Non tutti festeggiano la nuova “Legge sulla Montagna” piemontese

da Escolo de Sancto Lucio

(12.03.14) 20 sindaci dei piccoli comuni delle Terre Alte sono in rivolta e a guidarla è il sindaco di Entraque. 14 milioni alle Unioni, nulla ai comuni con le convenzioni. Palese ricatto per raggruppare i comuni in organismi controllati dai partiti con un “super sindaco” che lascia ai primi cittadini delle piccole comunità solo funzioni di rappresentanza

Gian Piero Pepino, sindaco di Entraque

Una pagina nera per il consiglio regionale del Piemonte quella scritta l’11 marzo. Con una forzatura indecente, un inciucio che puzza lontano un miglio, con consiglieri di maggioranza che si astengono o escono dall’aula per evitare le conseguenze (politiche e non solo) di una votazione che è una pugnalata alle spalle della montagna vera e che ha visto Forza Italia accodarsi al PD. Per le Terre Alte è venuto il momento di dire finalmente basta a destra, sinistra, centro, ai partiti italiani in blocco (Lega compresa).

Pessima figura del Consiglio Regionale piemontese, del centro-destra e anche della Lega che dopo tanti proclami non hanno il coraggio di opporsi ad una manovra della sinistra che va contro l’autonomia dei comuni e accentua la tendenza a cancellare l’identità delle comunità locali e a concentrare il potere in quelle caste locali che sono il terminale delle segreterie dei partiti e di interessi estranei al territorio (la vicenda biomasse speculative sta lì a dimostrarlo).

Quello che è succeso è che, nella seduta dell’11 marzo, il Consiglio Regionale, ha, approvato il Disegno di Legge n. 373 Legge sulla Montagna. Una legge per la quale il Consiglio Regionale , per effetto della sentenza del Consiglio di Stato di poche settimane fa, non era titolato a legiferare non risultando sostenibile accampare pretesi motivi di indifferibilità e di urgenza. Infatti il Piemonte una Legge sulla Montagna ce l’ha già: la LR 11 del 2012. E allora? Perché operare una forzatura così smaccata? Perché ci sono in gioco grossi interessi di potere, grossi interessi economici.

UNCEM, ANCI, Legautonomie (la “lobby della casta degli amministratori) e i partiti politici statalisti (in primis il PD, ma il centro-destra si accoda) intendono eliminare gli ultimi baluardi di autononia e democrazia: i comuni.

Il disegno è scoperto e non viene avanti neppure solo in Italia (è in atto persino nella senz’altro più democratica Svizzera). Si vuole concentrare il potere di amministrazione dei territori nelle mani di cerchie tecnocratiche, svincolate da mandati di rappresentanza democratica, svincolate da un mandato da parte delle comunità locali, da quelle unità primarie di organizzazione civile – prima ancora che politica-  che sono i comuni. I quali,  nonostante lo stato moderno li abbia gradualmente inquadrati nel suo apparato, sono anche incoercibile espressione della comunità.

Quanto messo in atto va nella direzione di un ulteriore processo di esproprio di autogoverno che, in Piemonte, è stato particolarmente precoce in forza del potere sabaudo. Va in direzione opposta a quanto, invece, appare oggi necessario di fronte alla crisi, che non è solo economica e sociale ma anche crisi di un modello istituzionale che ha trasferito troppe funzioni in capo alle istituzioni politiche formali togliendo alla società e ai “corpi intermedi” capacità di autogestirsi in modo flessibile, aderente ai bisogni reali, in modo meno burocratico e più economico. Che la sinistra perseveri in quella che è la propria ragione sociale è scontato, che la “destra” si accodi è solo riflesso della sua pochezza..

Casoni: “Un inciucio ai danni della montagna vera”

Solo William Casoni di Fratelli d’Italia, ex assessore alla montagna, ha il coraggio di votare apertamente contro mettendoci la faccia e restituendo un barlume di dignità a un consiglio regionale in un clima da fine impero e di accordi sotterranei tra i partiti.  Di questi sono probabilmente mallevadori gli assessori Riccardo Molinari e Gian Luca Vignale che hanno barattato sulla pelle dei territori più deboli.

Dentro FI e la Lega il dissenso si è espresso più con astensioni e uscite dall’aula che con aperti distinguo e dissociazioni proclamate. È lo stesso Casoni, che non esista a dichiarare che i piccoli comuni sono stati traditi dal centro-destra con un vero e proprio inciucio con il PD. Cosa arriverà in cambio non è dato di sapere.

Tra i fautori dell’inciucio di certo ha un ruolo chiave l’assessore Vignale che, di recente, in occasione del riparto del Fondo per la montagna, aveva concesso la non modica cifra di 45 mila euro all’Uncem (vai a vedere)

Qualcuno sospetta che ci possa essere un avvicendamento alla guida dell’Uncem. Ma se anche così fosse si tratterebbe di un piatto di lenticchie in quanto l’ente resterebbe saldamente in mano al PD, specie se la legge approvata oggi riuscirà a scansare i ricorsi e ed entrerà in vigore.

Qualcuno ritiene che abbiano pesato sulla posizione del centro-destra i sindaci dei grossi comuni (non sono tutti PD); se così fosse si confermerebbe l’eterna debolezza del centro-destra che sacrifica gli interessi strategici e delle proprie basi sociali e territoriali a quelli momentanei e personali. Cos’ un PD spappolato può continuare a far valere la propria egemonia.

Ad aggiungere amarezza (o rabbia a seconda dei casi) vi è, in ogni caso, anche un’ulteriore circostanza. raggiunti telefonicamente da sindaci ed esponenti locali valligiani gli esponenti del centro-destra avevano garantito che non avrebbero fatto passare la legge. Così hanno confermato solo inaffidabilità.

Un sindaco guida la rivolta diffidando il Consiglio regionale (e preparando il ricorso)

Gian Piero Pepino, sindaco di Entraque, nella lettera di diffida inoltrata al Consiglio Regionale per indurlo, senza successo, a desistere dall’approvazione del DDL n. 373,  ha usato parole molto chiare per delineare la nuova situazione in cui i comuni – sotto il ricatto finanziario – sono forzati. costretti ad entrare nelle Unioni montane, Unioni di comuni che fanno rivivere sotto mentite spoglie le vecchie e fallimentari Comunità Montane

Il disegno di svuotare di ogni ruolo i Sindaci legittimamente eletti, di ridurli a mere figure di rappresentanza che firmano le carte di identità e inviano la letterina di Natale ai loro Cittadini è sicuramente funzionale alla bramosia di potere degli organismi sopra citati e di altri che per questione di spazio ho omesso di citare, ma non potete anche pretendere di spacciarlo come un intervento a favore della Montagna o almeno non potete seriamente pensare che siamo tutti disposti a essere consapevoli complici di questo disegno scellerato“.

Il sindaco di Entraque incalza: “Secondo gli ispiratori del DL 373, dovremmo tutti aderire alle Unioni di Comuni, ovviamente se molto grandi è ancora meglio, per consentire ai potenti, o aspiranti tali, di turno di decidere nelle segreterie dei partiti o nei CAL o in qualche altro luogo della NON democrazia, chi sarà il “super sindaco” chiamato ad approvare le uniche cose che veramente interessano: gestione dell‘acqua, gestione dei rifiuti, produzione di energia nelle varie forme, gestione delle risorse (comunitarie, nazionali e regionali) destinate agli investimenti. Il DDL 373 serve sicuramente a costoro ma non serve alla Montagna e non serve a chi in montagna ci vive e ci lavora. Gli Enti che desiderano costituirsi in Unione Montana lo possono già fare oggi in base alla normativa statale e alla LR 11 2012 che è la Legge Regionale sulla Montagna del Piemonte“.

Pepino è stato seguito da altri 20 sindaci.

Comuni vasi di coccio

Che peso avranno nelle Unioni i comuni con poca popolazione ma un vasto territorio da gestire? La fine dei vasi di coccio. Le loro esigenze saranno automaticamente fatte passare in secondo piano rispetto a quelle di comuni con indici di montanità molto più bassi ma demograficamente più importanti, più vicini alla pianura e alle città e ai centri del potere. Una logica opposta a quella della giustizie e della solidarietà. Se qualche comune delle Terre Alte ha la fortuna di ricavare risorse significative dallo sfruttamento idroelettrico, esse finiranno nel calderone delle Unioni invece che essere utilizzate sul posto per controbilanciare lo svantaggio delle valli meno facilmente accessibili. Al di là di queste considerazioni politiche va detto che il pressing dell’Uncem si spiega anche con considerazioni molto più terra-terra.

L’Uncem è divenuta negli anni, come tanti enti in Italia, un’agenzia, un’azienda di servizi che campa (fa campare i suoi dirigenti e le cerchie collegate) vendendo agli enti locali servizi più o meno indispensabili. Essa vanta crediti per parecchie decine di migliaia di euro nei confronti delle Unioni dei comuni per corsi di formazioni (utili – a prescindere dagli obiettivi formativi – a distribuire un po’ di risorse ai giri clientelari).

Non serve particolare malizia per intuire che il singolo comunello difficilmente abbocca di fronte all’offerta di servizi da parte dell’Uncem o di altre agenzie. In un’Unione dove chi decide non deve spiegare di persona ai suoi cittadini ed elettori come spende i soldi in tempi di crisi, dove le decisioni sono demandate a figure tecniche (o pseudo tali) vicine o dentro le cerchie è più facile “vendere” servizi per l’automantenimento di caste e clientele.

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