Cibo e identità locale: la rete si concretizza

(08.12.15) Dopo l’uscita del libro “Cibo e identità locale” , ricerca partecipata con soggetto sei cibi di comunità si è avviato un interessante processo di costruzione di una rete dei cibi di comunità. In occasione degli incontri di presentazione del libro, ma anche del tutto spontaneamente, si sono infittite le relazione tra i protagonisti della ricerca. A Gandino l’11 gennaio si farà il punto di questi sviluppi e si aprirà una fase nuova di questa storia di ricerca-azione

di Michele Corti

Con la presentazione del libro “Cibo e identità locale”   alla libreria Tarantola di Brescia del 7 dicembre (seguita da un folto e attento pubblico) l’attività di “restituzione” alle località protagoniste è quasi completata (manca solo Gerola alta dove la presentazione si terrà durante il periodo natalizio).   

Magnifici sei (prodotti agristorici, agrisociali, agriculturali)

Dopo la presentazione di Gerola si aprirà (ma di fatto si è già aperta) una nuova fase.  Con la prossima riunione dell’11 gennaio a Gandino quando le sei realtà (aperte alla presenza di new entry come quella di Nova milanese) l’iniziativa non sarà più stimolata dagli autori della ricerca ma del gruppo di lavoro che riunisce i vari sistemi di produzione agroalimentare locale (con le loro componenti amministrative, produttive, culturali). La ricerca, però, non finisce, si pone come elemento di autoriflessione, di analisi condivisa tra studiosi e soggetti locali nel solco di uno scambio (anche di ruoli) che, almeno sinora, è risultato stimolante.

Nel mentre procedevano le presentazioni del volume si è già concretizzata una rete embrionale grazie a  interessanti iniziative che hanno coinvolto le località protagoniste dei sei “casi di studio”. Queste iniziative, nate dalla spontaneità di relazioni dirette, vanno nella direzione di una rete basata sulla condivisione non tanto di regole quanto di una filosofia, di un approccio al cibo locale quale leva di azione locale e di rigenerazione comunitaria.

Insieme in Provenza

Tra le iniziative più interessanti da segnalare la partecipazione del mais spinato di Gandino, del bitto storico di Gerola e del grano saraceno di Teglio al “Comice agricole” evento svoltosi il 4-6 settembre a Saint Pierre de Chaundieu, comune della Provenza gemellato con Mezzago. A settembre l’asparago rosa non c’è e il comune di Mezzago ha pensato allora di estendere l’invito agli altri membri del circuito “Cibo e identità locale”. Un’occasione che ha visto la partecipazione diretta di quattro realtà mentre altre due erano comunque presenti con i loro prodotti. E così in terra di Provenza si è sperimentato con successo (a detta dei francesi) l’abbinamento tra vino della Pusterla e asparagi di Mezzago.

La partecipazione alla Festa agricola in Provenza rappresenta un  l’esempio di come la rete “Cibo e identità locale” sia in grado di generare condivisione di reti. Piuttosto che un circuito chiuso in sé stesso esso è un circuito che stimola la crescita di relazioni reticolari e il raccordo tra esse. Gandino con il suo ormai meritatamente famoso “spinato” è un centro propulsore di reti di mais antichi a raggi concentrici (da quelli lombardi a quelli di mezzo mondo). Mezzago è in relazione anche in questo caso con gli altri “luoghi dell asparago” (Cantello, Cilavegna) in Lombardia ma anche in Europa. Il vigneto Capretti/vino della Pusterla è il fiore all’occhiello della rete dei vigneti urbani (civici o privati che siano).  Il grano saraceno di Teglio rappresenta l’unica varietà autoctona italiana della fagopiracea ma attraverso Pro Specie Rara (associazione svizzera) è in relazione con esperienze alpine di recupero di antiche piante coltivate e, attraverso Gandino, con le dinamiche esperienze di recupero di antiche varietà di mais e altri cereali che stanno sviluppandosi in Lombardia e anche in altre regioni del Nord Italia.Il bitto storico è in relazione con diversi presidi Slow food e formaggi legati ad esperienze di “resistenza casearia”, partecipa anche a iniziative internazionali di Slow Food e, insieme allo stracchino all’antica di Corna imagna, partecipa alla rete dei “Formaggi principi delle Orobie”. Abbastanza per concludere che dall’incontro di queste sei (quasi sette) realtà può nascere un movimento sul cibo locale.

Realtà aperte perché consapevoli della propria identità e del proprio patrimonio

Come avevamo indicato nelle conclusioni del libro sarebbe del tutto fuoristrada chi volesse identificare nei “nostri” casi degli esempi di approccio nostalgico alla memoria e al patrimonio locali o, ancor peggio, casi di “localismo difensivo”, arroccati nella difesa di tradizioni statiche e di una malintesa mistica passatista.

Capaci di relazionarsi con il proprio passato, di valorizzare la propria identità in forma dinamica e aperta queste comunità , queste esperienze di produzione agroalimentare, pur se piccole, manifestano un grande grado di apertura e di relazioni internazionali .

Innescati dalla ricerca e dal libro partono una serie di rapporti

Le presentazioni del libro – tutto fuorché una “restituzione” formale di una ricerca accademica convenzionale – hanno rappresentato ulteriori occasioni per “incrociare” le diverse esperienze, raccontate direttamente dai protagonisti, e per infittire i rapporti ma questi ultimi si sono sviluppati anche per altre strade. Il 22 novembre un pullman carico di mezzaghesi,  è arrivato per iniziativa della pro loco a Gerola alta per visitare il Centro del bitto storico. Al di là delle differenze ovvie tra una realtà di montagna e una di pianura vi è l’interesse vivo in questi contatti a scambiarsi idee e formule sulla “neoagricolatura”. Fatta in montagna contrastando l’abbandono con le razze autoctone e la riscoperta di tecniche tradizionali o nella pianura minacciata dall’ulteriore espansione della conurbazione milanese o in città l’agricoltura “di luogo” ha in tutti i casi bisogno di formule ben diverse da quelle dell’agricoltura industriale glovbalizzata, formule che – senza dimenticare la sostenibilità economica – sappiano far leva su risorse e valori sociali. Così la coop di Mezzago, che dopo tutta una fase storica decide di ritornare alla vocazione agricola, e il consorzio degli alpeggiatori del bitto storico scoprono di avere problemi e forse anche risposte in comune. E si è parlato anche di iniziative comuni (tanto interessanti da non dover essere “bruciate” con anticipazioni).

Casi unici (o no?)

Tutti questi contatti “bilaterali” e “multilaterali” vanno visti come una bella opportunità. Ognuno dei sei “casi” ha una sua forza, una storia che può insegnare qualcosa, una capacità di trascinamento. La forza anche di persone con una forte carica di passione e determinazione che conferisce loro anche carisma e capacità di trascinamento.  Si tratta di casi in un certo senso “speciali”. C’è una sola realtà che grazie ad un attaccamento particolare alla cultura del grano saraceno ha saputo preservare una varietà autoctona, ovvero Teglio. Non ci sono vigneti urbani grandi e come quello Capretti. Non c’è un formaggio come il bitto storico che riesce a inventarsi un movimento di opinione a suo sostegno.  Non si vedono facilmente realtà come Mezzago con un circuito così virtuoso tra amministrazione, attività agricole e sociali.  Non ci sono molte realtà come Corna Imagna dove un centro culturale promuove la rinascita agricola e opera direttamente anche in ambito turistico-gastronomico. E tanto meno un’altra realtà come Gandino che da una vecchia spiga di mais ha saputo costruire un progetto da molto ammirato (e invidiato) di valorizzazione agroalimentare e turistica. 

Nuovi casi “autocandidati” ad entrare nella rete 

Gli autori del libro ma anche i protagonisti delle esperienze di Corna, Mezzago, Gandino, Teglio, Brescia sono consapevoli che queste esperienze, prese ciascuna per la propria specificità, ricchezza e suggestione ma anche nel loro insieme (per quel che di comune rappresentano) possono rappresentare uno stimolo, un modello per tante altre realtà, note e meno note, tutte  potenzialmente capaci di partecipare ad una rete con una filosofia comune. All’inizio della ricerca (che risale al 2010) le sei località che poi vennero prese in esame appartenevano ad una rosa di casi più ampia (18 casi). Noi scegliemmo quelle più emblematiche, più promettenti, più ricche alla luce di una pluralità di valenze agricole, sociali, culturali. Ma sarebbe di grande interesse prendere in esame altre realtà.  Tra esse (ma l’elenco non è esaustivo) vi potrebbero essere le seguenti:

  • i formaggi caprini di Veddasca
  • l’olio di Sant’Imerio di Varese
  • le pesche di Monate
  • le castagne e derivanti di Brinzio
  • i missoltini della Tremezzina
  • la patata di Starleggia
  • l’olio di Perledo
  • la cipolla rossa di Breme
  • la zucca bertagnina di Dorno
  • la rapa di Lozio
  • il Cuz di Corteno Golgi
  • le castagre e derivati di Paspardo
  • i cereali antichi di Cigole
  • il bagoss di malga di Bagolino

Al di là delle località “di seconda linea” che, però, una volta esaminate potrebbero rivelare interessanti sorprese e risultare altrettanto intanto cariche di valenze e potenzialità si sono affacciati alla ribalta nuovi casi. Quello di Nova milanese è paradigmatico. Nel contesto di una apparentemente disperante realtà di un territorio dove solo alcuni “pori” non sono stati impermeabilizzati e cementificati è nata una nuova esperienza di cibo di comunità . Troppo recente per essere ricompresa nel libro. Nel 2015 sono stati seminati a mais della varietà tradizionale Marano 3 ha di terreno recuperato da una ex cava e, nonostante la siccità, una piccola produzione di farina è stata ottenuta. Il tradizionale pan gialt (di farina di mais e segale) è stato prodotto per la prima volta dopo chissà quanto tempo con farina km 0 che reca il marchio del comune e dell’ecomuseo (realtà recente ma sorta dall’esperienza di lavoro culturale trentennale dell’associazione “Il cortile” presieduta da Mariuccia Elli).

A Nova quest’autunno si è seminata anche la segale, ci si è messi in contatto con Gandino (e attraverso Gandino  con il CRA-MAC) di Bergamo inserendosi nel circuito dei “paesi dei mais antichi”. Operazioni che hanno potuto realizzarsi grazie all’embrionale rete del “Cibo e identità locale”, anche grazie all’incontro del 17 maggio di presentazione del libro al quale era partecipe, come in altre presentazioni,  Antonio Rottigni, uno dei papà del mais spinato con una grande disponibilità a porsi come una risorsa per l’attivazione di relazioni comuni.

Microrealtà capaci di dire qualcosa sugli enormi problemi dell’oggi

Qualcuno continuerà a sorridere di fronte alle cifre di queste esperienze (da una parte investimenti di 3 ha, dall’altra di 10 o 15). Anche il bitto storico che pur interessa centinaia di ha di pascoli in realtà è legato a quelle 1000 forme “Gran riserva” destinate all’invecchiamento e custodite come reliquie nel “Santuario del bitto”. Sorrida pure. Poi, però, deve spiegare perché grandi aziende con centinaia di capi in lattazione con la “genetico” top, la tecnologia up to date, che consegnano decine di tonnellate di latte al giorno dicono di non farcela più mentre i nostri casi hanno bilanci in attivo e i sia pure piccoli fatturati in espansione. Con la differenza che se guardiamo i bilanci ambientali, sociali, culturali, etici i nostri casi presentano larghi attivi, le imprese super efficienti iper industrializzate bilanci etici, ambientali, sociali, culturali in rosso.

La grande differenza tra la “filosofia” della rete del “Cibo e identità locale” e l’agricoltura tradizionale è che pur non dimenticando la sostenibilità economica tutti i nostri casi hanno messo al primo posto obiettivi non economici ma che alla lunga si traducono in implementazione di capitale sociale, umano, territoriale (e quindi anche in valori economici nel contesto di un’economia non speculativa ma che sa lasciare spazio alla società e non intende assimilarla  senza residui al mercato).

Se pensiamo solo a quella grande occasione sprecata che in Italia rappresentano le sagre di tradizione le nostre economie di luogo possono essere in grado di generare importanti valori turistici ed economici. Oggi le sagre di tradizione sono sommerse e confuse in un mare di eventi commerciali che creano una “nebbia” comunicativa tale da precludere al turista, in particolare straniero, di discernere il grano dal loglio. I tentativi di qualificare le sagre e di regolamentarle sinora non hanno avuto successo. L’unica soluzione è quella di una rete autocertificata che non parta dalla sagra ma dal cibo di comunità. Un cibo di comunità possiede caratteristiche tali da garantire senza il bisogno di ulteriore legiferazione per attestare la qualità delle sagre che i protagonisti di quelle comunità organizzano.

Un messaggio che può coinvolgere tante comunità, in montagna, in collina, in pianura, nelle città

La sfida d’ora in poi è quella di dimostrare che se, da una parte, è vero che i “nostri” casi hanno una marcia in più rispetto a molte altre comunità “sedute”, senza orgoglio, senza idee, è pur vero dall’altra che ci sono giacimenti insondati di risorse agriculturali e agrisociali da far emergere e che non c’è realtà locale che non riesca, se ne ha la volontà,  a trovare in sé stessa risorse preziose. Un cibo, una coltivazione, una preparazione alimentare spesso sono la scintilla di iniziative di aggregazione, di nuova economia, di una sfida eterodossa al grigiore dell’uniformità, delle monocolture, della dittatura dei mercati globali e delle tecnologie che ne supportano la penetrazione.

 

 

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