Lo stretto legame tra terre alte e città: la Milano dei bergamini

Dalle Terre alte i montanari si muovevano con disinvoltura in altri paesi, nelle città. Al di là dei migranti stagionali vi erano anche figure più strettamente legate all’economia cittadina. Tra queste i bergamini, gli allevatori-casari transumanti protagonisti di sei secoli di vita lombarda. La loro gravitazione su Milano e le loro tracce nella realtà cittadina sino tutt’oggi ben individuabili a partire dalla centralissima contrada (ora “via”) a loro dedicata. Alla Biblioteca Sormani il 28 aprile 2017 si è svolta una presentazione dei libri sui bergamini di Michele Corti. Non è stato difficile convincere il pubblico dell’importanza dei bergamini a Milano citando tra i luoghi dlela loro geografia milanese lo stesso Palazzio Sormani che, prima di essere Sormani era Monti. E i Monti erano proprietari dell’alpe di Artavaggio in Valsassina affittata a bergamini che, per contratto, dovevano portare al palazzo ogni anno 20 libbre di stracchino. La presentazione ha poi toccato il nesso tra bergamini e la Cà Granda, la piazza Fontana e la chiesa di San Bernardino alle ossa. Si è anche allargata la geografia ai borghi collocati fuoiri le mura e a quelle località che sono diventate parte di Milano solo a Novecento inoltrato.

I bergamini tornano nel cuore di Milano

di Michele Corti

Non è strano parlare di allevatori-casari, per di più montanari e rozzamente vestiti, nel centro di Milano? D’accordo che questi personaggi sono diventato oggetto di libri che, molto tardivamente ne hanno riconosciuto l’apporto cruciale nella realizzazione del primato zootecnico-caseario lombardo, ma…

E invece i bergamini, proprio nella zona di Milano dove sorge la più frequentata biblioteca cittadina (e dove sono stati presentati i libri che parlano di loro) erano di casa.

Partiamo dalla via

I bergamini, come altre “categorie” che hanno contribuito alla vita economica e di Milano del tardo medioevo e della età moderna, hanno – in pieno centro della città – una via ad essi dedicata, nel quartiere dove si concentrano e aleggiano le loro memorie. Come gli orefici, i cappellari, gli spadari, gli armorari ecc.

Per chi non lo sapesse la via bergamini era chianata (prima della più fredda intitolazione “via bergamini”), “contrada dei bergamini”. Così, al plurale, era chiaro a chi ci si riferisse. Poi la toponomastica modernizzante ha censurato quegli arcaici “dei” e ciò non aiuta gli ignari.

La via quindi è intitolata ad una categoria, ai bergamini, non a un sig. Bergamini (cognome peraltro piuttosto diffuso). Essi costituivano una categria che, per i milanesi, era altrettanto famigliare e chiaramente identificabile dei cappellai o degli orefici. A togliere ogni dubbio c’è il fatto che, sulla targa, non appare nessuna di quelle “qualificazioni”, dal sapore burocratico (a volte dagli esiti comici quali: “Spartaco: gladiatore”), che accompagnano l’intitolazione della via sulle bianche targhe marmoree (che, per inciso, sono uno dei vanti della città; nessun cantone ne è sprovvisto, al contrario di altre città, anche lombarde, dove alzi gli occhi sulla cantonata e ti chiedi scandalizzato: “ma in che diavolo di via sono?” E apri google map con la localizzazione).

Ecco come si presenta oggi (foto sotto) la via Bergamini (in fondo ad essa si vede bene la facciata dell’ex Ospedale grande, ora sede dell’università). Sino a qualche decennio fa sulla via si affacciavano ancora le botteghe dei furmagiatt. Anche a occhi chiusi qui – chissà quanti milanesi se lo ricordano – si percepiva il (fragrante, ma anche penetrante) nesso con una “storia di cacio e stracchino”. Chissà, però, quanti degli studenti che frequentano la “statale” conoscono i bergamini? Da tempo medito di eseguire un sondaggio in proposito. Di piazzarmi sotto la targa e fermare gli studenti: “scusa, non sono un rompiballe, ma un prof, e vorrei fare un piccolo sondaggio sugli studenti che passano da questa via… sai a cosa si riferisce?”

Via Bergamini oggi

 

La dedica della via – che ha dato luogo a ricostruzioni a volte fantasiose – era legata, ovviamente, alla presenza dei bergamini al “mercato della Balla” (il mercato “istituzionale dei latticini”, che ebbe durante la sua lunga storia più sedi e si teneva ogni tre giorni). Per secoli la sede era nell’area di via Torino (esiste ancora la via Palla,) poi venne spostato alla Cà granda (via Festa del perdono). Nell’opera Milano e il suo territorio, curata da Cesare Cantù ed edita nel 1844 si legge:

Ab antico si chiama la balla il mercato dei burri e latticinii in città e dapprima stava tra Sant Alessandro e San Giorgio ove ne dura il nome, poi fu trasferito presso l’ ospedale grande sotto una tettoia nè bella nè comoda, Ma un mercato dei commestibili è un altro de pensieri che la città va maturando (1)

L’imbocco di via Bergamini negli anni Venti

 

Bergamini venditori diretti

I “mercati contadini” non sono certo invenzione degli ultimi anni. Le autorità annonarie cittadine (quel Tribunale di provisione che ci è famigliare dai Promessi sposi) si preoccupavano molto di calmierare i prezzi, di far affluire le derrate, di allontanare i sospetti di scarsità e speculazioni (2).

In un “mercato regolato” (inconcepibile oggi ai tempi del neoliberismo ma che non funzionava poi così male) numerosi e dettagliati “capitoli” (articoli dei regolamenti) si preoccupavano di come far affluire le merci, di assicurare un regolare svolgimento delle compavendite, di evitare – per quanto possibile – le truffe e di controllare i prezzi. Così i nostri bergamini li vediamo citati spesso nei capitoli delle grida relative alla gestione del mercato cittadino dei prodotti alimentari. Così nei capitoli relativi a Olij, Grassi, Sevi, Candele, & Mele del Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano… (3).

Cap. IX. Alcuno Postaro, ò rivenditore di questa Città non ardischi comprare, ne incaparare alcuna quantità di butiro, o mascarpe da alcuno Bergamino, ne altra persona, ne qualsivoglia vettovaglia in questa Città innanzi la seconda nona, ne di fuori per miglia dodici, ma tal butiro, & vettovaglie, che si conducono dalli Bergamini & altri alla Città, quali le debbano vendere loro stessi publicamente nelli luoghi destinati, publici, & soliti, conforme però sempre alli ordini, & non le possino vendere ad alcuno venditore di questa Città, ma solamente quelli, che vorranno comprare per uso proprio, & non altramente (salvo doppo l’hora della seconda nona come sopra alli Postari), & tutto ciò sotto pena de scuti cinquanta d’oro, e di tratti tre di corda, overo d’essere posto alla berlina o catena all’arbitrio delli detti Signori […]

Il mercato quindi era riservato alla vendita diretta alla mattina. Le facilitazioni offerte ai bergamini erano chiaramente finalizzate a calmierare il prezzo dei latticini mettendo produttori e consumatori a contatto con la “filiera corta”. Ma le autorità si preoccupavano anche dell’approvvigionamento del fieno che rappresentava il “carburante” per i quadrupedi necessari ai trasporti delle merci ma anche al trasporto (4). Così ai capitoli Fieno, et paglia del già citato Sommario delli ordini … si stabiliva che:

Cap. I. Nissuno Bergamino, o altro simile, ardisca havere, ne tenere vacche presso alla Città per miglia cinque ne per far mangiar fieno, ne pascolar prati, ne detti Bergamini, ne altri possino comprare, ne alcuno che habbia fieno ardisca vendere cambiare, donare, ne altrimente contrattare qualsivoglia quantità ancora che minima di fieno raccolto nelle dette cinque miglia presso alla Città a detti Bergamini ne altri per condurlo altrove […]

Al cap. II si proibiva tassativamente ai fittavoli di ospirate o cedere foraggio ai bergamini (5). Da queste disposizioni emerge come i bergamini rappresentassero attori di primaria importanza nell’ambito zootecnico e caseario. Esclusi dalla fascia delle 5 miglia essi si addensavano oltre questa corona off-limits.

Nella categoria dei “bergamini” figuravano anche quei personaggi che, pur continuando una vita “nomade” spostandosi da una cascina all’altra, avevano abbandonato la transumanza e si erano concentrati sull’attività casearia. Si tratta dei latée. Probabilmente essi non erano ancora numerosi nel XVII secolo e la categoria “bergamini” tendeva a ricomprenderli. In ogni caso la differenza tra bergamini e latée era relativa: i bergamini lavoravano (quasi sempre) il loro latte, salvo quando lo “affittavano” ai latée. Questi ultimi erano non solo casari ma anche allevatori; non solo mantenevano diverse vacche da latte ma, con il siero e il latticello residuo delle lavorazioni casearie, allevavano anche diversi maiali che, una volta ingrassati, erano esitati sul mercato cittadino. A sfumare le differenze contribuiva il fatto che tra i bergamini ve ne erano non pochi che, in estate, invece di tornare ai paesi di origine o comunque di trasferirsi all’alpeggio, restavano in pianura (6).

I bergamini (e i latée) erano in ogni caso gente con una particolare sensibilità e affinità con gli animali (in testa avevano … i bes-cti).

Giancarlo Vitali. Il mediatore

 

Esisteva una graduazione senza soluzione di continuità tra chi allevava e transumava, chi allevava e caseificava e chi – infine – si specializzò nell’attività di “negoziante”, vuoi di prodotti caseari, vuoi di bestiame. Da questo punto di vista va infatti ricordato come il “negoziante” non fosse solo un commerciante. Il bergamino (e i latée) vendevano gli stracchini freschi, spesso freschissimi (non ancora salati). Era il “negoziante” che, in appositi magazzini semi-interrati (dislocati in precise aree della città, come vedremo poi), provvedeva alla lavorazione, stagionatura, conservazione degli stracchini (e del grana). Ultimo anello della catena erano i rivenditori, i postari, i bottegai (ma spesso questa attività era legata a quella di commercio e stagionatura e, comunque era gestita da diversi rami delle stesse grandi famiglie).

Quando, con l’espansione della città, che divorava marcite e cascine, diminuì l’offerta di stalle e foraggio ma aumentarono le bocche da sfamare, non pochi piccoli bergamini (i grossi diventarono agricoltori o imprenditori caseari) divennero “lattai”, non più nel senso di “casari” ma di piccoli esercenti la vendita al minuto di latte e latticini. Chi è nato negli anni cinquanta-sessanta ricorda con nostalgia quelle latterie che oggi sono oggetto di un curioso, ma non troppo, revival. Non pochi divennero anche cervelée.

La presenza e la geografia dei bergamini a Milano è quindi legata a una costellazione di figure ad essi collegate per rapporti di parentela e di affari. Figure stabilmente presenti in città: “negozianti” di formaggi, mediatori, commercianti di fieno e di bestiame, rivenditori di generi alimentari.

Una geografia dentro le mura

La presenza dei bergamini nella città si raggrumava in quello spicchio urbano entro la cerchia dei Navigli che unisce piazza Fontana alla Cà Granda. Dal punto di vista temporale i bergamini diventano visibili (agli atti) nel XVI secolo. Nel XVII rappresentano una presenza molto “famigliare” tanto che non solo i capitoli del mercato della balla ma anche altre normative li citano senza bisogno di aggiungere altro. Natale Arioli, nipote di un berlaj (nel lodigiano i bergamini che praticavano la transumanza erano spesso chiamati così), ex docente Itas Codogno e allevatore (oltre che studioso), ha rintracciato la presenza dei bergamini in molti documenti (notarili) del XVI-XVIII secolo. E’ sorprendente come gli atti di secoli fa ci riconsegnino la realtà viva di persone che testimoniano in tribunale, o da un notaio, a Milano e potevano venire dalla remota val Tartano (che è nelle Orobie ma sul versante abduano). Oggi parli con amici “montagnini” e per loro venire a Milano sembra un’avventura nella jungla (metropolitana). Mezzo millennio fa i nostri antenati montanari a Milano erano a casa loro. Viene da chiedersi se la tecnologia abbrevi o allunghi le distanze. I bergamini andavano e venivano a Milano da 100 e più km di distanza, con le condizioni delle “strade” di montagna dell’epoca (che, proibitive per i carri, imponevano di compiere il tragitto dalla montagna alla pianura imbastando i cavalli).

La transumanza (e le migrazioni stagionali qualificate in genere) allargavano gli orizzonti e i montagnini erano tutt’altro che spaesati in città. In Valsassina i comuni affidavano ai bergamini servizi di “tesoreria”. Tranne in estate, quando alpeggiavano, essi, dalle campagne dove svernavano, si recavano a Milano spesso e volentieri (per vendere i prodotti o “fare mercato” di animali, acquisto del fieno ecc.). Così nel XVIII secolo, a Cassina, il comune incaricava il bergamino Giovan Battista Combi dell’effettuazione di pagamenti e si vide abbuonato di parte dell’affitto in cambio del versamento a Milano, , a nome del comune, di importi ad estinzione di debiti e imposte dovuti dal comune stesso (7).

Dettaglio della mappa di Milano di Giovanni Brenna del 1860

 

I bergamini erano ben visibili, con i loro tabarri, al mercato di piazza Fontana che si teneva due volte la settimana. Già, piazza Fontana…

La frequentazione della piazza (e della banca che serviva come appoggio per le operazioni) da parte dei bergamini intabarrati non era ancora cessata nel 1969 quando, il 12 dicembre, una bomba devastò il salone della Banca nazionale dell’agricoltura causando la strage che inaugurò un triste periodo nella storia italiana. Camilla Cederna, in un pezzo giornalistico che fece scuola (8), li citò tra le figure di un mondo rurale che stava scomparendo, ma che esisteva ancora e che fu crudelmente colpito.

Erano presenze caratteristiche quelle dei bergamini; presenze che non potevano sfuggire ai milanesi, anche a una giornalista che, prima di passare al giornalismo politico, si era occupata di frivolezze. Nell’anteguerra la loro “divisa” era ancora più interessante. “In Piazza Fontana a Milano non è più dato vederli avvolti nei loro caratteristici mantelloni pelosi di lana verde […]” (9).

Così scriveva negli anni Settanta Luigi Formigoni (zio di Roberto). Il veterinario Formigoni, a partire dagli anni Venti, ebbe parecchio a che fare con i bergamini della Valsassina, capendoli e ammirandoli (fatto raro tra i tecnoburocrati). Fu, infatti funzionario responsabile della zootecnia della Cattedra ambulante di agricoltura e poi di direttore dell’Ispettorato agrario provinciale di Como. L’abbigliamento dei bergamini in piazza Fontana emerge in modo più preciso dalla descrizione di un informatore bergamino, raccolta di persona diversi anni fa (10).

Dettaglio del pittore bergamasco Musitelli

 

Prima della guerra i bergamìn prima de tutt gh’éren i uregìn d’òor, bei uregìn. Vegnéven in piazza [Piazza Fontana] cun la scussalìna magàri un scussaa, quéi scussaa che metéven sü a fa i strachìn, de téla gròssa e i ligàven chidedrée [girato sul fianco e di dietro ] cun la tracòlla. Vegnéven in piazza cul scussaa, magàri gh’e n’era de quèi che metéva sü anca un para de zuculàss gh’e n’era de quej che vegnéven sü cun scussàa e bastùn perché el bastùn el mülàven no; l’utanta per cént di bergamìn vegnéven in piazza cul bastùn e l’era pròpi un abitùdin.

Come tutte le categorie che si rispettano i furmagiatt avevano un patrono e un”sindacato”. Si trattava di San Lucio martire e del Pio Consorzio intitolato al santo della val Cavargna. Il Consorzio venne canonicamente eretto nel venerando santuario di San Bernardino alle Ossa.

Facciata verso la piazza Santo Stefano

 

Fondato nel 1835, il sodalizio commissionò al pittore Ignazio Manzoni nel 1845 un grande dipinto ad olio, da cui fu ricavata una splendida stampa della raccolta Bertarelli, destinata a una certa popolarità: una scena animata che ripropone il santo nella sua opera di carità verso i poveri. Il dipinto era collocato a destra dell’altare maggiore, nel corridoio che porta all’uscita di via Verziere ma ora non è più esposto perché ammalorato e necessità di restauro.

Una riproduzione del quadro (a fianco) è visibile all’esterno del caseificio di Morterone (in Valsassina). La chiesa di San Bernardino alle ossa rappresentò a lungo un punto di riferimento costante per i bergamini . Come testimoniato dalla ricevuta sotto riprodotta rilasciata al “divoto signor Giuseppe Arioli” per la celebrazione di messe di suffragio. Gli Arioli (ne abbiamo conosciuto giù uno) rappresentano una dinastia di bergamini originari di Piazzatorre e Mezzoldo in alta val Brembana che conta ancor oggi allevatori e imprenditori caseari nell’area del lodigiano e nell’abbiatense.

Facciata di palazzo Sormani-Andreani

 

Nella nostra geografia dei bergamini riteniamo di includere anche il palazzo Sormani-Andreani. E non solo per ragioni simboliche. Esso, fino al 1783, era palazzo Monti e i Monti, originari della Valsassina, che diventarono i feudatari della valle nel 1647. Per la famiglia, osteggiata nelle sue pretese feudali (rivelatesi poco più che onorifiche) dai Manzoni e da altri potenti locali, l’esborso per il feudo rappresentò un pessimo affare economico. Si consolarono con… gli stracchini dei bergamini. Uno dei pochi vantaggi conseguiti all’infeudazione fu il possesso del monte (alpeggio) di Artavaggio. Nel 1731 il conte Cesare Monti (nipote del cardinal Monti) affittò il monte a Giuseppe Bera di Moggio per 1330 £ più un appendizio di 20 libbre di stracchino (poco più di 15 kg) da consegnare presso il suo palazzo milanese (11). Il palazzo è l’attuale sede della biblioteca comunale centrale (famigliarmente nota come “la Sormani”). Per il bergamino, che si recava già in zona per il mercato, l’appendizio non doveva risultare così gravoso. Quanto alla modestia della fornitura non ci si deve ingannare dai parametri d’oggidì (condizionati dalla produzione industriale e dallo svilimento dei caci). Lo stracchino era piuttosto prezioso se, sino a tempi recenti, l’appendizio contrattuale dei fittavoli che ospitavano i bergamini nelle cascine da essi condotte, comprendeva uno stracchino… al mese.

In via Francesco Sforza, dove speriamo di veder tra qualche anno scorrere ancora le acque di quella che era la”cerchia interna”, oltre alla Sormani e alla Cà Granda possiamo aggiungere un altro tassello della geografia dei bergamini-furmagiatt.

Spostiamoci di poche centinata di metri. Al Policlinico. Ma prima serve una premessa. I bergamini, in alcuni casi, fecero strada, alcuni in modo strepitoso, entrando a far parte della più ricca borghesia cittadina. Uno di questi fu Romeo Invernizzi. Gli Invernizzi erano bergamini originari di Morterone (località che abbiamo già incontrato e che si raggiunge oggi da Ballabio mediante una tortuosa strada di 16 km). Carlo Invernizzi, padre di Giovanni, il fondatore della ditta, era nato nel 1837. Svernava nell’area di Treviglio e di Vaprio. Nel 1870 si stabilì definitivamente in pianura, , a Settala (a Sud di Melzo), lavorando come latée, il latte raccolto in zona. Nel 1908, fondò la ditta che portava il nome del padre bergamino e, nel 1914, aprì uno stabilimento a Melzo (a breve distanza da quello della Galbani, altra ditta con origini bergamine valsassinesi).

Parco di villa Invernizzi in via Cappuccini

 

Nel 1925 alla guida della ditta subentrerà il giovane Romeo che impresse un deciso impulso all’azienda. Il padre mantenne, però, sino alla morte avvenuta nel 1941, il compito di selezionare le cascine fornitrici di latte. Giovanni Invernizzi si occupava anche di “rastrellare” aziende agricole, in un periodo in cui i proprietari, appartenenti all’aristocrazia lombarda, erano in difficoltà. Dall’acquisizione di diverse piccole cascine nacque la proprietà di Trenzanesio sulla Rivoltana (oggi un po’ mortificata dalla bretella della brebemi) nello stile della tenuta all’inglese, con tanto di daini. A far schiattare d’invidia vecchi aristocratici e borghesi, dai consolidati blasoni industriali, era anche la sontuosità della dimora cittadina degli Invernizzi, il palazzo-villa con fronte Corso Venezia(e giardini pensili) e retro su via Cappuccini, con il famoso parco dei fenicotteri rosa. Un’ostentazione (ma di stile) che le vecchie aristocrazie avevano abbandonato dopo l’epoca barocca.

Romeo, che si avvalse nella sua attività della collaborazione del cugino Remo, mantenne le redini della società sino al 1982 e si spense a Milano nel 2004 alla veneranda età 98 anni al termine di una lunga vita che l’aveva visto esordire da bambino come laté, raccogliendo il latte prima di andare a scuola, e poi concluderla da ricchissimo industriale. Ricchissimo, ma attento a ricalcare la tradizione meneghina di sostegno alle istituzioni ospedaliere.

Così, di fronte alla vecchia Cà Granda – dove i bergamini vendevano i loro stracchini sotto i portici – sull’opposta “sponda” del naviglio (per ora, ahimè, ancora coperto dall’asfalto tombale), grazie ai lasciti dell’ex-, nipote di un bergamino transumante, è sorto il padiglione più moderno del Policlinico (Fondazione Cà Granda). Le molte persone che transitano ogni giorno per il nuovo Pronto soccorso facilmente si imbatteranno in una coppia elegante che occhieggia nel corridoio: sono Romeo Invernizzi e la consorte Enrica Pessina ritratti nel loro palazzo (la foto è quella qui sotto, della Fondazione Cà Granda).

Romeo ed Enrica Invernizzi

 

Una geografia che esce dalle mura

Il comune di Milano, fu circoscritto entro le mura (“spagnole”) sino al 1873, quando vennero assorbiti i Corpi santi, che costituivano un comune “a corona”, a sè, intorno alla città. Il perimetro esterno dei “Corpi” divenne quello del comune di Milano, salvo poi dilatarsi ulteriormente in seguito alla fagocitazione, in tempi successivi, di parecchi altri comuni. Tra questi Lambrate e il Vigentino sui quali torneremo. I Corpi santi, istituiti nel 1781, rappresentavano una “camera di compensazione” tra la città e la campagna vera e propria, più o meno corrispondente a quella fascia di cinque miglia off-limits pr i bergamini stabilita dalle antiche grida. Nei Corpi si praticava un’agricoltura intensiva con moltissime cascine. Quelle della prima fascia, di un miglio o poco più erano piccole e la produzione di latte era indirizzata prevalentemente al consumo fresco. Mano a mano che ci si allontanava dalle mura cittadine le cascine dei Corpi santi (così verso il Vigentino e Chiaravalle) assumevano l’aspetto di quelle tipiche della “bassa”, con grandi corti che potevano ospitare anche centinaia di vacche da latte, appartenenti a più bergamini. Nei Corpi santi erano dislocate attività quali osterie, mulini, lavanderie in stretta relazione con i bisogni della città ma anche attività industriali (concerie, fonderie, fornaci).

 

Il borgo di San Gottardo, che per i milanesi era el burgh di furmagiatt (12) , almeno sino a non molti anni fa, deve la sua fortuna alla presenza dei Navigli e della Darsena ma anche delle strade regie che correvano ai lati delle alzaie e conducevano verso il Piemonte e Pavia. Un ruolo decisivo nel determinare il suo sviluppo lo svolse però la normativa fiscale. I Corpi santi erano esenti da dazio, quindi era possibile il magazzinaggio di merce deperibile destinata alla città (dove entrava solo quanto necessario al consumo cittadino) ma anche ad altre destinazioni interne Questa favorevole condizione si instaurò, però, solo dopo il 1828. Sino a quella data, al fine di rendere meno agevole l’ingresso a Milano di merci di contrabbando, era vietata qualsiasi attività di deposito anche nei Corpi santi e i furmagiatt milanesi avevano pertanto stabilito grandi magazzini di stagionatura a Corsico. A metà degli anni cinquanta del XIX secolo i depositi caseari del burgh raggiunsero il numero notevole di 105(13).

Corso San Gottardo di inizio Novecento

 

El burgh di furmagiatt mantenne una grande importanza nel commercio caseario sino agli anni trenta, quando la stagionatura del gorgonzola venne trasferita a Novara. Per un certo periodo, mentre la funzione di magazzinaggio ormai declinava, le ditte mantennero ancora le sedi commerciali nel borgo (14).

Via Spallanzani

 

A Milano le attività di stagionatura dei formaggi non rimasero esclusive del burgh di furmagiatt. Verso la fine dell’ottocento si affermarono attività di stagionatura anche nella zona a N-E della città. Le storie di bergamini originari della val Taleggio ci consegnano notizie di stagionature tra Porta Tenaglia (oggi Porta Volta) e Porta Venezia. Non sappiamo se e in quale misura queste attività (sicuramente di rilievo molto inferiore a quelle di Porta Ticinese) si rifornissero attraverso il vicino porto del Tumbun de San March (15).

Per una strana coincidenza le due testimonianze riguardano due originari della contrada Grasso di Taleggio: uno, Pietro Bellaviti, nato nel 1828, si trasferì a Milano nel 1850 avviando un’attività di stagionatura a Porta orientale (attuale Porta Venezia), di certo in connessione con i numerosi bergamini di origine taleggina presenti nella zona dell’Est milanese. Il pronipote racconta come il bisnonno realizzasse nel 1880 due edifici in via Spallanzani dove prima esisteva l’osteria Tri basèi (16).

Giacomo Danelli, nato negli stessi anni di Pietro Bellaviti. nel racconto di una pronipote che ne conserva una fotografia di fine XIX secolo ripresa a detta della discendente in Piazza Fontana e poi “elaborata” da un fotografo di Melzo (riprodotta qui a fianco “ripulita”). Il Danelli esercitò per tutta la vita l’attività di bergamino, svernando solitamente nei Corpi santi. Come tutti i bergamini frequentava il mercato di piazza Fontana e vendeva gli stracchini che produceva ad un nipote “negoziante” (commerciante-stagionatore) che risiedeva in via Paolo Sarpi (dove il processo di urbanizzazione si sviluppò negli anni Ottanta)(17).

Merita un accenno anche l’attività dei commercianti di bestiame di origine bergamina (18). Essi erano spesso parenti degli allevatori e visitavano assiduamente le stalle dei bergamini che svernavano nel Milanese. Acquistavano i capi anche a gruppi piuttosto numerosi e li mantenevano nei loro depositi fuori Porta Tosa (oggi porta Vittoria), Romana ed Orientale (oggi porta Venezia) dove era possibile esaminarli e acquistarli anche a gruppi di decine di capi (un po’ come si scelgono le auto in un salone automobilistico).

La “polveriera” in Corso Buenos Aires

Tra i grossi commercianti di bestiame figuravano dei valsassinesi. Il barziese Lorenzo Buzzoni era nato all’inizio del XIX secolo, operava fuori porta Venezia, l’epicentro dei commerci di bestiame, e divenne proprietario di un edificio, tuttora esistente in corso Buenos Aires all’angolo con la via San Gregorio (19). Il fratello, che continuò a produrre latticini in Valsassina, ebbe meno fortuna. Il palazzo, realizzato a fine Settecento come polveriera (si chiama ancora così), era divenuto osteria con alloggio e stallazzo. L’osteria era luogo di incontro dei commercianti di bestiame (20).

Via Conte Rosso a Lambrate

 

La zona a Est della città era particolarmente ricca di cascine. Essa si estendeva poi verso la Martesana che, grazie al Naviglio e al ruolo di crocevia della transumanza di Gorgonzola, divenne (con Melzo) l’area del decollo industriale caseario. Dopo Gorgonzola era Lambrate il centro caseario più attivo nell’Est milanese. Sappiamo che nell’indagine sui ‘caselli’ del 1840 per la provincia di Milano (21) venivano segnalate, come chiaramente distinte dai ‘casoni’ o ‘caselli’, un certo numero di ‘fabbriche del formaggio’. Di queste ben 13 si trovavano proprio a Gorgonzola, mentre la maggior parte delle altre erano localizzate nella zona immediatamente ad Est di Milano dove era possibile ricevere il latte dai numerosi bergamini che operavano nell’area. Così ne sono indicate quattro a Lambrate (oggi comune di Milano), tre a Limito, tre a Linate (oggi comune di Segrate, confinante con Milano). A Lambrate ditte casearie (produzione e /o commercio) di una certa rilevanza si segnalano ancora nel Novecento e sono in genere gestite da bergamini della val Taleggio. A Liscate è tutt’oggi attivo nella produzione di stracchini il caseificio Papetti (il cognome, originario della val Brembana, è uno tra quelli importanti nella storia dei bergamini).

Il municipio di Vigentino

 

Tutta la fascia a Sud, Est e Ovest della città era area di densa presenza dei bergamini. Qui ci piace ricordare, per concludere, almeno uno dei vecchi comuni milanesi fagocitati dallo sviluppo (spesso brutto e disordinato) della metropoli: il Vigentino (nella foto il municipio nella via Ripamonti). Molto fitta era la presenza dei bergamini a Sud della città perché qui scorrevano i canali scolmatori (l’antica Vettabia e il Redefossi) che veicolarono per secoli le acque luride di Milano fertilizzando le campagne e consentendo produzioni foraggere super (per quantità, non per qualità). I due fattori: vicinanza del mercato di Milano e acque di irrigazione “grasse”. Poi con il dilagare del cemento le acque subirono un pesante inquinamento chimico a causa dell’uso dei detersivi non degradabili e della proliferazione di scarichi dei reflui di lavorazioni industriali. Ci sarà spazio anche per “nuovi bergamini” nel futuro di Milano? Intanto al Parco del Ticinello la Cascina Campazzo continua a produrre latte dopo aver scampato il destino della lottizzazione . Ci sono tante cascine fantasmi di sé stesse, tante superfici coltivate sommariamente (tanto per la Pac) che attenderebbero di essere “riconquistate” dai bergamini.

Note

(1) C.Cantù, a cura di, Milano e il suo territorio, Tomo II, Pirola, Milano, 1844, p.101

(2) Le autorità intendevano evitata nelle città non solo fame ma anche malcontento (mentre la carestia nelle campagne era tollerabile perché meno pericolosa). Era infatti difficile reprimere le rivolte cittadine, i “tumulti”. Che potevano facilmente degenerare nella “presa del palazzo”. Le cose, come noto, cambiarono dopo l’esperienza del 1848 quando, a partire da Parigi, si iniziò un “risanamento urbano”. Esso, eliminando il reticolo di viuzze, aveva lo scopo non tanto dissimulato di consentire alle truppe (e ai cannoni, che anche a Milano furono usate dal sabaudo Bava Beccaris) di impedire l’erezione di barricate.

(3) Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano. Cominciato l’anno 1580, successivamente ampliato nel 1613. Et finalmente perfettionato nell’anno 1657 con aggionta delli Ordini seguiti al presente ec. Nella regia Ducal corte per Cesare Malatesta Stampatore ec., Milano, 1657

(4) Le carrozze (pesantemente decorate ma comode e ammortizzate, da quattro a sei cavalli) erano un cruciale elemento di ostentazione e distinzione sociale e Milano che tra XVI e XVII secolo era la città con il maggior numero in Europa (1587 nel 1666)

(5) Niuno fitavolo ardisca accettare ne tenere bestie di sorte alcuna de Bergamini, ne con loro fare alcuna comvencione secreta, ne palese per far mangiare i fieni, ne far pascolare i prati nelle dette cinque miglia […]

(6) In questo caso si applicava (da San Giorgio a San Michele) un “contratto erba” (l’erba era pesata secondo vari metodi) in luogo del classico “contratto fieno” (“patti da bergamino”, “contratto malghese”) che intercorreva tra San Michele a San Giorgio (comportando l’acquisto del fieno e la concessione, in “appenzio”, dei locali di abitazione, delle stalle e del caseificio, nonché la concessione di legna da fuoco, paglia (in cambio del letame) e generi alimentari (vedi M. Corti, La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal quattordicesimo al ventesimo secolo, Centro studi valle Imagna, Sant’Omobono terme, 2014 (cap. 13)

(7) A. Dattero , La famiglia Manzoni e la Valsassina: politica, economia e società nello Stato di Milano durante l’Antico Regime, Franco Angeli, Milano, 1997, p. 55.

(8) C. Cederna, “Una bomba contro il popolo”, L’Espresso, 21 dicembre 1969.

(9) L. Formigoni, La Valsassina e l’allevamento del bestiame bovino di razza Bruna Alpina, s.l., 1930. p. 7

(10) L’infomatore era Mario Magenes, nato nel 1922 e l’intervista la raccolsi nel novembre 2011 presso la sua abitazione di Cascina Pessina in località Novegro (Mi), comune di Segrate (al confine con Milano)

(11) A. Dattero, op. cit, p. 56

(12) A Nord del perimetro delle mura esisteva anche il burgh di verzeratt (gli ortolani)

(13) C. Besana “Note sulla produzione e il commercio dei prodotti lattiero-caseari”, in P. Battilani, G. Bigatti, Oro bianco. Il settore lattiero caseario in Val Padana tra Ottocento e Novecento, Lodi, Giona, 2003, p. 130

(14) M. Corti, op. cit., 2014, p. 272

(15) M.Corti, “I navigli milanesi: vie d’acqua e di latte (o, per meglio dire, di caci e stracchini)”, in Latte&Linguaggio, 3 (2017):145-164 (a cura di L.Ballerini e P.La Torre, Danilo Montanari editore, Ravenna)

(16) A. Carminati (a cura di) Bergamini, vacche e stracchini. Ventiquattro racconti di malghesi, lattai e fittavoli dalla Valle Taleggio alle cascine di Gorgonzola e dintorni. Centro studi valle imagna, Sant’Omobono terme, 2015, p. 68

(17) Intervista dell’autore alla pronipote raccolta il 3 ottobre 2015 presso la sua abitazione in contrada Grasso di Taleggio.

(18) M. Corti, G.Camozzini, P. Buzzoni. Zootecnia e arte casearia. Tradizioni da leggenda in Valsassina, Bellavite, Missaglia, 2016 (cap.2).

(19) Buzzoni R., Barzio: pagine di cronaca vissuta, Cattaneo, Bergamo, 1958, pp-12-14.

(20) Ivi

(21) Archivio di stato di Milano, Atti di governo, Commercio, p.m., b. 15

Appello delle pastore. La burocrazia ci uccide

Siamo donne, siamo pastore, contadine, montanare

Siamo portatrici di una cultura e di una civiltà che lungo i millenni hanno fatto del mondo la terra dell’uomo.

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ERAVAMO GENTE LIBERA
Eravamo gente libera. Una libertà che si pagava con i sacrifici di ogni giorno: il freddo, la pioggia, la neve e il gelo, la fatica senza orari, né Pasqua né Natale …Ma poi c’era il sole, il vento sulla pelle, i belati degli agnelli, la primavera che fa crescere la vita nuova.
Ora però questa civiltà globalizzata ci toglie la libertà e ci fa morire. Da quando ogni pecora ha un marchio auricolare con un numero, siamo tutti imprigionati in un castello burocratico che ci soffoca: numero di stalla, partita IVA, codice fiscale, numero REA, codice ATECO, OTE, CAA, ARAP, ARPEA, AGEA, Refresh, PEC, modello 4, modello 7…
Sedute all’ombra di un faggio al pascolo non possiamo stare dietro a tutta questa burocrazia e dobbiamo correre continuamente negli uffici delle associazioni di categoria …Intanto a chi le lasciamo le bestie?
Firmi domande che non capisci, e paghi, paghi, paghi … Sempre con la paura di sbagliare o di dimenticare una carta, perché è più grave sbagliare un pezzo di carta che trascurare i figli e i capretti o  gli agnelli….
Curi la famiglia, la casa, il gregge, cresci capretti e agnelli, trascuri te stessa per loro e poi? Le annate che gli agnelli non si vendono facilmente devi chiedere a un commerciante la carità di prenderteli, ed è umiliante…
Una pecora a fine carriera vale 20 €. A contare le ore di lavoro, in certe stagioni non guadagniamo 50 centesimi all’ora; e non ci sono per noi né cassa integrazione, né disoccupazione né reddito di cittadinanza.
L’AGONIA DELLE PICCOLE AZIENDE
Un mestiere da poveri che deve sottostare ad una burocrazia da ricchi. Anche per le nostre associazioni di categoria noi contiamo niente e così le nostre piccole aziende non ce la fanno più ad andare avanti.
Sulla carta, però, siamo uguali! Uguali alle grosse aziende di pianura, che salgono in alpeggio con migliaia di capi ma lo fanno  solo sulla carta, con tutti i documenti burocratici in regola in modo da assicurarsi i contributi che invece sarebbero destinati alla montagna e a chi ci vive e ci lavora!

E ultimamente anche il lupo: bandiera “ecologista” di una società in decadenza, minaccia che ha trasformato la nostra vita di ogni giorno in una continua guerra di trincea: devi essere sempre di guardia, non sai mai quando arriverà e quanti animali ti ucciderà nonostante i sistemi di difesa messi in atto (cani, reti, dissuasori …).. Per poi magari sentirci dire “Ma tanto le bestie morte ve le pagano!”

Ma siamo noi, piccoli pastori e contadini che teniamo vivo un paese, una valle, un pezzo di montagna o di collina, siamo noi che facciamo fronte all’abbandono e all’inselvatichimento, noi che curiamo la biodiversità: dove mangiano le pecore si mantiene la cotica erbosa, crescono mille erbe diverse che i rovi e le cattive erbe dell’abbandono soffocherebbero, si evitano i disastri di frane e alluvioni che poi pesano anche sull’economia della pianura e della città. Siamo noi i veri operatori ecologici della società. A costo zero, anzi paghiamo per esserlo. Ma con questo sistema non possiamo continuare. É tutta una civiltà che muore assieme alle pastore e ai pastori, ai contadini, ai montanari.

E allora

CHIEDIAMO

a tutti i rappresentanti politici( che volenti o no rappresentano anche noi pastori, contadini e montanari), agli amministratori, a tutti coloro che amano la montagna di darsi da fare, intervenire, provvedere in tempi brevi, perché di politica e di burocrazia la montagna e la sua gente stanno morendo.

Sotto le firme raccolte prima del trasferimento della petizione su Firmiamo.it

Nome Cognome Firmato il           alle                   n
Giancarlo Fraticelli 19/04/17 10.02 116
Eliodoro D’Orazio 19/04/17 09.27 115
Maurizio Cerato 19/04/17 09.01 114
Alfredo Falletti 19/04/17 08.41 113
Carlo Bruzzone 19/04/17 07.32 112
Claudio Furloni 19/04/17 07.21 111
michele giura 19/04/17 07.03 110
Adelio Fazzini 19/04/17 06.11 109
Enrico Giorgi 19/04/17 06.10 108
Stefano Chellini 19/04/17 05.49 107
Antonio Augello 19/04/17 04.01 106
Domenico Modesto 19/04/17 03.57 105
Francesco Salamone 19/04/17 03.54 104
Stefano Repetto 19/04/17 02.56 103
Marco Giorgi 19/04/17 01.33 102
Sergio Rossi 19/04/17 01.31 101
Sebastiano Lombardo 19/04/17 01.04 100
Giampaolo Samaria 19/04/17 01.02 99
Sebastiano Sannitu 19/04/17 00.40 98
Antonino Foraci 19/04/17 00.19 97
Roberto Pedrocchi 18/04/17 13.02 96
Luisella De Bernardi 18/04/17 11.45 95
Salvatore Ighina 18/04/17 09.38 94
Cristina Ferrarini 18/04/17 06.50 93
Gabriella Leggio 18/04/17 04.50 92
Dino Matteodo 18/04/17 01.56 91
Samuel Audéoud 17/04/17 21.19 90
Berger Harold 17/04/17 13.45 89
Salvo Orlane 17/04/17 12.19 88
Tite Odre 17/04/17 06.48 87
Daniela Rigotti 17/04/17 01.31 86
Aste Redtroen 16/04/17 12.51 85
Nori Botta 16/04/17 12.36 84
Francesca Montalto 16/04/17 01.27 83
Massimo Garaventa 15/04/17 19.38 82
Rocco Giorgio 15/04/17 16.20 81
Sibilla Morgantini 15/04/17 15.52 80
Patrizia Pompilio 15/04/17 15.32 79
Cristina Troietto 15/04/17 15.30 78
Attilio Mottarella 15/04/17 09.40 77
Dario Confalonieri 15/04/17 05.57 76
Sara Orecchio 15/04/17 04.45 75
Elena tessari 15/04/17 04.28 74
André Baret 15/04/17 03.44 73
Andreia Nicoleta Petrescu 15/04/17 03.28 72
Lorraine Flynn 15/04/17 02.25 71
Maria Pia 15/04/17 01.57 70
Nicola Tripodi 15/04/17 01.36 69
Filippo Rindone 15/04/17 00.56 68
Gloria Castelli 14/04/17 17.40 67
Pina Sgro’ 14/04/17 15.42 66
Marina Mafrici 14/04/17 15.35 65
Jean Fantini 14/04/17 15.17 64
Silvana Fasoli 14/04/17 14.49 63
Marta Sasso 14/04/17 14.45 62
Carmela aloise 14/04/17 14.43 61
Anne Line Redtroen 14/04/17 14.07 60
Francesco Sacca’ 14/04/17 13.39 59
Gessica Peretti 14/04/17 13.23 58
Alessio Nisticò 14/04/17 12.21 57
Paola Tirozzio 14/04/17 12.03 56
Greta Facciotti 14/04/17 11.36 55
Agata Soldo 14/04/17 11.33 54
Manuela Angelino Giorzet 14/04/17 10.56 53
Ferdinando Scolari 14/04/17 10.48 52
Francesca Locci 14/04/17 10.08 51
Maristella Forcella 14/04/17 10.06 50
Mario Petrini 14/04/17 09.30 49
Anna Kauber 14/04/17 09.23 48
Serena Badalassi 14/04/17 09.10 47
Marco Leonardi 14/04/17 08.00 46
Luca Battaglini 14/04/17 07.10 45
Maria grazia Pocaterra 14/04/17 06.41 44
Elisabetta Pugliaro 14/04/17 05.23 43
Nora Kravis 14/04/17 04.54 42
Virginia Gazzolo 14/04/17 03.17 41
Clara Chiappinelli 14/04/17 03.11 40
Camillo Brunet 14/04/17 02.17 39
Anna Arneodo 14/04/17 01.59 38
Alessia Farina 14/04/17 01.17 37
Livia Olivelli 14/04/17 00.24 36
Arianna Macchi 13/04/17 23.52 35
Katia Gastaldi 13/04/17 23.51 34
Caterina bernardi 13/04/17 23.37 33
Paola Bartoli 13/04/17 23.30 32
Marina Gastaldi 13/04/17 20.33 31
Nadia Friziero 13/04/17 18.39 30
Clelia Collé 13/04/17 17.01 29
Amanda Della Moretta 13/04/17 16.42 28
Samantha Repetto 13/04/17 15.15 27
Silvana Peyrache 13/04/17 15.08 26
Michela Cardillo Ottaviano 13/04/17 14.49 25
Gloria Degioanni 13/04/17 14.46 24
Massimo Monteverde 13/04/17 14.36 23
Lucy Lancerotto 13/04/17 14.33 22
Silvana Peyrache 13/04/17 14.25 21
Alberto Fatticcioni 13/04/17 14.20 20
Cristina Pedroncelli 13/04/17 14.11 19
Lidia Sussetto 13/04/17 14.07 18
Marina Lombardi 13/04/17 13.52 17
Cesare Legnani 13/04/17 13.35 16
Chiara Cannizzo 13/04/17 13.16 15
Daniela Bonnet 13/04/17 13.11 14
Cristina Boggiatto 13/04/17 13.05 13
Licia Rotondi 13/04/17 13.04 12
Gloria Pisotti 13/04/17 13.00 11
Marzia Verona 13/04/17 12.50 10
Sergio Chiarini 13/04/17 12.47 9
Andrea Astori 13/04/17 12.30 8
Elena Rodigari 13/04/17 10.45 7
Lauretta Gullì 13/04/17 10.42 6
Dino Mazzini 13/04/17 10.25 5
Giulia Simonetto 13/04/17 10.10 4
laura multari 13/04/17 09.48 3
Francesco Volpini 13/04/17 07.22 2
Gianna Grugliotti 13/04/17 04.48 1

Asimmetrie alpine e determinismo ambientale

di Mariano Allocco

Vivere le Alpi sul versante italiano e su quello estero presenta differenze sostanziali.

Da noi, specialmente in Piemonte, è evidente l’emergere di un conflitto tra Piè e Monte, altrove questo non succede e le vicissitudini TAV in val Susa e la “questione lupo” sono due esempi sui quali riflettere.

Cosa sta capitando qui?

Dalla pianura si pone al centro delle politiche montane l’ambiente, mentre dal monte si chiede che la centralità sia riportata sull’uomo che questo ambiente vive, questione non da poco.

Perché questa differenza di paradigma in Italia? Quale è la differenza tra i due versanti?

Se tracciassimo una sezione perpendicolare alle Alpi, vedremmo che il pendio in pochi chilometri in Italia precipita in pianura, in Francia, in Svizzera e altrove invece non c’è separazione netta tra grande pianura e montagna, le città sono lontane, le Alpi se la prendono comoda e la pianura non c’è.

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La spiegazione va cercata proprio lì, nell’asimmetria dei versanti alpini, nella diversa distribuzione delle curve di livello.

Il confine tra Pianura Padana e Alpi è netto e in Piemonte lungo di esso corre una città diffusa che fa da confine tra due mondi che stanno allontanandosi sempre più.

Mentre sulle Alpi si sta affermando un deserto verde, in basso c’è una pianura sempre più antropizzata, con un tasso di inquinamento tra i peggiori in Europa, con aree metropolitane che sono motore di sviluppo industriale e una agricoltura intensiva sempre meno sostenibile.

Una società postmoderna, in crisi strutturale, vede nelle Alpi sempre più verdi un alibi, senza sapere che con ogni probabilità l’anello debole sta in basso.

Sul versante estero invece il declino è graduale, le città sono lontane e non c’è quella frattura geografica, ambientale, storica e sociale che troviamo qui.

Il conflitto che sta emergendo in modo evidente è per buona parte riconducibile a questi fattori, questione da sociologi, economisti, antropologi, a cui do una lettura da montanaro.

Aggiungiamo poi che lo spartiacque alpino che separa gli Stati dal Trattato di Utrecht (1713) non ha mai separato le genti montanare, che vivono allo stesso modo l’immanenza del territorio, la stagionalità, i problemi logistici e tutto quanto riguarda la vita.

Un approccio maturato e vissuto nei secoli che porta le popolazioni alpine a difendere quanto di sacro e di indispensabile è necessario per vivere quassù: libertà e democrazia.

Il rapporto tra questi due mondi andrebbe ricondotto in un contesto che il prof. Fabrizio Barca chiama “conflitto ragionevole”, per arrivare assieme ad un nuovo ed indispensabile “patto di sindacato” tra Monte e Piano.

Ho vissuto i due mondi, li conosco, ho visto la povertà che ha portato alla desertificazione alpina, ma era una povertà da sempre dignitosa, che aveva una via di fuga.

Nella pianura, nelle aree metropolitane la povertà è in un “cul de sac” di disperazione, lì c’è la miseria, miseria che sulle Alpi non c’è mai stata, per questo dico che l’anello debole è in basso.

Cosa si aspetta a unire idee e energie per pensare assieme un avvenire possibile?

Mariano Allocco

22 Febbraio 2017

J’accuse di una pastora: ci uccidono senza sporcarsi le mani

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http://www.ruralpini.it/Una_pastora_ai_signori_del_lupo.html


(28.02.17) Ci uccidete per imporre la vostra civiltà di plastica. Ci uccidete con ipocrisia, camuffando il genocidio con il pretesto di quella natura che state distruggendo e del lupo elevato a bandiera

di Anna Arneodo

Sta nevicando: neve di febbraio, pesante, neve che già sente la fine dell’inverno. Pochi chilometri più a valle è già pioggia; qui è passato stanotte tardi lo spazzaneve, ma ora si sale solo con le catene.

Le stalle sono piene di agnelli: belli, grassi, sono già agnelloni oltre i 30 kg, ma quest’anno nessuno riesce a vendere … la crisi, l’importazione …? Intanto nelle stalle pecore e agnelli mangiano… Fuori del giro dei pastori nessuno si accorge di niente. L’altro ieri ho parlato con un pastore: un gregge di una cinquantina di bestie adulte, la passione che lo teneva vivo per continuare:

« Come vanno le bestie? »

« Ne ho caricate 82, le ho tolte tutte, basta! Non vendi più un agnello, d’estate l’alpeggio, d’inverno il fieno, il lupo, la burocrazia che ti mangiano. Ho chiuso tutto! »

Un’altra sconfitta! Pian piano questa società ci sconfiggerà tutti, chiuderà la montagna, ne farà un grande parco da sorvolare con gli elicotteri, per posarsi sulle punte- eliturismo!- e guardare dall’alto il presepio delle borgate abbandonate. Questo sarà fra poco la nostra montagna!

E intanto: il lupo! Povero lupo, il simbolo ecologico, il simbolo della coscienza sporca di tanta gente, salviamo il lupo! “ La Stampa” di mercoledì 1 febbraio ne ha una pagina piena: non una parola sui pastori, su chi vive e mantiene viva la montagna. Chi scrive, chi protesta, chi difende il lupo e le teorie ecologiste sta in città, ha lo stipendio assicurato, tanto tempo libero per farsi sentire, magari è anche vegano per sentirsi la coscienza pulita.

Noi pastori, allevatori, gente di montagna siamo quassù a presidiare il territorio, a mettere in pratica quotidianamente l’ecologia( ecologia- da “oikos”= casa), noi difendiamo ogni giorno la nostra casa, il nostro paese, il nostro ambiente.

Sopra: Anna fa il fieno con i figli per le sue pecore. Per solidarizzare con Anna scriverle a bram.2010@libero.it

Ma di noi nessuno si ricorda, diamo perfino fastidio, siamo pietra di inciampo. Noi, gente della montagna, che da secoli su questa terre scomode abbiamo saputo creare una cultura, una sapienza di vita per sopravvivere in un ambiente ostile, noi con la nostra storia, la nostra lingua, noi non contiamo niente: l’economia e la politica hanno deciso così.

Vivi ormai quassù ogni giorno con una malinconia, una inquietudine dentro che ti spegne ogni entusiasmo, ogni voglia di combattere.

Ci state massacrando. È un nuovo genocidio della montagna, fatto senza sporcarsi le mani.

Ultima bandiera il lupo.

CUCINA DELLE ALPI

Pronto il programma del ciclo “gastroculturale” CUCINA DELLE ALPI.Conversazioni a cena con cinque artigiani del cibo  Dal 4 marzo al 29 aprile 2017 alla Bibliosteria di Cà Berizzi Corna Imagna.  Cinque serate che esprimono il paesaggio del cibo di cinque realtà alpine, espressione della variegata cultura umana alpina e della sua natura

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di Michele Corti

(03.02.17) La rassegna è Organizzata da Cà Berizzi (la BibliOsteria) di Corna Imagna con il Cnetro studi valle Imagna e il Festival del pastoralismo. L’iniziativa ha coinvolto cinque realtà culturali alpine da Cuneo a Udine: la valle Stura di Demonte  (Cn), l’alta Valsesia (Vc), la valle del Fersina (Tn), la Valsugana-Lagorai (Tn) , Gemonese (Ud).

Presso ciascuna di queste realtà sono attive delle associazioni culturali o degli ecomusei che da tempo promuovono la cultura locale e la cultura rurale alpina, anche nei suoi aspetti agroalimentari e gastronomici. Grazie a loro e alle persone che le animano (alcune delle quali conosceremo a Corna Imagna e che vi farò conoscere in antipico) è stato possibile organizzare la manifestazione. Le citiamo nello stesso ordine (da Ovest ad Est):Ecomuseo della pastorizia di Pontebernardo, Pietraporzio (Cn),Associazione “Gruppo walser Carcoforo”, Carcoforo (Vc),Associazione culturale “Schratl”, Palù del Fersina / Palai en Bersntol (Tn),  Libera associazione malghesi e pastori del Lagorai,  Telve (Tn), Ecomuseo delle acque del Gemonese, Gemona (Ud) .

Una rete di relazioni culturali

Dietro le sigle sopra riportate vi sono persone, facce note, amici che conosciamo da tempo (con i quali ci si sente anche spesso), e con i quali abbiamo partecipato ad iniziative (in qualche caso non solo una) sul loro territorio. Reti già esistenti che possono essere valorizzate, come in questo caso, per promuovere conoscenza reciproca e  il grande patrimonio della cultura del cibo ruralpina. Per molti sarà anche un’occasione per conoscere quelle lingue “minoritarie”, un tempo vere “lingue tagliate” (in gran parte sradicate dal monolinguismo imposto in Italia dal fascismo ma non solo da esso). Esse fanno delle Alpi un mosaico culturale e lingustico dove non è quasi mai lo spartiacque a fare da limes. Un mosaico fatto non di “blocchi compatti” ma spesso di isole e arcipelaghi linguistici variegati (basti pensare al romancio ma anche alle antiche parlate germaniche disseminate tra Trentino e Veneto). Un panorama quanto mai ricco.

Lingue e gastronomia: la ricchezza della cultura alpina

Quattro su cinque delle realtà invitate a Corna Imagna sono rappresentanti di “minoranze linguistiche”: Provenzale alpino (Occitano), Walser (lingua alemannica), “Mocheno”/Bernstoler (antica parlata baiuvara), Friulano. La particolare coloritura linguistico-culturale di queste terre si riflette anche nella cucina dando luogo ad interessanti considerazioni e a inedite esperienze.

Esperienze agricole, di azione locale, di resistenza montanara e umana

Vorremmo come organizzatori che a queste serate intervengano non solo gli appassionati di cucina e di cultura alpina, ma anche chi sul nostro territorio (la montagna orobica e lombarda più in generale) è impegnato in esperienze di rigenerazione locale, comunitaria, agricola. Tutte queste esperienze parlano della, a volte faticosa, rinascita di produzioni agroalimentari: vuoi di una razza ovina o caprina, di una varietà di mais,


SABATO 4 MARZO 2017 – Lagorai – Valsugana (Trentino)            


La cucina di Luigi Montibeller, un inno alla biodiversità di Valsugana e Lagorai, terra ricca di pascoli e pastori: latte, formaggi, panna, burro di malga, patate, verdure e ce- reali, mele e miele, erbe aromatiche, asparagi selvatici, porcini e mirtilli rossi del sotto- bosco. Un viaggio spirituale dentro il cibo di un paesaggio di montagna: zuppa d’orzo con latte crudo e porcini del Lagorai, polenta di mais Spin. Vini: Rebo e Chardonnay.
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SABATO 18 MARZO 2017 – Alta Valsesia (Piemonte)  
Saranno serviti piatti basati sulla produzione alimentare valsesiana del Quattro-Cinque- cento, quando in valle vi era una corrispondenza assoluta tra produzione alimentare e alimentazione. Le tre portate ( toma e salagnun, mocette e lardo con miacce, Wallisschuppa e Wiwellata ) sono costituite da piatti unici, non assimilabili a quanto attualmente definiamo antipasti, primi e secondi piatti.Vini rossi dei colli novaresi con uve Nebbiolo.

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SABATO 1 APRILE 2017 – Territorio del Gemonese (Friuli)            
 Il territorio del Gemonese, all’imbocco della valle del Tagliamento, è un luogo di pas- saggio, dove i commerci, le migrazioni, gli spostamenti stagionali hanno portato con sé culture e colture, piatti e sapori di provenienze diverse. Qui opera l’Ecomuseo delle Acque, impegnato a interpretare il patrimonio agroalimentare locale, i cui prodotti simbolo sono il Pan di sorc e il Formaggio di latteria turnaria , presìdi Slow Food.

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 SABATO 24 APRILE 2017 – Valle del Fersina/Bersntol (Trentino)              
La Valle del Fersina-Bersntol, nel Trentino Orientale, è attraversata dal torrente Fersina ed è caratterizzata dalla presenza della minoranza linguistica Mòchena/Bersntoler (in tre paesi si parla l’idioma germanofono). La cultura legata al passato teutonico si è portata appresso una serie di usi e costumi anche nel campo gastronomico. I Kuckeler , i Kròpfen , de Stèlzer sono solo alcuni dei piatti legati alla tradizione che si rinnova in continuazione.

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 SABATO 29 APRILE 2017 – Valle Stura di Demonte (Piemonte)        
 L’Ecomuseo della Pastorizia e il Consorzio l’ Escaroun ci introducono nella Valle Stura di Demonte, terra della pecora sambucana. Protagonista della serata è l’ agnello sambucano, presidio Slow Food. Oltre alla delicata e gustosa carne, viene offerto il formaggio la toumo , con salumi e paté. Un esperto dell’Ecomuseo ci illustrerà il patrimonio storico-cul- turale ed economico della Valle Stura, con al centro gli allevamenti ovini sambucani.

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Gli incontri sono articolati in due momenti; alle ore 18,00: convegno con presentazione degli ospiti, delle produzioni e delle attività dei rispettivi territori; alle ore 20.00: cena a base dei prodotti agroalimentari dei vari contesti; i singoli piatti vengono presentati e illustrati ai commensali dal cuoco regionale.

Le prenotazioni sono aperteLa cena 30 €, vini compresi – chi partecipa a tutte le 5 serate ha diritto ad una cena gratuita (Euro 120,00 anzichè 150,00) – Chi partecipa ad almeno 4 serate a un libro del Centro Studi in omaggio

info 366 546 2000  info@caberizzi.it

Cà Berizzi, Via Regorda 7, 24030 Corna Imagna (Bg

Un progetto per fare incontrare i territori rurali italiani

gIn nome di cibo come cultura ed espressione di comunità territoriali

Sono già due gli incontri realizzati a Cà Berizzi, a Corna Imagna nell’ambito di un itinerario attraverso le  culture contadine e pastorali e le loro espressioni culinarie. Un itinerario che ha già toccato la val Vibrata (Teramo) e la valle del Belice (Trapani) e che questa settimana toccherà la montagna genovese. Questo primo ciclo, inserito nel Festival del pastoralismo di Bergamo 2016, rappresenta solo un inizio. Il progetto, avviato dal Centro studi valle Imagna e dal Festival del pastoralismo prevede una prossima rassegna di “Cucina delle Alpi” e poi ancora nuovi cicli spaziando da Nord a Sud dove esistono realtà di continuità e rinascita delle tradizioni agroalimentari e gastronomiche ancorate alla ruralità, alla storia del luogo, orgogliose di farne una risorsa per un nuovo sviluppo.

Il progetto procede attraverso l’invito a Cà Berizzi di una “delegazione” di un territorio specifico (un comune, alcuni comuni, una valle) contattato tramite un’associazione culturale, una pro loco, un ecomuseo. Della “delegazione” oltre a personaggi coinvolti nella valorizzazione del patrimonio, in studi sulla memoria locale, sulla cultura contadina e pastorale (ma al tempo stesso in progetti di sviluppo rurale), fa parte uno chef (ma può essere anche una “cuoca rurale” esperta delle preparazioni locali). Al di là del far gustare dei piatti chi viene a Cà Berizzi per questi eventi fa toccare con mano come nascono questi piatti, da che paterie prime (magari portandole anche da casa) e, soprattutto, da quale contesto “socioagricolo”, di scambi, di consuetudini.

Così è stato per i primi due incontri che, per i partecipanti, hanno rappresentato ben più di una “cena a tema”. Al primo incontro, del 29 ottobre,  ha partecipato Francesco Galiffa , prolifico scrittore in ambito storico-antropologico autore di libri di storia locale ma anche di cultura gastronomica che prendono spunto dall’esperienza locale per affrontare un tema a più ampio raggio. Così con il libro sulla capra, che comprende un ricettario unico nel suo genere oltre a una parte generale ricca di informazioni (Dentro la pentola la capra gongola. Associazione Culturale Ferdinando Ranalli, Grafiche Picene, Maltignano 2012). Successivamente ha scritto  “Sui vini cotti dell’Abruzzo Teramano”, in La ragion gastronomica, a cura di Costantino Cipolla e Gabriele Di Francesco (Franco Angeli, Milano 2013) e , di recente Nel regno dei legumi,  Marte editrice, Colonnella, 2016). Galiffa era accompagnato dal giornalista Rai Antino Amore che nella parte introduttiva della serata ha proiettato e commendato alcuni video realizzati dalla Rai regionale per Expo e dallo chef Lorenzo Ferretti del ristorante Palazzo ducale della Montagnola di Corropoli. Ferretti e Galiffa hanno commentato con grande disponibilità i piatti (agnello cacio e ovo e, il piatto  forte della cucina della val Vibrata: la capra alla neretese con i peperoni ma anche la zuppa di legumi con i fichi, frutto di una riscoperta di un antica ma radicata ricetta). Bello il dialogo con i partecipanti. I vini della cantina Montori  (in particolare il Montepulciano d’Abruzzo Fonte cupa) hanno contribuito per una parte non secondaria al successo della serata.

Dalla valle del Belice con una sconfinata passione per le pecore, il pascolo, i formaggio fatto bene

Il secondo incontro, del 4 novembre,  ha avuto per protagonisti i coniugi Cangemi dlel’omonomimo caseificio di Partanna (Trapani). Allevano 900 pecore belicine (della valle del Belice) e trasformano il latte (solo il loro) in due prodotti eccezionali: la vastedda e un pecorino siciliano superlativo. Calogero Cangemi ha prodotto la vastedda (un raro formaggio ovino a pasta filata) al momento, davanti agli occhi stupiti dei commensali, utilizzando una cagliata portata da casa in aereo.  Sia Calogero che la moglie Giovanna hanno trasmesso ai presenti il senso di una passione enorme per le pecore, per il loro lavoro. Fare il formaggio è un modo di esprimere sé stessi se si è nei maestri artigiani, specie se donne come Giovanna che  vive per il formaggio. Calogero tiene a sottolinerare le peculiarità di un pecorino poco salato, che dopo cinque mesi è ancora pastoso e già ricchissimo di note organolettiche. Fatto con latte di pecore alimentate al pascolo, con latte crudo, con caglio di agnello in pasta.  Un vero capolavoro figlio del territorio ma anche della personalità innovativa dei Cangemi che hanno iniziato a trasformare il latte molti anni fa quando la consegna ai caseifici garantiva un reddito più sicuro e meno responsabilità.

C’è ancora un evento da non perdere….

Per chi è interessato a queste esperienze vi è ancora un ultimo appuntamento di questo primo ciclo. Per venerdì 11 novembre. La serata di venerdì a Cà Berizzi sarà non è interessante solo per il menù ma anche densa di stimoli culturali per chi ha passione per la ruralità. Ospiti Massimo Angelini, editore, scrittore, ruralista, antesignano del recupero delle antiche varietà di piante coltivate (emblema la “quarantina” , la patata bianca dei contadini della montagna genovese). Un personaggio noto negli ambienti della nuova e vecchia agricoltura contadina, esponente della rete semi rurali e promotore e coordinatore della campagna per unalegge per il riconoscimento dell’agricoltura contadina. Angelini, cui va anche il merito di aver mantenuto in vita la tradizione degli almanacchi contadini con il Bugiardino è intellettuale del tutto anomalo,  prima di tutto perché non cerca la “visibilità” che tanto ossessiona intellettuali e sedicenti tali. E’ stato un antesignano del ritorno ad un ruralismo senza complessi di nferiorità (questo sito nasce dalla conoscenza delle idee di Angelini). Oltre alle “qualifiche” che abbiamo citato Massimo è molto altro e lo si scoprirà conoscendolo di persona. L’altra ospite d’onore (in cucina prima di tutto) è la signora (ottantenne) Rita Garibaldi, già cuoca dell’Antica Trattoria Garibaldi di Caminata in Valgraveglia, depositaria di molti segreti della cucina dell’entroterra montano ligure.  Una terra segnata dall’invecchiamento e dall’abbandono di un’agricoltura che non si prestava a convertirsi in agroindustria e che ha la sola prospettiva di morire o di affermarsi come nuova agricoltura contadina, un’agricoltura non “neo”, snob, chic, slow, ma saldamente ancorata ai valori contadini di sempre secondo la lezione austera di Angelini, apparentemente persino un po’ rigida se non se ne conosce anche il risvolto pacificato, religioso, sereno. Da queste persone possiamo aspettarci parole e cibi veri. Sicuramente diversi dalla “cucina regionale ad uso turistico”.

Venerdì 11 novembre terzo incontro interregionale di cucina pastorale e contadina  La montagna genovese e la sua cucina: patata quarantina e molto altro Bibliosteria di Cà Berizzi via Regorda 7, Corna Imagna (Bg) – caberizzi.it

    • Torta Baciocca e Prebugiun di Ne
    • Minestrone alla Genovase con i taglierini fatti a mano
    • Cima ripiena alla Genovese fatta al forno
    • Focaccia dolce di ricotta, pinoli e uvetta

Vini: Bianchetta Ligure – Musaico Dolcetto – Barbera

(ore 19: riflessioni con Massimo Angelini su alcuni miti fioriti intorno alla cucina tradizionale – ore 20: cena)

Euro 25,00 – prenotare al 3665462000 – info@caberizzi.it

Al Festival del pastoralismo di Bergamo 2016 tiene banco la capra

La mostra approfondisce lo “strano caso” della capra, animale oggetto di cicliche ondate di spregio e di considerazione in relazione alle vicende delle società e culture umane. Aperta da dal 5 al 27 novembre, cerca di trovare una spiegazione legata al ruolo della capra nei diversi contesti rurali e agronomici, ai simbolismi di cui è stata caricata, ai conflitti sociali e agli orientamenti ideologici che ne hanno sancito lo status. vengono esplorati aspetti poco conosciuti della storia sociale dell’allevamento caprino utili a comprendere il revival di questo intrigante animale a partire dal ’68.

Aperta il venerdì – sabato – domenica  dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 18:00
Presso la Sala comunale dell’ex Ateneo in Piazza Duomo (ingresso secondario Piazza padre Reginaldo Giuliani) A BERGAMO ALTA

info: cell. 3282162812 festivalpastoralismo@gmail.com  festivalpastoralismo.org/

(08.11.16) Il Festival, giunto alla terza edizione, quest’anno è dedicato alla capra. Era giunto il momento di trattare questo animale, il suo allevamento, i suoi prodotti in modo retrospettivo, alla luce di una storia del ruolo occupato dalla capra nelle società e nelle culture dell’uomo. Esercizio di erudizione? Assolutamente no, perché il fenomeno del ribaltamento – nel corso di pochi decenni – da un pregiudizio negativo ad uno positivo nei confronti dell’animale, del suo allevamento, dei suoi allevatori, dei suoi prodotti, rappresenta un fenomeno interessantissimo. 


La storia sociale della capra rappresenta un esempio trasparente delle implicazioni culturali, sociali e politiche della produzione agroalimentare

Un fenomeno che ci aiuta a capire come le relazioni tra uomo e i suoi animali, i sistemi agricoli, la produzione, trasformazione, consumo di cibo siano inzuppate di  implicazioni culturali, sociali e politiche. Non prenderne atto e continuare a pensare l’agricoltura in termini tecnici ed economici non aiuta ad affrontare problemi enormi che si chiamano insostenibilità ambientale dei sistemi agroalimentari, sudditanza alimentare. Pensare l’agricoltura in modo tecnocratico aiuta solo i poteri forti che da quando esiste la modernità coprono il loro interesse con l’argomentazione “scientifica”. Per capire cosa centri la capra con tutto questo bisogna considerare che il conflitto sociale sull’uso delle risorse agroalimentari, agrosilvopastorali è vecchio quanto la stratificazione sociale e la formazione delle città. 


Pochi esponenti della classe dominante hanno affermato con lucida  ferocia tecnocratica il loro interesse di classe  come gli illuministi. Cesare Beccaria è ricordato per le sue argomentazioni “buoniste” sulla pena capitale ma  pochi ne conoscono il lato ben poco buonista ben espresso quando fu chiamato a proporre “riforme” (con questo nome si è da allora cercato di far digerire provvedimenti antipopolari e antidemocratici) sui boschi. Il Beccaria, che non era solo uno “scrittore” ma era parte dell’apparato governativo dello stato di Milano asburgico. Nel 1783 propose di obbligare i comuni a vendere i boschi ai proprietari delle miniere e degli impianti di lavorazione del ferro (che utilizzavano molto legname) e di limitare drasticamente l’allevamento caprino.  La  politica “anticapre”  mirava a togliere ai montanari un mezzo  prezioso di sussistenza in modo da costringerli a diventare forza lavoro industriale o ad allevare bovini da latte entrando nell’economia commerciale. Durante il napoleonico Regno d’Italia le vedute tecnocratiche trovarono piena applicazione tanto che nel 1806 con un “bando delle capre” e nel 1811 con un regolamento generale dei boschi si cercò di sradicare completamente l’allevamento caprino. Con il ritorno degli austriaci la politica anticapre venne solo parzialmente mitigata attraverso la concessione di deroghe ai comuni montani più poveri ma limitando pesantemente il numero di capre mantenute per famiglia e “concedendolo” solo a quelle “miserabili”.


Di qui la sanzione di quell’associazione tra capra e miseria che si è tradotta nel motto: “la vacca dei poveri” (il titolo della mostra) e che ha condizionato  a lungo l’immagine dell’allevamento caprino e dei suoi prodotti. L’Ispettore generale dei boschi, Giuseppe Gauteri, un tecnocrate che restò al suo posto dopo il cambio di regime del 1815, nel suo trattato anticapre “Dei vantaggi e svantaggi delle capre in confronto alle pecore” legittimò anche sul piano del gusto la sua avversione per la capra sostenendo che il formaggio è per “palati rozzi” e per “miserabili” che intendono risparmiare sul sale.  Nel secolo scorso fu un altro regime ispirato dal giacobinismo (sia pure “di destra”) a combattere la capre.


Nel 1927 il fascismo che aveva già rese più severe le leggi forestali   lanciò la sua battaglia anticapre istituendo una tassa pesantemente progressiva. Chi aveva sino a 3 capre pagava 10 £ a capo che salivano a 15 (da 3 a 10 capi) e  20 (oltre 10).  A far applicare le norme anticapre vi era la Milizia Nazionale Forestale (sopra il Duce con i forestali). A conferma delle relazioni tra cultura, politica e allevamento caprino va aggiunto che la ripresa di interesse e favore per la capra degli ultimi decenni è un chiaro portato del movimento del Sessantotto.

Una storia sociale ma anche culturale e simbolica

Nel caso della capra, più che di altri animali l’influsso di fattori sociali, ideologici politici si è sovrapposto ad elementi di natura simbolica.  Divinizzata in alcune antiche religioni che nel loro pantheon avevano divinità con testa, corna e zampe di capra o che assegnavano alle capre il ruolo di cavalcature o di animali da traino di cocchi delle divinità la capra ha subito con l’affermazione della civiltà agraria e della stratificazione sociale un progressivo cambiamento di statuto simbolico che non è riconducibile solo all’influsso del giudeo-cristianesimo (con il “capro espiatorio” e la rappresentazione di satana con attributi caprini). Il dio Pan e i satiri sono già un elemento di una “decadenza” e di una marginalizzazione del “dio cornuto” personificazione della fertilità, del governo del caos, del potere cosmico e sovrano (come indicato dalla sovrapposizione tra corna e corona regale) sostituito dagli dei celesti.

La “divinizzazione” e la “demonizzazione” della capra nella sfera religiosa riflettono il passaggio da società neolitiche in cui a fatica i gruppi umani strappavano spazio alla foresta (in questo aiutati dalla capra) a società in cui lo spazio incolto si riduce e dalla gestione comune dei campi e dei pascoli si passa alla privatizzazione, alla recinzione, alla disuguaglianza di possesso della terra. In un regime di “comunismo di villaggio” i campi erano aperti al pascolo collettivo dopo le raccolte e il governo degli animali era oggetto di autoregolazione. In una gestione comunitativa tutti possedevano animali e terra e il danno alla proprietà privata non esisteva.

Una lezione contro i pregiudizi e l’assolutizzazione del presente, dell’esistente

Anche se tutta la storia umana è stata caratterizzata da continui cambiamenti (a differenza dell’immagine di un passato preindustriale quasi immobile) oggi il ritmo del cambiamento è rapidissimo. Di conseguenza nella vita di una persona è possibile assiste a sconcertanti rivolgimenti. Oggi i più anziani ricordano con riconoscenza nei confronti della capra di essere stati svezzati con il suo latte. I meno anziani “pensano” la capra in termini negativi, quale emblema di una miseria da esorcizzare. I giovani, immemori di tutto ciò, pensano che la capra sia una “nuova moda”. La mostra rappresenta un’occasione per giovani e anziani per riconnettere passato recente, passato remoto ad un presente che appare spesso ambivalente, incerto. Dal punto di vista apparentemente molto particolare della “storia sociale della capra” la mostra cerca di gettare luce su temi di interesse più ampio. Con l’obiettivo di aiutarci a comprendere il ruolo negativo del pregiudizio sociale e culturale e di guardare all’oggi e al domani senza essere abbagliati dall’esaltazione acritica della modernità e dei suoi miti.

Valtellina sana pro ribelli bitto

MOBILITAZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE VALTELLINESE CONTRO  L’ESPROPRIO DEL PATRIMONIO CULTURALE DEL BITTO STORICO
Non basta più  la resistenza dei ribelli del bitto ora serve  l’indignazione e la ribellione della società civile  
 
 
I PRODUTTORI STORICI “colpevoli” di essere fedeli a un metodo di produzione quasi millenario, “colpevoli” di rivendicare da vent’anni il legame tra il territorio storico e la denominazione SONO COSTRETTI ORA, in forza di un disciplinare voluto dalle istituzioni accondiscendenti alle lobby politico-industriali  A NON CHIAMARE PIU’ “BITTO” il loro formaggio. Una vergogna possibile grazie alla REGOLE EUROPEE e alle LOBBY locali ( ben ascoltate a MILANO e a ROMA). Ma non tutti ci stanno. Ecco l’appello dell’associazione italo-svizzera Amici degli alpeggi e della montagna a tutte le associazioni culturali e ambientali della Valtellina per una mobilitazione a favore del bitto storico
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Sondrio, 21.04.2016
La presente per invitare la Vostra associazione ad intervenire ad un incontro riservato ad una questione che riguarda uno dei prodotti più tipici ed emblematici del nostro territorio Valtellinese: il formaggio Bitto.
Non vi è qui lo spazio per riassumere una triste vicenda che si trascina da decenni e che vede contrapporsi da un lato chi difende il valore della tradizione e della tipicità del prodotto, dall’altro chi invece sposa visioni più moderniste e pragmatiche. L’incontro, del resto, non ha tanto lo scopo di prendere posizioni per l’uno o per l’altro contendente, quanto di difendere le ragioni della giustizia, aldilà di norme e regole che, laddove del tutto discutibili come nel caso in oggetto, possono e devono esser cambiate.
Per ragioni che verranno spiegate nell’incontro, queste norme e regole impediscono in questo momento ai produttori del Bitto storico, coloro che producono il formaggio negli alpeggi della zona di origine (Valli di Gerola e di Albaredo) secondo le antiche consuetudini, di chiamare con il nome Bitto il proprio prodotto. Ciò rappresenta un tradimento della storia, uno sfregio alla giustizia e un insulto per chi, rinunciando alle molte comodità offerte dalle tecnologie, si sottopone a fatiche e oneri aggiuntivi per conservare una risorsa straordinaria per il territorio Valtellinese, di cui beneficia l’intera economia locale.
Le istituzioni pubbliche preposte alla questione hanno dimostrato incapacità o mancanza di volontà nell’affrontare e risolvere il problema. Sono stati raggiunti in passato degli accordi, rivelatisi però poi sempre deludenti o fallimentari.
Come associazione che ha nel proprio mandato statutario la difesa e valorizzazione degli alpeggi e della montagna ci sentiamo in dovere di denunciare questa situazione e richiedere con fermezza alle istituzioni di trovare una via d’uscita, nell’interesse di tutta la comunità Valtellinese. L’incontro cui siete invitati ha lo scopo di verificare la possibilità di un’ampia aggregazione tra le realtà culturali e sociali che condividono un forte legame con il territorio, onestà intellettuale e desiderio di giustizia.
L’incontro si terrà sabato 7 maggio, a partire dalle ore 9, presso la casera del Bitto di Gerola, secondo il seguente programma:
  • Ore 9: ritrovo alla Casera di Gerola
  • Illustrazione della questione Bitto
  • Visita alla Casera
  • Confronto su possibili azioni comuni
  • Pranzo Valtellinese (costo 25 €)
Per ragioni organizzative occorre sapere chi si ferma al pranzo. Gli interessati sono pregati di dare comunicazione al presente indirizzo mail.
Ringraziando per l’attenzione e in attesa di incontraci, cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.
Associazione Amici degli Alpeggi e della Montagna
Il Presidente
Plinio Pianta
Il Presidente della sezione italiana
Giampiero Mazzoni

Alpeggi: un paradiso per i lupi,   un inferno per i pastori

(19.12.15) Dal convegno di Saluzzo del 17 dicembre emerge una nuova consapevolezza: il problema del lupo non è un qualcosa di isolato rispetto alle varie minacce contro la montagna, le sue comunità, le sue attività tradizionali. Il lupo è parte di un progetto politico di stampo neocolonialista e tecnocratico che fa leva sui Parchi e l’attacco alle autonomie locali

a cura di Adialpi

(18.12.2015) Si è svolto a Saluzzo presso l’Antico Palazzo Comunale, nella serata di giovedì 17 dicembre, il convegno “Il lupo sugli alpeggi” organizzato dall’Associazione Difesa Alpeggi Piemonte – Adialpi, per dare voce “a chi vive questa realtà ogni giorno attraverso il proprio lavoro” senza lasciarsi ingannare dalle tante parole (e denaro pubblico) spesi per i progetti sul lupo in Italia, finanziando enti, parchi ed associazioni, senza minimamente curarsi delle difficoltà degli alpeggiatori.

 

Convegno_Saluzz-12-2015

Ad aprire la serata è stato il Presidente dell’Adialpi, Giovanni Dalmasso margaro di Crissolo, che ha descritto le attività dell’associazione, la lotta alle speculazioni sugli alpeggi che hanno fatto innalzare i canoni di affitto dei pascoli, e l’attuale coinvolgimento nei tavoli della Regione Piemonte sulle scelte della politica agricola.

“Il lupo è una delle tante problematiche degli alpeggiatori – afferma Dalmasso – di cui se ne potrebbe fare volentieri a meno. Anche i nuovi parchi naturali che si stanno insediando in Piemonte non sono altro che un grattacapo per chi lavora in montagna, con nuovi vincoli, regolamenti e difficoltà per chi deve vivere in questo ambiente. La colpa è soprattutto dei sindaci di montagna che non si sono battuti per rappresentare i loro cittadini ma hanno guardato soprattutto al loro interesse.

Il lupo si era estinto dalla nostra regione agli inizi del ‘900, poi è stato reintrodotto, ora è tornato a creare danni, ad attaccare le mandrie e i greggi, mettendo in difficoltà i pochi allevatori rimasti sulle nostre valli.

E mentre si continuano a  sprecare milioni di euro per finanziare i numerosi progetti lupo come Wolfalps, i margari sono lasciati sempre più soli, incapaci di difendersi; gli stessi sistemi di difesa sono inefficaci: il lupo continua a predare gli animali, i cani da guardiani sono pericolosi per i turisti e i risarcimenti non sono sufficienti a pagare i danni subiti. Il nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia presentato dall’Unione Zoologica Italiana lo scorso 19 ottobre su incarico del Ministero dell’Ambiente è un altro esempio di errata gestione del problema, creato da un gruppo di esperti di lupi ma inevitabilmente inesperti in pastorizia. Stiamo rischiando di mettere a rischio il futuro dei pastori e di conseguenza, mancando il loro lavoro nella conservazione del territorio, avremo gravi danni per l’ambiente.”
L’intervento del professor Michele Corti, docente di zootecnia montana presso l’Università di Milano e rappresentante dei pastori lombardi, ha analizzato la diffusione del lupo non solo sulle Alpi e sugli Appennini ma a livello europeo è possibile notare, negli ultimi decenni, una grande diffusione del predatore. A differenza dell’Italia però, in quasi tutti gli altri Paesi sono stati autorizzati degli abbattimenti in seguito alle richieste del settore agricolo. Il lupo viene cacciato in Svizzera, Francia, Svezia e molti altri stati, nonostante il predatore sia tra le specie specialmente protette dalla convenzione di Berna e dalla direttiva Habitat.
“In Italia – spiega il professor Corti – sembra che l’abbattimento del lupo sia una parola da non pronunciare assolutamente, impossibile da realizzare in quanto la legislazione non lo permette. Il lupo ha trovato nelle nostre montagna un territorio pieno di cibo, in cui nessuno gli fa del male: il paradiso. Mentre per i pastori questa situazione si sta trasformando in un inferno. Ma è poi vero che il lupo è l’unica cosa importante e tutelata? Esistono molte altre convenzioni internazionali volte a tutelare le pratiche agricole, la biodiversità delle razze animali autoctone, la cultura locale, oltre a norme fondamentali che tutelano la sicurezza, la liberta economica, la proprietà. Tutte queste tutele, sono diritti che vanno difesi: non si può dare come unica priorità la conservazione del lupo ma serve il giusto compromesso.
Intanto il lupo sta arrivando in pianura e vicino alle grandi città mentre sui pascoli la situazione è insostenibile: le recinzioni non bastano, il lupo non si mangia solo le pecore ma in alcuni casi si sbrana addirittura il cane da guardia, gli indennizzi sono troppo bassi, spesso non concessi.
Le conseguenze? I pastori si stufano di denunciare le predazioni, molti alpeggi non vengono più pascolati, le misure di difesa si scontrano con il corretto utilizzo dei pascoli e il benessere animale.
Le soluzioni? Coordinare gli allevatori delle diverse zone interessate dal ritorno del lupo in Italia (Piemonte, Veneto, Toscana,..) e in Europa per scambiarsi informazioni, agire con azioni politiche e legali, mettere in atto progetti pro-pascoli, turismo rurale, prodotti, cultura alpina. Fare in modo che non siano le Alpi del lupo ma le Alpi dell’uomo.”
Il Presidente di Alte Terre, Giorgio Alifredi, in quanto allevatore della Valle Maira ha espresso la sua volontà nel potersi difendere in caso di attacchi: “Finché esiste l’allevamento e la pastorizia dobbiamo poter difendere i nostri animali dagli attacchi. Non pensate che il pastore abbia il tempo di andare a caccia del lupo, ma nel momento in cui un predatore attacca il gregge devo poterlo allontanare, non posso stare a guardare mentre si sbrana i miei animali, il mio lavoro.”
Alifredi ha poi esposto il “manifesto antilupo” redatto dalle associazioni AlteTerre e Adialpi con il quale si vuole portare alla politica europea quali sono le difficoltà che ha recato il ritorno del lupo sulle Alpi e quali provvedimenti occorre attuare per far si che la pastorizia non scompaia dalle nostre montagne. “L’unica soluzione efficace – riporta il documento – per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!”
Tra gli interventi anche Daniele Massella, allevatore della Lessinia in Veneto, che descrive la situazione delle vallate veronesi dopo l’arrivodei lupi: “Sugli alpeggi ci sono meno animali perché molti malgari non si fidano più a lasciare le vacche al pascolo, preferiscono tenerle in stalla, nonostante i costi più elevati. I risarcimenti non sono abbastanza alti, non si tiene conto del giusto valore genetico degli animali. La convivenza tra lupi e zootecnia è impossibile: occorre cambiare le leggi che lo tutelano altrimenti gli allevatori scompariranno dalle nostre montagne.”

 

Aiassa Tiziano, margaro di Limone Piemonte ha descritto la sua situazione: “Sono un allevatore di bovini di razza Piemontese. In cinque anni ho subito 30 perdite per attacco da lupo. I primi anni mi venivano risarciti. Ultimamente nemmeno quello: i veterinari dell’Asl, incaricati di fare le perizie delle predazioni in campo, non vogliono attestare che si tratta di attacchi da lupo e gli animali oltre i 3 anni non sono comunque indennizzati. Oltre al danno, veniamo messi in dubbio delle nostre dichiarazioni. Serve una controperizia oltre a quella dell’Asl per i casi in cui questa non sia sufficiente.”

  

Il sostegno all’iniziativa dell’Adialpi è arrivato anche dal vicepresidente di Federcaccia Piemonte,  Alessandro Bassignana che afferma: “Il lupo c’è e lo vediamo, si sta avvicinando alle città. In montagna il numero di animali selvatici è notevolmente diminuito dopo il ritorno del lupo. Sulla questione del ripopolamento e della sua possibile reintroduzione posso dire che, se il lupo delle Alpi dovrebbe teoricamente essere arrivato dagli Appennini, non si spiega il fatto che gli avvistamenti siano avvenuti diversi anni prima nel torinese che in Liguria.”

Pierangelo Cena di CIA Torino ha ribadito il suo appoggio alle iniziative per difendere l’attività dei margari sugli alpeggi: “Come organizzazione agricola ci siamo già impegnati nella raccolta firme contro il lupo sugli alpeggi. Siamo disponibili ad eventuali proposte. Il lupo ormai non è più in pericolo di estinzione, noi riteniamo servano nuove azioni per gestire il problema.”

Dal punto di vista politico, oltre agli interventi di vari sindaci locali che hanno sottolineato il loro ruolo all’interno del Coordinamento Gente di Montagna nato proprio per rappresentare le diverse problematiche del territorio alpino, è intervenuto Emiliano Cardia, rappresentante della segreteria dell’europarlamentare Alberto Cirio, che ha sottolineato la necessità di coordinare le proposte e le forze delle diverse associazioni agricole e di categoria affinché ci possa essere un fronte unico di proposte da avanzare alla politica. Sono infatti i politici che rappresentano il territorio che hanno il dovere e la possibilità di cambiare le regole laddove ci sono delle problematiche.

In conclusione della serata il Presidente Giovanni Dalmasso ha ricordato l’importanza di tutelare chi lavora in montagna, in particolare gli allevatori che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del territorio. Sulle nostre vallate non serve il lupo ma chi è indispensabile è l’uomo.

“Come associazione dei margari – conclude Dalmasso – continueremo a farci sentire per ottenere delle misure utili a difendere il nostro lavoro, collaborando con gli alpeggiatori anche delle altre regioni e portando alla politica le nostre proposte. Noi le idee le abbiamo chiare, dobbiamo solo far capire agli altri le nostre ragioni prima che tutti gli alpeggiatori se ne vadano dalle montagne.”

il manifesto antilupo del Piemonte

I pastori, allevatori, margari, contadini e gente comune della montagna piemontese, firmatari dell’appello No  Parchi, no lupi! diffuso tra le valli nell’autunno 2015, dichiarano  con forza quanto segue:

  • il ritorno “naturale” dei lupi sulle Alpi è un racconto propagandistico. Un’analisi genetica accurata e soprattutto indipendente potrebbe facilmente dimostrare l’origine est-europea della gran parte della popolazione di lupi alpini. I pochi lupi rimasti in Abruzzo negli anni settanta all’interno del Parco nazionale si sono diffusi sugli  Appennini, ma non spiegano la comparsa improvvisa nei primi anni novanta di lupi sulle Alpi marittime tra Italia e Francia (quando la Liguria ne era ancora del tutto priva), dapprima solo all’interno o in prossimità dei due Parchi regionali delle Marittime e del Mercantour, né tantomeno analoghe presenze negli stessi anni nel Parco di Salbertrand in Valle Susa. Per anni la presenza fu negata e le predazioni attribuite a cani rinselvatichiti, fenomeno mai esistito sulle Alpi occidentali.
  • lupi e pastorizia non possono coesistere nello stesso areale: i predatori vanno allontanati dalle zone di pascolo delle Alpi;
  • i lupi compromettendo il pastoralismo favoriscono l’avanzare dei boschi e riducono la biodiversità dei pascoli alpini;
  • lupi non più abituati ad essere cacciati dall’uomo diventano col tempo una minaccia reale alla vita umana (e non solo per i pochi montanari ma anche per i numerosi escursionisti);
  • l’uccisione, ora illegale, di lupi non è bracconaggio, ma legittima difesa della persona e degli animali. Occorre riconoscere il diritto naturale dell’allevatore alla difesa armata del proprio bestiame all’interno dei propri pascoli!
  • la colonizzazione dei lupi sull’intero arco alpino, auspicata e pianificata dal recente Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, redatto dall’Unione Zoologica Italiana per il Ministero dell’Ambiente, è un progetto folle e delirante per chi in montagna lo subisce, ma che nasconde interessi concreti di soldi e finanziamenti per chi lo propone;
  • I “Parchi naturali” sono lo strumento amministrativo con il quale tali politiche falsamente ambientaliste vengono imposte alle comunità locali: vanno semplicemente aboliti, risparmiando risorse che potrebbero impiegarsi in modo ben più proficuo per la tutela dell’ecosistema e del paesaggio alpino, da secoli incentrate sull’opera dell’uomo contadino;
  • la responsabilità ultima della colonizzazione dei grandi predatori sulle Alpi ricade sulle politiche europee. L’unica soluzione efficace per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!