bosco, riprendiamone possesso!

da Alte Terre

Dal 1874 al 1906 in Italia il disboscamento fu di circa 30.000 ettari all’anno, legna e carbone vegetale fornivano l’85% del fabbisogno energetico all’industria di fine ‘800, l’energia elettrica iniziò a contribuire solo verso la fine del secolo.

La nascente industrializzazione richiedeva energia, l’incremento della popolazione spingeva al dissodamento di terreni marginali, così all’inizio del ‘900 i boschi raggiunsero i minimi storici.

L’elettricità allo scoppio della Grande Guerra copriva solo il 9% del bilancio energetico, ma la prospettiva cambiò nel giro di due decenni e le percentuali crebbero con la progressiva entrata in funzione delle centrali idroelettriche nelle valli.

Dietro le leggi sulla forestazione del 1910 e 1923 c’erano gli interessi della lobby idroelettrica, interessata ad una politica di forestazione che garantisse la stabilità dei bacini di raccolta delle acque e Mussolini parlò allora di “calvizie” della nazione da curare non per problemi estetici, ma per venire incontro ad interessi che ancora una volta non erano quelli dei montanari.

Nel 1923 venne emanato il R.D. 3267 che raggruppava tutti gli aspetti della difesa idrogeologica con la imposizione del vincolo forestale, il rimboschimento e il riconoscimento agli agenti forestali della qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria.

Gli interessi dei produttori di energia idroelettrica presero il sopravvento e dettarono le regole della nuova politica forestale. In 20 anni furono rimboschiti più di mezzo milione di ettari sull’arco alpino dove allora si produceva il 70% dell’energia idroelettrica nazionale.

Se nel XIX secolo interessi per buona parte legati alla produzione energetica avevano portato a grandi abbattimenti, dai primi anni del XX secolo interessi sempre legati alla produzione energetica promuovevano grandi reimpianti. Lo scenario si era capovolto, ma gli interessi erano sempre gli stessi.

Dopo la seconda guerra mondiale il corso della storia alpina cambia, con lo spopolamento salta completamente il rapporto con il territorio, l’energia viene ricercata altrove, l’apporto dell’idroelettrico non è più determinante e le foreste delle valli alpine, dimenticate per mezzo secolo, dilagano.

Ora con il prezzo del petrolio in continua ascesa e gli incentivi per la produzione di energia da fonti rinnovabili le cose stanno nuovamente cambiando e qualcuno ricomincia a guardare al bosco come fonte di energia.

Se all’inizio del XX secolo era il “trust idroelettrico” a dettare le regole per il bosco, ora altri interessi si stanno organizzando, sempre però legati alla produzione energetica e stanno rialzato lo sguardo verso la selva alpina. Si è così riscoperto che i monti sono coperti da una fonte di energia verde rinnovabile, vicina e facilmente prelevabile.

Rimane però da pensare un progetto di filiera che veda il bosco come una risorsa strategica per coloro che il monte lo vivono.

Il bosco è turismo, caccia, biodiversità, aria buona e bellezza, produzioni di legname da opera e per riscaldamento domestico e, in buona fine, biomasse per produrre energia da utilizzare nelle valli come volano di sviluppo.

Un progetto ambizioso che per una volta sarebbe bene però fare quassù avendo chiari obiettivi, limiti, costi e benefici.

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