Archivio mensile:agosto 2014

Fabbrica degli orsi fuori controllo. La politica trentina annaspa

(23.08.14) Ugo Rossi, presidente del Trentino si copre di ridicolo. Con i suoi autogol dimostra come la premiata fabbrica degli orsi (Life Ursus) sia fuori controllo. Prima dice di voler limitare gli orsi con catture e abbattimenti, poi – inginocchiandosi agli animalisti – supplica le altre regioni di subirsi un ‘contingentamento’ di plantigradi da esportazione. Come fossero rifiuti speciali

 

 
 

di Michele Corti

 

Caro Rossi vuoi sbolognare gli orsi (divenuti una grana) ai vicini  montanari di serie B. Beh, se sei pronto a dividere anche l’autonomia con i montanari lombardoveneti allora forse… Se no gli orsi spostali ad Est dell’Adige in tante belle valli dove c’è ancora posto (poi vediamo se la gente è disposta ad accogliere i discoli). Troppo comodo ‘mettere in comune’ le rogne. E ricorda: se l’orsa che ha mandato all’ospedale il fungaiolo non viene catturata alla prossima aggressione tu Groff e Masé diventate responsabili di omicidio/lesioni gravi

 

La politica aveva dato corda agli apprendisti stregoni di Life Ursus (un progetto avventuristico criticato a suo tempo da chi studiava gli ultimi orsi trentini). Si era fatta blandire dalla prospettiva di presentare il Trentino come esempio virtuoso di reintroduzione dell’orso sulle Alpi. Ma le cose sono sfuggite di mano perché i presupposti del progetto erano sbagliati: orsi non selezionati sulla base di valutazioni etologiche, scelti tra animali alimentati sui carnai e non timorosi dell’uomo. Nella discendenza dei 10 orsi deportati dalla Slovenia e catapultati nl Parco Adamello Brenta con ‘lanci’ non idonei per scelta di luoghi e tempi (sempre a detta degli studiosi dell’orso trentino).

 

 

Tutto ciò, unito ad un protocollo molto garantista per gli orsi, poco per le prede degli orsi e per la sicurezza delle persone (che ora si vuole rivedere quando è troppo tardi) ha consentito a cucciolate di orsi di apprendere che scorazzare impuniti, sbranare a ripetizione asini, mucche, manze, pecore, capre, distruggere alveari, danneggiare frutteti è… remunerativo e senza rischi. Di orsi che ne hanno combinate di cotte e di crude se ne contano ormai una serie. Compreso quelli che, quando hanno dimostrato di costituire un pericolo per le persone, sono stati abbattuti (nei paesi civili, in Germania, in Svizzera, non in Italia, dove il suddito conta meno di un orso di Stato e gli isterici animalisti  contano più della popolazione di intere vallate).

Il risultato è stato una strage di animali sacrificati sull’altare dell’ecologia spettacolo, dei nuovi idoli di una società ipocrita e schizofrenica, senza ormai alcuna bussola etica. In più si sono contate una serie di aggressioni alle persone (tra attacchi veri e falsi che comunque provocano danno biologico alle persone in termini di stress, rischio di infarto, trattamenti con psicofarmaci).

 

Libertà dei montanari limitata per la gioia dei Signori dell’orso e dell’idiotismo urbano degli ambientalisti televisivi in pantofole

 

Molte persone, gli anziani e le famiglie con bambini in primis, hanno rinunciato a fare passeggiate nei boschi, a raccogliere legna, a raccogliere funghi. La loro libertà è stata limitata per assecondare i calcoli – pressapochisti – dei politici, il fanatismo pseudoecologico del partito dell’orso che nasconde dietro una fraseologia ambientalistapulsioni superoministe, di signoraggio sul territorio e sui ‘servi della gleba’, di senso di mistica superiorità sulla plebe in forza della Scienza e della Natura Vindice.

Un partito che nasconde la sublimazione di frustrazioni piccolo borghesi con le proiezioni nell’orso super macho (in versione maschile e femminile dalle trasparenti valenze sessuali), vero eroe che sfugge alle trappole. Un miscuglio disgustoso di cartoon e di Nietzche, di mistica naturista yenkee alla Thoreau e nazional-socialista a cui – non si deve dimenticare – fanno da lubificante, carburante, collante – le milionate erogate per assicurare agli orsologi posti fissi in Provincia, consulenze a palate (anche a favore dello stesso personale della pubblica amministrazione).

 

 

Rossi non sa che pesci pigliare

 

Il gioco per la PAT, la ricca provincia autonona, si è fatto difficile. Già il “principe-vescovo”, il presidentissimo Dellai ripeteva che Life Ursus l’aveva ereditato e che era una grana, una rogna di cui lui avrebbe volentieri fatto a meno. Però, a parte rassicurare i valligiani incazzati con il solito paternalismo alla democristiana (a Trento dai Principi Vescovi, a De Gasperi a Piccoli a Dellai c’è stata una continuità di potere rara) dellai, Lorenzo il Magnifico non ha fatto nulla. Si è guardato bene dal fare cose concrete: cambiare le “regole di ingaggio” degli orsi (sono o non sono comparse pubblicitarie della premiata ditta Trentino spa?) e, soprattutto, spostare ad altra carica i Signori dell’Orso che – in perfetta continuità con Life Ursus e spesso assunti a seguito di Life Ursus stesso – dettano la governance della concreta gestione dell’orso (regole di ingaggio, propaganda per cercare – peraltro senza  successo – di convincere  i trentini ad “accettare” la convivenza forzata con 60 orsi che ogni anno aumentano).

Estate calda

 

L’estate 2014 è stata un’estate calda per gli orsi di Life Ursus. M4 ha imperversato sull’altopiano di Asiago uccidendo ad oggi 21 tra vacche e manze e scatenando il furore deglli aleggiatori che minacciano di lasciare le malghe deserte il prossimo anno per far capire ai politici che devono scegliere se vogliono abbandonarle all’orso o tutelare la millenaria attività dell’alpeggio.

Le polemiche contro la Provincia di Trento, colpevole, di aver irradiato orsi dannosi intanto in Veneto crescono dietro i rancori sui referendumn per la secessione dal Veneto.

In qualsiasi paese civile un orso M4 che si diverte ad uccidere a ripetizione (e peraltro consuma poco le carcasse passando al prossimo assaggio da gourmand)  sarebbe già stato fermato da una pallottola. Solo nel paese di Pulcinella, dove contano più le isterie animaliste che l’attività delle persone oneste che curano il territorio, M4 può continuare a scorazzare per la gioia dei suoi fan in pantofole. Cose che succedono non solo per la ‘lentezza burocratica’ ma anche perché la cultura italiota è ferma all’epoca comunale quando le città angariavano in ogni modo le campagne facendo subire loro un duro colonialismo (legittimato razzisticcamente dalla natura subumana del ‘villano’).

Considerata l’insostenibilità della situazione la PAT annunciava a luglio di aver predisposto una delibera che introduceva – a correttivo delle regole di ingaggio degli orsi – una delibera che inaugurava il concetto (fin qui rifiutato dai Signori dell’Orso) di “orso dannoso”.

Gli ‘orsi dannosi’ in Trentino potranno essere muniti di radiocollare, ma anche catturati o abbattuti, se non saranno efficaci le misure di prevenzione. Il ministero dell’Ambiente avrebbe dato il suo assenso ma non è ancora arrivato il via libera ufficiale (se maiarriverà). L’assessore trentino Michele Dallapiccola nell’occasone dichiarava:  “Siamo attenti al turismo culturale e sportivo, ma anche agli aspetti naturalistici. Se da una parte il progetto di reintroduzione degli orsi ha rappresentato un’attrattiva, siamo anche consapevoli delle difficoltà che talvolta comporta per i danni al bestiame”. Ci vuole la faccia di bronzo di un politicante per derubricare a “difficoltà” le malghe già da anni abbandonate per l’eccessivo rischio di predazione, l’esasperazione di allevatori e pastori.

Contro la delibera si alzava, come prevedibile, il fuoco di sbarramento delle sigle ambiental-animaliste cui si è accodato il M5S che scambia la rete e  le sue frustrazioni con il popolo dimostrando di essere urbanocentrico come tutti gli altri movimenti politici  e perdendo una buona occasone per scrollarsi di dosso le accuse di demagogia.

 

Daniza·”in·fuga””

 

A ferragosto, al clou della stagione turistica, rimbalzava su tutti i media la notizia che un raccoglitore di funghi veniva aggredito da un orso nei boschi di Pinzolo e finiva all’ospedale di Tione. Se il malcapitatonon avesse un fisico da culturista (e non avesse avuto il coraggio di reagire a calci e pugni rimettendoci comunque 40 punti di sutura e un morso allo scarpone) invece che all’ospedale sarebbe finito al cimitero.

Subito si è mobilitata la canea animalista per cercare di evitare la cattura della bestia e limitare i danni di immagine presso la vasta platea dell’idiotismo urbano orsofilo.

Così hanno dipinto l’orsa come una povera mamma che ha difeso i piccoli (ormai grandicelli, peraltro) e accusato il fungaiolo di essersela “andata a cercare” violando il sacro territorio dell’orso dove gli empi umani non devono più osare mettere più piede. Le Alpi non sono più delle comunità insediate, sono tornate alla “natura selvaggia” (e a chi ne manipola la sua costruzione sociale anche a favore degli interessi forti del capitalismo predone che sono ben felici do non avere più comunità per i piedi che si opponfono a Parchi eolici, dighe, TAV, porcate varie).

Gli animalisti sanno benissimo che con la loro isteria il grado di accettazione dell’orso in Trentino calerà a zero. Ma a loro non importa un fico. Sanno benissimo che già prima dell’aggressione di Pinzolo il periodico sondaggio demoscopico sull’accettazione dell’orso aveva registrato una nuova flessione di consenso orsofilo mettendo in evidenza come solo una minoranza resti favorevole al programma di reintroduzione dell’orso, mentre per sempre più trentini Life Ursus evoca “una boiata pazzesca”. Una ‘furbata’ che farà scappare i turisti.

Agli animalisti preme fare lobby sullo stato centrale, sul Ministero dove hanno ottime entrature. Chissenefrega dei trentini. Mica sono democratici gli ambientalisti sono fascisti tinti di verde e di un po’ di rosso che non guasta mai.

A gente che antepone la proliferazionedegli orsi a qualsiasi valore e che dice che se qualche umano ci rimette la pelle è un bene (visto che si tratta di specie invasiva troppo diffusa) cosa importa dei valligiani, delle comunità locali? Meno della cacca di una formica.

 

Se ci sarà nuova aggressione Rossi, Masé, Groff si macchieranno di omicidio/lesioni gravi

 

Le polemiche infuriano, l’orsa non si fa catturare (o probabilmente sono i forestali  del Dr.Groff che non la vogliono catturare aspettando che si plachi la buriana da entrambe le parti). Ma scherzano col fuoco.

Se Daniza, un animale radiocollaratoe quindi facilmente localizzabile, restasse libera, la responsabilità del Presidente Rossi, del Dott. Claudio Groff, del Dott. Romano Masé risulterebbero pesantissime.  Se credono che solo gli animalisti diano battaglia se lo scordino. C’è una parte dell’opposizione consigliare decisa a fare sul serio e, soprattutto, ci sono comitati e associazioni pronti ad agire.

In caso di nuova aggressione è bene che questi signori sappino che ci sono soggetti che procederanno ad ogni azione legale possibile contro di loro ritendendoli responsabili in prima persona di omicidio/lesioni gravi.

Troppe aggressioni sono state tacitate dal Servizio forestale (questa estate si parla di quattro aggressioni in alta val di Non tenute nascoste), troppe persone sono state convinte a non ‘piantare grane’ e a non intentare cause contro la Provincia sfruttando il clima di clientelismo diffuso in Trentino e la paura di perdere finanziamenti e posti di mamma provincia e del sistema di potere democristiano da terzo mondo delle coop, casse, consorzi.

Basti dire che l’assicurazione stipulata dalla Pat prevede che il morto ammazzato da orso sia compensato alla famiglia con 200 mila euro a patto che essa si sottoscriva la rinuncia a ogni azione legale. Per i Signori dell’Orso la vita umana vale, a dir tanto, 200 mila euro. Una bazzecola rispetto a quanto costa un solo orso (tenendo conto del personale impiegato, delle assicurazioni, degli indennizzi ecc.).

 

Tiro incrociato

 

Oggi la Pat, ben gli sta, è sotto un tiro incrociato dal quale difficilmente uscirà a venirne fuori politicamente indenne. Da una parte a spararle contro c’è la Regione Veneto. Una Regione schizofrenica che con Zaia (un laureato in produzioni animali che… si iscrive al Partito di Dudù) attacca il Trentino che vuole “uccidere gli orsi” mentre il Veneto “illuminato” al massimo li cattura (ma pare che non ci riesca). Dall’altra con l’assessore all’agricoltura attacca il Trentino ma per opposte ragioni, perché ha fatto proliferare orsi dannosi che, sconfinando, stanno danneggiando pesantemente  gli allevatori vicentini. Poi c’è il Ministero, pronto a bloccare ogni iniziativa della Provincia e a frustrare ogni soluzione con lungaggini romane e scrupoli ambientalisti.

Quindi ci sono gli animalisti che minacciano sfracelli, che presidiano il centro di Trento, che ieri hanno occupato (con il consenso della maggioranza o per meglio dire del PD) gli uffici della giunta provinciale, che annunciano manifestazioni, denunce ecc. ecc.

Ma, se non bastasse c’è una parte della politica di opposizione che, questa volta, è decisa a mettere in difficolta la maggioranza sul serio puntando sulla denuncia dell’incapacità a gestire un progetto orsi sfuggito di mano e sul quale la politica ha vergognosamente delegato alle lobby del Parco e dei Signori dell’Orso.

Non è finita. Non sapendo come uscire dal ginepraio Rossi l’ha fatta grossa dimostrando di essere un nano politico rispetto a Dellai. Ha implorato il Friuli Venezia Giulia, il Veneto (con M4 che imperversa!), la Lombardia (dove anche quest’anno gli orsi di passaggio hanno fatto mattanze di asini, pecore e capre), l’Austria e persino la Svizzera di ‘accettare’ un po’ di orsi trenbtini in sovrappiù. Con la Svizzera casca malissimo. Essa ha già detto cosa pensa degli italiani e del Trentino quando il responsabile dell’Ufficio fauna del Mistero federale dlel’ambiente ha sentenziato lo scorso anno che “a Roma sono inginocchiati agli animalisti”.

Chissà come saranno contenti poi a Poschiavo (la valle Grigionese dove gli orsi si imbucano proveniendo dal Trentino e dalla Valtellina) nel sapere che il Trentino vuole istituire le “quote orso” e sbolognare quelli in soprannumero da loro dove quelli sinora arrivati hanno cmbinato mari di guai.

Non si capisce perché, già che ci siamo, Rossi non chieda anche a Chiamparino (alle prese con TAV e lupi) di prendersi un po’ di orsi trentini. Tanto per non farsi mancare niente.

La Pat non sa più che pesci pigliare

Rossi, con la sua mossa improvvida, dimostra di essere un nano politico rispetto a Dellai.

Lo capisce anche un bambino che chiedere agli altri di togliere le castagne dal fuoco appellandosi al “contingentamento” degli orsi è una mossa stupida. In primo luogo le altre regioni risponderanno che le caratteristiche dell’area del Trentino Nord-Occidentale, dove è concentrato il 90% degli orsi trentini, non si trovano nelle altre regioni.

L’area dell’Adamello Brenta è un’isola scarsamente antropizzata, senza strade, senza paesi se non a corona. Basta guardare una carta stradale e una mappa della densità demografica e zootecnica per capire che in Veneto, in Lombardia, In FVG le cose sono ben diverse.

Se gli orsi creano problemi in Trentino nelle altre regioni essi rischiano di essere ingigantiti. Le obiezioni poi sono anche altre. Le altre regioni diranno che prima di sbolognare a Nord delle Alpi o ai vicini gli orsi il Trentino faccia fare agli orsi in soprannumero un piccolo tragitto ad Est dell’Adige, in val di Fiemme, in val di Cenbra, in val di Fassa, in Valsugana, in Primiero sull’altopiano di Lavarone. In tutte queste valli di orsi non c’è ombra o sono pochissimi. Convinca i suoi cittadini orientali che gli orsi sono una benedizione, un’attrattiva. Prima di pensare all’esportazione.

La gente non ha più l’anello al naso, pronta a bersi le bugie del Servizio Foreste della Pat. Sa benissimo che catturare gli orsi e catapultarli in altro territorio è la premessa per avere orsi problematici. Quindi nessuno ci cascherà.

 

 

Caro Rossi prima dividi l’autonomia con gli sfigati oltre confine, poi vedremo di parlare di orsi

 

Ma l’obiezione più grossa è che, chiedendo aiuto alle altre regioni con le “quote orso”, Rossi assimila gli orsi alle “quote profughi”, alle “quote rifiuti speciali”.Si appella alla solidarietà per chiedere ad altri di farsi carico di un progetto avventuristico voluto dal Trentino, si chiede ad altri di prendersi una rogna.

L’accettazione dell’orso comincia a diminuire anche nelle regioni vicine e ci sarà una dura reazione delle popolazioni lombarde e venete che si vedono fare concorrenza sleale dal Trentino in campo turistico – e non solo – grazie alla possibilità di trattenere in loco le tasse e sostenere l’economia locale, una possibilità che a Vicenza, a Verona, a Belluno, a Brescia, a Bergamo, a Sondrio è negata. E tutte queste popolazioni sanno che le tasse che lo stato ladro estorce loro servono anche a sostenere l’autonomia trentina.

Maroni e Zaia non sono aquile ma non così stupidi da aiutare Rossi con quegli orsi di cui la Pat si è fatta bella per anni e che, ora che diventano scomodi, vuole ‘mettere in comune’. Come si diceva: “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”. Non funziona.

Facciamo così Rossi. Tu dividi con i vicini montanari di serie B  la tua autonomia e poi noi prendiamo i tuoi orsi.

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Una tribù lombarda tra i monti e le pianure (sconosciuta ai più)

(19.08.14) Mesi di black-out del sito Ruralpini e dei miei blog erano giustificati da un importante impegno editoriale. Ieri è andato alle stampe il mio volume (edito dal Centro Studi Valle Imagna) sui bergamini. Mesi di redazione e anni di studio. Riporto qui la Prefazione dell’amico Robi Ronza. Il volume (464 pp.) uscità il 20 settembre e vi sono già diverse iniziative di presentazione previste.

Per ordinarlo (uscita 20 settembre) contattare il Centro Studi Valle Imagna membro del Forum Terre Alte (http://www.centrostudivalleimagna.it/)

di Michele Corti

Era un dovere morale, verso i miei antenati, verso i tanti bergamini che in seicento anni di transumanza tra le Alpi e Prealpi e le Basse (non solo lombarde ma anche piemontesi ed emiliane) hanno contribuito in modo determinante a costruire l’agricoltura, la zootecnia, l’agroalimentare padano. Basta citare i nomi di Galbani, Locatelli, Invernizzi (valsassinesi), Negroni (valseriani) per capire di cosa parliamo. Sono stati i grandi capitani d’industria che hanno inventato il caseificio e il salumificio moderni non solo lombardi, ma anche italiani. E i gorgonzolai novaresi sono in gran parte originari della Valsassina, della val Brembana, della val Seriana.

Egidio Galbani nel 1882 lanciava come ‘prodotto di lusso’ la sua robiola. Tradizione e innovazione

Oggi siamo finiti male perché abbiamo tradito le radici (e siamo diventati pappamolla e sudditi pronti a piegare la schiena davanti ai burocrati e alle “istituzioni”)

Sapevano innovare, sapevano rischiare, sapevano decidere. Esportavano  nel mondo e creavano posti di lavoro. Oggi i marchi Galbani, Invernizzi, Locatelli, Cademartori sono tutti della multinazionale francese Lactalis che sta chiudendo stabilimenti storici in Lombardia e a Cuneo.  C’è solo da vergognarsi se confrontiamo le realizzazioni di questi imprenditori lombardi che erano stati casari, allevatori, transumanti, montanari con la realtà attuale. In assenza di una “classe dirigente” e di alcuna strategia si procede vendendo i “gioielli di famiglia”. Poi, presi i marchi, la base produttiva viene delocalizzata (chi glielo fa fare alle multinazionali di morire di burocrazia e di tasse in Italia?). Succede nella moda e nell’agroalimentare. I bergamini erano gente che odiava la burocrazia, le formalità. Oggi la burocrazia comanda e l’attività economica è al suo servizio.

Pioltello (Mi). Una cascina con il ‘casone’ per la produzione del formaggio (foto M.Corti 18.08.14)

Tanto orgoglio

Credo, però, che guardare indietro ci deve riempire di orgoglio. La classe politica (si fa per dire) e imprenditoriale (si fa per dire, pensano a speculare) sono da azzerare e si deve ripartire dal basso. La lezione dei nostri antenati che crearono industrie dal niente, dal popolo, ci dice che il capitale finanziario conta poco, conta il capitale umano, il capitale sociale, le reti. Dietro ai nomi citati c’erano decine di famiglie collegate che fornivano tecnici, maestranze, distributori, indotto. Era la “tribù” dei bergamini (definita “casta chiusa” dagli scrittori borghesi) che aveva iniziato a calare in pianura nel XI-XII secolo con pecore e capre  (e qualche vacca). Poi, nei secoli successivi con sempre più vacche. Mentre i grandi proprietari (spesso ex-industriali e ex-commercianti) investivano in reti irrigue e cascine i bergamini ci mettevano il capitale bestiame, il know how zootecnico e caseario (e commerciale)… il letame, preziosissima in un’agricoltura prechimica. E una storia che inizia nel XV sec. e finisce pochi anni fa. Molti bergamini hanno continuato a transumare per secoli risalendo in estate per l’alpeggio sulle alpi Orobice, in valle Camonica, val Trompia, val Sabbia. Altri diventavano agricoltori (“fittavoli”). La nostra classe agricola e allevatoriale deriva in gran parte da questi intraprendenti montanari.  Però nessuno (o quasi) lo dice perché per l’ideologia dominante (non importa se tinta di sinistra e di progressismo) quello che sorge dal basso, dal popolo, non conta nulla. Per liberali e marxisti i contadini, i pastori, gli allevatori sono ‘idioti’, braccia. Peggio ancora se ‘rozzi e ignoranti’ montanari. Eppure i montanari, i ‘trogloditi’, gli ignoranti, arcaici, superstiziosi, patriarcali, montanari  hanno creato le strutture agrozootecniche e agroalimentari. Non era così vero che fuori dalla borghesia non c’era ‘intelligenza’, intraprendenza. Senza falsa modestia devo dire che il mio libro, frutto di anni e anni di studio e di una faticosa redazione, spazza via le superstizioni delle culture dominanti del passato e del presente.

A sinistra mio nonno Michele, al centro mio trisavolo Luigi (laté = piccolo imprenditore caseario indipendente di origine bergamina), nato a Bascapè (Pv) nel 1822. In piedi a destra il bisnonno Francesco, agricoltore-laté. Foto del 1912 nella cascina di famiglia a Bustighera di Mediglia (Mi)

Le tribù contano

Nel mio studio ho scoperto che tutti quelli che hanno parlato (bene) di bergamini erano di recente o lontana ascendenza bergamina. Una bella smentita per i razionalisti borghesi illuministi che negano ogni valore ai fattori identitrari, alle radici (in realtà odiano tutto questo – in nome del ‘progressismo’ perché vogliono un mondo di automi al servizio del capitale e del consumo). Mi voglio anche sbilanciare dicendo che i bergamini sono scomodi perché ‘troppo lombardi’, perché discendono da liberi montanari e non dai docili servi che in pianura dovevano sottostare alla dura imposizione dei signori.

Tanta storia (la nostra, quella della maggior parte degli allevatori lombardi, casari, industriali agroalimentari, commercianti di bestiame e di formaggi)

Nel libro non ci sono solo queste considerazioni ‘ideologiche’ c’è tanta storia (documentata). Si parla di epoche, di aree di montagne , di aree di pianura, di tipologie casearie, di evoluzione di strutture zootecniche, agricole, agroalimentari. Si parla anche di cultura, strutture famigliari e tanto altro.

Presto sarà pubblicato il calendario delle presentazioni già previste.

Di seguito la prefazione di Robi Ronza che ringrazio insieme ad Antonio Carminati (direttore Centro Studi Valle Imagna) e ai tanti altri che hanno reso possibile questo libro.

C’è qualcosa di molto moderno nell’azienda bergamina

(Prefazione di Robi Ronza al volume “La civiltà dei bergamini”)

Con questa sua  originale e sorprendente ricerca sui bergamini o malghesi Michele Corti apre una pagina che era sin qui ben poco conosciuta anche al pubblico più attento e interessato alla riscoperta della storia e delle civiltà delle Alpi. Al di là di ogni ulteriore valore aggiunto gastronomico, in origine il formaggio era in sostanza la trasformazione in prodotto trasportabile (e soprattutto conservabile a lungo) di un cibo facilmente accessibile, ma altrimenti di difficile trasporto e destinato al pronto consumo.

La sua invenzione costituisce perciò un evento storico di cruciale importanza, grazie al quale già in epoca preistorica l’uomo fu in grado di stabilirsi in montagna potendovi trascorrere pure l’inverno; e abitare quindi  anche territori molto più salubri delle pianure, che in antico erano quasi sempre paludose. Perciò nella storia dell’uomo, in particolare dell’uomo europeo, la vicenda casearia conta assai di più di molte glorie oggi remote di famosi re e condottieri.Allevatori transumanti di bovini per secoli in movimento tra gli alpeggi di montagna e le pianure della Lombardia e dell’attuale Piemonte, i bergamini o malghesi – usciti di scena nella seconda metà del ‘900 – sono all’origine di quel particolare sviluppo dell’arte della trasformazione del latte in formaggio da cui deriva tra l’altro la moderna grande industria casearia italiana, perciò quasi tutta concentrata nel nordovest del nostro Paese. Non a caso sono tutti di famiglie di origine  bergamina i nomi dei marchi delle industrie casearie più note, pur oggi quasi sempre passati in altre mani.

Per molti aspetti vicini, ma in sostanza assai diversi sia dai pastori di ovini che dai contadini di montagna, compresi quelli proprietari di piccole mandrie fatte salire nei mesi estivi dal villaggio agli alpeggi di prossimità, i bergamini erano rispetto ai tempi degli imprenditori agricoli di tutto rispetto. Se sono sfuggiti ovvero sono stati sottovalutati se non misconosciuti da tanti studiosi della società e dell’economia pre-industriale, ciò si deve al fatto che – come bene sottolinea Corti – non rientravano negli schemi della scienza economica e sociale dei secoli XIX e XX, tutta legata all’idea che, nel bene e nel male, prima e al di fuori dell’industrializzazione contassero soltanto la volontà padronale e la proprietà terriera.

Alla base delle imprese zootecniche e casearie dei bergamini, grandi allevatori e produttori di formaggi, c’erano invece in primo luogo la solidarietà familiare, un capitale mobile, il bestiame, e il patrimonio immateriale costituito da una competenza tecnica in campo caseario custodita e tramandata in famiglia. Cascinali di pianura e pascoli di montagna venivano di solito af ttati, ma anche quando venivano acquistati non costituivano il cuore dell’azienda. In questo senso c’è paradossalmente qualcosa di molto moderno nell’azienda bergamina, che aiuta a capire come mai le moderne grandi industrie casearie lombarde e piemontesi nacquero per lo più da loro, e non dai proprietari terrieri da cui prendevano in locazione terre e cascine. Con i loro stagionali spostamenti dalle Alpi alle pianure, e anche con i frequenti cambi di luogo delle loro soste invernali in bassa quota, i bergamini furono in ne pure un fattore di relazione tra la società delle terre alte e quelle delle pianure, facilitando così scambi di idee e di esperienze in un’economia agraria ancora molto statica.Per tutti questi motivi  l’opera di Michele Corti si raccomanda alla lettura non solo di un pubblico di proverbiali “addetti ai lavori”, ma anche di chiunque abbia interesse e attenzione per la straordinaria capacità che l’uomo ha, almeno  nché il potere non glielo impedisce, di trasformare le difficoltà un motore di progresso.

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Ora non possono dire che gli orsi ‘trentini’ non attacchino l’uomo

di Robi Ronza

L’altro ieri (15 agosto ndr) nei boschi di Pinzolo (Trentino) un cercatore di funghi è stato aggredito da un’orsa nella quale si era imbattuto. L’uomo, una persona molto alta e robusta tanto da essere noto nel suo paese col soprannome di “Carnera”, si è difeso con successo a calci e pugni sfuggendo all’aggressione anche se al prezzo di ferite agli arti poi medicategli con circa quaranta punti di sutura. C’è però da domandarsi come le cose sarebbero andate a finire se al suo posto ci fosse stato qualcuno meno capace di reagire e meno alto e robusto di lui

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Oltre a gettare luce sui rischi per chi vive o comunque frequenta la montagna, che l’improvvida reintroduzione artificiale di grandi carnivori sulle Alpi implica, l’episodio porta alla ribalta una questione antropologica di prima grandezza, perciò importante per tutti e non solo le popolazioni direttamente interessate: una questione che merita perciò di venire conosciuta anche ben al di là della ristretta cerchia dei  proverbiali “addetti ai lavori”.

Si tratta del sorprendente impegno dell’Unione Europea, finanziato con diversi milioni di euro all’anno, per il ritorno sulle Alpi,e altrove in Europa, del lupo, dell’orso e di altri grandi carnivori. Difesi indiscriminatamente da convenzioni internazionali siglate quando rischiavano di estinguersi, questi animali selvatici tuttora continuano per legge a non essere cacciabili. La conseguenza è che oggi a rischio di estinzione non sono più i grandi carnivori bensì i pastori, gli allevatori di montagna, e in genere le popolazioni alpestri.

Alla radice della pretesa di far tornare artificialmente i grandi carnivori ovunque sulle montagne e nelle campagne (e non più soltanto in ristrette aree naturali specificamente controllate), esigendo poi che gli uomini che vi abitano “convivano” con essi, sta la filosofia sostanzialmente anti-umanistica dell’ambientalismo “verde”. Frutto della metamorfosi di gruppi dell’ultrasinistra soprattutto tedesca e francese degli anni ’70 del secolo scorso, sopravvissuti dando a Darwin il posto che Marx e Lenin non erano più in grado di tenere, i “verdi” vedono nell’uomo un intruso e un fattore di squilibrio della natura.

Ai loro occhi l’uomo, in forza di qualcosa che sarebbe meglio non ci fosse (ossia la sua mente e la sua anima), è infatti un… mostro che sfugge alla selezione naturale. Se non esistesse la natura starebbe molto meglio, ma visto che ci si deve rassegnare alla sua presenza almeno che sia la  minima possibile, che la sua “impronta” sia lieve e furtiva, che cammini in punta di piedi senza calpestare le aiuole.

Come mai l’Unione Europea e buona parte dell’establishment politico e mediatico, sia in Italia che altrove, affronti i problemi ambientali in modo del tutto succube all’ideologia “verde” è questione interessante, ma sulla quale ci soffermeremo in qualche altra occasione. Ci interessa qui soprattutto sottolineare la crescente gravità del problema, che già avevamo avuto modo di denunciare lo scorso anno (Cfr.”Tornano i lupi e cacciano l’uomo”).


territorio

Oggi,come si diceva, si è arrivati anche ad aggressioni all’uomo. Già da qualche anno però sulle Alpi gli attacchi a greggi, mandrie di bovini e di equini al pascolo da parte di orsi e di lupi si stanno moltiplicando. E i fatti stanno ovviamente confermando che nessuna barriera può indurre i carnivori a dedicarsi all’ardua caccia al capriolo e al cerbiatto invece che alla facile predazione di erbivori domestici del tutto incapaci di difendersi da soli. 

Ai primi del corrente mese, un orso proveniente dal Trentino ha sbranato nei Grigioni due asini al pascolo superando la tripla recinzione elettrica che avrebbe dovuto proteggerli. In Francia, dove tra animali sbranati e animali in fuga precipitati da dirupi e in fiumi, le perdite ammontano già a qualche migliaio di capi all’anno, ormai i prefetti sono stati autorizzati da Parigi a consentire ai pastori la caccia al lupo per legittima difesa. 

In Italia invece chi spara al lupo per gli stessi motivi è comunque un criminale. Nella Maremma toscana, dove nell’anno trascorso tra il marzo 2013 e il marzo 2014 risulta ne siano stati abbattuti 11, gli animalisti della Lega Antivivisezione di Grosseto hanno offerto un premio di 5 mila euro a chi darà informazioni utili per “individuare il responsabile” e “fermare una strage vergognosa e di stampo mafioso”. Per il suo assoluto orientamento animalista la nota di cronaca, che il Corriere della Sera ha pubblicato in proposito nella sua edizione dello scorso 29 luglio, è a suo modo un testo esemplare in quanto a unilateralità e a disinformazione. Il suo autore parla perentoriamente di lupi “massacrati” limitandosi invece con pudore a riferire come un’opinione l’idea che essi siano responsabili delle “stragi di pecore e altri animali di allevamento” (chi altro mai potrà averne fatto strage? Chi lo sa alzi la mano…). Al cronista del Corriere non viene poi neanche il sospetto che, se venisse autorizzata come avviene in Francia, la caccia al lupo per legittima difesa diventerebbe perciò più regolare.

Frattanto la crescita del movimento di opposizione al ritorno dei grandi carnivori sta assumendo dimensioni internazionali. Significativo il caso delle associazioni italiane, francesi e svizzere di pastori, allevatori e di esperti di economia e società delle terre alte che, riunitesi a convegno a Poschiavo (Grigioni, Svizzera) nello scorso aprile, hanno elaborato e sottoscritto una “Dichiarazione di Poschiavo per una montagna e una campagna europee libere dai grandi predatori”. Il testo del documento, disponibile  nelle tre maggiori lingue delle Alpi, italiano, tedesco e francese, e anche in inglese, si può facilmente raggiungere sui siti del Forum Terre Alte (clicca qui), e dell’Associazione per  un Territorio senza Grandi Predatori, (clicca qui)

Nella Dichiarazione di Poschiavo vengono bene spiegati tutti i motivi per cui la “convivenza” tra gente di montagna, allevatori, pastori e grandi carnivori è impossibile. Dovrebbe essere ovvio, visto che l’impossibilità di tale convivenza risulta attestata sin dall’epoca di Esopo e delle sue favole, per non dire dell’Antico e del Nuovo Testamento. Siamo però in un’epoca in cui si deve riscoprire tutto, anche l’acqua calda; e col rischio di venire trattati per questo come malfattori.

Al di là di tutto ciò è sempre più importante che anche nelle aree urbane e nelle campagne e montagne peri-urbane, dove vive la massima parte della popolazione italiana ed europea, ci si renda conto che il ritorno generale e incontrollato dei grandi carnivori nelle aree meno abitate non è solo un problema di rilievo settoriale ma anche un aspetto, da contrastare con fermezza, della grave crisi di civiltà che stiamo attraversando.

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