Un progetto per fare incontrare i territori rurali italiani

gIn nome di cibo come cultura ed espressione di comunità territoriali

Sono già due gli incontri realizzati a Cà Berizzi, a Corna Imagna nell’ambito di un itinerario attraverso le  culture contadine e pastorali e le loro espressioni culinarie. Un itinerario che ha già toccato la val Vibrata (Teramo) e la valle del Belice (Trapani) e che questa settimana toccherà la montagna genovese. Questo primo ciclo, inserito nel Festival del pastoralismo di Bergamo 2016, rappresenta solo un inizio. Il progetto, avviato dal Centro studi valle Imagna e dal Festival del pastoralismo prevede una prossima rassegna di “Cucina delle Alpi” e poi ancora nuovi cicli spaziando da Nord a Sud dove esistono realtà di continuità e rinascita delle tradizioni agroalimentari e gastronomiche ancorate alla ruralità, alla storia del luogo, orgogliose di farne una risorsa per un nuovo sviluppo.

Il progetto procede attraverso l’invito a Cà Berizzi di una “delegazione” di un territorio specifico (un comune, alcuni comuni, una valle) contattato tramite un’associazione culturale, una pro loco, un ecomuseo. Della “delegazione” oltre a personaggi coinvolti nella valorizzazione del patrimonio, in studi sulla memoria locale, sulla cultura contadina e pastorale (ma al tempo stesso in progetti di sviluppo rurale), fa parte uno chef (ma può essere anche una “cuoca rurale” esperta delle preparazioni locali). Al di là del far gustare dei piatti chi viene a Cà Berizzi per questi eventi fa toccare con mano come nascono questi piatti, da che paterie prime (magari portandole anche da casa) e, soprattutto, da quale contesto “socioagricolo”, di scambi, di consuetudini.

Così è stato per i primi due incontri che, per i partecipanti, hanno rappresentato ben più di una “cena a tema”. Al primo incontro, del 29 ottobre,  ha partecipato Francesco Galiffa , prolifico scrittore in ambito storico-antropologico autore di libri di storia locale ma anche di cultura gastronomica che prendono spunto dall’esperienza locale per affrontare un tema a più ampio raggio. Così con il libro sulla capra, che comprende un ricettario unico nel suo genere oltre a una parte generale ricca di informazioni (Dentro la pentola la capra gongola. Associazione Culturale Ferdinando Ranalli, Grafiche Picene, Maltignano 2012). Successivamente ha scritto  “Sui vini cotti dell’Abruzzo Teramano”, in La ragion gastronomica, a cura di Costantino Cipolla e Gabriele Di Francesco (Franco Angeli, Milano 2013) e , di recente Nel regno dei legumi,  Marte editrice, Colonnella, 2016). Galiffa era accompagnato dal giornalista Rai Antino Amore che nella parte introduttiva della serata ha proiettato e commendato alcuni video realizzati dalla Rai regionale per Expo e dallo chef Lorenzo Ferretti del ristorante Palazzo ducale della Montagnola di Corropoli. Ferretti e Galiffa hanno commentato con grande disponibilità i piatti (agnello cacio e ovo e, il piatto  forte della cucina della val Vibrata: la capra alla neretese con i peperoni ma anche la zuppa di legumi con i fichi, frutto di una riscoperta di un antica ma radicata ricetta). Bello il dialogo con i partecipanti. I vini della cantina Montori  (in particolare il Montepulciano d’Abruzzo Fonte cupa) hanno contribuito per una parte non secondaria al successo della serata.

Dalla valle del Belice con una sconfinata passione per le pecore, il pascolo, i formaggio fatto bene

Il secondo incontro, del 4 novembre,  ha avuto per protagonisti i coniugi Cangemi dlel’omonomimo caseificio di Partanna (Trapani). Allevano 900 pecore belicine (della valle del Belice) e trasformano il latte (solo il loro) in due prodotti eccezionali: la vastedda e un pecorino siciliano superlativo. Calogero Cangemi ha prodotto la vastedda (un raro formaggio ovino a pasta filata) al momento, davanti agli occhi stupiti dei commensali, utilizzando una cagliata portata da casa in aereo.  Sia Calogero che la moglie Giovanna hanno trasmesso ai presenti il senso di una passione enorme per le pecore, per il loro lavoro. Fare il formaggio è un modo di esprimere sé stessi se si è nei maestri artigiani, specie se donne come Giovanna che  vive per il formaggio. Calogero tiene a sottolinerare le peculiarità di un pecorino poco salato, che dopo cinque mesi è ancora pastoso e già ricchissimo di note organolettiche. Fatto con latte di pecore alimentate al pascolo, con latte crudo, con caglio di agnello in pasta.  Un vero capolavoro figlio del territorio ma anche della personalità innovativa dei Cangemi che hanno iniziato a trasformare il latte molti anni fa quando la consegna ai caseifici garantiva un reddito più sicuro e meno responsabilità.

C’è ancora un evento da non perdere….

Per chi è interessato a queste esperienze vi è ancora un ultimo appuntamento di questo primo ciclo. Per venerdì 11 novembre. La serata di venerdì a Cà Berizzi sarà non è interessante solo per il menù ma anche densa di stimoli culturali per chi ha passione per la ruralità. Ospiti Massimo Angelini, editore, scrittore, ruralista, antesignano del recupero delle antiche varietà di piante coltivate (emblema la “quarantina” , la patata bianca dei contadini della montagna genovese). Un personaggio noto negli ambienti della nuova e vecchia agricoltura contadina, esponente della rete semi rurali e promotore e coordinatore della campagna per unalegge per il riconoscimento dell’agricoltura contadina. Angelini, cui va anche il merito di aver mantenuto in vita la tradizione degli almanacchi contadini con il Bugiardino è intellettuale del tutto anomalo,  prima di tutto perché non cerca la “visibilità” che tanto ossessiona intellettuali e sedicenti tali. E’ stato un antesignano del ritorno ad un ruralismo senza complessi di nferiorità (questo sito nasce dalla conoscenza delle idee di Angelini). Oltre alle “qualifiche” che abbiamo citato Massimo è molto altro e lo si scoprirà conoscendolo di persona. L’altra ospite d’onore (in cucina prima di tutto) è la signora (ottantenne) Rita Garibaldi, già cuoca dell’Antica Trattoria Garibaldi di Caminata in Valgraveglia, depositaria di molti segreti della cucina dell’entroterra montano ligure.  Una terra segnata dall’invecchiamento e dall’abbandono di un’agricoltura che non si prestava a convertirsi in agroindustria e che ha la sola prospettiva di morire o di affermarsi come nuova agricoltura contadina, un’agricoltura non “neo”, snob, chic, slow, ma saldamente ancorata ai valori contadini di sempre secondo la lezione austera di Angelini, apparentemente persino un po’ rigida se non se ne conosce anche il risvolto pacificato, religioso, sereno. Da queste persone possiamo aspettarci parole e cibi veri. Sicuramente diversi dalla “cucina regionale ad uso turistico”.

Venerdì 11 novembre terzo incontro interregionale di cucina pastorale e contadina  La montagna genovese e la sua cucina: patata quarantina e molto altro Bibliosteria di Cà Berizzi via Regorda 7, Corna Imagna (Bg) – caberizzi.it

    • Torta Baciocca e Prebugiun di Ne
    • Minestrone alla Genovase con i taglierini fatti a mano
    • Cima ripiena alla Genovese fatta al forno
    • Focaccia dolce di ricotta, pinoli e uvetta

Vini: Bianchetta Ligure – Musaico Dolcetto – Barbera

(ore 19: riflessioni con Massimo Angelini su alcuni miti fioriti intorno alla cucina tradizionale – ore 20: cena)

Euro 25,00 – prenotare al 3665462000 – info@caberizzi.it

Al Festival del pastoralismo di Bergamo 2016 tiene banco la capra

La mostra approfondisce lo “strano caso” della capra, animale oggetto di cicliche ondate di spregio e di considerazione in relazione alle vicende delle società e culture umane. Aperta da dal 5 al 27 novembre, cerca di trovare una spiegazione legata al ruolo della capra nei diversi contesti rurali e agronomici, ai simbolismi di cui è stata caricata, ai conflitti sociali e agli orientamenti ideologici che ne hanno sancito lo status. vengono esplorati aspetti poco conosciuti della storia sociale dell’allevamento caprino utili a comprendere il revival di questo intrigante animale a partire dal ’68.

Aperta il venerdì – sabato – domenica  dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 18:00
Presso la Sala comunale dell’ex Ateneo in Piazza Duomo (ingresso secondario Piazza padre Reginaldo Giuliani) A BERGAMO ALTA

info: cell. 3282162812 festivalpastoralismo@gmail.com  festivalpastoralismo.org/

(08.11.16) Il Festival, giunto alla terza edizione, quest’anno è dedicato alla capra. Era giunto il momento di trattare questo animale, il suo allevamento, i suoi prodotti in modo retrospettivo, alla luce di una storia del ruolo occupato dalla capra nelle società e nelle culture dell’uomo. Esercizio di erudizione? Assolutamente no, perché il fenomeno del ribaltamento – nel corso di pochi decenni – da un pregiudizio negativo ad uno positivo nei confronti dell’animale, del suo allevamento, dei suoi allevatori, dei suoi prodotti, rappresenta un fenomeno interessantissimo. 


La storia sociale della capra rappresenta un esempio trasparente delle implicazioni culturali, sociali e politiche della produzione agroalimentare

Un fenomeno che ci aiuta a capire come le relazioni tra uomo e i suoi animali, i sistemi agricoli, la produzione, trasformazione, consumo di cibo siano inzuppate di  implicazioni culturali, sociali e politiche. Non prenderne atto e continuare a pensare l’agricoltura in termini tecnici ed economici non aiuta ad affrontare problemi enormi che si chiamano insostenibilità ambientale dei sistemi agroalimentari, sudditanza alimentare. Pensare l’agricoltura in modo tecnocratico aiuta solo i poteri forti che da quando esiste la modernità coprono il loro interesse con l’argomentazione “scientifica”. Per capire cosa centri la capra con tutto questo bisogna considerare che il conflitto sociale sull’uso delle risorse agroalimentari, agrosilvopastorali è vecchio quanto la stratificazione sociale e la formazione delle città. 


Pochi esponenti della classe dominante hanno affermato con lucida  ferocia tecnocratica il loro interesse di classe  come gli illuministi. Cesare Beccaria è ricordato per le sue argomentazioni “buoniste” sulla pena capitale ma  pochi ne conoscono il lato ben poco buonista ben espresso quando fu chiamato a proporre “riforme” (con questo nome si è da allora cercato di far digerire provvedimenti antipopolari e antidemocratici) sui boschi. Il Beccaria, che non era solo uno “scrittore” ma era parte dell’apparato governativo dello stato di Milano asburgico. Nel 1783 propose di obbligare i comuni a vendere i boschi ai proprietari delle miniere e degli impianti di lavorazione del ferro (che utilizzavano molto legname) e di limitare drasticamente l’allevamento caprino.  La  politica “anticapre”  mirava a togliere ai montanari un mezzo  prezioso di sussistenza in modo da costringerli a diventare forza lavoro industriale o ad allevare bovini da latte entrando nell’economia commerciale. Durante il napoleonico Regno d’Italia le vedute tecnocratiche trovarono piena applicazione tanto che nel 1806 con un “bando delle capre” e nel 1811 con un regolamento generale dei boschi si cercò di sradicare completamente l’allevamento caprino. Con il ritorno degli austriaci la politica anticapre venne solo parzialmente mitigata attraverso la concessione di deroghe ai comuni montani più poveri ma limitando pesantemente il numero di capre mantenute per famiglia e “concedendolo” solo a quelle “miserabili”.


Di qui la sanzione di quell’associazione tra capra e miseria che si è tradotta nel motto: “la vacca dei poveri” (il titolo della mostra) e che ha condizionato  a lungo l’immagine dell’allevamento caprino e dei suoi prodotti. L’Ispettore generale dei boschi, Giuseppe Gauteri, un tecnocrate che restò al suo posto dopo il cambio di regime del 1815, nel suo trattato anticapre “Dei vantaggi e svantaggi delle capre in confronto alle pecore” legittimò anche sul piano del gusto la sua avversione per la capra sostenendo che il formaggio è per “palati rozzi” e per “miserabili” che intendono risparmiare sul sale.  Nel secolo scorso fu un altro regime ispirato dal giacobinismo (sia pure “di destra”) a combattere la capre.


Nel 1927 il fascismo che aveva già rese più severe le leggi forestali   lanciò la sua battaglia anticapre istituendo una tassa pesantemente progressiva. Chi aveva sino a 3 capre pagava 10 £ a capo che salivano a 15 (da 3 a 10 capi) e  20 (oltre 10).  A far applicare le norme anticapre vi era la Milizia Nazionale Forestale (sopra il Duce con i forestali). A conferma delle relazioni tra cultura, politica e allevamento caprino va aggiunto che la ripresa di interesse e favore per la capra degli ultimi decenni è un chiaro portato del movimento del Sessantotto.

Una storia sociale ma anche culturale e simbolica

Nel caso della capra, più che di altri animali l’influsso di fattori sociali, ideologici politici si è sovrapposto ad elementi di natura simbolica.  Divinizzata in alcune antiche religioni che nel loro pantheon avevano divinità con testa, corna e zampe di capra o che assegnavano alle capre il ruolo di cavalcature o di animali da traino di cocchi delle divinità la capra ha subito con l’affermazione della civiltà agraria e della stratificazione sociale un progressivo cambiamento di statuto simbolico che non è riconducibile solo all’influsso del giudeo-cristianesimo (con il “capro espiatorio” e la rappresentazione di satana con attributi caprini). Il dio Pan e i satiri sono già un elemento di una “decadenza” e di una marginalizzazione del “dio cornuto” personificazione della fertilità, del governo del caos, del potere cosmico e sovrano (come indicato dalla sovrapposizione tra corna e corona regale) sostituito dagli dei celesti.

La “divinizzazione” e la “demonizzazione” della capra nella sfera religiosa riflettono il passaggio da società neolitiche in cui a fatica i gruppi umani strappavano spazio alla foresta (in questo aiutati dalla capra) a società in cui lo spazio incolto si riduce e dalla gestione comune dei campi e dei pascoli si passa alla privatizzazione, alla recinzione, alla disuguaglianza di possesso della terra. In un regime di “comunismo di villaggio” i campi erano aperti al pascolo collettivo dopo le raccolte e il governo degli animali era oggetto di autoregolazione. In una gestione comunitativa tutti possedevano animali e terra e il danno alla proprietà privata non esisteva.

Una lezione contro i pregiudizi e l’assolutizzazione del presente, dell’esistente

Anche se tutta la storia umana è stata caratterizzata da continui cambiamenti (a differenza dell’immagine di un passato preindustriale quasi immobile) oggi il ritmo del cambiamento è rapidissimo. Di conseguenza nella vita di una persona è possibile assiste a sconcertanti rivolgimenti. Oggi i più anziani ricordano con riconoscenza nei confronti della capra di essere stati svezzati con il suo latte. I meno anziani “pensano” la capra in termini negativi, quale emblema di una miseria da esorcizzare. I giovani, immemori di tutto ciò, pensano che la capra sia una “nuova moda”. La mostra rappresenta un’occasione per giovani e anziani per riconnettere passato recente, passato remoto ad un presente che appare spesso ambivalente, incerto. Dal punto di vista apparentemente molto particolare della “storia sociale della capra” la mostra cerca di gettare luce su temi di interesse più ampio. Con l’obiettivo di aiutarci a comprendere il ruolo negativo del pregiudizio sociale e culturale e di guardare all’oggi e al domani senza essere abbagliati dall’esaltazione acritica della modernità e dei suoi miti.

Valtellina sana pro ribelli bitto

MOBILITAZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE VALTELLINESE CONTRO  L’ESPROPRIO DEL PATRIMONIO CULTURALE DEL BITTO STORICO
Non basta più  la resistenza dei ribelli del bitto ora serve  l’indignazione e la ribellione della società civile  
 
 
I PRODUTTORI STORICI “colpevoli” di essere fedeli a un metodo di produzione quasi millenario, “colpevoli” di rivendicare da vent’anni il legame tra il territorio storico e la denominazione SONO COSTRETTI ORA, in forza di un disciplinare voluto dalle istituzioni accondiscendenti alle lobby politico-industriali  A NON CHIAMARE PIU’ “BITTO” il loro formaggio. Una vergogna possibile grazie alla REGOLE EUROPEE e alle LOBBY locali ( ben ascoltate a MILANO e a ROMA). Ma non tutti ci stanno. Ecco l’appello dell’associazione italo-svizzera Amici degli alpeggi e della montagna a tutte le associazioni culturali e ambientali della Valtellina per una mobilitazione a favore del bitto storico
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Sondrio, 21.04.2016
La presente per invitare la Vostra associazione ad intervenire ad un incontro riservato ad una questione che riguarda uno dei prodotti più tipici ed emblematici del nostro territorio Valtellinese: il formaggio Bitto.
Non vi è qui lo spazio per riassumere una triste vicenda che si trascina da decenni e che vede contrapporsi da un lato chi difende il valore della tradizione e della tipicità del prodotto, dall’altro chi invece sposa visioni più moderniste e pragmatiche. L’incontro, del resto, non ha tanto lo scopo di prendere posizioni per l’uno o per l’altro contendente, quanto di difendere le ragioni della giustizia, aldilà di norme e regole che, laddove del tutto discutibili come nel caso in oggetto, possono e devono esser cambiate.
Per ragioni che verranno spiegate nell’incontro, queste norme e regole impediscono in questo momento ai produttori del Bitto storico, coloro che producono il formaggio negli alpeggi della zona di origine (Valli di Gerola e di Albaredo) secondo le antiche consuetudini, di chiamare con il nome Bitto il proprio prodotto. Ciò rappresenta un tradimento della storia, uno sfregio alla giustizia e un insulto per chi, rinunciando alle molte comodità offerte dalle tecnologie, si sottopone a fatiche e oneri aggiuntivi per conservare una risorsa straordinaria per il territorio Valtellinese, di cui beneficia l’intera economia locale.
Le istituzioni pubbliche preposte alla questione hanno dimostrato incapacità o mancanza di volontà nell’affrontare e risolvere il problema. Sono stati raggiunti in passato degli accordi, rivelatisi però poi sempre deludenti o fallimentari.
Come associazione che ha nel proprio mandato statutario la difesa e valorizzazione degli alpeggi e della montagna ci sentiamo in dovere di denunciare questa situazione e richiedere con fermezza alle istituzioni di trovare una via d’uscita, nell’interesse di tutta la comunità Valtellinese. L’incontro cui siete invitati ha lo scopo di verificare la possibilità di un’ampia aggregazione tra le realtà culturali e sociali che condividono un forte legame con il territorio, onestà intellettuale e desiderio di giustizia.
L’incontro si terrà sabato 7 maggio, a partire dalle ore 9, presso la casera del Bitto di Gerola, secondo il seguente programma:
  • Ore 9: ritrovo alla Casera di Gerola
  • Illustrazione della questione Bitto
  • Visita alla Casera
  • Confronto su possibili azioni comuni
  • Pranzo Valtellinese (costo 25 €)
Per ragioni organizzative occorre sapere chi si ferma al pranzo. Gli interessati sono pregati di dare comunicazione al presente indirizzo mail.
Ringraziando per l’attenzione e in attesa di incontraci, cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.
Associazione Amici degli Alpeggi e della Montagna
Il Presidente
Plinio Pianta
Il Presidente della sezione italiana
Giampiero Mazzoni

Alpeggi: un paradiso per i lupi,   un inferno per i pastori

(19.12.15) Dal convegno di Saluzzo del 17 dicembre emerge una nuova consapevolezza: il problema del lupo non è un qualcosa di isolato rispetto alle varie minacce contro la montagna, le sue comunità, le sue attività tradizionali. Il lupo è parte di un progetto politico di stampo neocolonialista e tecnocratico che fa leva sui Parchi e l’attacco alle autonomie locali

a cura di Adialpi

(18.12.2015) Si è svolto a Saluzzo presso l’Antico Palazzo Comunale, nella serata di giovedì 17 dicembre, il convegno “Il lupo sugli alpeggi” organizzato dall’Associazione Difesa Alpeggi Piemonte – Adialpi, per dare voce “a chi vive questa realtà ogni giorno attraverso il proprio lavoro” senza lasciarsi ingannare dalle tante parole (e denaro pubblico) spesi per i progetti sul lupo in Italia, finanziando enti, parchi ed associazioni, senza minimamente curarsi delle difficoltà degli alpeggiatori.

 

Convegno_Saluzz-12-2015

Ad aprire la serata è stato il Presidente dell’Adialpi, Giovanni Dalmasso margaro di Crissolo, che ha descritto le attività dell’associazione, la lotta alle speculazioni sugli alpeggi che hanno fatto innalzare i canoni di affitto dei pascoli, e l’attuale coinvolgimento nei tavoli della Regione Piemonte sulle scelte della politica agricola.

“Il lupo è una delle tante problematiche degli alpeggiatori – afferma Dalmasso – di cui se ne potrebbe fare volentieri a meno. Anche i nuovi parchi naturali che si stanno insediando in Piemonte non sono altro che un grattacapo per chi lavora in montagna, con nuovi vincoli, regolamenti e difficoltà per chi deve vivere in questo ambiente. La colpa è soprattutto dei sindaci di montagna che non si sono battuti per rappresentare i loro cittadini ma hanno guardato soprattutto al loro interesse.

Il lupo si era estinto dalla nostra regione agli inizi del ‘900, poi è stato reintrodotto, ora è tornato a creare danni, ad attaccare le mandrie e i greggi, mettendo in difficoltà i pochi allevatori rimasti sulle nostre valli.

E mentre si continuano a  sprecare milioni di euro per finanziare i numerosi progetti lupo come Wolfalps, i margari sono lasciati sempre più soli, incapaci di difendersi; gli stessi sistemi di difesa sono inefficaci: il lupo continua a predare gli animali, i cani da guardiani sono pericolosi per i turisti e i risarcimenti non sono sufficienti a pagare i danni subiti. Il nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia presentato dall’Unione Zoologica Italiana lo scorso 19 ottobre su incarico del Ministero dell’Ambiente è un altro esempio di errata gestione del problema, creato da un gruppo di esperti di lupi ma inevitabilmente inesperti in pastorizia. Stiamo rischiando di mettere a rischio il futuro dei pastori e di conseguenza, mancando il loro lavoro nella conservazione del territorio, avremo gravi danni per l’ambiente.”
L’intervento del professor Michele Corti, docente di zootecnia montana presso l’Università di Milano e rappresentante dei pastori lombardi, ha analizzato la diffusione del lupo non solo sulle Alpi e sugli Appennini ma a livello europeo è possibile notare, negli ultimi decenni, una grande diffusione del predatore. A differenza dell’Italia però, in quasi tutti gli altri Paesi sono stati autorizzati degli abbattimenti in seguito alle richieste del settore agricolo. Il lupo viene cacciato in Svizzera, Francia, Svezia e molti altri stati, nonostante il predatore sia tra le specie specialmente protette dalla convenzione di Berna e dalla direttiva Habitat.
“In Italia – spiega il professor Corti – sembra che l’abbattimento del lupo sia una parola da non pronunciare assolutamente, impossibile da realizzare in quanto la legislazione non lo permette. Il lupo ha trovato nelle nostre montagna un territorio pieno di cibo, in cui nessuno gli fa del male: il paradiso. Mentre per i pastori questa situazione si sta trasformando in un inferno. Ma è poi vero che il lupo è l’unica cosa importante e tutelata? Esistono molte altre convenzioni internazionali volte a tutelare le pratiche agricole, la biodiversità delle razze animali autoctone, la cultura locale, oltre a norme fondamentali che tutelano la sicurezza, la liberta economica, la proprietà. Tutte queste tutele, sono diritti che vanno difesi: non si può dare come unica priorità la conservazione del lupo ma serve il giusto compromesso.
Intanto il lupo sta arrivando in pianura e vicino alle grandi città mentre sui pascoli la situazione è insostenibile: le recinzioni non bastano, il lupo non si mangia solo le pecore ma in alcuni casi si sbrana addirittura il cane da guardia, gli indennizzi sono troppo bassi, spesso non concessi.
Le conseguenze? I pastori si stufano di denunciare le predazioni, molti alpeggi non vengono più pascolati, le misure di difesa si scontrano con il corretto utilizzo dei pascoli e il benessere animale.
Le soluzioni? Coordinare gli allevatori delle diverse zone interessate dal ritorno del lupo in Italia (Piemonte, Veneto, Toscana,..) e in Europa per scambiarsi informazioni, agire con azioni politiche e legali, mettere in atto progetti pro-pascoli, turismo rurale, prodotti, cultura alpina. Fare in modo che non siano le Alpi del lupo ma le Alpi dell’uomo.”
Il Presidente di Alte Terre, Giorgio Alifredi, in quanto allevatore della Valle Maira ha espresso la sua volontà nel potersi difendere in caso di attacchi: “Finché esiste l’allevamento e la pastorizia dobbiamo poter difendere i nostri animali dagli attacchi. Non pensate che il pastore abbia il tempo di andare a caccia del lupo, ma nel momento in cui un predatore attacca il gregge devo poterlo allontanare, non posso stare a guardare mentre si sbrana i miei animali, il mio lavoro.”
Alifredi ha poi esposto il “manifesto antilupo” redatto dalle associazioni AlteTerre e Adialpi con il quale si vuole portare alla politica europea quali sono le difficoltà che ha recato il ritorno del lupo sulle Alpi e quali provvedimenti occorre attuare per far si che la pastorizia non scompaia dalle nostre montagne. “L’unica soluzione efficace – riporta il documento – per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!”
Tra gli interventi anche Daniele Massella, allevatore della Lessinia in Veneto, che descrive la situazione delle vallate veronesi dopo l’arrivodei lupi: “Sugli alpeggi ci sono meno animali perché molti malgari non si fidano più a lasciare le vacche al pascolo, preferiscono tenerle in stalla, nonostante i costi più elevati. I risarcimenti non sono abbastanza alti, non si tiene conto del giusto valore genetico degli animali. La convivenza tra lupi e zootecnia è impossibile: occorre cambiare le leggi che lo tutelano altrimenti gli allevatori scompariranno dalle nostre montagne.”

 

Aiassa Tiziano, margaro di Limone Piemonte ha descritto la sua situazione: “Sono un allevatore di bovini di razza Piemontese. In cinque anni ho subito 30 perdite per attacco da lupo. I primi anni mi venivano risarciti. Ultimamente nemmeno quello: i veterinari dell’Asl, incaricati di fare le perizie delle predazioni in campo, non vogliono attestare che si tratta di attacchi da lupo e gli animali oltre i 3 anni non sono comunque indennizzati. Oltre al danno, veniamo messi in dubbio delle nostre dichiarazioni. Serve una controperizia oltre a quella dell’Asl per i casi in cui questa non sia sufficiente.”

  

Il sostegno all’iniziativa dell’Adialpi è arrivato anche dal vicepresidente di Federcaccia Piemonte,  Alessandro Bassignana che afferma: “Il lupo c’è e lo vediamo, si sta avvicinando alle città. In montagna il numero di animali selvatici è notevolmente diminuito dopo il ritorno del lupo. Sulla questione del ripopolamento e della sua possibile reintroduzione posso dire che, se il lupo delle Alpi dovrebbe teoricamente essere arrivato dagli Appennini, non si spiega il fatto che gli avvistamenti siano avvenuti diversi anni prima nel torinese che in Liguria.”

Pierangelo Cena di CIA Torino ha ribadito il suo appoggio alle iniziative per difendere l’attività dei margari sugli alpeggi: “Come organizzazione agricola ci siamo già impegnati nella raccolta firme contro il lupo sugli alpeggi. Siamo disponibili ad eventuali proposte. Il lupo ormai non è più in pericolo di estinzione, noi riteniamo servano nuove azioni per gestire il problema.”

Dal punto di vista politico, oltre agli interventi di vari sindaci locali che hanno sottolineato il loro ruolo all’interno del Coordinamento Gente di Montagna nato proprio per rappresentare le diverse problematiche del territorio alpino, è intervenuto Emiliano Cardia, rappresentante della segreteria dell’europarlamentare Alberto Cirio, che ha sottolineato la necessità di coordinare le proposte e le forze delle diverse associazioni agricole e di categoria affinché ci possa essere un fronte unico di proposte da avanzare alla politica. Sono infatti i politici che rappresentano il territorio che hanno il dovere e la possibilità di cambiare le regole laddove ci sono delle problematiche.

In conclusione della serata il Presidente Giovanni Dalmasso ha ricordato l’importanza di tutelare chi lavora in montagna, in particolare gli allevatori che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del territorio. Sulle nostre vallate non serve il lupo ma chi è indispensabile è l’uomo.

“Come associazione dei margari – conclude Dalmasso – continueremo a farci sentire per ottenere delle misure utili a difendere il nostro lavoro, collaborando con gli alpeggiatori anche delle altre regioni e portando alla politica le nostre proposte. Noi le idee le abbiamo chiare, dobbiamo solo far capire agli altri le nostre ragioni prima che tutti gli alpeggiatori se ne vadano dalle montagne.”

il manifesto antilupo del Piemonte

I pastori, allevatori, margari, contadini e gente comune della montagna piemontese, firmatari dell’appello No  Parchi, no lupi! diffuso tra le valli nell’autunno 2015, dichiarano  con forza quanto segue:

  • il ritorno “naturale” dei lupi sulle Alpi è un racconto propagandistico. Un’analisi genetica accurata e soprattutto indipendente potrebbe facilmente dimostrare l’origine est-europea della gran parte della popolazione di lupi alpini. I pochi lupi rimasti in Abruzzo negli anni settanta all’interno del Parco nazionale si sono diffusi sugli  Appennini, ma non spiegano la comparsa improvvisa nei primi anni novanta di lupi sulle Alpi marittime tra Italia e Francia (quando la Liguria ne era ancora del tutto priva), dapprima solo all’interno o in prossimità dei due Parchi regionali delle Marittime e del Mercantour, né tantomeno analoghe presenze negli stessi anni nel Parco di Salbertrand in Valle Susa. Per anni la presenza fu negata e le predazioni attribuite a cani rinselvatichiti, fenomeno mai esistito sulle Alpi occidentali.
  • lupi e pastorizia non possono coesistere nello stesso areale: i predatori vanno allontanati dalle zone di pascolo delle Alpi;
  • i lupi compromettendo il pastoralismo favoriscono l’avanzare dei boschi e riducono la biodiversità dei pascoli alpini;
  • lupi non più abituati ad essere cacciati dall’uomo diventano col tempo una minaccia reale alla vita umana (e non solo per i pochi montanari ma anche per i numerosi escursionisti);
  • l’uccisione, ora illegale, di lupi non è bracconaggio, ma legittima difesa della persona e degli animali. Occorre riconoscere il diritto naturale dell’allevatore alla difesa armata del proprio bestiame all’interno dei propri pascoli!
  • la colonizzazione dei lupi sull’intero arco alpino, auspicata e pianificata dal recente Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, redatto dall’Unione Zoologica Italiana per il Ministero dell’Ambiente, è un progetto folle e delirante per chi in montagna lo subisce, ma che nasconde interessi concreti di soldi e finanziamenti per chi lo propone;
  • I “Parchi naturali” sono lo strumento amministrativo con il quale tali politiche falsamente ambientaliste vengono imposte alle comunità locali: vanno semplicemente aboliti, risparmiando risorse che potrebbero impiegarsi in modo ben più proficuo per la tutela dell’ecosistema e del paesaggio alpino, da secoli incentrate sull’opera dell’uomo contadino;
  • la responsabilità ultima della colonizzazione dei grandi predatori sulle Alpi ricade sulle politiche europee. L’unica soluzione efficace per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!  

 

Cibo e identità locale: la rete si concretizza

(08.12.15) Dopo l’uscita del libro “Cibo e identità locale” , ricerca partecipata con soggetto sei cibi di comunità si è avviato un interessante processo di costruzione di una rete dei cibi di comunità. In occasione degli incontri di presentazione del libro, ma anche del tutto spontaneamente, si sono infittite le relazione tra i protagonisti della ricerca. A Gandino l’11 gennaio si farà il punto di questi sviluppi e si aprirà una fase nuova di questa storia di ricerca-azione

di Michele Corti

Con la presentazione del libro “Cibo e identità locale”   alla libreria Tarantola di Brescia del 7 dicembre (seguita da un folto e attento pubblico) l’attività di “restituzione” alle località protagoniste è quasi completata (manca solo Gerola alta dove la presentazione si terrà durante il periodo natalizio).   

Magnifici sei (prodotti agristorici, agrisociali, agriculturali)

Dopo la presentazione di Gerola si aprirà (ma di fatto si è già aperta) una nuova fase.  Con la prossima riunione dell’11 gennaio a Gandino quando le sei realtà (aperte alla presenza di new entry come quella di Nova milanese) l’iniziativa non sarà più stimolata dagli autori della ricerca ma del gruppo di lavoro che riunisce i vari sistemi di produzione agroalimentare locale (con le loro componenti amministrative, produttive, culturali). La ricerca, però, non finisce, si pone come elemento di autoriflessione, di analisi condivisa tra studiosi e soggetti locali nel solco di uno scambio (anche di ruoli) che, almeno sinora, è risultato stimolante.

Nel mentre procedevano le presentazioni del volume si è già concretizzata una rete embrionale grazie a  interessanti iniziative che hanno coinvolto le località protagoniste dei sei “casi di studio”. Queste iniziative, nate dalla spontaneità di relazioni dirette, vanno nella direzione di una rete basata sulla condivisione non tanto di regole quanto di una filosofia, di un approccio al cibo locale quale leva di azione locale e di rigenerazione comunitaria.

Insieme in Provenza

Tra le iniziative più interessanti da segnalare la partecipazione del mais spinato di Gandino, del bitto storico di Gerola e del grano saraceno di Teglio al “Comice agricole” evento svoltosi il 4-6 settembre a Saint Pierre de Chaundieu, comune della Provenza gemellato con Mezzago. A settembre l’asparago rosa non c’è e il comune di Mezzago ha pensato allora di estendere l’invito agli altri membri del circuito “Cibo e identità locale”. Un’occasione che ha visto la partecipazione diretta di quattro realtà mentre altre due erano comunque presenti con i loro prodotti. E così in terra di Provenza si è sperimentato con successo (a detta dei francesi) l’abbinamento tra vino della Pusterla e asparagi di Mezzago.

La partecipazione alla Festa agricola in Provenza rappresenta un  l’esempio di come la rete “Cibo e identità locale” sia in grado di generare condivisione di reti. Piuttosto che un circuito chiuso in sé stesso esso è un circuito che stimola la crescita di relazioni reticolari e il raccordo tra esse. Gandino con il suo ormai meritatamente famoso “spinato” è un centro propulsore di reti di mais antichi a raggi concentrici (da quelli lombardi a quelli di mezzo mondo). Mezzago è in relazione anche in questo caso con gli altri “luoghi dell asparago” (Cantello, Cilavegna) in Lombardia ma anche in Europa. Il vigneto Capretti/vino della Pusterla è il fiore all’occhiello della rete dei vigneti urbani (civici o privati che siano).  Il grano saraceno di Teglio rappresenta l’unica varietà autoctona italiana della fagopiracea ma attraverso Pro Specie Rara (associazione svizzera) è in relazione con esperienze alpine di recupero di antiche piante coltivate e, attraverso Gandino, con le dinamiche esperienze di recupero di antiche varietà di mais e altri cereali che stanno sviluppandosi in Lombardia e anche in altre regioni del Nord Italia.Il bitto storico è in relazione con diversi presidi Slow food e formaggi legati ad esperienze di “resistenza casearia”, partecipa anche a iniziative internazionali di Slow Food e, insieme allo stracchino all’antica di Corna imagna, partecipa alla rete dei “Formaggi principi delle Orobie”. Abbastanza per concludere che dall’incontro di queste sei (quasi sette) realtà può nascere un movimento sul cibo locale.

Realtà aperte perché consapevoli della propria identità e del proprio patrimonio

Come avevamo indicato nelle conclusioni del libro sarebbe del tutto fuoristrada chi volesse identificare nei “nostri” casi degli esempi di approccio nostalgico alla memoria e al patrimonio locali o, ancor peggio, casi di “localismo difensivo”, arroccati nella difesa di tradizioni statiche e di una malintesa mistica passatista.

Capaci di relazionarsi con il proprio passato, di valorizzare la propria identità in forma dinamica e aperta queste comunità , queste esperienze di produzione agroalimentare, pur se piccole, manifestano un grande grado di apertura e di relazioni internazionali .

Innescati dalla ricerca e dal libro partono una serie di rapporti

Le presentazioni del libro – tutto fuorché una “restituzione” formale di una ricerca accademica convenzionale – hanno rappresentato ulteriori occasioni per “incrociare” le diverse esperienze, raccontate direttamente dai protagonisti, e per infittire i rapporti ma questi ultimi si sono sviluppati anche per altre strade. Il 22 novembre un pullman carico di mezzaghesi,  è arrivato per iniziativa della pro loco a Gerola alta per visitare il Centro del bitto storico. Al di là delle differenze ovvie tra una realtà di montagna e una di pianura vi è l’interesse vivo in questi contatti a scambiarsi idee e formule sulla “neoagricolatura”. Fatta in montagna contrastando l’abbandono con le razze autoctone e la riscoperta di tecniche tradizionali o nella pianura minacciata dall’ulteriore espansione della conurbazione milanese o in città l’agricoltura “di luogo” ha in tutti i casi bisogno di formule ben diverse da quelle dell’agricoltura industriale glovbalizzata, formule che – senza dimenticare la sostenibilità economica – sappiano far leva su risorse e valori sociali. Così la coop di Mezzago, che dopo tutta una fase storica decide di ritornare alla vocazione agricola, e il consorzio degli alpeggiatori del bitto storico scoprono di avere problemi e forse anche risposte in comune. E si è parlato anche di iniziative comuni (tanto interessanti da non dover essere “bruciate” con anticipazioni).

Casi unici (o no?)

Tutti questi contatti “bilaterali” e “multilaterali” vanno visti come una bella opportunità. Ognuno dei sei “casi” ha una sua forza, una storia che può insegnare qualcosa, una capacità di trascinamento. La forza anche di persone con una forte carica di passione e determinazione che conferisce loro anche carisma e capacità di trascinamento.  Si tratta di casi in un certo senso “speciali”. C’è una sola realtà che grazie ad un attaccamento particolare alla cultura del grano saraceno ha saputo preservare una varietà autoctona, ovvero Teglio. Non ci sono vigneti urbani grandi e come quello Capretti. Non c’è un formaggio come il bitto storico che riesce a inventarsi un movimento di opinione a suo sostegno.  Non si vedono facilmente realtà come Mezzago con un circuito così virtuoso tra amministrazione, attività agricole e sociali.  Non ci sono molte realtà come Corna Imagna dove un centro culturale promuove la rinascita agricola e opera direttamente anche in ambito turistico-gastronomico. E tanto meno un’altra realtà come Gandino che da una vecchia spiga di mais ha saputo costruire un progetto da molto ammirato (e invidiato) di valorizzazione agroalimentare e turistica. 

Nuovi casi “autocandidati” ad entrare nella rete 

Gli autori del libro ma anche i protagonisti delle esperienze di Corna, Mezzago, Gandino, Teglio, Brescia sono consapevoli che queste esperienze, prese ciascuna per la propria specificità, ricchezza e suggestione ma anche nel loro insieme (per quel che di comune rappresentano) possono rappresentare uno stimolo, un modello per tante altre realtà, note e meno note, tutte  potenzialmente capaci di partecipare ad una rete con una filosofia comune. All’inizio della ricerca (che risale al 2010) le sei località che poi vennero prese in esame appartenevano ad una rosa di casi più ampia (18 casi). Noi scegliemmo quelle più emblematiche, più promettenti, più ricche alla luce di una pluralità di valenze agricole, sociali, culturali. Ma sarebbe di grande interesse prendere in esame altre realtà.  Tra esse (ma l’elenco non è esaustivo) vi potrebbero essere le seguenti:

  • i formaggi caprini di Veddasca
  • l’olio di Sant’Imerio di Varese
  • le pesche di Monate
  • le castagne e derivanti di Brinzio
  • i missoltini della Tremezzina
  • la patata di Starleggia
  • l’olio di Perledo
  • la cipolla rossa di Breme
  • la zucca bertagnina di Dorno
  • la rapa di Lozio
  • il Cuz di Corteno Golgi
  • le castagre e derivati di Paspardo
  • i cereali antichi di Cigole
  • il bagoss di malga di Bagolino

Al di là delle località “di seconda linea” che, però, una volta esaminate potrebbero rivelare interessanti sorprese e risultare altrettanto intanto cariche di valenze e potenzialità si sono affacciati alla ribalta nuovi casi. Quello di Nova milanese è paradigmatico. Nel contesto di una apparentemente disperante realtà di un territorio dove solo alcuni “pori” non sono stati impermeabilizzati e cementificati è nata una nuova esperienza di cibo di comunità . Troppo recente per essere ricompresa nel libro. Nel 2015 sono stati seminati a mais della varietà tradizionale Marano 3 ha di terreno recuperato da una ex cava e, nonostante la siccità, una piccola produzione di farina è stata ottenuta. Il tradizionale pan gialt (di farina di mais e segale) è stato prodotto per la prima volta dopo chissà quanto tempo con farina km 0 che reca il marchio del comune e dell’ecomuseo (realtà recente ma sorta dall’esperienza di lavoro culturale trentennale dell’associazione “Il cortile” presieduta da Mariuccia Elli).

A Nova quest’autunno si è seminata anche la segale, ci si è messi in contatto con Gandino (e attraverso Gandino  con il CRA-MAC) di Bergamo inserendosi nel circuito dei “paesi dei mais antichi”. Operazioni che hanno potuto realizzarsi grazie all’embrionale rete del “Cibo e identità locale”, anche grazie all’incontro del 17 maggio di presentazione del libro al quale era partecipe, come in altre presentazioni,  Antonio Rottigni, uno dei papà del mais spinato con una grande disponibilità a porsi come una risorsa per l’attivazione di relazioni comuni.

Microrealtà capaci di dire qualcosa sugli enormi problemi dell’oggi

Qualcuno continuerà a sorridere di fronte alle cifre di queste esperienze (da una parte investimenti di 3 ha, dall’altra di 10 o 15). Anche il bitto storico che pur interessa centinaia di ha di pascoli in realtà è legato a quelle 1000 forme “Gran riserva” destinate all’invecchiamento e custodite come reliquie nel “Santuario del bitto”. Sorrida pure. Poi, però, deve spiegare perché grandi aziende con centinaia di capi in lattazione con la “genetico” top, la tecnologia up to date, che consegnano decine di tonnellate di latte al giorno dicono di non farcela più mentre i nostri casi hanno bilanci in attivo e i sia pure piccoli fatturati in espansione. Con la differenza che se guardiamo i bilanci ambientali, sociali, culturali, etici i nostri casi presentano larghi attivi, le imprese super efficienti iper industrializzate bilanci etici, ambientali, sociali, culturali in rosso.

La grande differenza tra la “filosofia” della rete del “Cibo e identità locale” e l’agricoltura tradizionale è che pur non dimenticando la sostenibilità economica tutti i nostri casi hanno messo al primo posto obiettivi non economici ma che alla lunga si traducono in implementazione di capitale sociale, umano, territoriale (e quindi anche in valori economici nel contesto di un’economia non speculativa ma che sa lasciare spazio alla società e non intende assimilarla  senza residui al mercato).

Se pensiamo solo a quella grande occasione sprecata che in Italia rappresentano le sagre di tradizione le nostre economie di luogo possono essere in grado di generare importanti valori turistici ed economici. Oggi le sagre di tradizione sono sommerse e confuse in un mare di eventi commerciali che creano una “nebbia” comunicativa tale da precludere al turista, in particolare straniero, di discernere il grano dal loglio. I tentativi di qualificare le sagre e di regolamentarle sinora non hanno avuto successo. L’unica soluzione è quella di una rete autocertificata che non parta dalla sagra ma dal cibo di comunità. Un cibo di comunità possiede caratteristiche tali da garantire senza il bisogno di ulteriore legiferazione per attestare la qualità delle sagre che i protagonisti di quelle comunità organizzano.

Un messaggio che può coinvolgere tante comunità, in montagna, in collina, in pianura, nelle città

La sfida d’ora in poi è quella di dimostrare che se, da una parte, è vero che i “nostri” casi hanno una marcia in più rispetto a molte altre comunità “sedute”, senza orgoglio, senza idee, è pur vero dall’altra che ci sono giacimenti insondati di risorse agriculturali e agrisociali da far emergere e che non c’è realtà locale che non riesca, se ne ha la volontà,  a trovare in sé stessa risorse preziose. Un cibo, una coltivazione, una preparazione alimentare spesso sono la scintilla di iniziative di aggregazione, di nuova economia, di una sfida eterodossa al grigiore dell’uniformità, delle monocolture, della dittatura dei mercati globali e delle tecnologie che ne supportano la penetrazione.

 

 

Festival del pastoralismo in dimensione “panorobica”

Domenica 8 novembre prende avvio nell’ambito della seconda edizione del Festival del pastoralismo una serie di conversazioni sui temi di carattere storico-culturale legati all’alpeggio  considerato non quale elemento isolato, legato a una residuale economia tradizionale ma quale elemento fondante per la vita, la cultura, la realtà simbolica delle comunità alpine.
Dopo un periodo di declino questa realtà conosce un rilancio. Quello che è più interessante e confortante è il fatto che esso riguarda forse più l’aspetto cultuale e identitario che quello strettamente economico.  Se questo avviene è per via del profondo duraturo significato che per secoli e millenni l’alpeggio ha assunto.
Il significato delle conversazioni (che si terranno alla Sala della Porta Sant’Agostino a Bergamo alta) riguarda anche una ritrovata (almeno negli auspici) dimensione “panorobica”.  Con la moltiplicazione di contatti e scambi tra versanti che gli sviluppi moderni politici e infrastrutturali avevano annullato. Sull’asse dell’antica Via Priula..
Qui il programma del ciclo di conferenze che vedrà anche un altro relatore delle Orobie valtellinesi, Cirillo Ruffoni, storico gerolese.

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Il Festival del pastoralismo diventa appuntamento bergamasco

(23.10.15) Oggi a Bergamo parte l’edizione 2015 del Festival del pastoralismo. Tra le novità il concorso-finalissima “Regina delle valli” che domani incoronerà la migliore bovina tra quelle premiate alle 10 mostre zootecniche della montagna bergamasca. Domani si inaugura anche la mostra Cargà mut-Vita d’alpeggio sulle Orobie. Non era passata inosservata neppure la prima , un po’ timida, transumanza dello scorso anno ma quest’anno a Bergamo (e non solo) il Festival del pastoralismo diventa un evento che non solo coinvolge maggiormente la città ma  

di Michele Corti

Prima ancora di iniziare il Festival del pastoralismo 2015 si annuncia – grazie ad una più ampia comunicazione, alla collaborazione con il Comune di Bergamo e altri enti, all’interesse dei media – come un evento che non passerà inosservato. Favorite dalle condizioni meteo le manifestazioni del week end inaugurale si preannunciano un successo. Un autunno, che manifesta in questi giorni il meglio si sé , e le cornici delle mura venete, del monastero di Astino, della Fara sono quanto di meglio si possa desiderare per mettere in scena gli animali della montagna.

Bergamo è città profondamente legata alla montagna e alla sua orobicità. Le presenze degli animali rimandano, rilanciandola, a una vocazione che non è solo legata alla convergenza delle valli ma ad una posizione al centro del versante meridionale delle Alpi. Non a caso da Bergamo si diramavano transumanze (ovine e bovine) che raggiungevano buona parte della Padania dal Piemonte all’Emilia.

Dal prato della Fara, dove domani si sfiderà (non in un combattimento ma per la “bellezza”) il fior fiore della razza bruna bergamasca, la vista spazia sui monti. Ma al tempo stesso il grande prato è dominato dalla rocca, simbolo della storia antica della città. Di fronte le architetture gotiche della chiesa dell’ex monastero di Sant’Agostino, sede dell’università. Un contesto che assegna alla montagna, alla zootecnia di montagna una forma di riconoscimento che in passato la società (non solo bergamasca) è stata avara nel concedergli. Oggi, mentre in provincia il fatturato dell’ortofrutta supera quello della zootecnia segnando una trasformazione epocale, cresce la considerazione per ciòche rappresneta in termini storici, sociali, culturali la realtà dell’allevamento montano, della transumanza, dell’alpeggio, del pastoralismo, dei formaggi artigianali.

Una considerazione che può e deve trasformarsi in nuova vitalità anche economica attraverso l’apporto di nuove leve di giovani entusiasti , di nuove idee, di complementarietà con altri settori economici (in primis turismo) ma anche attraverso un aumento di valore delle produzioni che deve compensare la riduzione dei volumi e deve marcare la storica differenziazione tra formaggio (e altri prodotti) come commodities e come specialità.

Questi i grandi temi del Festival che però lascia spazio alle emozioni, al divertimento alla curiosità.  Ci saranno occasioni di divertirsi, apprendere, imparare (anche nel senso pratico) per tutti i gusti. Chi è interessato potrà costruire da solo il proprio bastone da pastore e il proprio corno musicale.

Il programma

La transumanza sulle mura venete (23 ottobre) quest’anno sarà organizzata con un numero doppio di pecore rispetto allo scorso anno (da 100 a 200). Il gregge sosterà proprio presso il monastero di Astino, restaurato e sede di continui ed importanti eventi in chiave Expo (in corso una  mostra inedita che abbina opere di arte contemporanea a formaggi).

La novità più grossa è il concorso “Regina e reginetta delle valli” che vedrà convergere nel prato della Fara a città alta le vacche premiate come “regine” in 10 mostre zootecniche locali della montagna bergamasca. La regina e la sua reginetta saranno incoronate con ornamenti (rami di abete a formare una corona e fiori)  largamente usati in contesti alpini ma che per per Orobie rappresentano una riscoperta culturale.

Durante la giornata del 24 a fianco del concorso zootecnico sarà organizzata una mostra mercato si soli formaggi bergamaschi di monte. Al temine (alle 17.00 inaugurazione della mostra Cargà mut. Vita d’alpeggio sulle Orobie con performance live di un gruppo teatrale sul tema “parole e suoni dell’alpeggio” e la “credenza del pastore” (esperienza gastronomica). Per terminare due film sulla lavorazione dello stracchino all’antica e sulla vita d’alpeggio nelle alpi bavaresi.

La mostra sarà aperta nei week end e ogni sabato e domenica dal 24 ottobre al 6 dicembre ci saranno conferenze, film, degustazioni, laboratori, presentazioni di libri. Chiusura con un convegno e un mercatino il 6 dicembre sul tema: “i nuovi/vecchi prodotti della terra orobica” (dallo zafferano alle erbe spontanee coltivate). Perché la montagna è anche terra da tornare a coltivare.

Programma completo

Venerdì 23 ottobre 

9.30-12.30 TRANSUMANZA: il gregge di pecore  bergamasche del pastore Marco Cominelli di Parre percorrerà  gli spalti del Viale delle Mura venete da Porta San Lorenzo a Porta Sant’Alessandro. Partecipazione alunni delle scuole primarie e dell’infanzia di Città Alta  e  del gruppo Brembaghèt . Con arrivo ad Astino. Partecipa all’evento, vai su facebook

12.30-13.00 Cascina Mulino ad Astino POLENTA DELLA TRANSUMANZA concastradina e formaggi  (a cura dell’Associazione pastori lombardi e progetto Forme, Fondazione MIA, Valle d’Astino)

20.30 Street food di piatti pastorali a Piazza Mascheroni con musici itineranti di tradizione (a cura della Comunità delle botteghe di Bergamo alta)

sabato 24 ottobre Prato della Fara

9-13.30 Concorso REGINA E REGINETTA DELLA VALLI con 40 bovine da latte premiate nei concorsi locali della montagna bergamasca. Incoronazione  della regina e della reginetta delle valli ( a cura Comunità Montana Valbrembana , AIPA Bergamo e Brescia e altri enti). Al termine delle premiazioni incoronazione delle vincitrici. Dettagli ed elenco allevatori. Partecipa all’evento. Vai su facebook

9-17,00   MOSTRA MERCATO DEI FORMAGGI DELLA MONTAGNA BERGAMASCA con presenza degli Alegher de Dossena, gruppo di musica tradizionale bergamasca. Per tutta la durata della manifestazione sarà disponibile un servizio di ristoro.

Pranzo: RASSEGNA GASTRONOMICA con menù Festival nei locali di Città alta aderenti (alla Fara Ristorante-Pizzeria “La Vendemmia” che fornirà anche un servizio ristoro nel prato).

13,30-16,30   Dimostrazione lavorazione del latte a cura della Coop. Agr. Sant’Antonio di Vedeseta; giro sui pony per i bambini a cura dell’azienda Davide Vescovi di Trescore Balneario

16,30  Trasferimento del pubblico alla Porta Sant’Agostino con accompagnamento degliAlegher di Dossena (musica di tradizione).

sabato 24 ottobre Porta Sant’Agostino

17.30 Performance live VOCI E SUONI DELL’ALPE. UNA MEMORIA VIVA con il gruppo teatrale  i Fuoritempo di Gorgonzola, con la partecipazione del gruppo tradizionale I Giaroi di Gerola alta.

18.30 Inaugurazione ufficiale della mostra CARGA’ MUT. VITA SUGLI ALPEGGI DELLE OROBIE
19.30 LA CREDENZA DEL PASTORE Esperienza gastronomica a cura dei ristoratori di Città alta aderenti Comunità delle botteghe di Città alta (“da Mimmo” e “La Vendemmia“).

20.30 Film documento “Il Tesoro della Bruna” di Michele Milesi , Italia, 2015, (30′) ( a cura del Centro Studi Valle Imagna) (vai alla scheda).

A  seguire “Still” (‘Silenzio’) di Matti Bauer, Germania,  2012, (80′)  (a cura di Brescia Winter Film Festival, presenta Davide Torri) (vai alla scheda film)

 

Domenica 25 ottobre

10.30 Presentazione a cura di CasArrigoni (casearia di Peghera in Valtataleggio) del libro “Bergamini, vacche e stracchini” (2015) edito dal Centro studi Valle Imagna. Con conversazione-dibattito sui temi della produzione casearia di ieri, oggi e domani con vari protagonisti della realtà zootecnica e casearia delle valli bergamasche. Intervengono: Michele Corti (Festival del pastoralismo), Antonio Carminati Centro studi Valle Imagna), Alvaro Ravasio CasArrigoni), Orfeo Damiani Comunità montana Val Brembana) e gli allevatori : Angelo Vitali, Angelo Offredi, Guglielmo Localtelli
12,30 Aperitivo-degustazione dei “formaggi dei bergamini” a cura di CasArrigoni e dei produttori della Val Taleggio e della Valle Imagna.

15-18 Laboratori di assaggio gratuiti dei formaggi di monte bergamaschi per grandi e per ragazzi a cura di ONAF Bergamo.

Sabato 31 ottobre

15.00 Laboratorio di autocostruzione di un corno pastorale musicale di capra che ogni partecipante potrà portare a casa. Con Giovanni Mocchi (è previsto un contributo spese di 20 € per il materiale).

20.30 Film  “Alpsummer” di Thomas Horat, Svizzera, 2013, col. 90′. (a cura di Brescia Winter Film Festival, presentazione Davide Torri) (vai alla scheda-film)

Domenica 1 novembre

11.00. Presentazione-dibattito del volume CIBO E IDENTITÀ LOCALE di M.Corti, S. De La Pierre, S. Agostini edito dal Centro studi Valle Imagna (2015). Il libro ricostruisce il “modello” sul quale si basano alcuni casi di successo della realtà bergamasca e lombarda in cui è la difesa e la valorizzazione del patrimonio legato ai sistemi agroalimentari locali tradizionali che innesca processi virtuosi di rigenerazione comunitaria (all’insegna di uno sviluppo autosostenibile). Saranno presenti gli autori e alcuni protagonisti dei casi di studio. Con aperitivo-degustazione di alcuni dei prodotti descritti nel libro

Sabato 7 novembre

15.00 I MONTI DELL’AL DI LÀ: STORIE, LEGGENDE, ECHI E SAPERI ANTICHI. A cura di Mostra delle erbe (Italo Bigioli, Saviore dell’Adamello). Al termine degustazione gratuita di tisane di erbe alpine.

Domenica 8 novembre

16.30 L’ALPEGGIO: UN PAESAGGIO UMANO conversazione con Dario Benetti (direttoreQuaderni valtellinesi, esperto di architettura rurale alpina, in particolare orobica).

Sabato 14 novembre

ore 17.30 QUANDO LA CITTA’ ERA LA MONTAGNA conversazione con Renato Ferlinghetti (Università di Bergamo)

Domenica 15 novembre

15.00 Laboratori gratuiti di assaggio di formaggi d’alpeggio per grandi e per ragazzi a cura di ONAF Bergamo.

Giovedì 19 novembre

19 Street food del pastore in Piazza Mascheroni (nell’ambito dello Street food Festa di città alta lungo la “Corsarola”

Sabato 21 novembre

15.00 SUONI E SAPORI DI SANTI E PASTORI. La caseificazione in alpeggio: gli attrezzi, le tradizioni. Il corno di San Glisente con degustazione di formaggi (a cura del Museo etnografico di Berzo inferiore).

18.00 conversazione con Cirillo Ruffoni: “Gli alpeggi della Valgerola tra storia e mito del bitto” (con aperitivo-assaggio di bitto storico).

Domenica 22 novembre

17.30 LA CAPRA OROBICA Incontro con Giuseppe Giovannoni (alpeggiatore, casaro, allevatore di capre Orobiche) con video sulla sua attività all’Alpe Legnone e appendice musicale a sorpresa. Segue aperitivo-assaggio di formaggi caprini d’alpe (a curaAssociazione formaggi di capra Orobica)

Sabato 28 novembre

ore 10.00 Laboratorio di autoproduzione di bastoni pastorali.  Scelta del legno, dimostrazione di piegatura a caldo, pulizia, “ricamo”. Parte del laboratorio – salvo avverse condizioni meteo si svolgerà all’aperto (a cura di Giovanmaria Fontana ).

ore 18.00 Giacomo Calvi (Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi”) L’ALPEGGIO IN VAL BREMBANA: ASPETTI STORICI, CULTURALI, SOCIALI TRA XIX E XXI SECOLO. Gianni Molinari Priuli ANTICHI EDIFICI DI CULTO SUGLI ALPEGGI (Centro Storico Culturale Valle Brembana “Felice Riceputi”)

Sabato 5 dicembre

17.00 Film “Tutti i giorni è lunedì”,  Italia, 2015, (31’).  (vai alla scheda-film) presenta Luca Battaglini, Università di Torino, coordinatore progetto Propast. (vai alla scheda film)

Segue “Fuori dal gregge” di Cristina Meneguzzo, Michela Barzanò, Emanuela Cucca (It, col., 2012, 42′) (vai alla scheda film). Con la presenza di pastori e conversazione con il pubblico. Segue aperitivo-assaggio di prodotti pastorali.

Domenica 6 dicembre

10-17 MERCATINO A DI PRODOTTI DELLA TERRA OROBICA sugli Spalti di San Michele

10-12.30 Convegno NUOVI-VECCHI FRUTTI DELLA TERRA OROBICA le nuove opportunità per l’occupazione giovanile e il turismo legate al tema del ritorno, specie in montagna, di vecchie coltivazioni e della raccolta di prodotti spontanei (dallo zafferano ai tartufi, dalle preparazioni a base di castagne allo spinacio selvatico).

12.30 Presentazione e degustazione dei prodotti.

15.30 Workshop LA RINASCITA DEL CORNO LIGNEO PASTORALE SULLE OROBIE

17.00  I SUONI DEI CORNI ALPINI SULLE MURA DI BERGAMO ALTA, spalti presso la Porta Sant’Agostino

Sabato 12 Dicembre (Città bassa, Associazione generale di mutuo soccorso, via Zambonate, 33)

16.00 TRANSUMANZA E MUSICA DEI PASTORI intervengono Silvia Tropea Montagnosi, Giovanni Mocchi, Michele Corti. Con interventi musicali di Valter Biella e Andrea Passoni. La scoperta sulle nostre Alpi di strumenti musicali di pastori del XIV-XV secolo ha dato slancio alla ricostruzione e ricerca delle potenzialità di corni alpini, flauti in osso, campanacci, utilizzati un tempo come utensili di lavoro, di rito e di musica. Le loro sonorità, dal fascino particolare, tornano a risuonare e ad abitare gli alpeggi. Segue brindisi e scambio auguri

La mostra CARGA’ MUT. VITA SUGLI ALPEGGI DELLE OROBIE è a cura di Michele Corti, Giovanni Mocchi, con la collaborazione (per i contenuti) di Centro studi Valle Imagna, Centro storico culturale Valle Brembana “Felice Riceputi”, Silvia Tropea, Anna Carissoni, Giorgio Della Vite, Stefano d’Adda, Marco Dusatti,  Gianpiero Mazzoni, Cirillo Ruffoni, Amerigo Grisa e per l’allestimento di Valcanale Team (Ardesio) sarà visitabile tutti i sabati e domeniche dalle 10 alle 12 e dalle 15.00 alle 19.00  dal 24 ottobre al 6 dicembre (anche da gruppi su prenotazione)

LABORATORI PER LE SCUOLE

Produzione di formaggio, costruzione di corni alpini, manipolazione del feltro. Per prenotare un laboratorio presso le scuole o una visita guidata della mostra 3284819895

Organizzato da: Associazione Festival del pastoralismo

Collaborazione e patrocinio: Comune di Bergamo, Comunità Montana Valle Brembana

Sostegno e patrocinio: Fondazione comunità bergamasca, BIM Bergamo, Regione Lombardia, Associazione interprovinciale allevatori Bergamo e Brescia, Comunità Montana Valle Imagna

Patrocinio: Provincia di Bergamo, Ersaf , Comunità Montana Valle Brembana, Comunità Montana Valle Seriana, Comunità Montana Valle di Scalve, Comunità Montana Laghi bergamaschi, Comune di Serina, Comune di Berzo Inferiore, Parco delle Orobie bergamasche, Parco dei Colli di Bergamo,

Collaborazione/sostegno: ONAF Bergamo, Coldiretti federazione di Bergamo, Comunità delle botteghe di Bergamo alta, Associazione Terra di San Marco, Associazione Gente di Montagna, Brescia Winter film festival , Associazione manifestazioni agricole e zootecniche Serina, Associazione formaggi principi delle Orobie, Valcanale Team Ardesio, Centro storico culturale alta valle Brembana “Felice Riceputi”, Centro studi Valle Imagna, Ecomuseo Valtorta, Pro Loco Ardesio, Pro Loco Gerola alta, Sci club Valtorta, Consorzio vino Valcalepio

Società sponsor: Aprica (gruppo a2a), Uniacque, CasArrigoni (Taleggio), Consorzio Agrario Bergamo, Varrone Premana, Formaggi Matteo Oriani consulenze, RB studio associato, Abies consulenza agraria, Banca Credito Cooperativo  BERGAMO e VALLI , Val Brembana web, Nutri service, Block nutrition, TDM,

Di che colore è l’UNCEM? Un sindacato “giallo” della montagna

di Mariano Allocco

La montagna capace di accogliere: i comuni delle Terre Alte luogo di forte innovazione, anche grazie agli immigrati. Nostre comunità luogo di integrazione, welfare di esempio per l’Italia. I servizi il fronte più debole su cui intervenire”.

Una riflessione si impone su questa dichiarazione dell’on. Enrico Borghi, pres. UNCEM, rilasciata alla presentazione del Rapporto Montagne Italia alla Camera dei Deputati il 17 giugno scorso.

L’attuale momento storico europeo ha evidenti quanto sottaciute similitudini con cosa succedeva nel 4° e 5° secolo quando un Occidente, con un esercito ormai mercenario, alle prese con un monoteismo antagonista e in piena crisi economica e istituzionale, cercava di gestire al meglio flussi migratori che, almeno all’inizio, non avevano ambizioni di conquista, ma cercavano solo di sopravvivere.

Flussi di migranti che contribuirono al “declino e caduta” di un occidente che stava liquefacendosi e che non resse all’impatto.

Ebbene, nessuna di queste genti si fermò sulle Alpi, che furono popolate solo secoli dopo quando signori illuminati garantirono “libertà e buone vianze” a coloro che sceglievano di farsi montanari.

Ora che proprio “libertà e buone vianze” quassù sono sotto attacco, parlare delle Alpi come “luogo di forte innovazione anche grazie agli immigrati” è fuori luogo, fuori tempo e fuori dalla storia e per me denuncia approccio amatoriale o strumentale a questioni che meritano ben altra attenzione.

Dire poi che sui monti ci sia un “welfare di esempio per l’Italia e che i servizi sono il fronte più debole su cui intervenire” è una contraddizione in termini. Se quassù il terziario è il punto su cui bisogna intervenire, come può essere il Welfare alpino, cuore del terziario, un esempio per l’Italia?

Mai come ora le parole vanno maneggiate con cura, saggezza e guardando oltre ad orizzonti appoggiati a elezioni prossime e questo vale sia a livello istituzionale che sindacale.

Quassù abbiamo bisogno di una rappresentanza sindacale forte, autorevole, libera ed indipendente, ne parleremo quest’autunno.

Cuneo: lupi e parchi imposti in modo autoritario alla montagna

di Michele Corti

(30.07.15)  Il progetto dirigistico della Regione Piemonte di ampliamento e aggregazione dei parchi delle Alpi cuneesi non ha tenuto conto dell’opposizione di amministrazioni locali e delle categorie coinvolte che non sono state neppure interpellate. Di qui un clima di grande tensione entro cui è maturato un gesto clamoroso (spontaneo o pilotato?)Una testa  di lupo mozzata sanguinante è stata appesa ad un cartello informativo dell’ex comunità montana della valle dell’alto Tanaro lungo la statale del Col di Nava ad Ormea. Si tratta di una forma di protesta sociale cruda ma che in Toscana è servita a scuotere (almeno un po’) la politica e le organizzazioni sindacali indifferenti ai gravissimi danni subiti dalla pastorizia. Una protesta comprensibile (sempre che non sia una messa in scena per favorire l’approvazione della nuova legge sui super parchi)  ma che fornisce alibi all’ecopotere, alle potenti lobby del rewilding. Meglio le forme di protesta degli allevatori e pastori francesi.

Una testa mozzata sanguinante è stata appesa nella notte tra il 26 e il 27 luglio ad una bacheca informativa dell’ex Comunità Montana Val di Tanaro sulla statale del Col di Nava. Ne sono seguiti paroloni grossi in una gara per esprimere nelle forme del più puro politically correct lo sdegno di circostanza di politicanti e amministratori ipocriti che hanno svenduto la montagna, ascari al servizio della politica di parchizzazione del territorio portata avanti con zelo dalla Regione Piemonte. Il fatto che, 48 ore dopo il ritrovamento della testa, sia passata la legge regionale sulle aree protette contestata da tutti i comuni (Ormea era il solo favorevole) e che ha consentito a qualcuno (vedi i solerti giacobini del M5S) di trarre  spunto per imbastire la retorica del “avanti tutta non facciamoci intimidire”, apre non pochi interrogativi. Gesto spontaneo o pilotato? Di sicuro espressione di un clima di grande tensione caratterizzato dall’esasperazione di chi si trova in balia dei lupi e di chi si trova a subire i dixtat di Torino.

Il programma di potenziamento dei parchi  insieme ai vari progetti pro lupo si inserisce nel quadro del programma ideologico di rewilding delle aree rurali e montane europee decise dalle potenti lobby  che vedono la convergenza di ambientalisti e di multinazionali e una forte capacità di influenza a Bruxelles.

In realtà la forma di protesta (o di finta protesta) andata in scena ad Ormea si inserisce in un contesto locale che non vede solo un dibattito molto aspro sull’ampliamento del Parco del Marguareis e la fusione con quello delle Alpi marittime (vera e propria “centrale del lupo”)  ma che vede anche la contrapposizione tra l’attuale sindaco di Ormea (Ferraris)e i margari, accusati di mettere a repentaglio la sicurezza dei turisti con quei cani da difesa dei greggi (mastini abruzzesi e cani dei Pirenei) che sono stati loro imposti  dagli spessi parchi, dagli ambientalisti, dalla Regione Piemonte che condiziona all’uso dei cani da guardiania l’erogazione di contributi per la “difesa dai lupi” (vai all’articolo di Ruralpini). Ferraris aveva minacciato di non concedere più i pascoli comunali ai margari e pastori che avessero utilizzato più di un cane contraddicendo apertamente le indicazioni della regione che legava l’erogazione degli specifici contributi all’uso di un numero di cani adeguato alla numerosità del gregge/mandria.  Aggiungasi che Ferraris è succeduto lo scorso anno al sindaco Benzo che si era schierato coraggiosamente contro la burocrazia e la politica difendendo la montagna e l’autonomia dei comuni (vai a vedere l’articolo di Ruralpini) e che oggi ilk sindaco di Ormea è diventato l’unico sostenitore tra gli amministratori locali dell’ampliamento e della fusione dei parchi.

Una vacca nutrice Piemontese “protesta” a suo modo contro l’uccisione del suo vitello da parte dei lupi. Per gli animalisti queste sofferenze non contano.

Il colonialismo “verde” imposto approfittando dello spopolamento

 Le Alpi occidentali (tra la Liguria di ponente e la provincia Granda) sono state colpite da una forma di spopolamento precoce e patologico che ha desertificato territori montani già intensamente antropizzati ricchi di testimonianze storiche e artistiche

L’esodo dalla montagna, avviato già all’inizio del Novecento ha conosciuto una recrudescenza negli anni del “boom economico” che ha coinciso con i trasferimenti di masse rurali verso le fabbriche di Torino dalle regioni meridionali ma anche dalle vallate delle Alpi occidentali. Non si è arrestato neppure nella fase sucessiva (vedi la figura sopra) quando sul versante francese si è riusciti ad invertire una tendenza di fortissimo spopolamento che qui era iniziata già nell’Ottocento.

Nei palazzi delle lobby di Bruxelles hanno ben presente il quadro demografico attuale delle Alpi ed è palese come l’area più “promettente” per politiche di rewilding sia rappresentata dalle Alpi marittime (dove sul versante francese il recupero non è comunque riuscito a far sì che le Alpi del Sud rappresentino il “buco demografico” dell’intero Arco alpino. “Naturale” o “assistita” che sia qui si è sviluppata la strategia che ha portato al ripopolamento del lupo in ormai mezza Francia.  Le ambizioni dei tecnocrati verdi guardano a questa porzione alpina come quella dove sperimentare la trasformazione in un grande parco in grado di ricalcare il modello nordamericano (dove i parchi sono stati istituiti in aree deserte).  Ciò presuppone  una forte e ulteriore contrazione della popolazione, l’abbandono dei centri abitati più piccoli, la graduale cessazione delle attività tradizionali (alpeggio, utilizzazioni boschive) e del turismo che giustificano la permanenza nelle borgate e rivitalizzano, almeno nel corso di alcuni momenti dell’anno, una realtà sociale ormai asfittica. Ovviamente tutto ciò non viene dichiarato ma oggi si sta cercando di gettare le basi per questo “sviluppo”. Le difficoltà incontrate dal progetto Life ursus in Trentino ( dove si vuole “vendere” il parco dell’orso in un contesto di forte densità demografica e di prospera industria turistica), suggeriscono di realizzare nelle Alpi occidentali una più organica politica “verde”.

Vacca predata dai lupi in alpeggio a Limone Piemonte

Tornano forme di protesta sociale “arcaiche”

L’esecrazione seguita all’esposizione della testa di lupo ad Ormea rappresenta una palese espressione dell’ipocrisia corrente . Quando muoiono a raffica le pecore, i vitelli, le manze lor signori, servi del potere, non fanno una piega. Nemmeno quando muoiono sbranate vive con le budella in fuori, dopo atroci sofferenze. È chiaro che il lupo è l’animale di chi è prossimo al potere, di chi si identifica con la cultura dominante e le sue mistificazioni ideologiche, di chi si ingrassa con i parchi e i progetti europei alle spalle dei margari, dei pastori, della gente delle borgate isolate che ha paura. Stare dalla parte del lupo è un ottimo modo per segnalare il proprio conformismo sociale, per non rischiare emarginazioni, per essere accettati e compensati.

Collaudati meccanismi di stigma sociale e culturale provvedono ad applicare il marchio del “troglodita ignorante” a chiunque osi collocarsi dalla parte dei pastori, dei montanari e far valere ragioni culturali, ecologiche, sociali contro la politica pro lupo. E siccome nei circoli politici, intellettuali ed accademici italiani non si è mai brillato per anticonformismo e per simpatia per il mondo rurale non può certo succedere come in Francia dove fior di ricercatori e di intellettuali hanno firmato un manifesto pro pastori e anti lupo (vai a vedere l’articolo di Ruralpini).  Paradossale ma emblematico il fatto che Carlin Petrini abbia firmato quel manifesto mentre Slow Food sia saldamente schierato pro lupo (non si capisce poi come si possa pensare di difendere rari formaggi di pascolo).

Il differente clima culturale e sociale tra la Francia e l’Italia fa si che mentre oltralpe la protesta anti lupo sia politicizzata e organizzata in Italia essa debba assumere, in assenza di canali legittimati, i contorni della protesta “arcaica”.

Un conflitto sociale aspro

La sofferenza dei margari, dei pastori, degli abitanti delle borgate non può fare esprimersi attraverso forme collaudate di rappresentanza e canali attraverso i quali  portare nell’arena pubblica legittima i motivi della protesta. Così la protesta sociale, come una massa d’acqua che deve trovare modo di defluire da qualche parte, emerge nelle forme arcaiche della protesta cruda e violenta. Le anime belle progressiste, democratiche, di “sinistra” sanno bene come stanno le cose, sanno bene come – ancora nell’Ottocento e anche nel Nord Italia – il disagio sociale, la prevaricazione delle classi dominanti e del loro stato, si riflettesse in uno stillicidio di furti campestri e di violenze quale unica forma di resistenza sociale concessa nel contesto di un dominio di classe feroce.

Oggi, con il graduale spostamento del potere politico a centri di potere plutocratici opachi (contano più le super lobby e le agenzie di rating che gli organi “ufficiali” del potere politico), stiamo tornando a situazioni analoghe e il conflitto sociale, la lotta di classe sono tutt’altro che “dissolti” nella società liquida assumendo nuove forme.

C’è un crescente consapevolezza da parte delle “vittime” che la politica (o meglio la “biopolitica”) animal-ambientalista rappresenti una nuova e spietata forma di colonizzazione della montagna che utilizza il lupo (o l’orso) come grimaldello. Al di là dell’autoriflessione strategica sul conflitto di classe in atto ci sono, a gridar vendetta e ad aprire gli occhi ai ciechi, i  sette milioni di euro per Wolf Alp, ennesimo progetto pro lupo, gestito dal Parco delle Alpi Marittime (la “centrale”). Il tutto mentre per le scuole e strade non ci sono soldi (ovvio, senza strade e senza scuole si accelera il rewilding).

Gap, 22 luglio: in occasione del passaggio del Tour de France un migliaio di allevatori hanno protestato contro la politica pro lupo (con alcuni sindaci in testa)

 

Atti illegali. Ma dall’altra parte ci sono norme socialmente inique che si basano su motivazioni false

La protezione assoluta del lupo, che è alla base della politica, che sorregge la sua espansione in funzione politica e sociale antirurale, è motivata solo da motivi ideologici, culturali, sociali, in una parola da ragioni di potere. È socialmente iniqua, ingiustificata, menzognera (in Italia a differenza che in Grancia non esistono statistiche sulla diffusione del lupo e “ufficialmente” il oro numero è da vent’anni pari a 1000, quando anche nello stesso mondo lupologico si stima una popolazione di 2-3 mila lupi in Italia). Il lupo avanza in tutta Italia (si salvano solo la Sicilia e la Sardegna) e in tutta Europa e non ha bisogno di protezione. Hanno bisogno di protezione i sistemi pastorali con tutti i loro valori di diversità biologica e culturale.  Le leggi che difendono il lupo sono inique e inquinate dal pregiudizio ideologico che ne mina la legittimità giuridica e copre l’egoismo e la prepotenza delle classi dominanti e delle  loro appendici intellettual-scientifiche. Gli apparati mediatici del potere finanziario e le organizzazioni ambiental-animaliste garantiscono  il sostegno subalterno del parco buoi della piccola borghesia urbana di massa  (ipnotizzata dalle ideologie ambientaliste e “progressiste”). Il popolo “troglodita”, non condizionato e reso ignorante dagli apparati della scolarizzazione funzionali al controllo sociale (come hanno insegnato Don Milani, Pasolini, Illich) è ancora capace di reagire (in modo politicamente scorretto).

Febbraio 2014. In Maremma va in scena la protesta dei pastori esasperati dai continui attacchi dei lupi

Del resto le teste mozzate di lupi in Toscana (e le carcasse appese nelle piazze dei paesi) sono state l’unica forma di protesta che ha scosso (un po’) la politica e le organizzazioni agricole. Gli ipocriti gridano al bracconaggio. Ma è resistenza sociale allo stato puro. Il bracconaggio non c’entra nulla perché chi vuol far semplicemente sparire un lupo lo fa in silenzio senza rischiare. A Scansano (paese del Morellino) all’ingresso del paese, presso la rotatoria che porta alla cantina sociale, è stato affisso un cartello da cantiere con a fianco una testa di lupo mozzata. L’episodio seguiva il ritrovamento di 10 le carcasse (o teste) di lupo esibite sulle strade e nelle piazze per denunciare l’immobilismo della politica che finge di credere che in  Italia il lupo sia costantemente sull’orlo dell’estinzione mentre allevatori, cacciatori, abitanti delle aree rurali e montane sanno bene che i branchi stanno aumentando di numero e di dimensioni. Nonostante ogni anno vengano eliminati centinaia di lupi la specie continua ad espandere il suo areale giungendo sempre più vicina alle città alle coste, alle pianure (e aumentano anche i casi di persone ferite dai lupi o presunti tali). Ma per non urtare LAV, Enpa, Legambiente, WWF si preferisce mettere la testa sotto la sabbia. Se chiudono gli allevamenti a causa dei lupi  non importa nulla alle istituzioni. Basta che allevatori, pastori, montanari escano di scena in silenzio, senza troppo clamore.

La testa di lupo mozzata a Scansano è solo una delle tante. Nel gennaio 2011 a Visso (località in provincia di Macerata di grande importanza per il pastoralismo appenninico che ha dato il nome alla razza ovina Vissana) era stata lasciata sulla statale della Valnerina. La testa era indirizzata al sindaco e al presidente del parco dei Monti Sibillini senza ulteriori rivendicazioni e messaggi.  Si tratta evidentemente di un repertorio di protesta consolidato che Internet porta anche in regioni più disciplinate come il Piemonte sabaudo. Arcaismo e villaggio globale in qualche modo sono inestricabilmente connessi. Queste proteste per quanto capaci di richiamare l’attenzione rischiano, però, di regalare alibi ai “benpensanti”.

Molto meglio organizzare proteste “alla francese”. Per esempio portando davanti ai palazzi del potere (sedi dei Parchi, Prefettura, Regione) le carcasse degli animali sbranati dai lupi che loro tanto proteggono e amano. E non certo perché amano la “natura” visto che si continuano a realizzare le Tav e altre opere inutili e devastanti e nell’ambiente si continuano a riversare ogni tipo di veleni scorie del sistema industriale consumista e capitalista cui tanto piace il rewilding.

Inaugurazione della biblioteca dedicata a Costantino Locatelli

(02.07.15) Sabato 4 luglio in comune di  Corna Imagna, a Cà Berizzi (contrada Regorda), si inaugura una biblioteca che vuole essere in senso pieno “biblioteca di montagna” offrendo oltre ai servizi librari quelli di animazione culturale e di accoglienza nello spazio rurale (“bibliosteria”). Questa nuova e innovativa biblioteca è dedicata ad un personaggio che è stato voce e memoria della valle

di Centro Studi Valle Imagna

Il Centro Studi Valle Imagna inaugura nel complesso monumentale di Cà Berizzi la propria biblioteca storica intitolandola a Costantino Locatelli, ol professùr, nato a Corna Imagna il 22 novembre 1915 e venuto a mancare il 4 marzo 2007

Cà Berizzi – Contrada Regorda – Corna Imagna (Bergamo)

SABATO 4 LUGLIO 2015

ore 17:30

Inaugurazione della Biblioteca “Costantino Locatelli” e scoprimento del bassorilievo (opera di Alessandro Verdi) Illustrazione del progetto architettonico e culturale

ore 18:00

Concerto del Coro CAI Valle Imagna Nel centenario dell’inizio della Grande Guerra 1915-1918 Segue aperitivo

DOMENICA 5 LUGLIO 2015

ore 17:30 Ì bù  Spettacolo teatrale – Gruppo Teatrandum

Chi era Costantino Locatelli?

Innanzitutto un insegnante, appassionato ricercatore e testimone della cultura e delle tradizioni della montagna bergamasca, in particolare della Valle Imagna. Persona di grande ironia, cultura e saggezza. È stato la “voce della Valle Imagna” non solo per il suono squillante, limpido e argentino delle sue parole, ma anche e soprattutto per l’autorevolezza dei suoi interventi.

 

Tra i fondatori del Centro studi Valle Imagna, Costantino Locatelli è stata una delle figure più note e rappresentative della Valle Imagna. C’è una bella fotografia (sotto riportata), scattata nel 1920, che lo ritrae con papà Giovanni, muratore pecapride, mamma Itala, contadina, e il fratello Angelo, più grandicello, che poi si farà sacerdote: il piccolo Costantino, al centro con i capelli lunghi e biondi, appare con un volume sotto il braccio, segno premonitore di una vita attraversata dai libri, che lo portò da grande a diventare valente letterato e fine latinista. Il Centro Studi Valle Imagna, dedicandogli la nuova biblioteca storica, intende continuare a ricordarlo tra i suoi libri, affermando contestualmente il valore della memoria e della storia.

Dopo gli studi classici in collegio, dai Salesiani, prima a Treviglio e poi a Valsalice (Torino), il 14 giugno 1940 Costantino si laurea in Lettere classiche alla Cattolica di Milano. Da pochi giorni l’Italia era entrata in guerra e in un battibaleno Costantino passò da neo-laureato a sottotenente degli alpini; fu mandato in Croazia, dove ebbe modo di dimostrare il suo valore, meritandosi una Croce al merito di guerra.

Sposato con sei figli (tre maschi e tre femmine), ha dedicato la sua vita all’insegnamento; al suo attivo trentacinque anni di lavoro nella scuola statale e privata: prima all’Esperia e poi al liceo scientifico Lussana, di cui fu anche preside; sono seguiti altri tredici anni all’Istituto Sant’Alessandro e, infine, sei anni come preside dell’Istituto di Maria Consolatrice (scuola superiore) di Cepino. 

L’attività didattica è stata accompagnata da un costante lavoro di ricerca e documentazione sulla cultura e le tradizioni della sua terra: in Valle Imagna ha continuato a studiare, a fare ricerca mantenendo attivi contatti con studenti e insegnanti, nel suo “rifugio” di Bransiù de Sura, che un tempo era la stalla della sua famiglia. Con il pensionamento, quell’attività di ricerca è diventata quasi una professione. Assieme ad Antonio Carminati ha dato vita alla collana di “fonodocumenti” del Centro Studi Valle Imagna, effettuando e trascrivendo le interviste dei protagonisti dell’antico mondo rurale valligiano, ma più in generale delle aree montane, che fanno parte dei preziosi Archivi della Memoria e dell’Identità, anch’essi conservati nella nuova Biblioteca di Cà Berizzi. Storie di valligiani, bergamini, soldati, sacerdoti… Tali interviste sono il frutto di una assidua ricerca «sul campo» cui Costantino ha contribuito raccogliendo testimonianze anche in altri Paesi (Svizzera, Belgio) e facendosi raccontare le esperienze dei migranti bergamaschi: boscaioli, minatori, muratori, gente “di frontiera” per la quale si è riusciti a conservare frammenti di vita, salvando un pezzo di storia sociale che sarebbe altrimenti andata irrimediabilmente persa.

Ha inciso anche alcuni Compact disc che conservano la sua voce acuta e penetrante, attraverso la quale è possibile conoscere storie, leggende e tradizioni locali. Nella Biblioteca di Cà Berizzi Costantino Locatelli torna a vivere tra i suoi libri (molti dei quali portano la sua firma, quale autore o curatore) e le sue ricerche, con i tanti amici che l’hanno conosciuto e con i quali ha percorso un tratto di strada insieme.

La Biblioteca intende costituire anche un omaggio senza retorica (come lui avrebbe voluto) che il Centro Studi, a nome di tutta la comunità, riconosce al professor Costantino Locatelli: il bassorilievo in bronzo posto all’ingresso della sala, con il ritratto di Costantino e sullo sfondo la sua valle, eseguito dallo scultore Alessandro Verdi e ideato dall’architetto Cesare Rota Nodari, è un modo sincero per ricordare le qualità umane della persona e le doti del professore, onorare il lavoro svolto e trasmettere il suo insegnamento alle nuove generazioni.

CENTRO STUDI VALLE IMAGNA

Via Vittorio Veneto, 148 – 24038

Sant’Omobono Terme (Bergamo)www.centrostudivalleimagna.org  info@centrostudivalleimagna.it

Centro di animazione culturale e di promozione dell’accoglienza nello spazio rurale Il restauro di Cà Berizzi, un complesso architettonico situato nel Comune di Corna Imagna e risalente al periodo tardomedioevale, è finalizzato all’attivazione di un programma di interventi concreti in grado di generare nuove forme di socialità e di economia di territorio. Il recupero fine a sé stesso, del resto, non produrrebbe alcun risultato sul piano della costruzione di processi reali di sviluppo. Stimoli culturali, territoriali ed economici concorrono nel definire e sperimentare strumenti e percorsi innovativi di rigenerazione comunitaria in grado di coniugare esperienze passate con nuove prospettive di progresso. Valori culturali (espressi dall’attività del Centro Studi) e beni economici (connessi alla gestione dell’immobile) si sostengono a vicenda, sino a proporre un modello inclusivo di territorio, che in Cà Berizzi trova declinazione in un contesto architettonico e ambientale di pregio. Ingredienti ambientali, agroalimentari, architettonici, di conoscenza attiva e partecipata del contesto, concorrono a definire una proposta di accoglienza coerente e integrata. Il Centro di animazione culturale è il primo spazio restaurato e accessibile dal mese di giugno 2015. Attualmente ospita la sezione storica della biblioteca del Centro Studi (raccolte e fondi privati), il tesario (diverse centinaia di tesi di laurea di etnologia, architettura e design) e l’archivio dei video e fono-documenti della memoria e dell’identità (un migliaio di nastri digitali con interviste e testimonianze). Funge da centro di promozione e di cordinamento delle attività del Centro Studi.