondamenti che vanno al di là del diritto positivo, delle costituzioni. Il rispetto e la priorità della vita umana sono alla base dell’etica e del diritto. Venuto meno questo punto fermo tutto diventa opinabile, relativo. Se non c’è un punto fermo come questo come può non implodere una società dove gli orientamenti valoriali sono così diametralmente opposti. Oggi alle deliranti affermazioni degli animalisti che antepongono la libertà dell’orso alla vita umana si contrappone la costituzione, le leggi sulla sicurezza pubblica, la coscienza della stragrande maggioranza delle persone. Circostanze che, nonostante l’opportunismo della politica, sono per ora in grado di arginare la deriva nichilista antiumana. Ma l’erosione dei principi di rispetto e priorità della vita umana è in atto anche su altri fronti (eutanasia, manipolazione degli embrioni, utero in affitto ecc.) e nulla è più scontato.

A cosa mira questa l’ideologia “anti-specista”, la condanna in blocco dell’ “umano criminale”, dell’ “unica specie nociva”? L’uomo viene equiparato alle altre specie zoologiche, la società si annulla. Il contadino dei paesi poveri che non usa pesticidi, combustibili fossili, concimi chimici è sullo stesso piano del ceo della Monsanto. Peter Singer, guru del movimento animalista, famoso per sostenere l’infanticidio oltre all’aborto, non si fa scrupolo a  preferire il cibo industriale a quello  “km  0” (4).  Oltre a negare, da teorico dell’individualismo utilitarista, alcun valore positivo alla territorialità, (sostenendo l’etica del “minor costo economico” e della globalizzazione), Singer sosteneva che fosse preferibile un mondo di multinazionali (alla MacDonald) rispetto a “10 mila piccoli allevatori”. Per il semplice motivo che, con MacDonald, il movimento animalista può sedersi a un tavolo mentre ciò non è possibile con 10 mila piccoli allevatori beceri e ignoranti (l’illuminato MacDonald può permettersi la consulenza di esperti di benessere animale, vicini al movimento animalista e di concedere qualche contentino). Che l’animalismo, nel suo annullare società e territorio in una generica “specie umana criminale e nociva”, operi un formidabile servizio al capitalismo neoliberista è abbastanza evidente. Togliendo all’umano e alla vita umana quel rispetto che la civiltà cristiana ha introdotto senza distinzioni tra i figli di Dio si favoriscono i più forti   Che la sinistra blandisca l’animalismo è la certificazione del suo suicidio.

L’uomo “invade” l’habitat dell’orso ed è sempre colpevole

Le teorie animaliste trovano riscontro nelle azioni dei gruppi animalisti. Se fosse lasciato loro spazio, in barba alle leggi e ai diritti delle persone e delle comunità, la montagna dovrebbe essere abbandonata. I mezzi con cui cercano di imporre la loro visione sono la disinformazione e le minacce. Uno degli strumenti più odiosi utilizzato dagli animalisti è lo stalking nei confronti delle persone ferite dagli orsi, “colpevoli” di non essersi lasciati ammazzare, si essersi salvati. Il solo fatto di essersi trovato nel bosco fa della vittima un colpevole che ha “disturbato” l’orso, violato il suo sacro habitat. Non conta nulla il fatto che gli orsi in Trentino sono stati portati dalla Slovenia, che – rilasciati in zone relativamente remote – si siano spostati in aree densamente abitate ad un tiro di schioppo dalla stessa città di Trento. Per l’animalismo l’essere umano è un intruso sul pianeta e non contano nulla le caratteristiche del territorio, il grado e il tipo di antropizzazione, la storia. Gli aggrediti sono stati fatti passare per dei colpevoli. Maturi (Pinzolo, 2014) è stato accusato addirittura di aver preso un orsetto in braccio, Metlicovez di essere andato lui all’attacco dell’orso con il bastone anche se ha ribadito che l’ha usato quando era a terra.

A fornire il pretesto agli animalisti per attaccare il pensionato è stato lo stesso dr. Groff, il responsabile dell’ufficio grandi carnivori della provincia di Trento. Groff,  “interpretando” le parole del pensionato (si era precipitato ad andare in ospedale appena Metlicovez vi era stato ricoverato per raccoglierne le dichiarazioni), ha sostenuto che l’uomo si era trovato l’orso all’improvviso a breve distanza e ha usato il bastone. Ma Groff c’era? No. Ha “raccolto” delle informazioni da un uomo ancora scosso (con quale correttezza e autorità?) e le ha usate contro di lui.  Per intimidire il pensionato gli animalisti  hanno poi presentato un esposto contro di lui per maltrattamento d’animale. Ma la cosa più grave è che le dichiarazioni di Groff contraddicono l’ordinanza del presidente Rossi che parla di “aggressione da parte di un animale non provocato”. Che all’interno della provincia ci sia chi rema in direzioni diverse era chiaro da tempo. Quello che ci si chiede è di quale coperture politiche godano quelli come Groff (e Dallapiccola che gli va a rimorchio) che, se non remano apertamente contro Rossi, mirano di certo a metterlo in difficoltà.

Il dr. Groff: da anni minimizza il pericolo rappresentato dagli orsi ed è responsabile di un’informazione di parte 

Dopo l’abbattimento di KJ2  il povero pensionato, memore  di quanto capitato a Daniele Maturi vittima (lui e la famiglia)  di una campagna di insulti e minacce  telefoniche, e non solo, ha ritrattato le dichiarazioni  rese alla Zanzara (“andrebbe abbattuta, è pericolosa”) dichiarando che l’orsa non doveva essere uccisa .  I media nazionali hanno subito strumentalizzato (contro Rossi), le “nuove” dichiarazioni del pensionato.  Il fatto che siano state  rese per paura non conta e non si dice. La forza dell’animalismo non consiste solo nelle minacce, nelle denunce, nelle campagne di disinformazione  (condotte con ampia disponibilità di mezzi economici grazie agli incassi – anticostituzionali – sulle sanzioni per reati di maltrattamento degli animali che garantiscono cospicue entrate, tali da far lavorare a pieno ritmo uffici stampa e legali).

Chi decide sugli orsi in Trentino?

La forza dell’animalismo non è data solo dal “brodo di coltura” offerto dai media, dall’opportunismo dei politici ma anche dall’ambiguità di personaggi come Groff, pubblico funzionario, ma smaccatamente “dalla parte dell’orso”, e dello stesso assessore Dallapiccola (sotto) che è sempre apparso un megafono di Groff, cambiando spesso versioni e posizioni assumendosi il compito del “materasso”.  Dallapiccola insieme a Groff ( non si capisce chi sia il dipendente e chi il principale) si è fiondato all’ospedale appena saputo che vi era stato ricoverato Metlicovez per “manifestare vicinanza”. Che ipocriti.

A nessuno tra quelli che seguono da vicino la saga di Life Ursus sarà sfuggito come Dallapiccola abbia, dopo l’abbattimento di KJ2, messo subito le mani avanti chiarendo che la decisione era di Rossi e di Rossi solo in qualità di responsabile della sicurezza pubblica (nella provincia autonoma non c’è prefetto). Dallapiccola, che così si è almeno in parte smarcato, è un personaggio fenomenale che, nel 2015, dopo due gravi aggressioni da parte degli orsi, con grave sprezzo del ridicolo indicava nella bubbola canadese il rimedio infallibile per girare sicuri nei boschi trentini frequentati dagli orsi. Ma non è finita. L’assessore, cambiando diverse volte versione, ha avuto modo di spiegare recentemente (dopo il fatto accaduto a Metlicovez) che, nel 2015, l’orsa KJ2 non era stata catturata perché aveva i piccoli (ai tempi sembrava fosse un’inafferrabile primula rossa).

A questo punto è necessario ricordare le date: l’aggressione a Molinari è del 10 giugno e KJ2, in seguito all’ordinanza di Rossi, viene catturata solo il 15 ottobre. Quest’anno il 22 luglio aggredisce, il 4 agosto viene catturata e radiocollarata e il 12 agosto sparata. La differenza sta tutta in una scelta politica. Ma era legittimo prendersela comoda con la cattura due anni fa? No. I motivi di urgenza e di pericolosità sussistevano come quest’anno, la recidiva non ha aggiunto nulla. Solo che due anni fa, per evitare il caso Daniza (estate precedente), si preferì lasciar passare non solo il ferragosto ma anche tutta l’estate.

Romano Masé, comandante della forestale trentina

 

Dopo la cattura la stessa provincia lasciò intende, in alcune dichiarazioni, che si sarebbe aspettato la primavera successiva alla cattura, dopo il letargo. Ma quando l’orsa si risvegliò dal letargo, nel 2016, il collare non c’era più. Dallapiccola spiegò che il collo si era assottigliato per la perdita di grasso durante l’inverno. Fosse così era un fatto prevedibile e rimandare all’anno seguente ha rappresentato una grave colpa della Pat. Metlicovez ha rischiato grosso per questa scelta. Una scelta opportunista, legata al desiderio di non ripetere un caso Daniza, dalla paura di una potente istituzione per sparuti drappelli animalisti.

Probabilmente nel 2015. anche se l’ordinanza era firmata da Rossi, le decisioni furono prese da Masé, capo della forestale e da Groff, il responsabile degli orsi e dei lupi. Dallapiccola ha spiegato, a posteriori, che la scelta di lasciare a “piede libero” nel KJ2 nel 2015 fu presa per via dei cuccioli. Ma Daniza morì durante le operazioni di sedazione l’11 settembre 2014, mentre KJ2 fu radiocollarata il 15 ottobre. Se i cuccioli di Daniza sopravvissero potevano sopravvivere anche quelli di KJ2.  Quest’anno, al di là delle firme sulle ordinanze, è palese  Rossi non ha  lasciato le decisioni a i suoi ambigui assessori e funzionari ma è stato costretto dalle circostanze politiche e legali ad agire con quella decisione che andava mostrata già anni fa impartendo precise disposizioni a Masé (probabilmente tagliando fuori Dallapiccola e Groff). In ogni caso la storia della reintroduzione dei grandi predatori da oggi entra in un capitolo nuovo.

Note

  • (1)  K. Jerina, M.Jonozovič, M. Krofel, T. Skrbinšek (2013) Range and local population densities of brown bear Ursus arctos in Slovenia, in: European Journal of Wildlife Research , 59 (4): 45–467
  • (2) F. Perco, P. Forconi, Andamento stagionale della popolazione di lupo in Italia e scenai di conservazione,  III Congresso nazionale fauna problematica, Cesena, 24-26 novembre 2016

    (3) Vedi gli articoli su Ruralpini  Imbroglio ecologico (I)Imbroglio ecologico (II)

    (4)  J. Mason, P. Singer, Cosa mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari  il Saggiatore, Milano, 2007),

Lo stretto legame tra terre alte e città: la Milano dei bergamini

Dalle Terre alte i montanari si muovevano con disinvoltura in altri paesi, nelle città. Al di là dei migranti stagionali vi erano anche figure più strettamente legate all’economia cittadina. Tra queste i bergamini, gli allevatori-casari transumanti protagonisti di sei secoli di vita lombarda. La loro gravitazione su Milano e le loro tracce nella realtà cittadina sino tutt’oggi ben individuabili a partire dalla centralissima contrada (ora “via”) a loro dedicata. Alla Biblioteca Sormani il 28 aprile 2017 si è svolta una presentazione dei libri sui bergamini di Michele Corti. Non è stato difficile convincere il pubblico dell’importanza dei bergamini a Milano citando tra i luoghi dlela loro geografia milanese lo stesso Palazzio Sormani che, prima di essere Sormani era Monti. E i Monti erano proprietari dell’alpe di Artavaggio in Valsassina affittata a bergamini che, per contratto, dovevano portare al palazzo ogni anno 20 libbre di stracchino. La presentazione ha poi toccato il nesso tra bergamini e la Cà Granda, la piazza Fontana e la chiesa di San Bernardino alle ossa. Si è anche allargata la geografia ai borghi collocati fuoiri le mura e a quelle località che sono diventate parte di Milano solo a Novecento inoltrato.

I bergamini tornano nel cuore di Milano

di Michele Corti

Non è strano parlare di allevatori-casari, per di più montanari e rozzamente vestiti, nel centro di Milano? D’accordo che questi personaggi sono diventato oggetto di libri che, molto tardivamente ne hanno riconosciuto l’apporto cruciale nella realizzazione del primato zootecnico-caseario lombardo, ma…

E invece i bergamini, proprio nella zona di Milano dove sorge la più frequentata biblioteca cittadina (e dove sono stati presentati i libri che parlano di loro) erano di casa.

Partiamo dalla via

I bergamini, come altre “categorie” che hanno contribuito alla vita economica e di Milano del tardo medioevo e della età moderna, hanno – in pieno centro della città – una via ad essi dedicata, nel quartiere dove si concentrano e aleggiano le loro memorie. Come gli orefici, i cappellari, gli spadari, gli armorari ecc.

Per chi non lo sapesse la via bergamini era chianata (prima della più fredda intitolazione “via bergamini”), “contrada dei bergamini”. Così, al plurale, era chiaro a chi ci si riferisse. Poi la toponomastica modernizzante ha censurato quegli arcaici “dei” e ciò non aiuta gli ignari.

La via quindi è intitolata ad una categoria, ai bergamini, non a un sig. Bergamini (cognome peraltro piuttosto diffuso). Essi costituivano una categria che, per i milanesi, era altrettanto famigliare e chiaramente identificabile dei cappellai o degli orefici. A togliere ogni dubbio c’è il fatto che, sulla targa, non appare nessuna di quelle “qualificazioni”, dal sapore burocratico (a volte dagli esiti comici quali: “Spartaco: gladiatore”), che accompagnano l’intitolazione della via sulle bianche targhe marmoree (che, per inciso, sono uno dei vanti della città; nessun cantone ne è sprovvisto, al contrario di altre città, anche lombarde, dove alzi gli occhi sulla cantonata e ti chiedi scandalizzato: “ma in che diavolo di via sono?” E apri google map con la localizzazione).

Ecco come si presenta oggi (foto sotto) la via Bergamini (in fondo ad essa si vede bene la facciata dell’ex Ospedale grande, ora sede dell’università). Sino a qualche decennio fa sulla via si affacciavano ancora le botteghe dei furmagiatt. Anche a occhi chiusi qui – chissà quanti milanesi se lo ricordano – si percepiva il (fragrante, ma anche penetrante) nesso con una “storia di cacio e stracchino”. Chissà, però, quanti degli studenti che frequentano la “statale” conoscono i bergamini? Da tempo medito di eseguire un sondaggio in proposito. Di piazzarmi sotto la targa e fermare gli studenti: “scusa, non sono un rompiballe, ma un prof, e vorrei fare un piccolo sondaggio sugli studenti che passano da questa via… sai a cosa si riferisce?”

Via Bergamini oggi

 

La dedica della via – che ha dato luogo a ricostruzioni a volte fantasiose – era legata, ovviamente, alla presenza dei bergamini al “mercato della Balla” (il mercato “istituzionale dei latticini”, che ebbe durante la sua lunga storia più sedi e si teneva ogni tre giorni). Per secoli la sede era nell’area di via Torino (esiste ancora la via Palla,) poi venne spostato alla Cà granda (via Festa del perdono). Nell’opera Milano e il suo territorio, curata da Cesare Cantù ed edita nel 1844 si legge:

Ab antico si chiama la balla il mercato dei burri e latticinii in città e dapprima stava tra Sant Alessandro e San Giorgio ove ne dura il nome, poi fu trasferito presso l’ ospedale grande sotto una tettoia nè bella nè comoda, Ma un mercato dei commestibili è un altro de pensieri che la città va maturando (1)

L’imbocco di via Bergamini negli anni Venti

 

Bergamini venditori diretti

I “mercati contadini” non sono certo invenzione degli ultimi anni. Le autorità annonarie cittadine (quel Tribunale di provisione che ci è famigliare dai Promessi sposi) si preoccupavano molto di calmierare i prezzi, di far affluire le derrate, di allontanare i sospetti di scarsità e speculazioni (2).

In un “mercato regolato” (inconcepibile oggi ai tempi del neoliberismo ma che non funzionava poi così male) numerosi e dettagliati “capitoli” (articoli dei regolamenti) si preoccupavano di come far affluire le merci, di assicurare un regolare svolgimento delle compavendite, di evitare – per quanto possibile – le truffe e di controllare i prezzi. Così i nostri bergamini li vediamo citati spesso nei capitoli delle grida relative alla gestione del mercato cittadino dei prodotti alimentari. Così nei capitoli relativi a Olij, Grassi, Sevi, Candele, & Mele del Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano… (3).

Cap. IX. Alcuno Postaro, ò rivenditore di questa Città non ardischi comprare, ne incaparare alcuna quantità di butiro, o mascarpe da alcuno Bergamino, ne altra persona, ne qualsivoglia vettovaglia in questa Città innanzi la seconda nona, ne di fuori per miglia dodici, ma tal butiro, & vettovaglie, che si conducono dalli Bergamini & altri alla Città, quali le debbano vendere loro stessi publicamente nelli luoghi destinati, publici, & soliti, conforme però sempre alli ordini, & non le possino vendere ad alcuno venditore di questa Città, ma solamente quelli, che vorranno comprare per uso proprio, & non altramente (salvo doppo l’hora della seconda nona come sopra alli Postari), & tutto ciò sotto pena de scuti cinquanta d’oro, e di tratti tre di corda, overo d’essere posto alla berlina o catena all’arbitrio delli detti Signori […]

Il mercato quindi era riservato alla vendita diretta alla mattina. Le facilitazioni offerte ai bergamini erano chiaramente finalizzate a calmierare il prezzo dei latticini mettendo produttori e consumatori a contatto con la “filiera corta”. Ma le autorità si preoccupavano anche dell’approvvigionamento del fieno che rappresentava il “carburante” per i quadrupedi necessari ai trasporti delle merci ma anche al trasporto (4). Così ai capitoli Fieno, et paglia del già citato Sommario delli ordini … si stabiliva che:

Cap. I. Nissuno Bergamino, o altro simile, ardisca havere, ne tenere vacche presso alla Città per miglia cinque ne per far mangiar fieno, ne pascolar prati, ne detti Bergamini, ne altri possino comprare, ne alcuno che habbia fieno ardisca vendere cambiare, donare, ne altrimente contrattare qualsivoglia quantità ancora che minima di fieno raccolto nelle dette cinque miglia presso alla Città a detti Bergamini ne altri per condurlo altrove […]

Al cap. II si proibiva tassativamente ai fittavoli di ospirate o cedere foraggio ai bergamini (5). Da queste disposizioni emerge come i bergamini rappresentassero attori di primaria importanza nell’ambito zootecnico e caseario. Esclusi dalla fascia delle 5 miglia essi si addensavano oltre questa corona off-limits.

Nella categoria dei “bergamini” figuravano anche quei personaggi che, pur continuando una vita “nomade” spostandosi da una cascina all’altra, avevano abbandonato la transumanza e si erano concentrati sull’attività casearia. Si tratta dei latée. Probabilmente essi non erano ancora numerosi nel XVII secolo e la categoria “bergamini” tendeva a ricomprenderli. In ogni caso la differenza tra bergamini e latée era relativa: i bergamini lavoravano (quasi sempre) il loro latte, salvo quando lo “affittavano” ai latée. Questi ultimi erano non solo casari ma anche allevatori; non solo mantenevano diverse vacche da latte ma, con il siero e il latticello residuo delle lavorazioni casearie, allevavano anche diversi maiali che, una volta ingrassati, erano esitati sul mercato cittadino. A sfumare le differenze contribuiva il fatto che tra i bergamini ve ne erano non pochi che, in estate, invece di tornare ai paesi di origine o comunque di trasferirsi all’alpeggio, restavano in pianura (6).

I bergamini (e i latée) erano in ogni caso gente con una particolare sensibilità e affinità con gli animali (in testa avevano … i bes-cti).

Giancarlo Vitali. Il mediatore

 

Esisteva una graduazione senza soluzione di continuità tra chi allevava e transumava, chi allevava e caseificava e chi – infine – si specializzò nell’attività di “negoziante”, vuoi di prodotti caseari, vuoi di bestiame. Da questo punto di vista va infatti ricordato come il “negoziante” non fosse solo un commerciante. Il bergamino (e i latée) vendevano gli stracchini freschi, spesso freschissimi (non ancora salati). Era il “negoziante” che, in appositi magazzini semi-interrati (dislocati in precise aree della città, come vedremo poi), provvedeva alla lavorazione, stagionatura, conservazione degli stracchini (e del grana). Ultimo anello della catena erano i rivenditori, i postari, i bottegai (ma spesso questa attività era legata a quella di commercio e stagionatura e, comunque era gestita da diversi rami delle stesse grandi famiglie).

Quando, con l’espansione della città, che divorava marcite e cascine, diminuì l’offerta di stalle e foraggio ma aumentarono le bocche da sfamare, non pochi piccoli bergamini (i grossi diventarono agricoltori o imprenditori caseari) divennero “lattai”, non più nel senso di “casari” ma di piccoli esercenti la vendita al minuto di latte e latticini. Chi è nato negli anni cinquanta-sessanta ricorda con nostalgia quelle latterie che oggi sono oggetto di un curioso, ma non troppo, revival. Non pochi divennero anche cervelée.

La presenza e la geografia dei bergamini a Milano è quindi legata a una costellazione di figure ad essi collegate per rapporti di parentela e di affari. Figure stabilmente presenti in città: “negozianti” di formaggi, mediatori, commercianti di fieno e di bestiame, rivenditori di generi alimentari.

Una geografia dentro le mura

La presenza dei bergamini nella città si raggrumava in quello spicchio urbano entro la cerchia dei Navigli che unisce piazza Fontana alla Cà Granda. Dal punto di vista temporale i bergamini diventano visibili (agli atti) nel XVI secolo. Nel XVII rappresentano una presenza molto “famigliare” tanto che non solo i capitoli del mercato della balla ma anche altre normative li citano senza bisogno di aggiungere altro. Natale Arioli, nipote di un berlaj (nel lodigiano i bergamini che praticavano la transumanza erano spesso chiamati così), ex docente Itas Codogno e allevatore (oltre che studioso), ha rintracciato la presenza dei bergamini in molti documenti (notarili) del XVI-XVIII secolo. E’ sorprendente come gli atti di secoli fa ci riconsegnino la realtà viva di persone che testimoniano in tribunale, o da un notaio, a Milano e potevano venire dalla remota val Tartano (che è nelle Orobie ma sul versante abduano). Oggi parli con amici “montagnini” e per loro venire a Milano sembra un’avventura nella jungla (metropolitana). Mezzo millennio fa i nostri antenati montanari a Milano erano a casa loro. Viene da chiedersi se la tecnologia abbrevi o allunghi le distanze. I bergamini andavano e venivano a Milano da 100 e più km di distanza, con le condizioni delle “strade” di montagna dell’epoca (che, proibitive per i carri, imponevano di compiere il tragitto dalla montagna alla pianura imbastando i cavalli).

La transumanza (e le migrazioni stagionali qualificate in genere) allargavano gli orizzonti e i montagnini erano tutt’altro che spaesati in città. In Valsassina i comuni affidavano ai bergamini servizi di “tesoreria”. Tranne in estate, quando alpeggiavano, essi, dalle campagne dove svernavano, si recavano a Milano spesso e volentieri (per vendere i prodotti o “fare mercato” di animali, acquisto del fieno ecc.). Così nel XVIII secolo, a Cassina, il comune incaricava il bergamino Giovan Battista Combi dell’effettuazione di pagamenti e si vide abbuonato di parte dell’affitto in cambio del versamento a Milano, , a nome del comune, di importi ad estinzione di debiti e imposte dovuti dal comune stesso (7).

Dettaglio della mappa di Milano di Giovanni Brenna del 1860

 

I bergamini erano ben visibili, con i loro tabarri, al mercato di piazza Fontana che si teneva due volte la settimana. Già, piazza Fontana…

La frequentazione della piazza (e della banca che serviva come appoggio per le operazioni) da parte dei bergamini intabarrati non era ancora cessata nel 1969 quando, il 12 dicembre, una bomba devastò il salone della Banca nazionale dell’agricoltura causando la strage che inaugurò un triste periodo nella storia italiana. Camilla Cederna, in un pezzo giornalistico che fece scuola (8), li citò tra le figure di un mondo rurale che stava scomparendo, ma che esisteva ancora e che fu crudelmente colpito.

Erano presenze caratteristiche quelle dei bergamini; presenze che non potevano sfuggire ai milanesi, anche a una giornalista che, prima di passare al giornalismo politico, si era occupata di frivolezze. Nell’anteguerra la loro “divisa” era ancora più interessante. “In Piazza Fontana a Milano non è più dato vederli avvolti nei loro caratteristici mantelloni pelosi di lana verde […]” (9).

Così scriveva negli anni Settanta Luigi Formigoni (zio di Roberto). Il veterinario Formigoni, a partire dagli anni Venti, ebbe parecchio a che fare con i bergamini della Valsassina, capendoli e ammirandoli (fatto raro tra i tecnoburocrati). Fu, infatti funzionario responsabile della zootecnia della Cattedra ambulante di agricoltura e poi di direttore dell’Ispettorato agrario provinciale di Como. L’abbigliamento dei bergamini in piazza Fontana emerge in modo più preciso dalla descrizione di un informatore bergamino, raccolta di persona diversi anni fa (10).

Dettaglio del pittore bergamasco Musitelli

 

Prima della guerra i bergamìn prima de tutt gh’éren i uregìn d’òor, bei uregìn. Vegnéven in piazza [Piazza Fontana] cun la scussalìna magàri un scussaa, quéi scussaa che metéven sü a fa i strachìn, de téla gròssa e i ligàven chidedrée [girato sul fianco e di dietro ] cun la tracòlla. Vegnéven in piazza cul scussaa, magàri gh’e n’era de quèi che metéva sü anca un para de zuculàss gh’e n’era de quej che vegnéven sü cun scussàa e bastùn perché el bastùn el mülàven no; l’utanta per cént di bergamìn vegnéven in piazza cul bastùn e l’era pròpi un abitùdin.

Come tutte le categorie che si rispettano i furmagiatt avevano un patrono e un”sindacato”. Si trattava di San Lucio martire e del Pio Consorzio intitolato al santo della val Cavargna. Il Consorzio venne canonicamente eretto nel venerando santuario di San Bernardino alle Ossa.

Facciata verso la piazza Santo Stefano

 

Fondato nel 1835, il sodalizio commissionò al pittore Ignazio Manzoni nel 1845 un grande dipinto ad olio, da cui fu ricavata una splendida stampa della raccolta Bertarelli, destinata a una certa popolarità: una scena animata che ripropone il santo nella sua opera di carità verso i poveri. Il dipinto era collocato a destra dell’altare maggiore, nel corridoio che porta all’uscita di via Verziere ma ora non è più esposto perché ammalorato e necessità di restauro.

Una riproduzione del quadro (a fianco) è visibile all’esterno del caseificio di Morterone (in Valsassina). La chiesa di San Bernardino alle ossa rappresentò a lungo un punto di riferimento costante per i bergamini . Come testimoniato dalla ricevuta sotto riprodotta rilasciata al “divoto signor Giuseppe Arioli” per la celebrazione di messe di suffragio. Gli Arioli (ne abbiamo conosciuto giù uno) rappresentano una dinastia di bergamini originari di Piazzatorre e Mezzoldo in alta val Brembana che conta ancor oggi allevatori e imprenditori caseari nell’area del lodigiano e nell’abbiatense.

Facciata di palazzo Sormani-Andreani

 

Nella nostra geografia dei bergamini riteniamo di includere anche il palazzo Sormani-Andreani. E non solo per ragioni simboliche. Esso, fino al 1783, era palazzo Monti e i Monti, originari della Valsassina, che diventarono i feudatari della valle nel 1647. Per la famiglia, osteggiata nelle sue pretese feudali (rivelatesi poco più che onorifiche) dai Manzoni e da altri potenti locali, l’esborso per il feudo rappresentò un pessimo affare economico. Si consolarono con… gli stracchini dei bergamini. Uno dei pochi vantaggi conseguiti all’infeudazione fu il possesso del monte (alpeggio) di Artavaggio. Nel 1731 il conte Cesare Monti (nipote del cardinal Monti) affittò il monte a Giuseppe Bera di Moggio per 1330 £ più un appendizio di 20 libbre di stracchino (poco più di 15 kg) da consegnare presso il suo palazzo milanese (11). Il palazzo è l’attuale sede della biblioteca comunale centrale (famigliarmente nota come “la Sormani”). Per il bergamino, che si recava già in zona per il mercato, l’appendizio non doveva risultare così gravoso. Quanto alla modestia della fornitura non ci si deve ingannare dai parametri d’oggidì (condizionati dalla produzione industriale e dallo svilimento dei caci). Lo stracchino era piuttosto prezioso se, sino a tempi recenti, l’appendizio contrattuale dei fittavoli che ospitavano i bergamini nelle cascine da essi condotte, comprendeva uno stracchino… al mese.

In via Francesco Sforza, dove speriamo di veder tra qualche anno scorrere ancora le acque di quella che era la”cerchia interna”, oltre alla Sormani e alla Cà Granda possiamo aggiungere un altro tassello della geografia dei bergamini-furmagiatt.

Spostiamoci di poche centinata di metri. Al Policlinico. Ma prima serve una premessa. I bergamini, in alcuni casi, fecero strada, alcuni in modo strepitoso, entrando a far parte della più ricca borghesia cittadina. Uno di questi fu Romeo Invernizzi. Gli Invernizzi erano bergamini originari di Morterone (località che abbiamo già incontrato e che si raggiunge oggi da Ballabio mediante una tortuosa strada di 16 km). Carlo Invernizzi, padre di Giovanni, il fondatore della ditta, era nato nel 1837. Svernava nell’area di Treviglio e di Vaprio. Nel 1870 si stabilì definitivamente in pianura, , a Settala (a Sud di Melzo), lavorando come latée, il latte raccolto in zona. Nel 1908, fondò la ditta che portava il nome del padre bergamino e, nel 1914, aprì uno stabilimento a Melzo (a breve distanza da quello della Galbani, altra ditta con origini bergamine valsassinesi).

Parco di villa Invernizzi in via Cappuccini

 

Nel 1925 alla guida della ditta subentrerà il giovane Romeo che impresse un deciso impulso all’azienda. Il padre mantenne, però, sino alla morte avvenuta nel 1941, il compito di selezionare le cascine fornitrici di latte. Giovanni Invernizzi si occupava anche di “rastrellare” aziende agricole, in un periodo in cui i proprietari, appartenenti all’aristocrazia lombarda, erano in difficoltà. Dall’acquisizione di diverse piccole cascine nacque la proprietà di Trenzanesio sulla Rivoltana (oggi un po’ mortificata dalla bretella della brebemi) nello stile della tenuta all’inglese, con tanto di daini. A far schiattare d’invidia vecchi aristocratici e borghesi, dai consolidati blasoni industriali, era anche la sontuosità della dimora cittadina degli Invernizzi, il palazzo-villa con fronte Corso Venezia(e giardini pensili) e retro su via Cappuccini, con il famoso parco dei fenicotteri rosa. Un’ostentazione (ma di stile) che le vecchie aristocrazie avevano abbandonato dopo l’epoca barocca.

Romeo, che si avvalse nella sua attività della collaborazione del cugino Remo, mantenne le redini della società sino al 1982 e si spense a Milano nel 2004 alla veneranda età 98 anni al termine di una lunga vita che l’aveva visto esordire da bambino come laté, raccogliendo il latte prima di andare a scuola, e poi concluderla da ricchissimo industriale. Ricchissimo, ma attento a ricalcare la tradizione meneghina di sostegno alle istituzioni ospedaliere.

Così, di fronte alla vecchia Cà Granda – dove i bergamini vendevano i loro stracchini sotto i portici – sull’opposta “sponda” del naviglio (per ora, ahimè, ancora coperto dall’asfalto tombale), grazie ai lasciti dell’ex-, nipote di un bergamino transumante, è sorto il padiglione più moderno del Policlinico (Fondazione Cà Granda). Le molte persone che transitano ogni giorno per il nuovo Pronto soccorso facilmente si imbatteranno in una coppia elegante che occhieggia nel corridoio: sono Romeo Invernizzi e la consorte Enrica Pessina ritratti nel loro palazzo (la foto è quella qui sotto, della Fondazione Cà Granda).

Romeo ed Enrica Invernizzi

 

Una geografia che esce dalle mura

Il comune di Milano, fu circoscritto entro le mura (“spagnole”) sino al 1873, quando vennero assorbiti i Corpi santi, che costituivano un comune “a corona”, a sè, intorno alla città. Il perimetro esterno dei “Corpi” divenne quello del comune di Milano, salvo poi dilatarsi ulteriormente in seguito alla fagocitazione, in tempi successivi, di parecchi altri comuni. Tra questi Lambrate e il Vigentino sui quali torneremo. I Corpi santi, istituiti nel 1781, rappresentavano una “camera di compensazione” tra la città e la campagna vera e propria, più o meno corrispondente a quella fascia di cinque miglia off-limits pr i bergamini stabilita dalle antiche grida. Nei Corpi si praticava un’agricoltura intensiva con moltissime cascine. Quelle della prima fascia, di un miglio o poco più erano piccole e la produzione di latte era indirizzata prevalentemente al consumo fresco. Mano a mano che ci si allontanava dalle mura cittadine le cascine dei Corpi santi (così verso il Vigentino e Chiaravalle) assumevano l’aspetto di quelle tipiche della “bassa”, con grandi corti che potevano ospitare anche centinaia di vacche da latte, appartenenti a più bergamini. Nei Corpi santi erano dislocate attività quali osterie, mulini, lavanderie in stretta relazione con i bisogni della città ma anche attività industriali (concerie, fonderie, fornaci).

 

Il borgo di San Gottardo, che per i milanesi era el burgh di furmagiatt (12) , almeno sino a non molti anni fa, deve la sua fortuna alla presenza dei Navigli e della Darsena ma anche delle strade regie che correvano ai lati delle alzaie e conducevano verso il Piemonte e Pavia. Un ruolo decisivo nel determinare il suo sviluppo lo svolse però la normativa fiscale. I Corpi santi erano esenti da dazio, quindi era possibile il magazzinaggio di merce deperibile destinata alla città (dove entrava solo quanto necessario al consumo cittadino) ma anche ad altre destinazioni interne Questa favorevole condizione si instaurò, però, solo dopo il 1828. Sino a quella data, al fine di rendere meno agevole l’ingresso a Milano di merci di contrabbando, era vietata qualsiasi attività di deposito anche nei Corpi santi e i furmagiatt milanesi avevano pertanto stabilito grandi magazzini di stagionatura a Corsico. A metà degli anni cinquanta del XIX secolo i depositi caseari del burgh raggiunsero il numero notevole di 105(13).

Corso San Gottardo di inizio Novecento

 

El burgh di furmagiatt mantenne una grande importanza nel commercio caseario sino agli anni trenta, quando la stagionatura del gorgonzola venne trasferita a Novara. Per un certo periodo, mentre la funzione di magazzinaggio ormai declinava, le ditte mantennero ancora le sedi commerciali nel borgo (14).

Via Spallanzani

 

A Milano le attività di stagionatura dei formaggi non rimasero esclusive del burgh di furmagiatt. Verso la fine dell’ottocento si affermarono attività di stagionatura anche nella zona a N-E della città. Le storie di bergamini originari della val Taleggio ci consegnano notizie di stagionature tra Porta Tenaglia (oggi Porta Volta) e Porta Venezia. Non sappiamo se e in quale misura queste attività (sicuramente di rilievo molto inferiore a quelle di Porta Ticinese) si rifornissero attraverso il vicino porto del Tumbun de San March (15).

Per una strana coincidenza le due testimonianze riguardano due originari della contrada Grasso di Taleggio: uno, Pietro Bellaviti, nato nel 1828, si trasferì a Milano nel 1850 avviando un’attività di stagionatura a Porta orientale (attuale Porta Venezia), di certo in connessione con i numerosi bergamini di origine taleggina presenti nella zona dell’Est milanese. Il pronipote racconta come il bisnonno realizzasse nel 1880 due edifici in via Spallanzani dove prima esisteva l’osteria Tri basèi (16).

Giacomo Danelli, nato negli stessi anni di Pietro Bellaviti. nel racconto di una pronipote che ne conserva una fotografia di fine XIX secolo ripresa a detta della discendente in Piazza Fontana e poi “elaborata” da un fotografo di Melzo (riprodotta qui a fianco “ripulita”). Il Danelli esercitò per tutta la vita l’attività di bergamino, svernando solitamente nei Corpi santi. Come tutti i bergamini frequentava il mercato di piazza Fontana e vendeva gli stracchini che produceva ad un nipote “negoziante” (commerciante-stagionatore) che risiedeva in via Paolo Sarpi (dove il processo di urbanizzazione si sviluppò negli anni Ottanta)(17).

Merita un accenno anche l’attività dei commercianti di bestiame di origine bergamina (18). Essi erano spesso parenti degli allevatori e visitavano assiduamente le stalle dei bergamini che svernavano nel Milanese. Acquistavano i capi anche a gruppi piuttosto numerosi e li mantenevano nei loro depositi fuori Porta Tosa (oggi porta Vittoria), Romana ed Orientale (oggi porta Venezia) dove era possibile esaminarli e acquistarli anche a gruppi di decine di capi (un po’ come si scelgono le auto in un salone automobilistico).

La “polveriera” in Corso Buenos Aires

Tra i grossi commercianti di bestiame figuravano dei valsassinesi. Il barziese Lorenzo Buzzoni era nato all’inizio del XIX secolo, operava fuori porta Venezia, l’epicentro dei commerci di bestiame, e divenne proprietario di un edificio, tuttora esistente in corso Buenos Aires all’angolo con la via San Gregorio (19). Il fratello, che continuò a produrre latticini in Valsassina, ebbe meno fortuna. Il palazzo, realizzato a fine Settecento come polveriera (si chiama ancora così), era divenuto osteria con alloggio e stallazzo. L’osteria era luogo di incontro dei commercianti di bestiame (20).

Via Conte Rosso a Lambrate

 

La zona a Est della città era particolarmente ricca di cascine. Essa si estendeva poi verso la Martesana che, grazie al Naviglio e al ruolo di crocevia della transumanza di Gorgonzola, divenne (con Melzo) l’area del decollo industriale caseario. Dopo Gorgonzola era Lambrate il centro caseario più attivo nell’Est milanese. Sappiamo che nell’indagine sui ‘caselli’ del 1840 per la provincia di Milano (21) venivano segnalate, come chiaramente distinte dai ‘casoni’ o ‘caselli’, un certo numero di ‘fabbriche del formaggio’. Di queste ben 13 si trovavano proprio a Gorgonzola, mentre la maggior parte delle altre erano localizzate nella zona immediatamente ad Est di Milano dove era possibile ricevere il latte dai numerosi bergamini che operavano nell’area. Così ne sono indicate quattro a Lambrate (oggi comune di Milano), tre a Limito, tre a Linate (oggi comune di Segrate, confinante con Milano). A Lambrate ditte casearie (produzione e /o commercio) di una certa rilevanza si segnalano ancora nel Novecento e sono in genere gestite da bergamini della val Taleggio. A Liscate è tutt’oggi attivo nella produzione di stracchini il caseificio Papetti (il cognome, originario della val Brembana, è uno tra quelli importanti nella storia dei bergamini).

Il municipio di Vigentino

 

Tutta la fascia a Sud, Est e Ovest della città era area di densa presenza dei bergamini. Qui ci piace ricordare, per concludere, almeno uno dei vecchi comuni milanesi fagocitati dallo sviluppo (spesso brutto e disordinato) della metropoli: il Vigentino (nella foto il municipio nella via Ripamonti). Molto fitta era la presenza dei bergamini a Sud della città perché qui scorrevano i canali scolmatori (l’antica Vettabia e il Redefossi) che veicolarono per secoli le acque luride di Milano fertilizzando le campagne e consentendo produzioni foraggere super (per quantità, non per qualità). I due fattori: vicinanza del mercato di Milano e acque di irrigazione “grasse”. Poi con il dilagare del cemento le acque subirono un pesante inquinamento chimico a causa dell’uso dei detersivi non degradabili e della proliferazione di scarichi dei reflui di lavorazioni industriali. Ci sarà spazio anche per “nuovi bergamini” nel futuro di Milano? Intanto al Parco del Ticinello la Cascina Campazzo continua a produrre latte dopo aver scampato il destino della lottizzazione . Ci sono tante cascine fantasmi di sé stesse, tante superfici coltivate sommariamente (tanto per la Pac) che attenderebbero di essere “riconquistate” dai bergamini.

Note

(1) C.Cantù, a cura di, Milano e il suo territorio, Tomo II, Pirola, Milano, 1844, p.101

(2) Le autorità intendevano evitata nelle città non solo fame ma anche malcontento (mentre la carestia nelle campagne era tollerabile perché meno pericolosa). Era infatti difficile reprimere le rivolte cittadine, i “tumulti”. Che potevano facilmente degenerare nella “presa del palazzo”. Le cose, come noto, cambiarono dopo l’esperienza del 1848 quando, a partire da Parigi, si iniziò un “risanamento urbano”. Esso, eliminando il reticolo di viuzze, aveva lo scopo non tanto dissimulato di consentire alle truppe (e ai cannoni, che anche a Milano furono usate dal sabaudo Bava Beccaris) di impedire l’erezione di barricate.

(3) Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano. Cominciato l’anno 1580, successivamente ampliato nel 1613. Et finalmente perfettionato nell’anno 1657 con aggionta delli Ordini seguiti al presente ec. Nella regia Ducal corte per Cesare Malatesta Stampatore ec., Milano, 1657

(4) Le carrozze (pesantemente decorate ma comode e ammortizzate, da quattro a sei cavalli) erano un cruciale elemento di ostentazione e distinzione sociale e Milano che tra XVI e XVII secolo era la città con il maggior numero in Europa (1587 nel 1666)

(5) Niuno fitavolo ardisca accettare ne tenere bestie di sorte alcuna de Bergamini, ne con loro fare alcuna comvencione secreta, ne palese per far mangiare i fieni, ne far pascolare i prati nelle dette cinque miglia […]

(6) In questo caso si applicava (da San Giorgio a San Michele) un “contratto erba” (l’erba era pesata secondo vari metodi) in luogo del classico “contratto fieno” (“patti da bergamino”, “contratto malghese”) che intercorreva tra San Michele a San Giorgio (comportando l’acquisto del fieno e la concessione, in “appenzio”, dei locali di abitazione, delle stalle e del caseificio, nonché la concessione di legna da fuoco, paglia (in cambio del letame) e generi alimentari (vedi M. Corti, La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal quattordicesimo al ventesimo secolo, Centro studi valle Imagna, Sant’Omobono terme, 2014 (cap. 13)

(7) A. Dattero , La famiglia Manzoni e la Valsassina: politica, economia e società nello Stato di Milano durante l’Antico Regime, Franco Angeli, Milano, 1997, p. 55.

(8) C. Cederna, “Una bomba contro il popolo”, L’Espresso, 21 dicembre 1969.

(9) L. Formigoni, La Valsassina e l’allevamento del bestiame bovino di razza Bruna Alpina, s.l., 1930. p. 7

(10) L’infomatore era Mario Magenes, nato nel 1922 e l’intervista la raccolsi nel novembre 2011 presso la sua abitazione di Cascina Pessina in località Novegro (Mi), comune di Segrate (al confine con Milano)

(11) A. Dattero, op. cit, p. 56

(12) A Nord del perimetro delle mura esisteva anche il burgh di verzeratt (gli ortolani)

(13) C. Besana “Note sulla produzione e il commercio dei prodotti lattiero-caseari”, in P. Battilani, G. Bigatti, Oro bianco. Il settore lattiero caseario in Val Padana tra Ottocento e Novecento, Lodi, Giona, 2003, p. 130

(14) M. Corti, op. cit., 2014, p. 272

(15) M.Corti, “I navigli milanesi: vie d’acqua e di latte (o, per meglio dire, di caci e stracchini)”, in Latte&Linguaggio, 3 (2017):145-164 (a cura di L.Ballerini e P.La Torre, Danilo Montanari editore, Ravenna)

(16) A. Carminati (a cura di) Bergamini, vacche e stracchini. Ventiquattro racconti di malghesi, lattai e fittavoli dalla Valle Taleggio alle cascine di Gorgonzola e dintorni. Centro studi valle imagna, Sant’Omobono terme, 2015, p. 68

(17) Intervista dell’autore alla pronipote raccolta il 3 ottobre 2015 presso la sua abitazione in contrada Grasso di Taleggio.

(18) M. Corti, G.Camozzini, P. Buzzoni. Zootecnia e arte casearia. Tradizioni da leggenda in Valsassina, Bellavite, Missaglia, 2016 (cap.2).

(19) Buzzoni R., Barzio: pagine di cronaca vissuta, Cattaneo, Bergamo, 1958, pp-12-14.

(20) Ivi

(21) Archivio di stato di Milano, Atti di governo, Commercio, p.m., b. 15

Appello delle pastore. La burocrazia ci uccide

Siamo donne, siamo pastore, contadine, montanare

Siamo portatrici di una cultura e di una civiltà che lungo i millenni hanno fatto del mondo la terra dell’uomo.

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ERAVAMO GENTE LIBERA
Eravamo gente libera. Una libertà che si pagava con i sacrifici di ogni giorno: il freddo, la pioggia, la neve e il gelo, la fatica senza orari, né Pasqua né Natale …Ma poi c’era il sole, il vento sulla pelle, i belati degli agnelli, la primavera che fa crescere la vita nuova.
Ora però questa civiltà globalizzata ci toglie la libertà e ci fa morire. Da quando ogni pecora ha un marchio auricolare con un numero, siamo tutti imprigionati in un castello burocratico che ci soffoca: numero di stalla, partita IVA, codice fiscale, numero REA, codice ATECO, OTE, CAA, ARAP, ARPEA, AGEA, Refresh, PEC, modello 4, modello 7…
Sedute all’ombra di un faggio al pascolo non possiamo stare dietro a tutta questa burocrazia e dobbiamo correre continuamente negli uffici delle associazioni di categoria …Intanto a chi le lasciamo le bestie?
Firmi domande che non capisci, e paghi, paghi, paghi … Sempre con la paura di sbagliare o di dimenticare una carta, perché è più grave sbagliare un pezzo di carta che trascurare i figli e i capretti o  gli agnelli….
Curi la famiglia, la casa, il gregge, cresci capretti e agnelli, trascuri te stessa per loro e poi? Le annate che gli agnelli non si vendono facilmente devi chiedere a un commerciante la carità di prenderteli, ed è umiliante…
Una pecora a fine carriera vale 20 €. A contare le ore di lavoro, in certe stagioni non guadagniamo 50 centesimi all’ora; e non ci sono per noi né cassa integrazione, né disoccupazione né reddito di cittadinanza.
L’AGONIA DELLE PICCOLE AZIENDE
Un mestiere da poveri che deve sottostare ad una burocrazia da ricchi. Anche per le nostre associazioni di categoria noi contiamo niente e così le nostre piccole aziende non ce la fanno più ad andare avanti.
Sulla carta, però, siamo uguali! Uguali alle grosse aziende di pianura, che salgono in alpeggio con migliaia di capi ma lo fanno  solo sulla carta, con tutti i documenti burocratici in regola in modo da assicurarsi i contributi che invece sarebbero destinati alla montagna e a chi ci vive e ci lavora!

E ultimamente anche il lupo: bandiera “ecologista” di una società in decadenza, minaccia che ha trasformato la nostra vita di ogni giorno in una continua guerra di trincea: devi essere sempre di guardia, non sai mai quando arriverà e quanti animali ti ucciderà nonostante i sistemi di difesa messi in atto (cani, reti, dissuasori …).. Per poi magari sentirci dire “Ma tanto le bestie morte ve le pagano!”

Ma siamo noi, piccoli pastori e contadini che teniamo vivo un paese, una valle, un pezzo di montagna o di collina, siamo noi che facciamo fronte all’abbandono e all’inselvatichimento, noi che curiamo la biodiversità: dove mangiano le pecore si mantiene la cotica erbosa, crescono mille erbe diverse che i rovi e le cattive erbe dell’abbandono soffocherebbero, si evitano i disastri di frane e alluvioni che poi pesano anche sull’economia della pianura e della città. Siamo noi i veri operatori ecologici della società. A costo zero, anzi paghiamo per esserlo. Ma con questo sistema non possiamo continuare. É tutta una civiltà che muore assieme alle pastore e ai pastori, ai contadini, ai montanari.

E allora

CHIEDIAMO

a tutti i rappresentanti politici( che volenti o no rappresentano anche noi pastori, contadini e montanari), agli amministratori, a tutti coloro che amano la montagna di darsi da fare, intervenire, provvedere in tempi brevi, perché di politica e di burocrazia la montagna e la sua gente stanno morendo.

Sotto le firme raccolte prima del trasferimento della petizione su Firmiamo.it

Nome Cognome Firmato il           alle                   n
Giancarlo Fraticelli 19/04/17 10.02 116
Eliodoro D’Orazio 19/04/17 09.27 115
Maurizio Cerato 19/04/17 09.01 114
Alfredo Falletti 19/04/17 08.41 113
Carlo Bruzzone 19/04/17 07.32 112
Claudio Furloni 19/04/17 07.21 111
michele giura 19/04/17 07.03 110
Adelio Fazzini 19/04/17 06.11 109
Enrico Giorgi 19/04/17 06.10 108
Stefano Chellini 19/04/17 05.49 107
Antonio Augello 19/04/17 04.01 106
Domenico Modesto 19/04/17 03.57 105
Francesco Salamone 19/04/17 03.54 104
Stefano Repetto 19/04/17 02.56 103
Marco Giorgi 19/04/17 01.33 102
Sergio Rossi 19/04/17 01.31 101
Sebastiano Lombardo 19/04/17 01.04 100
Giampaolo Samaria 19/04/17 01.02 99
Sebastiano Sannitu 19/04/17 00.40 98
Antonino Foraci 19/04/17 00.19 97
Roberto Pedrocchi 18/04/17 13.02 96
Luisella De Bernardi 18/04/17 11.45 95
Salvatore Ighina 18/04/17 09.38 94
Cristina Ferrarini 18/04/17 06.50 93
Gabriella Leggio 18/04/17 04.50 92
Dino Matteodo 18/04/17 01.56 91
Samuel Audéoud 17/04/17 21.19 90
Berger Harold 17/04/17 13.45 89
Salvo Orlane 17/04/17 12.19 88
Tite Odre 17/04/17 06.48 87
Daniela Rigotti 17/04/17 01.31 86
Aste Redtroen 16/04/17 12.51 85
Nori Botta 16/04/17 12.36 84
Francesca Montalto 16/04/17 01.27 83
Massimo Garaventa 15/04/17 19.38 82
Rocco Giorgio 15/04/17 16.20 81
Sibilla Morgantini 15/04/17 15.52 80
Patrizia Pompilio 15/04/17 15.32 79
Cristina Troietto 15/04/17 15.30 78
Attilio Mottarella 15/04/17 09.40 77
Dario Confalonieri 15/04/17 05.57 76
Sara Orecchio 15/04/17 04.45 75
Elena tessari 15/04/17 04.28 74
André Baret 15/04/17 03.44 73
Andreia Nicoleta Petrescu 15/04/17 03.28 72
Lorraine Flynn 15/04/17 02.25 71
Maria Pia 15/04/17 01.57 70
Nicola Tripodi 15/04/17 01.36 69
Filippo Rindone 15/04/17 00.56 68
Gloria Castelli 14/04/17 17.40 67
Pina Sgro’ 14/04/17 15.42 66
Marina Mafrici 14/04/17 15.35 65
Jean Fantini 14/04/17 15.17 64
Silvana Fasoli 14/04/17 14.49 63
Marta Sasso 14/04/17 14.45 62
Carmela aloise 14/04/17 14.43 61
Anne Line Redtroen 14/04/17 14.07 60
Francesco Sacca’ 14/04/17 13.39 59
Gessica Peretti 14/04/17 13.23 58
Alessio Nisticò 14/04/17 12.21 57
Paola Tirozzio 14/04/17 12.03 56
Greta Facciotti 14/04/17 11.36 55
Agata Soldo 14/04/17 11.33 54
Manuela Angelino Giorzet 14/04/17 10.56 53
Ferdinando Scolari 14/04/17 10.48 52
Francesca Locci 14/04/17 10.08 51
Maristella Forcella 14/04/17 10.06 50
Mario Petrini 14/04/17 09.30 49
Anna Kauber 14/04/17 09.23 48
Serena Badalassi 14/04/17 09.10 47
Marco Leonardi 14/04/17 08.00 46
Luca Battaglini 14/04/17 07.10 45
Maria grazia Pocaterra 14/04/17 06.41 44
Elisabetta Pugliaro 14/04/17 05.23 43
Nora Kravis 14/04/17 04.54 42
Virginia Gazzolo 14/04/17 03.17 41
Clara Chiappinelli 14/04/17 03.11 40
Camillo Brunet 14/04/17 02.17 39
Anna Arneodo 14/04/17 01.59 38
Alessia Farina 14/04/17 01.17 37
Livia Olivelli 14/04/17 00.24 36
Arianna Macchi 13/04/17 23.52 35
Katia Gastaldi 13/04/17 23.51 34
Caterina bernardi 13/04/17 23.37 33
Paola Bartoli 13/04/17 23.30 32
Marina Gastaldi 13/04/17 20.33 31
Nadia Friziero 13/04/17 18.39 30
Clelia Collé 13/04/17 17.01 29
Amanda Della Moretta 13/04/17 16.42 28
Samantha Repetto 13/04/17 15.15 27
Silvana Peyrache 13/04/17 15.08 26
Michela Cardillo Ottaviano 13/04/17 14.49 25
Gloria Degioanni 13/04/17 14.46 24
Massimo Monteverde 13/04/17 14.36 23
Lucy Lancerotto 13/04/17 14.33 22
Silvana Peyrache 13/04/17 14.25 21
Alberto Fatticcioni 13/04/17 14.20 20
Cristina Pedroncelli 13/04/17 14.11 19
Lidia Sussetto 13/04/17 14.07 18
Marina Lombardi 13/04/17 13.52 17
Cesare Legnani 13/04/17 13.35 16
Chiara Cannizzo 13/04/17 13.16 15
Daniela Bonnet 13/04/17 13.11 14
Cristina Boggiatto 13/04/17 13.05 13
Licia Rotondi 13/04/17 13.04 12
Gloria Pisotti 13/04/17 13.00 11
Marzia Verona 13/04/17 12.50 10
Sergio Chiarini 13/04/17 12.47 9
Andrea Astori 13/04/17 12.30 8
Elena Rodigari 13/04/17 10.45 7
Lauretta Gullì 13/04/17 10.42 6
Dino Mazzini 13/04/17 10.25 5
Giulia Simonetto 13/04/17 10.10 4
laura multari 13/04/17 09.48 3
Francesco Volpini 13/04/17 07.22 2
Gianna Grugliotti 13/04/17 04.48 1

Asimmetrie alpine e determinismo ambientale

di Mariano Allocco

Vivere le Alpi sul versante italiano e su quello estero presenta differenze sostanziali.

Da noi, specialmente in Piemonte, è evidente l’emergere di un conflitto tra Piè e Monte, altrove questo non succede e le vicissitudini TAV in val Susa e la “questione lupo” sono due esempi sui quali riflettere.

Cosa sta capitando qui?

Dalla pianura si pone al centro delle politiche montane l’ambiente, mentre dal monte si chiede che la centralità sia riportata sull’uomo che questo ambiente vive, questione non da poco.

Perché questa differenza di paradigma in Italia? Quale è la differenza tra i due versanti?

Se tracciassimo una sezione perpendicolare alle Alpi, vedremmo che il pendio in pochi chilometri in Italia precipita in pianura, in Francia, in Svizzera e altrove invece non c’è separazione netta tra grande pianura e montagna, le città sono lontane, le Alpi se la prendono comoda e la pianura non c’è.

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La spiegazione va cercata proprio lì, nell’asimmetria dei versanti alpini, nella diversa distribuzione delle curve di livello.

Il confine tra Pianura Padana e Alpi è netto e in Piemonte lungo di esso corre una città diffusa che fa da confine tra due mondi che stanno allontanandosi sempre più.

Mentre sulle Alpi si sta affermando un deserto verde, in basso c’è una pianura sempre più antropizzata, con un tasso di inquinamento tra i peggiori in Europa, con aree metropolitane che sono motore di sviluppo industriale e una agricoltura intensiva sempre meno sostenibile.

Una società postmoderna, in crisi strutturale, vede nelle Alpi sempre più verdi un alibi, senza sapere che con ogni probabilità l’anello debole sta in basso.

Sul versante estero invece il declino è graduale, le città sono lontane e non c’è quella frattura geografica, ambientale, storica e sociale che troviamo qui.

Il conflitto che sta emergendo in modo evidente è per buona parte riconducibile a questi fattori, questione da sociologi, economisti, antropologi, a cui do una lettura da montanaro.

Aggiungiamo poi che lo spartiacque alpino che separa gli Stati dal Trattato di Utrecht (1713) non ha mai separato le genti montanare, che vivono allo stesso modo l’immanenza del territorio, la stagionalità, i problemi logistici e tutto quanto riguarda la vita.

Un approccio maturato e vissuto nei secoli che porta le popolazioni alpine a difendere quanto di sacro e di indispensabile è necessario per vivere quassù: libertà e democrazia.

Il rapporto tra questi due mondi andrebbe ricondotto in un contesto che il prof. Fabrizio Barca chiama “conflitto ragionevole”, per arrivare assieme ad un nuovo ed indispensabile “patto di sindacato” tra Monte e Piano.

Ho vissuto i due mondi, li conosco, ho visto la povertà che ha portato alla desertificazione alpina, ma era una povertà da sempre dignitosa, che aveva una via di fuga.

Nella pianura, nelle aree metropolitane la povertà è in un “cul de sac” di disperazione, lì c’è la miseria, miseria che sulle Alpi non c’è mai stata, per questo dico che l’anello debole è in basso.

Cosa si aspetta a unire idee e energie per pensare assieme un avvenire possibile?

Mariano Allocco

22 Febbraio 2017

J’accuse di una pastora: ci uccidono senza sporcarsi le mani

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http://www.ruralpini.it/Una_pastora_ai_signori_del_lupo.html


(28.02.17) Ci uccidete per imporre la vostra civiltà di plastica. Ci uccidete con ipocrisia, camuffando il genocidio con il pretesto di quella natura che state distruggendo e del lupo elevato a bandiera

di Anna Arneodo

Sta nevicando: neve di febbraio, pesante, neve che già sente la fine dell’inverno. Pochi chilometri più a valle è già pioggia; qui è passato stanotte tardi lo spazzaneve, ma ora si sale solo con le catene.

Le stalle sono piene di agnelli: belli, grassi, sono già agnelloni oltre i 30 kg, ma quest’anno nessuno riesce a vendere … la crisi, l’importazione …? Intanto nelle stalle pecore e agnelli mangiano… Fuori del giro dei pastori nessuno si accorge di niente. L’altro ieri ho parlato con un pastore: un gregge di una cinquantina di bestie adulte, la passione che lo teneva vivo per continuare:

« Come vanno le bestie? »

« Ne ho caricate 82, le ho tolte tutte, basta! Non vendi più un agnello, d’estate l’alpeggio, d’inverno il fieno, il lupo, la burocrazia che ti mangiano. Ho chiuso tutto! »

Un’altra sconfitta! Pian piano questa società ci sconfiggerà tutti, chiuderà la montagna, ne farà un grande parco da sorvolare con gli elicotteri, per posarsi sulle punte- eliturismo!- e guardare dall’alto il presepio delle borgate abbandonate. Questo sarà fra poco la nostra montagna!

E intanto: il lupo! Povero lupo, il simbolo ecologico, il simbolo della coscienza sporca di tanta gente, salviamo il lupo! “ La Stampa” di mercoledì 1 febbraio ne ha una pagina piena: non una parola sui pastori, su chi vive e mantiene viva la montagna. Chi scrive, chi protesta, chi difende il lupo e le teorie ecologiste sta in città, ha lo stipendio assicurato, tanto tempo libero per farsi sentire, magari è anche vegano per sentirsi la coscienza pulita.

Noi pastori, allevatori, gente di montagna siamo quassù a presidiare il territorio, a mettere in pratica quotidianamente l’ecologia( ecologia- da “oikos”= casa), noi difendiamo ogni giorno la nostra casa, il nostro paese, il nostro ambiente.

Sopra: Anna fa il fieno con i figli per le sue pecore. Per solidarizzare con Anna scriverle a bram.2010@libero.it

Ma di noi nessuno si ricorda, diamo perfino fastidio, siamo pietra di inciampo. Noi, gente della montagna, che da secoli su questa terre scomode abbiamo saputo creare una cultura, una sapienza di vita per sopravvivere in un ambiente ostile, noi con la nostra storia, la nostra lingua, noi non contiamo niente: l’economia e la politica hanno deciso così.

Vivi ormai quassù ogni giorno con una malinconia, una inquietudine dentro che ti spegne ogni entusiasmo, ogni voglia di combattere.

Ci state massacrando. È un nuovo genocidio della montagna, fatto senza sporcarsi le mani.

Ultima bandiera il lupo.

CUCINA DELLE ALPI

Pronto il programma del ciclo “gastroculturale” CUCINA DELLE ALPI.Conversazioni a cena con cinque artigiani del cibo  Dal 4 marzo al 29 aprile 2017 alla Bibliosteria di Cà Berizzi Corna Imagna.  Cinque serate che esprimono il paesaggio del cibo di cinque realtà alpine, espressione della variegata cultura umana alpina e della sua natura

fersina

di Michele Corti

(03.02.17) La rassegna è Organizzata da Cà Berizzi (la BibliOsteria) di Corna Imagna con il Cnetro studi valle Imagna e il Festival del pastoralismo. L’iniziativa ha coinvolto cinque realtà culturali alpine da Cuneo a Udine: la valle Stura di Demonte  (Cn), l’alta Valsesia (Vc), la valle del Fersina (Tn), la Valsugana-Lagorai (Tn) , Gemonese (Ud).

Presso ciascuna di queste realtà sono attive delle associazioni culturali o degli ecomusei che da tempo promuovono la cultura locale e la cultura rurale alpina, anche nei suoi aspetti agroalimentari e gastronomici. Grazie a loro e alle persone che le animano (alcune delle quali conosceremo a Corna Imagna e che vi farò conoscere in antipico) è stato possibile organizzare la manifestazione. Le citiamo nello stesso ordine (da Ovest ad Est):Ecomuseo della pastorizia di Pontebernardo, Pietraporzio (Cn),Associazione “Gruppo walser Carcoforo”, Carcoforo (Vc),Associazione culturale “Schratl”, Palù del Fersina / Palai en Bersntol (Tn),  Libera associazione malghesi e pastori del Lagorai,  Telve (Tn), Ecomuseo delle acque del Gemonese, Gemona (Ud) .

Una rete di relazioni culturali

Dietro le sigle sopra riportate vi sono persone, facce note, amici che conosciamo da tempo (con i quali ci si sente anche spesso), e con i quali abbiamo partecipato ad iniziative (in qualche caso non solo una) sul loro territorio. Reti già esistenti che possono essere valorizzate, come in questo caso, per promuovere conoscenza reciproca e  il grande patrimonio della cultura del cibo ruralpina. Per molti sarà anche un’occasione per conoscere quelle lingue “minoritarie”, un tempo vere “lingue tagliate” (in gran parte sradicate dal monolinguismo imposto in Italia dal fascismo ma non solo da esso). Esse fanno delle Alpi un mosaico culturale e lingustico dove non è quasi mai lo spartiacque a fare da limes. Un mosaico fatto non di “blocchi compatti” ma spesso di isole e arcipelaghi linguistici variegati (basti pensare al romancio ma anche alle antiche parlate germaniche disseminate tra Trentino e Veneto). Un panorama quanto mai ricco.

Lingue e gastronomia: la ricchezza della cultura alpina

Quattro su cinque delle realtà invitate a Corna Imagna sono rappresentanti di “minoranze linguistiche”: Provenzale alpino (Occitano), Walser (lingua alemannica), “Mocheno”/Bernstoler (antica parlata baiuvara), Friulano. La particolare coloritura linguistico-culturale di queste terre si riflette anche nella cucina dando luogo ad interessanti considerazioni e a inedite esperienze.

Esperienze agricole, di azione locale, di resistenza montanara e umana

Vorremmo come organizzatori che a queste serate intervengano non solo gli appassionati di cucina e di cultura alpina, ma anche chi sul nostro territorio (la montagna orobica e lombarda più in generale) è impegnato in esperienze di rigenerazione locale, comunitaria, agricola. Tutte queste esperienze parlano della, a volte faticosa, rinascita di produzioni agroalimentari: vuoi di una razza ovina o caprina, di una varietà di mais,


SABATO 4 MARZO 2017 – Lagorai – Valsugana (Trentino)            


La cucina di Luigi Montibeller, un inno alla biodiversità di Valsugana e Lagorai, terra ricca di pascoli e pastori: latte, formaggi, panna, burro di malga, patate, verdure e ce- reali, mele e miele, erbe aromatiche, asparagi selvatici, porcini e mirtilli rossi del sotto- bosco. Un viaggio spirituale dentro il cibo di un paesaggio di montagna: zuppa d’orzo con latte crudo e porcini del Lagorai, polenta di mais Spin. Vini: Rebo e Chardonnay.
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SABATO 18 MARZO 2017 – Alta Valsesia (Piemonte)  
Saranno serviti piatti basati sulla produzione alimentare valsesiana del Quattro-Cinque- cento, quando in valle vi era una corrispondenza assoluta tra produzione alimentare e alimentazione. Le tre portate ( toma e salagnun, mocette e lardo con miacce, Wallisschuppa e Wiwellata ) sono costituite da piatti unici, non assimilabili a quanto attualmente definiamo antipasti, primi e secondi piatti.Vini rossi dei colli novaresi con uve Nebbiolo.

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SABATO 1 APRILE 2017 – Territorio del Gemonese (Friuli)            
 Il territorio del Gemonese, all’imbocco della valle del Tagliamento, è un luogo di pas- saggio, dove i commerci, le migrazioni, gli spostamenti stagionali hanno portato con sé culture e colture, piatti e sapori di provenienze diverse. Qui opera l’Ecomuseo delle Acque, impegnato a interpretare il patrimonio agroalimentare locale, i cui prodotti simbolo sono il Pan di sorc e il Formaggio di latteria turnaria , presìdi Slow Food.

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 SABATO 24 APRILE 2017 – Valle del Fersina/Bersntol (Trentino)              
La Valle del Fersina-Bersntol, nel Trentino Orientale, è attraversata dal torrente Fersina ed è caratterizzata dalla presenza della minoranza linguistica Mòchena/Bersntoler (in tre paesi si parla l’idioma germanofono). La cultura legata al passato teutonico si è portata appresso una serie di usi e costumi anche nel campo gastronomico. I Kuckeler , i Kròpfen , de Stèlzer sono solo alcuni dei piatti legati alla tradizione che si rinnova in continuazione.

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 SABATO 29 APRILE 2017 – Valle Stura di Demonte (Piemonte)        
 L’Ecomuseo della Pastorizia e il Consorzio l’ Escaroun ci introducono nella Valle Stura di Demonte, terra della pecora sambucana. Protagonista della serata è l’ agnello sambucano, presidio Slow Food. Oltre alla delicata e gustosa carne, viene offerto il formaggio la toumo , con salumi e paté. Un esperto dell’Ecomuseo ci illustrerà il patrimonio storico-cul- turale ed economico della Valle Stura, con al centro gli allevamenti ovini sambucani.

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Gli incontri sono articolati in due momenti; alle ore 18,00: convegno con presentazione degli ospiti, delle produzioni e delle attività dei rispettivi territori; alle ore 20.00: cena a base dei prodotti agroalimentari dei vari contesti; i singoli piatti vengono presentati e illustrati ai commensali dal cuoco regionale.

Le prenotazioni sono aperteLa cena 30 €, vini compresi – chi partecipa a tutte le 5 serate ha diritto ad una cena gratuita (Euro 120,00 anzichè 150,00) – Chi partecipa ad almeno 4 serate a un libro del Centro Studi in omaggio

info 366 546 2000  info@caberizzi.it

Cà Berizzi, Via Regorda 7, 24030 Corna Imagna (Bg

Un progetto per fare incontrare i territori rurali italiani

gIn nome di cibo come cultura ed espressione di comunità territoriali

Sono già due gli incontri realizzati a Cà Berizzi, a Corna Imagna nell’ambito di un itinerario attraverso le  culture contadine e pastorali e le loro espressioni culinarie. Un itinerario che ha già toccato la val Vibrata (Teramo) e la valle del Belice (Trapani) e che questa settimana toccherà la montagna genovese. Questo primo ciclo, inserito nel Festival del pastoralismo di Bergamo 2016, rappresenta solo un inizio. Il progetto, avviato dal Centro studi valle Imagna e dal Festival del pastoralismo prevede una prossima rassegna di “Cucina delle Alpi” e poi ancora nuovi cicli spaziando da Nord a Sud dove esistono realtà di continuità e rinascita delle tradizioni agroalimentari e gastronomiche ancorate alla ruralità, alla storia del luogo, orgogliose di farne una risorsa per un nuovo sviluppo.

Il progetto procede attraverso l’invito a Cà Berizzi di una “delegazione” di un territorio specifico (un comune, alcuni comuni, una valle) contattato tramite un’associazione culturale, una pro loco, un ecomuseo. Della “delegazione” oltre a personaggi coinvolti nella valorizzazione del patrimonio, in studi sulla memoria locale, sulla cultura contadina e pastorale (ma al tempo stesso in progetti di sviluppo rurale), fa parte uno chef (ma può essere anche una “cuoca rurale” esperta delle preparazioni locali). Al di là del far gustare dei piatti chi viene a Cà Berizzi per questi eventi fa toccare con mano come nascono questi piatti, da che paterie prime (magari portandole anche da casa) e, soprattutto, da quale contesto “socioagricolo”, di scambi, di consuetudini.

Così è stato per i primi due incontri che, per i partecipanti, hanno rappresentato ben più di una “cena a tema”. Al primo incontro, del 29 ottobre,  ha partecipato Francesco Galiffa , prolifico scrittore in ambito storico-antropologico autore di libri di storia locale ma anche di cultura gastronomica che prendono spunto dall’esperienza locale per affrontare un tema a più ampio raggio. Così con il libro sulla capra, che comprende un ricettario unico nel suo genere oltre a una parte generale ricca di informazioni (Dentro la pentola la capra gongola. Associazione Culturale Ferdinando Ranalli, Grafiche Picene, Maltignano 2012). Successivamente ha scritto  “Sui vini cotti dell’Abruzzo Teramano”, in La ragion gastronomica, a cura di Costantino Cipolla e Gabriele Di Francesco (Franco Angeli, Milano 2013) e , di recente Nel regno dei legumi,  Marte editrice, Colonnella, 2016). Galiffa era accompagnato dal giornalista Rai Antino Amore che nella parte introduttiva della serata ha proiettato e commendato alcuni video realizzati dalla Rai regionale per Expo e dallo chef Lorenzo Ferretti del ristorante Palazzo ducale della Montagnola di Corropoli. Ferretti e Galiffa hanno commentato con grande disponibilità i piatti (agnello cacio e ovo e, il piatto  forte della cucina della val Vibrata: la capra alla neretese con i peperoni ma anche la zuppa di legumi con i fichi, frutto di una riscoperta di un antica ma radicata ricetta). Bello il dialogo con i partecipanti. I vini della cantina Montori  (in particolare il Montepulciano d’Abruzzo Fonte cupa) hanno contribuito per una parte non secondaria al successo della serata.

Dalla valle del Belice con una sconfinata passione per le pecore, il pascolo, i formaggio fatto bene

Il secondo incontro, del 4 novembre,  ha avuto per protagonisti i coniugi Cangemi dlel’omonomimo caseificio di Partanna (Trapani). Allevano 900 pecore belicine (della valle del Belice) e trasformano il latte (solo il loro) in due prodotti eccezionali: la vastedda e un pecorino siciliano superlativo. Calogero Cangemi ha prodotto la vastedda (un raro formaggio ovino a pasta filata) al momento, davanti agli occhi stupiti dei commensali, utilizzando una cagliata portata da casa in aereo.  Sia Calogero che la moglie Giovanna hanno trasmesso ai presenti il senso di una passione enorme per le pecore, per il loro lavoro. Fare il formaggio è un modo di esprimere sé stessi se si è nei maestri artigiani, specie se donne come Giovanna che  vive per il formaggio. Calogero tiene a sottolinerare le peculiarità di un pecorino poco salato, che dopo cinque mesi è ancora pastoso e già ricchissimo di note organolettiche. Fatto con latte di pecore alimentate al pascolo, con latte crudo, con caglio di agnello in pasta.  Un vero capolavoro figlio del territorio ma anche della personalità innovativa dei Cangemi che hanno iniziato a trasformare il latte molti anni fa quando la consegna ai caseifici garantiva un reddito più sicuro e meno responsabilità.

C’è ancora un evento da non perdere….

Per chi è interessato a queste esperienze vi è ancora un ultimo appuntamento di questo primo ciclo. Per venerdì 11 novembre. La serata di venerdì a Cà Berizzi sarà non è interessante solo per il menù ma anche densa di stimoli culturali per chi ha passione per la ruralità. Ospiti Massimo Angelini, editore, scrittore, ruralista, antesignano del recupero delle antiche varietà di piante coltivate (emblema la “quarantina” , la patata bianca dei contadini della montagna genovese). Un personaggio noto negli ambienti della nuova e vecchia agricoltura contadina, esponente della rete semi rurali e promotore e coordinatore della campagna per unalegge per il riconoscimento dell’agricoltura contadina. Angelini, cui va anche il merito di aver mantenuto in vita la tradizione degli almanacchi contadini con il Bugiardino è intellettuale del tutto anomalo,  prima di tutto perché non cerca la “visibilità” che tanto ossessiona intellettuali e sedicenti tali. E’ stato un antesignano del ritorno ad un ruralismo senza complessi di nferiorità (questo sito nasce dalla conoscenza delle idee di Angelini). Oltre alle “qualifiche” che abbiamo citato Massimo è molto altro e lo si scoprirà conoscendolo di persona. L’altra ospite d’onore (in cucina prima di tutto) è la signora (ottantenne) Rita Garibaldi, già cuoca dell’Antica Trattoria Garibaldi di Caminata in Valgraveglia, depositaria di molti segreti della cucina dell’entroterra montano ligure.  Una terra segnata dall’invecchiamento e dall’abbandono di un’agricoltura che non si prestava a convertirsi in agroindustria e che ha la sola prospettiva di morire o di affermarsi come nuova agricoltura contadina, un’agricoltura non “neo”, snob, chic, slow, ma saldamente ancorata ai valori contadini di sempre secondo la lezione austera di Angelini, apparentemente persino un po’ rigida se non se ne conosce anche il risvolto pacificato, religioso, sereno. Da queste persone possiamo aspettarci parole e cibi veri. Sicuramente diversi dalla “cucina regionale ad uso turistico”.

Venerdì 11 novembre terzo incontro interregionale di cucina pastorale e contadina  La montagna genovese e la sua cucina: patata quarantina e molto altro Bibliosteria di Cà Berizzi via Regorda 7, Corna Imagna (Bg) – caberizzi.it

    • Torta Baciocca e Prebugiun di Ne
    • Minestrone alla Genovase con i taglierini fatti a mano
    • Cima ripiena alla Genovese fatta al forno
    • Focaccia dolce di ricotta, pinoli e uvetta

Vini: Bianchetta Ligure – Musaico Dolcetto – Barbera

(ore 19: riflessioni con Massimo Angelini su alcuni miti fioriti intorno alla cucina tradizionale – ore 20: cena)

Euro 25,00 – prenotare al 3665462000 – info@caberizzi.it