Archivio mensile:dicembre 2015

Alpeggi: un paradiso per i lupi,   un inferno per i pastori

(19.12.15) Dal convegno di Saluzzo del 17 dicembre emerge una nuova consapevolezza: il problema del lupo non è un qualcosa di isolato rispetto alle varie minacce contro la montagna, le sue comunità, le sue attività tradizionali. Il lupo è parte di un progetto politico di stampo neocolonialista e tecnocratico che fa leva sui Parchi e l’attacco alle autonomie locali

a cura di Adialpi

(18.12.2015) Si è svolto a Saluzzo presso l’Antico Palazzo Comunale, nella serata di giovedì 17 dicembre, il convegno “Il lupo sugli alpeggi” organizzato dall’Associazione Difesa Alpeggi Piemonte – Adialpi, per dare voce “a chi vive questa realtà ogni giorno attraverso il proprio lavoro” senza lasciarsi ingannare dalle tante parole (e denaro pubblico) spesi per i progetti sul lupo in Italia, finanziando enti, parchi ed associazioni, senza minimamente curarsi delle difficoltà degli alpeggiatori.

 

Convegno_Saluzz-12-2015

Ad aprire la serata è stato il Presidente dell’Adialpi, Giovanni Dalmasso margaro di Crissolo, che ha descritto le attività dell’associazione, la lotta alle speculazioni sugli alpeggi che hanno fatto innalzare i canoni di affitto dei pascoli, e l’attuale coinvolgimento nei tavoli della Regione Piemonte sulle scelte della politica agricola.

“Il lupo è una delle tante problematiche degli alpeggiatori – afferma Dalmasso – di cui se ne potrebbe fare volentieri a meno. Anche i nuovi parchi naturali che si stanno insediando in Piemonte non sono altro che un grattacapo per chi lavora in montagna, con nuovi vincoli, regolamenti e difficoltà per chi deve vivere in questo ambiente. La colpa è soprattutto dei sindaci di montagna che non si sono battuti per rappresentare i loro cittadini ma hanno guardato soprattutto al loro interesse.

Il lupo si era estinto dalla nostra regione agli inizi del ‘900, poi è stato reintrodotto, ora è tornato a creare danni, ad attaccare le mandrie e i greggi, mettendo in difficoltà i pochi allevatori rimasti sulle nostre valli.

E mentre si continuano a  sprecare milioni di euro per finanziare i numerosi progetti lupo come Wolfalps, i margari sono lasciati sempre più soli, incapaci di difendersi; gli stessi sistemi di difesa sono inefficaci: il lupo continua a predare gli animali, i cani da guardiani sono pericolosi per i turisti e i risarcimenti non sono sufficienti a pagare i danni subiti. Il nuovo Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia presentato dall’Unione Zoologica Italiana lo scorso 19 ottobre su incarico del Ministero dell’Ambiente è un altro esempio di errata gestione del problema, creato da un gruppo di esperti di lupi ma inevitabilmente inesperti in pastorizia. Stiamo rischiando di mettere a rischio il futuro dei pastori e di conseguenza, mancando il loro lavoro nella conservazione del territorio, avremo gravi danni per l’ambiente.”
L’intervento del professor Michele Corti, docente di zootecnia montana presso l’Università di Milano e rappresentante dei pastori lombardi, ha analizzato la diffusione del lupo non solo sulle Alpi e sugli Appennini ma a livello europeo è possibile notare, negli ultimi decenni, una grande diffusione del predatore. A differenza dell’Italia però, in quasi tutti gli altri Paesi sono stati autorizzati degli abbattimenti in seguito alle richieste del settore agricolo. Il lupo viene cacciato in Svizzera, Francia, Svezia e molti altri stati, nonostante il predatore sia tra le specie specialmente protette dalla convenzione di Berna e dalla direttiva Habitat.
“In Italia – spiega il professor Corti – sembra che l’abbattimento del lupo sia una parola da non pronunciare assolutamente, impossibile da realizzare in quanto la legislazione non lo permette. Il lupo ha trovato nelle nostre montagna un territorio pieno di cibo, in cui nessuno gli fa del male: il paradiso. Mentre per i pastori questa situazione si sta trasformando in un inferno. Ma è poi vero che il lupo è l’unica cosa importante e tutelata? Esistono molte altre convenzioni internazionali volte a tutelare le pratiche agricole, la biodiversità delle razze animali autoctone, la cultura locale, oltre a norme fondamentali che tutelano la sicurezza, la liberta economica, la proprietà. Tutte queste tutele, sono diritti che vanno difesi: non si può dare come unica priorità la conservazione del lupo ma serve il giusto compromesso.
Intanto il lupo sta arrivando in pianura e vicino alle grandi città mentre sui pascoli la situazione è insostenibile: le recinzioni non bastano, il lupo non si mangia solo le pecore ma in alcuni casi si sbrana addirittura il cane da guardia, gli indennizzi sono troppo bassi, spesso non concessi.
Le conseguenze? I pastori si stufano di denunciare le predazioni, molti alpeggi non vengono più pascolati, le misure di difesa si scontrano con il corretto utilizzo dei pascoli e il benessere animale.
Le soluzioni? Coordinare gli allevatori delle diverse zone interessate dal ritorno del lupo in Italia (Piemonte, Veneto, Toscana,..) e in Europa per scambiarsi informazioni, agire con azioni politiche e legali, mettere in atto progetti pro-pascoli, turismo rurale, prodotti, cultura alpina. Fare in modo che non siano le Alpi del lupo ma le Alpi dell’uomo.”
Il Presidente di Alte Terre, Giorgio Alifredi, in quanto allevatore della Valle Maira ha espresso la sua volontà nel potersi difendere in caso di attacchi: “Finché esiste l’allevamento e la pastorizia dobbiamo poter difendere i nostri animali dagli attacchi. Non pensate che il pastore abbia il tempo di andare a caccia del lupo, ma nel momento in cui un predatore attacca il gregge devo poterlo allontanare, non posso stare a guardare mentre si sbrana i miei animali, il mio lavoro.”
Alifredi ha poi esposto il “manifesto antilupo” redatto dalle associazioni AlteTerre e Adialpi con il quale si vuole portare alla politica europea quali sono le difficoltà che ha recato il ritorno del lupo sulle Alpi e quali provvedimenti occorre attuare per far si che la pastorizia non scompaia dalle nostre montagne. “L’unica soluzione efficace – riporta il documento – per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!”
Tra gli interventi anche Daniele Massella, allevatore della Lessinia in Veneto, che descrive la situazione delle vallate veronesi dopo l’arrivodei lupi: “Sugli alpeggi ci sono meno animali perché molti malgari non si fidano più a lasciare le vacche al pascolo, preferiscono tenerle in stalla, nonostante i costi più elevati. I risarcimenti non sono abbastanza alti, non si tiene conto del giusto valore genetico degli animali. La convivenza tra lupi e zootecnia è impossibile: occorre cambiare le leggi che lo tutelano altrimenti gli allevatori scompariranno dalle nostre montagne.”

 

Aiassa Tiziano, margaro di Limone Piemonte ha descritto la sua situazione: “Sono un allevatore di bovini di razza Piemontese. In cinque anni ho subito 30 perdite per attacco da lupo. I primi anni mi venivano risarciti. Ultimamente nemmeno quello: i veterinari dell’Asl, incaricati di fare le perizie delle predazioni in campo, non vogliono attestare che si tratta di attacchi da lupo e gli animali oltre i 3 anni non sono comunque indennizzati. Oltre al danno, veniamo messi in dubbio delle nostre dichiarazioni. Serve una controperizia oltre a quella dell’Asl per i casi in cui questa non sia sufficiente.”

  

Il sostegno all’iniziativa dell’Adialpi è arrivato anche dal vicepresidente di Federcaccia Piemonte,  Alessandro Bassignana che afferma: “Il lupo c’è e lo vediamo, si sta avvicinando alle città. In montagna il numero di animali selvatici è notevolmente diminuito dopo il ritorno del lupo. Sulla questione del ripopolamento e della sua possibile reintroduzione posso dire che, se il lupo delle Alpi dovrebbe teoricamente essere arrivato dagli Appennini, non si spiega il fatto che gli avvistamenti siano avvenuti diversi anni prima nel torinese che in Liguria.”

Pierangelo Cena di CIA Torino ha ribadito il suo appoggio alle iniziative per difendere l’attività dei margari sugli alpeggi: “Come organizzazione agricola ci siamo già impegnati nella raccolta firme contro il lupo sugli alpeggi. Siamo disponibili ad eventuali proposte. Il lupo ormai non è più in pericolo di estinzione, noi riteniamo servano nuove azioni per gestire il problema.”

Dal punto di vista politico, oltre agli interventi di vari sindaci locali che hanno sottolineato il loro ruolo all’interno del Coordinamento Gente di Montagna nato proprio per rappresentare le diverse problematiche del territorio alpino, è intervenuto Emiliano Cardia, rappresentante della segreteria dell’europarlamentare Alberto Cirio, che ha sottolineato la necessità di coordinare le proposte e le forze delle diverse associazioni agricole e di categoria affinché ci possa essere un fronte unico di proposte da avanzare alla politica. Sono infatti i politici che rappresentano il territorio che hanno il dovere e la possibilità di cambiare le regole laddove ci sono delle problematiche.

In conclusione della serata il Presidente Giovanni Dalmasso ha ricordato l’importanza di tutelare chi lavora in montagna, in particolare gli allevatori che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del territorio. Sulle nostre vallate non serve il lupo ma chi è indispensabile è l’uomo.

“Come associazione dei margari – conclude Dalmasso – continueremo a farci sentire per ottenere delle misure utili a difendere il nostro lavoro, collaborando con gli alpeggiatori anche delle altre regioni e portando alla politica le nostre proposte. Noi le idee le abbiamo chiare, dobbiamo solo far capire agli altri le nostre ragioni prima che tutti gli alpeggiatori se ne vadano dalle montagne.”

il manifesto antilupo del Piemonte

I pastori, allevatori, margari, contadini e gente comune della montagna piemontese, firmatari dell’appello No  Parchi, no lupi! diffuso tra le valli nell’autunno 2015, dichiarano  con forza quanto segue:

  • il ritorno “naturale” dei lupi sulle Alpi è un racconto propagandistico. Un’analisi genetica accurata e soprattutto indipendente potrebbe facilmente dimostrare l’origine est-europea della gran parte della popolazione di lupi alpini. I pochi lupi rimasti in Abruzzo negli anni settanta all’interno del Parco nazionale si sono diffusi sugli  Appennini, ma non spiegano la comparsa improvvisa nei primi anni novanta di lupi sulle Alpi marittime tra Italia e Francia (quando la Liguria ne era ancora del tutto priva), dapprima solo all’interno o in prossimità dei due Parchi regionali delle Marittime e del Mercantour, né tantomeno analoghe presenze negli stessi anni nel Parco di Salbertrand in Valle Susa. Per anni la presenza fu negata e le predazioni attribuite a cani rinselvatichiti, fenomeno mai esistito sulle Alpi occidentali.
  • lupi e pastorizia non possono coesistere nello stesso areale: i predatori vanno allontanati dalle zone di pascolo delle Alpi;
  • i lupi compromettendo il pastoralismo favoriscono l’avanzare dei boschi e riducono la biodiversità dei pascoli alpini;
  • lupi non più abituati ad essere cacciati dall’uomo diventano col tempo una minaccia reale alla vita umana (e non solo per i pochi montanari ma anche per i numerosi escursionisti);
  • l’uccisione, ora illegale, di lupi non è bracconaggio, ma legittima difesa della persona e degli animali. Occorre riconoscere il diritto naturale dell’allevatore alla difesa armata del proprio bestiame all’interno dei propri pascoli!
  • la colonizzazione dei lupi sull’intero arco alpino, auspicata e pianificata dal recente Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia, redatto dall’Unione Zoologica Italiana per il Ministero dell’Ambiente, è un progetto folle e delirante per chi in montagna lo subisce, ma che nasconde interessi concreti di soldi e finanziamenti per chi lo propone;
  • I “Parchi naturali” sono lo strumento amministrativo con il quale tali politiche falsamente ambientaliste vengono imposte alle comunità locali: vanno semplicemente aboliti, risparmiando risorse che potrebbero impiegarsi in modo ben più proficuo per la tutela dell’ecosistema e del paesaggio alpino, da secoli incentrate sull’opera dell’uomo contadino;
  • la responsabilità ultima della colonizzazione dei grandi predatori sulle Alpi ricade sulle politiche europee. L’unica soluzione efficace per risolvere a lungo termine il conflitto tra predatori e gente di montagna  è mettere in discussione la Direttiva Habitat e uscire dalla Convenzione di Berna: in effetti, la vera specie che rischia ormai l’estinzione sulle Alpi non è certo il lupo, ma l’essere umano, in particolare il contadino e la sua famiglia!  

 

Cibo e identità locale: la rete si concretizza

(08.12.15) Dopo l’uscita del libro “Cibo e identità locale” , ricerca partecipata con soggetto sei cibi di comunità si è avviato un interessante processo di costruzione di una rete dei cibi di comunità. In occasione degli incontri di presentazione del libro, ma anche del tutto spontaneamente, si sono infittite le relazione tra i protagonisti della ricerca. A Gandino l’11 gennaio si farà il punto di questi sviluppi e si aprirà una fase nuova di questa storia di ricerca-azione

di Michele Corti

Con la presentazione del libro “Cibo e identità locale”   alla libreria Tarantola di Brescia del 7 dicembre (seguita da un folto e attento pubblico) l’attività di “restituzione” alle località protagoniste è quasi completata (manca solo Gerola alta dove la presentazione si terrà durante il periodo natalizio).   

Magnifici sei (prodotti agristorici, agrisociali, agriculturali)

Dopo la presentazione di Gerola si aprirà (ma di fatto si è già aperta) una nuova fase.  Con la prossima riunione dell’11 gennaio a Gandino quando le sei realtà (aperte alla presenza di new entry come quella di Nova milanese) l’iniziativa non sarà più stimolata dagli autori della ricerca ma del gruppo di lavoro che riunisce i vari sistemi di produzione agroalimentare locale (con le loro componenti amministrative, produttive, culturali). La ricerca, però, non finisce, si pone come elemento di autoriflessione, di analisi condivisa tra studiosi e soggetti locali nel solco di uno scambio (anche di ruoli) che, almeno sinora, è risultato stimolante.

Nel mentre procedevano le presentazioni del volume si è già concretizzata una rete embrionale grazie a  interessanti iniziative che hanno coinvolto le località protagoniste dei sei “casi di studio”. Queste iniziative, nate dalla spontaneità di relazioni dirette, vanno nella direzione di una rete basata sulla condivisione non tanto di regole quanto di una filosofia, di un approccio al cibo locale quale leva di azione locale e di rigenerazione comunitaria.

Insieme in Provenza

Tra le iniziative più interessanti da segnalare la partecipazione del mais spinato di Gandino, del bitto storico di Gerola e del grano saraceno di Teglio al “Comice agricole” evento svoltosi il 4-6 settembre a Saint Pierre de Chaundieu, comune della Provenza gemellato con Mezzago. A settembre l’asparago rosa non c’è e il comune di Mezzago ha pensato allora di estendere l’invito agli altri membri del circuito “Cibo e identità locale”. Un’occasione che ha visto la partecipazione diretta di quattro realtà mentre altre due erano comunque presenti con i loro prodotti. E così in terra di Provenza si è sperimentato con successo (a detta dei francesi) l’abbinamento tra vino della Pusterla e asparagi di Mezzago.

La partecipazione alla Festa agricola in Provenza rappresenta un  l’esempio di come la rete “Cibo e identità locale” sia in grado di generare condivisione di reti. Piuttosto che un circuito chiuso in sé stesso esso è un circuito che stimola la crescita di relazioni reticolari e il raccordo tra esse. Gandino con il suo ormai meritatamente famoso “spinato” è un centro propulsore di reti di mais antichi a raggi concentrici (da quelli lombardi a quelli di mezzo mondo). Mezzago è in relazione anche in questo caso con gli altri “luoghi dell asparago” (Cantello, Cilavegna) in Lombardia ma anche in Europa. Il vigneto Capretti/vino della Pusterla è il fiore all’occhiello della rete dei vigneti urbani (civici o privati che siano).  Il grano saraceno di Teglio rappresenta l’unica varietà autoctona italiana della fagopiracea ma attraverso Pro Specie Rara (associazione svizzera) è in relazione con esperienze alpine di recupero di antiche piante coltivate e, attraverso Gandino, con le dinamiche esperienze di recupero di antiche varietà di mais e altri cereali che stanno sviluppandosi in Lombardia e anche in altre regioni del Nord Italia.Il bitto storico è in relazione con diversi presidi Slow food e formaggi legati ad esperienze di “resistenza casearia”, partecipa anche a iniziative internazionali di Slow Food e, insieme allo stracchino all’antica di Corna imagna, partecipa alla rete dei “Formaggi principi delle Orobie”. Abbastanza per concludere che dall’incontro di queste sei (quasi sette) realtà può nascere un movimento sul cibo locale.

Realtà aperte perché consapevoli della propria identità e del proprio patrimonio

Come avevamo indicato nelle conclusioni del libro sarebbe del tutto fuoristrada chi volesse identificare nei “nostri” casi degli esempi di approccio nostalgico alla memoria e al patrimonio locali o, ancor peggio, casi di “localismo difensivo”, arroccati nella difesa di tradizioni statiche e di una malintesa mistica passatista.

Capaci di relazionarsi con il proprio passato, di valorizzare la propria identità in forma dinamica e aperta queste comunità , queste esperienze di produzione agroalimentare, pur se piccole, manifestano un grande grado di apertura e di relazioni internazionali .

Innescati dalla ricerca e dal libro partono una serie di rapporti

Le presentazioni del libro – tutto fuorché una “restituzione” formale di una ricerca accademica convenzionale – hanno rappresentato ulteriori occasioni per “incrociare” le diverse esperienze, raccontate direttamente dai protagonisti, e per infittire i rapporti ma questi ultimi si sono sviluppati anche per altre strade. Il 22 novembre un pullman carico di mezzaghesi,  è arrivato per iniziativa della pro loco a Gerola alta per visitare il Centro del bitto storico. Al di là delle differenze ovvie tra una realtà di montagna e una di pianura vi è l’interesse vivo in questi contatti a scambiarsi idee e formule sulla “neoagricolatura”. Fatta in montagna contrastando l’abbandono con le razze autoctone e la riscoperta di tecniche tradizionali o nella pianura minacciata dall’ulteriore espansione della conurbazione milanese o in città l’agricoltura “di luogo” ha in tutti i casi bisogno di formule ben diverse da quelle dell’agricoltura industriale glovbalizzata, formule che – senza dimenticare la sostenibilità economica – sappiano far leva su risorse e valori sociali. Così la coop di Mezzago, che dopo tutta una fase storica decide di ritornare alla vocazione agricola, e il consorzio degli alpeggiatori del bitto storico scoprono di avere problemi e forse anche risposte in comune. E si è parlato anche di iniziative comuni (tanto interessanti da non dover essere “bruciate” con anticipazioni).

Casi unici (o no?)

Tutti questi contatti “bilaterali” e “multilaterali” vanno visti come una bella opportunità. Ognuno dei sei “casi” ha una sua forza, una storia che può insegnare qualcosa, una capacità di trascinamento. La forza anche di persone con una forte carica di passione e determinazione che conferisce loro anche carisma e capacità di trascinamento.  Si tratta di casi in un certo senso “speciali”. C’è una sola realtà che grazie ad un attaccamento particolare alla cultura del grano saraceno ha saputo preservare una varietà autoctona, ovvero Teglio. Non ci sono vigneti urbani grandi e come quello Capretti. Non c’è un formaggio come il bitto storico che riesce a inventarsi un movimento di opinione a suo sostegno.  Non si vedono facilmente realtà come Mezzago con un circuito così virtuoso tra amministrazione, attività agricole e sociali.  Non ci sono molte realtà come Corna Imagna dove un centro culturale promuove la rinascita agricola e opera direttamente anche in ambito turistico-gastronomico. E tanto meno un’altra realtà come Gandino che da una vecchia spiga di mais ha saputo costruire un progetto da molto ammirato (e invidiato) di valorizzazione agroalimentare e turistica. 

Nuovi casi “autocandidati” ad entrare nella rete 

Gli autori del libro ma anche i protagonisti delle esperienze di Corna, Mezzago, Gandino, Teglio, Brescia sono consapevoli che queste esperienze, prese ciascuna per la propria specificità, ricchezza e suggestione ma anche nel loro insieme (per quel che di comune rappresentano) possono rappresentare uno stimolo, un modello per tante altre realtà, note e meno note, tutte  potenzialmente capaci di partecipare ad una rete con una filosofia comune. All’inizio della ricerca (che risale al 2010) le sei località che poi vennero prese in esame appartenevano ad una rosa di casi più ampia (18 casi). Noi scegliemmo quelle più emblematiche, più promettenti, più ricche alla luce di una pluralità di valenze agricole, sociali, culturali. Ma sarebbe di grande interesse prendere in esame altre realtà.  Tra esse (ma l’elenco non è esaustivo) vi potrebbero essere le seguenti:

  • i formaggi caprini di Veddasca
  • l’olio di Sant’Imerio di Varese
  • le pesche di Monate
  • le castagne e derivanti di Brinzio
  • i missoltini della Tremezzina
  • la patata di Starleggia
  • l’olio di Perledo
  • la cipolla rossa di Breme
  • la zucca bertagnina di Dorno
  • la rapa di Lozio
  • il Cuz di Corteno Golgi
  • le castagre e derivati di Paspardo
  • i cereali antichi di Cigole
  • il bagoss di malga di Bagolino

Al di là delle località “di seconda linea” che, però, una volta esaminate potrebbero rivelare interessanti sorprese e risultare altrettanto intanto cariche di valenze e potenzialità si sono affacciati alla ribalta nuovi casi. Quello di Nova milanese è paradigmatico. Nel contesto di una apparentemente disperante realtà di un territorio dove solo alcuni “pori” non sono stati impermeabilizzati e cementificati è nata una nuova esperienza di cibo di comunità . Troppo recente per essere ricompresa nel libro. Nel 2015 sono stati seminati a mais della varietà tradizionale Marano 3 ha di terreno recuperato da una ex cava e, nonostante la siccità, una piccola produzione di farina è stata ottenuta. Il tradizionale pan gialt (di farina di mais e segale) è stato prodotto per la prima volta dopo chissà quanto tempo con farina km 0 che reca il marchio del comune e dell’ecomuseo (realtà recente ma sorta dall’esperienza di lavoro culturale trentennale dell’associazione “Il cortile” presieduta da Mariuccia Elli).

A Nova quest’autunno si è seminata anche la segale, ci si è messi in contatto con Gandino (e attraverso Gandino  con il CRA-MAC) di Bergamo inserendosi nel circuito dei “paesi dei mais antichi”. Operazioni che hanno potuto realizzarsi grazie all’embrionale rete del “Cibo e identità locale”, anche grazie all’incontro del 17 maggio di presentazione del libro al quale era partecipe, come in altre presentazioni,  Antonio Rottigni, uno dei papà del mais spinato con una grande disponibilità a porsi come una risorsa per l’attivazione di relazioni comuni.

Microrealtà capaci di dire qualcosa sugli enormi problemi dell’oggi

Qualcuno continuerà a sorridere di fronte alle cifre di queste esperienze (da una parte investimenti di 3 ha, dall’altra di 10 o 15). Anche il bitto storico che pur interessa centinaia di ha di pascoli in realtà è legato a quelle 1000 forme “Gran riserva” destinate all’invecchiamento e custodite come reliquie nel “Santuario del bitto”. Sorrida pure. Poi, però, deve spiegare perché grandi aziende con centinaia di capi in lattazione con la “genetico” top, la tecnologia up to date, che consegnano decine di tonnellate di latte al giorno dicono di non farcela più mentre i nostri casi hanno bilanci in attivo e i sia pure piccoli fatturati in espansione. Con la differenza che se guardiamo i bilanci ambientali, sociali, culturali, etici i nostri casi presentano larghi attivi, le imprese super efficienti iper industrializzate bilanci etici, ambientali, sociali, culturali in rosso.

La grande differenza tra la “filosofia” della rete del “Cibo e identità locale” e l’agricoltura tradizionale è che pur non dimenticando la sostenibilità economica tutti i nostri casi hanno messo al primo posto obiettivi non economici ma che alla lunga si traducono in implementazione di capitale sociale, umano, territoriale (e quindi anche in valori economici nel contesto di un’economia non speculativa ma che sa lasciare spazio alla società e non intende assimilarla  senza residui al mercato).

Se pensiamo solo a quella grande occasione sprecata che in Italia rappresentano le sagre di tradizione le nostre economie di luogo possono essere in grado di generare importanti valori turistici ed economici. Oggi le sagre di tradizione sono sommerse e confuse in un mare di eventi commerciali che creano una “nebbia” comunicativa tale da precludere al turista, in particolare straniero, di discernere il grano dal loglio. I tentativi di qualificare le sagre e di regolamentarle sinora non hanno avuto successo. L’unica soluzione è quella di una rete autocertificata che non parta dalla sagra ma dal cibo di comunità. Un cibo di comunità possiede caratteristiche tali da garantire senza il bisogno di ulteriore legiferazione per attestare la qualità delle sagre che i protagonisti di quelle comunità organizzano.

Un messaggio che può coinvolgere tante comunità, in montagna, in collina, in pianura, nelle città

La sfida d’ora in poi è quella di dimostrare che se, da una parte, è vero che i “nostri” casi hanno una marcia in più rispetto a molte altre comunità “sedute”, senza orgoglio, senza idee, è pur vero dall’altra che ci sono giacimenti insondati di risorse agriculturali e agrisociali da far emergere e che non c’è realtà locale che non riesca, se ne ha la volontà,  a trovare in sé stessa risorse preziose. Un cibo, una coltivazione, una preparazione alimentare spesso sono la scintilla di iniziative di aggregazione, di nuova economia, di una sfida eterodossa al grigiore dell’uniformità, delle monocolture, della dittatura dei mercati globali e delle tecnologie che ne supportano la penetrazione.