Rotto il tabù: abbattuta  l’orsa pericolosa 

Un fatto che va oltre la cronaca e che segna indubbiamente una svolta (il primo grande predatore protetto abbattuto legalmente in Italia). Occasione per approfondire non solo le vicende recenti degli orsi trentini ma anche la (non)politica dei grandi predatori in Italia, e il ruolo del movimento animal-ambientalista

di Michele Corti

(14.07.17) È bastato, dopo due anni di teatrino, applicare finalmente un’ordinanza. Un atto che il presidente della Pat (responsabile della sicurezza pubblica) non poteva esimersi dall’emanare senza assumersi pesanti responsabilità penali. Un colpo di fucile che segna una discontinuità, che pone fine all’assurdo di un paese che, unico al mondo, non sopprime animali pericolosi per le persone per la “paura degli animal-ambientalisti”. I mitici “grandi predatori” sono scesi dal loro piedistallo di sacralità e inviolabilità e il potere di interdizione del mondo animal-ambientalista ne esce sgonfiato.

L’Italia zimbello d’Europa

“Sulla gestione degli orsi problematici le autorità italiane sono inginocchiate agli animalisti”. Questa critica, correva il 2013, (altro anno caldo per gli orsi di Life Ursus), non veniva dai comitati anti-orso trentini o svizzeri o da qualche sito o associazione, ma nientemeno che da Reinhard Schnidrig, capo della Sezione Caccia, pesca, biodiversità forestale dell’Ufficio Federale per l’Ambiente (equivalente al nostro Ministero dell’ambiente). Schnidring, non aduso ai bizantinismi italiani, parlava chiaro in un’intervista del 10 agosto. L’ispettore della fauna federale  deplorava che le autorità italiane fossero “inginocchiate” davanti alle organizzazioni animaliste ” e “aspettino molto a lungo prima di agire” (vedremo poi come le ordinanze contingibili ed urgenti degli anni passati della Pat abbiano atteso mesi ed anni per essere eseguite). Nell’interesse di tutti i Paesi alpini, aggiungeva il responsabile federale svizzero della fauna, è necessario che i pochi plantigradi problematici siano eliminati rapidamente e auspicava anche un’intervento della diplomazia di Berna nei confronti di Roma (lo zimbello d’Europa).


KJ2 recidiva e responsabile di aggressioni della massima gravità

Non si può dire che la “dottrina” trentina e italiana sugli orsi sia cambiata. Se KJ2 è stata abbattuta è solo perché la sua pericolosità aveva raggiunto un grado elevato. In Svizzera, Germania, Austria l’abbattimento dell’orso potenzialmente pericoloso è deciso in funzione preventiva, quando il soggetto si dimostra “confidente”, non si lascia dissuadere facilmente da petardi e proiettili di gomma,si introduce in luoghi abitati. In Italia, invece, la “rimozione” (abbattimento o “ergastolo”) scatta solo a posteriori, dopo che l’orso ha aggredito le persone. Sulla carta le regole svizzere non sono molto diverse da quelle italiane (discendono da linee guida europee comuni). Solo che in Svizzera gli orsi sono stati abbattuti a seguito dei comportamenti di cui ai punti 13,14 e 16 della scala di pericolosità. In Trentino non solo si è dovuto arrivare al grado massimo (diciotto), ma è stata necessaria la recidiva.

La “captivazione permanente”: un’ipocrisia tutta italiana

Nella strategia svizzera per l’orso ai massimi livelli di pericolosità (13-18) non è prevista altra soluzione che la soppressione. Il mantenimento in cattività di un animale che si è dimostrato pericoloso comporta costi e rischi ma, per di più, come asseriscono unanimi etologi e zoologi, la captivazione in aree confinate, per quanto grandi, è – per un orso – una condanna peggiore che la soppressione. Basti pensare che le densità massime mai registrate al mondo si osservano in Slovenia, nelle Alpi Dinariche, dove vi sono 40 orsi per 100 km2 (1). Tradotto in ettari un orso ne occupa 250. Ma siamo in condizioni ottimali che, sulle Alpi, non esistono. Qui l’orso ha bisogno di più spazio.

 L’idilliaca “prigione per orsi” del Casteller è in grado di ospitare tre reclusi in una superficie di 7.604 m ossia 2525 m2 per capo. Contro i 2,5 milioni degli orsi (che pure sono “pigiati”) della Slovenia. Mille volte meno spazio. Gli animal-ambientalisti (anche nella circostanza dell’abbattimento di KJ2, le organizzazioni  “classiche”, come Wwf e Legambiente, non si sono distinte dalla galassia animalista se non per i toni), contestano con ugual foga sia l’abbattimento che la captivazione.

Un atto dovuto

A pro dei tanti che parlano e straparlano a difesa dell’orsa va richiamato il quadro legale. Se il Pacobace indica una “griglia” tecnica di situazioni e di interventi quanto disposto con l’ordinanza del 24 luglio che disponeva la rimozione dell’orsa KJ2 a seguito dell’aggressione ad Angelo Metlicovez avvenuta il due giorni prima in località “Terlera”, di Terlago (comune di vallelaghi). Tale aggressione era avvenuta, come riportato nell’ordinanza, “senza che l’animale fosse stato provocato”.

Rossi ha agito in virtù dell’urgenza in base all’ art 52, comma 2 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige) e di cui all’articolo 18.2 della legge regionale 4 gennaio 1993, n. 1 (Nuovo ordinamento dei comuni della Regione Trentino-Alto Adige). Se fosse in gioco un solo comune spetterebbe al sindaco, ma trattandosi di più comuni deve intervenire il presidente della provincia.

“con atto motivato e nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento giuridico, i provvedimenti contingibili e urgenti in materia di sanità ed igiene, edilizia e polizia locale al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini” ;

In passato il Ministero dell’ambiente aveva fatto ricorso contro un provvedimento di cattura dell’orsa DJ3 ma l’ordinanza del 2011 si riferiva a fatti relativi ad un lungo periodo in cui  l’orsa in questione aveva maturato una progressiva confidenza con la presenza umana. accompagnata a una crescente indifferenza nei confronti dei dissuasori impiegati nei suoi confronti (es.: rumori e fonti luminose) e aveva altresì
intensificato le sue incursioni nelle vicinanze dei centri abitati, sì da destare un diffuso allarme nella popolazione della Val d’Algone, della bassa Val Rendena e delle Giudiciarie. Nel marzo del 2010 aveva destato viva preoccupazione fra le popolazioni interessate l’episodio dell’ingresso dell’orsa DJ3 nel centro abitato di Roncone, con predazione di una pecora custodita fra le case del Paese. Lo stesso ISPRA (Organo consultivo del Ministero appellante) aveva confermato “[il] persistere di rischi per la sicurezza dell’uomo derivanti dai comportamenti dell’orso DJ3 [nonché] dell’inefficacia delle misure di ricondizionamento messe in atto”. Così nel marzo del 2011 all’uscita del letargo era stata predisposta la cattura. Il Ministero contestò che si sarebbe potuta chiedere l’autorizzazione mesi prima ma il Consiglio di stato con sentenza 3007 del 2013 respinse il ricorso ritenendo che vi fosse comunque la necessità di agire d’urgenza. DJ3 era arrivata alla scala 13-14. Ben lontano dal “fondo scala” come KJ2. Semmai  si può restare sorpresi del perché, nel 2015, dopo aver catturato la stessa orsa che si era resa responsabile il 10 giugno dell’aggressione a Wladimir Molinari (che ha perso l’uso della mano e il lavoro ed è dovuto ricorrere a cure con psicofarmaci e soffre di incubi) sia stata lasciata uccel di bosco sino a quest’anno. Sulla mancata cattura nel 2015 e 2016, nonostante l’ordinanza contingibile e urgente di Rossi,  rimangono molti interrogativi (ci torniamo dopo)  e  Angelo Metlicovez avrebbe tutti  gli elementi per denunciare  Rossi per quello che gli è capitato.

Perché è stata abbattuta (la pallottola l’hanno scelta anche gli animalisti)

L’ordinanza del presidente della provincia di Trento prevedeva sia la cattura per trasferimento al Casteller che l’abbattimento. Però si faceva espressamente riferimento alla pericolosità massima quale elemento da tenere in conto, anche se la scelta era lasciata – sulla carta – alla natura delle circostanze e a considerazioni di sicurezza per i forestali.  Di fatto l’abbattimento, sia pure tra le righe, era scritto nell’ordinanza. La narcosi, in un animale di una certa età, avrebbe rischiato di trasformarsi in un caso Daniza bis (amplificato dalla reiterazione), ancora più difficile da gestire (ci si sarebbe esposti all’accusa di usare l’anestetico per uccidere). L’effetto del narcotico comunque non è tanto immediato da impedire un attacco da parte di un animale che aveva già in due esperienze “ingaggiato” con l’uomo. Ampiamente giustificata sul piano legale e tecnico la tempistica dell’abbattimento di KJ2 è palesemente stata motivata anche da considerazioni politiche.  Nell’immediato si è inteso sfruttare l’effetto ferragosto. Con gli animalisti (ceto medio urbano) in vacanza e incapaci di una reazione seria in tempi rapidi. Infatti alle bordate virtuali non è corrisposta alcuna seria capacità immediata di manifestare (il primo corteo di auto da Riva a Trento era composto da sole sei vetture).  pare una minaccia spuntata anche il boicottaggio delle prenotazioni di soggiorni in Trentino (anche perché a ferragosto la stagione estiva è già al suo culmine).Se KJ2 avesse retto la narcosi e fosse stata chiusa al Casteller avrebbe dato il pretesto a una campagna animalista senza fine che avrebbe rischiato di compromettere in modo molto più pericoloso l’immagine del Trentino che la decisione di sparare alla vigilia di ferragosto.

Le proteste per la fine di Daniza e per le orse precedentemente rinchiuse al Casteller e le minacce animaliste hanno contribuito a decretare la sorte di KJ2. Un fatto che gli animalisti non potranno ignorare (in camera caritatis), Così come non potranno ignorare che il loro potere di ricatto  attraverso le minacce per l’ordine pubblico, il boicottaggio del turismo e dei prodotti  appare, a ferragosto 2017, un arma spuntata.

La pallottola che ha “rimosso” KJ2 non solo non darà nuova linfa all’animalismo ma lo ridimensiona. Mostrando che l’orso non è un sacro totem, che basta un dito su un grilletto per ridimensionarlo. Non tanto il povero animale, quanto l’idolo che è stato costruito dall’animal-ambientalismo con i fattivo concorso della retorica orsista sparsa a piene mani da Life Ursus, dal Parco Adamello Brenta (vedi il centro visitatori dedicato all’ orso il signore della foresta), la stessa Provincia autonoma (almeno fino al 2014).

 

Cosa cambia dopo l’abbattimento di KJ2 (non solo orsi)

Farebbero bene a riflettere i governatori pusillanimi delle regioni italiane che, con l’eccezione della Toscana e di Bolzano (con Trento e il Veneto che si sono rimangiati il dietro-front), hanno fatto una pessima figura rimangiandosi il parere positivo al piano lupo (fermo ormai da due anni). Il piano  prevedeva la possibilità di abbattere qualche capo, un ridicolo effetto placebo per “calmare” gli allevatori e fingere una posizione bipartisan di uno stato che mostra di dare più peso alle proteste animal-ambientaliste che alla categoria degli allevatori. L’opposizione feroce degli animal-ambientalisti non si giustifica certo con il desiderio di tutelare (o dell’orso) ma con la difesa di un tabù: la speciale e totale “protezione assoluta” dagli abbattimenti legali di orsi e lupi. Un tabù che è diventato una ragione sociale, un vanto di fabbrica, una rendita di posizione per il movimento ambiental-animalista.

A nulla valgono gli appelli degli zoologi, dei conservazionisti scientifici che fanno appello agli ambientalisti (agli animalisti no perché sarebbe fiato sprecato) perché accettino il principio che, per il bene stesso delle popolazioni, non è il singolo animale che va tutelato e che, anzi, una gestione di una specie come il lupo, sarebbe solo a vantaggio della medesima consentendo un serio monitoraggio (oggi inesistente), la riduzione dei prelievi illegali, il contenimento dell’ibridazione con il cane domestico. Va messo bene in chiaro che gli animal-ambientalisti non tutelano orsi e lupi ma affermano un’ ideologia e, in definitiva, loro stessi e le loro organizzazioni. Quando questo risulterà chiaro anche ai politici (possono capirlo, ma non vogliono) la smetteranno di parlare di “traslochi”, “espatri”, “radiocollarizzazione di massa”, “contraccezione” e simili amenità. Tecnicamente irrealizzabii, costose, tali da suscitare nuove proteste.

Non si scappa dalla responsabilità della gestione della fauna. La politica deve comprendere che, a seguito delle trasformazioni profonde del territorio, della società e dell’economia, questo è diventato un aspetto importante della politica, un compito che implica il coraggio di informare i cittadini e il dovere di non alimentare approcci demagogici ed emotivi. Altrimenti c’è il rischio che le situazioni sfuggano completamente di mano e che la politica resti paralizzata tra le montanti proteste contro i danni provocati dalla fauna che convolgferanno sempre più ampie fasce di elettori (i cinghiali sono nelle città e i lupi molto vicini) e le isterie contro l’abbattimento di qualche capo. Da questo punto di vista la rottura del tabù, la fucilata a KJ2 aprono spiragli.

La scelta della politica italiana: non gestire, assecondare chi protesta più forte

In un recente convegno (2) due esperti faunisti (Perco e Forconi) hanno evidenziato con chiarezza gli scenari possibili per la popolazione di lupo italiana. I due opposti sono quelli 1 (protezione legale assoluta sulla carta “all’italiana) e 5 (gestione mitteleuropea e nordamericana, che tiene conto che ormai il lupo è una specie come le altre non a rischio di estinzione). Il piano lupo, bloccato dagli animal-ambientalisti che hanno indotto le regioni a fare dietro-front (ci vuole poco a spaventare i vigliacchi) rappresenterebbe lo scenario 4, ovvero di gestione “cauta” con un prelievo simbolico (gli autori lo definiscono “placebo”) di circa 60 lupi (su una popolazione di 3-4 mila). Tanto per fare un paragone in Francia, dove sono censiti (lì lo fanno) 360 lupi quest0anno se ne sono abbattuti legalmente 40.


Fonte: F. Perco, P. Forconi, 2016 (2)

Come si vede la differenza tra gli scenari estremi consiste nella natura del conflitto: nel caso di  “avanti così”, ovvero di non gestione il conflitto con gli allevatori è alto, all’opposto nel caso di gestione della popolazione (con un prelievo più o meno incisivo) il conflitto con gli animalisti diventerebbe altissimo. Lo stato italiano, gestito da una classe politica che guarda alle prossime elezioni, e non oltre, preferisce il conflitto con gli allevatori, con una categoria economica che mantiene la vitalità demografica delle aree interne e di montagna garantendo anche la manutenzione del territorio. Perché? Perché gli animalisti hanno una forte capacità lobbystica e di penetrazione dei media  mentre gli allevatori hanno una rappresentanza politica e un’organizzazione pari a zero in quanto chi, sulla carta, dovrebbe tutelarli (le organizzazioni professionali, le associazioni allevatori, i consorzi di tutela) è fortemente legato alla politica e alla burocrazia dalle quali ottiene norme corporative e finanziamenti. Mai si metterebbero contro lo stato e le regioni che li foraggiano. Già, ma se lo stato non fa nulla devono pensarci gli allevatori a esercitare il prelievo illegale. “Se non ci fossero i bracconieri ci troveremmo i lupi in casa” disse una volta Boitani, coautore del piano lupo con gli abbattimenti placebo. In definitiva per evitare che la situazione sfugga di controllo i “bracconieri”, che in realtà non esistono perché i veri bracconieri sono quelli che cacciano illegalmente per fini economici, devono  eliminare con vari metodi più di 900 lupi all’anno.  Occhio non vede, cuore non duole dice l’ipocrisia “all’italiana”.  E anche quando “vede”, agli animal-ambientalisti va ancora bene perché possono additare alla pubblica esecrazione i perfidi “bracconieri” e  confermarsi “paladini del lupo”. Non è proprio così, perché tra lacci, tagliole, esche avvelenate, bocconi con cocci di vetro e lamette, spugne fritte nel grasso che si espandono nello stomaco impedendo al lupo di alimentarsi, grossi ami da pesa armati con esche succulente appesa agli alberi per “pescare” i lupi più fortunati sono proprio quelli che ricevono una fucilata. Gli altri fanno una brutta fine. Ma agli animal-ambientalisti responsabili di questa strage importa qualcosa dei lupi? No.  Lo scenario che vede il contrasto del bracconaggio in assenza di controllo legale (2) ha altrettante poche probabilità di avverarsi. Il conflitto con gli allevatori diventerebbe altissimo. Le forme di protesta si farebbero dure e gli allevatori si organizzerebbero, le associazioni ufficiali sarebbero costrette a mobilitarsi. E la politica pagherebbe uno scotto pesante.



Fonte: F. Perco, P. Forconi, 2016 (2)

Perché la politica è inginocchiata

Animalisti e ambientalisti fanno il loro mestiere (perché una politica debole e troppo opportunista) glielo lascia fare. E qui si impone di allargare il discorso dagli orsi e lupi (che comunque sono al 99% una bandiera, un pretesto) a  considerazioni sulla politica e sulla società in grado di capire cosa succede, perché la fauna (ci sono anche i cinghiali, i piccioni, i cormorani, le nutrie, i caprioli, i cervi) è diventata un problema e si è creato un corto-circuito. A differenza dell’ambientalismo “classico”, saldamente nell’orbita dell’egemonia culturale della sinistra, l’animalismo si trova più suo agio a destra, dove troviamo sia la componente violenta (in cui sono confluiti gruppo neofascisti) che quella berlusconiana. Ne è derivata una corsa, a destra come a sinistra (come da parte dei grillini),  a blandire l’animalismo che può far valere maggiormente la sua, più o meno larga (e non dimostrata), capacità di spostamento dei voti. Non dimostrata, ma potenzialmente temuta  perché l’animalismo non è vincolato a priori a nessuno schieramento. Già tre anni fa (vai all’articolo su Ruralpini) mettevamo però in evidenza come l’animalismo rappresenti un movimento in sintonia con le peggiori tendenze della post-modernità, della società liquefatta, senza identità e appartenenze, dove cade anche la distinzione tra umano e non umano. Un mondo senza differenze come vagheggiato dalla sinistra? Non proprio. Togliendo agli sfruttati quel minimo di garanzie che la civiltà cristiana, con l’affermazione del valore della vita e della dignità umana, aveva sin qui – sia pure contraddittoriamente – assicurato nell’apparente appiattimento dell’unica umanità colpevole, gli sfruttatori hanno tutto da guadagnare (e le differenze sociali tenderanno ad aumentare).

 

Con l’animalismo paiono trionfare i principi della destra individualista, relativista, utilitarista (in antitesi, non tanto con quelli di una sinistra imborghesita, quanto con quelli della destra identitaria e comunitaria). L’ambientalismo, promosso da un Pci che era rimasto orfano della classe operaia,  aveva mantenuto, sino in tempi recenti, (almeno in alcune sue componenti) una dimensione sociale, ricollegandosi alle lotte contro la nocività in fabbrica e a filoni terzomondisti (Seattle) (3). Con lo scivolamento del mainstream ambientalista su posizioni tecnocratiche (green economy) è rimasta libera un’ampia prateria per  un  animal-ambientalismo che fa leva sulla sfera dell’emotività, degli impulsi, delle sempre ricorrenti rielaborazioni dei miti romantici della “natura selvaggia”. L’ambientalismo alla Toreau, di matrice nord-americana che assume con facilità toni antiumanistici. Tra un individualismo edonista e utilitarista esteso agli animali, e portato alle estreme sue conseguenze, ma sempre in nome della razionalità (sino a ritenere più preziosa la vita di un animale  che quella di un  disabile) e pulsioni romantiche rousseauiane  (dove il “buon selvaggio” è l’animale perché l’umanità in blocco ha perso l’innocenza ed è reproba), l’animalismo ha possibilità di pescare in una società disorientata che in nome del rifiuto delle ideologie è del buonismo “panspecista” e pronta ad abbracciarne una nuova, radicale, totalitaria.

Le organizzazioni ambientaliste vanno a rimorchio dell’animalismo per almeno due ragioni:

1) il protezionismo emotivo si presta molto bene a fungere da foglia di fico rispetto a scelte affaristiche (la green economy, le bioenergie, la chimica verde), a distogliere dalla natura sociale dei conflitti ambientali (chi ci guadagna con la green economy, non certo i ceti popolari, ma il biocapitalismo rampante);

2) consente di restare sul solco delle facili battaglie anti-caccia che hanno caratterizzato l’ambientalismo italiano sin dalle origini, creando un facile consenso nel contesto di una cultura ecologica abborracciata, che va poco al di là del National geographic e Licia Colò scontando la cronica scarsa diffusione della cultura scientifica e naturalistica in Italia.

Si può concludere l’opinione pubblica animalista non è certo influenzata dai gruppi animalisti militanti ma che l’animalismo è creato dal media dei grandi gruppi finanziari (a quali interessi sociali risponde l’abbiamo già chiarito).

 

La società e il territorio semplicemente non esistono

Fino a qualche anno fa, però, la demagogia animal-ambientalista pareva innocua. Le cose sono profondamente cambiare ma la politica,  la cultura, la chiesa cattolica hanno gravemente sottovalutato il cambiamento di paradigma. Si stenta a capire che l’animalismo rappresenta una forma di nichilismo che mina i fondamenti sui quali è costruita la società, fondamenti che vanno al di là del diritto positivo, delle costituzioni. Il rispetto e la priorità della vita umana sono alla base dell’etica e del diritto. Venuto meno questo punto fermo tutto diventa opinabile, relativo. Se non c’è un punto fermo come questo come può non implodere una società dove gli orientamenti valoriali sono così diametralmente opposti. Oggi alle deliranti affermazioni degli animalisti che antepongono la libertà dell’orso alla vita umana si contrappone la costituzione, le leggi sulla sicurezza pubblica, la coscienza della stragrande maggioranza delle persone. Circostanze che, nonostante l’opportunismo della politica, sono per ora in grado di arginare la deriva nichilista antiumana. Ma l’erosione dei principi di rispetto e priorità della vita umana è in atto anche su altri fronti (eutanasia, manipolazione degli embrioni, utero in affitto ecc.) e nulla è più scontato.

A cosa mira questa l’ideologia “anti-specista”, la condanna in blocco dell’ “umano criminale”, dell’ “unica specie nociva”? L’uomo viene equiparato alle altre specie zoologiche, la società si annulla. Il contadino dei paesi poveri che non usa pesticidi, combustibili fossili, concimi chimici è sullo stesso piano del ceo della Monsanto. Peter Singer, guru del movimento animalista, famoso per sostenere l’infanticidio oltre all’aborto, non si fa scrupolo a  preferire il cibo industriale a quello  “km  0” (4).  Oltre a negare, da teorico dell’individualismo utilitarista, alcun valore positivo alla territorialità, (sostenendo l’etica del “minor costo economico” e della globalizzazione), Singer sosteneva che fosse preferibile un mondo di multinazionali (alla MacDonald) rispetto a “10 mila piccoli allevatori”. Per il semplice motivo che, con MacDonald, il movimento animalista può sedersi a un tavolo mentre ciò non è possibile con 10 mila piccoli allevatori beceri e ignoranti (l’illuminato MacDonald può permettersi la consulenza di esperti di benessere animale, vicini al movimento animalista e di concedere qualche contentino). Che l’animalismo, nel suo annullare società e territorio in una generica “specie umana criminale e nociva”, operi un formidabile servizio al capitalismo neoliberista è abbastanza evidente. Togliendo all’umano e alla vita umana quel rispetto che la civiltà cristiana ha introdotto senza distinzioni tra i figli di Dio si favoriscono i più forti   Che la sinistra blandisca l’animalismo è la certificazione del suo suicidio.

L’uomo “invade” l’habitat dell’orso ed è sempre colpevole

Le teorie animaliste trovano riscontro nelle azioni dei gruppi animalisti. Se fosse lasciato loro spazio, in barba alle leggi e ai diritti delle persone e delle comunità, la montagna dovrebbe essere abbandonata. I mezzi con cui cercano di imporre la loro visione sono la disinformazione e le minacce. Uno degli strumenti più odiosi utilizzato dagli animalisti è lo stalking nei confronti delle persone ferite dagli orsi, “colpevoli” di non essersi lasciati ammazzare, si essersi salvati. Il solo fatto di essersi trovato nel bosco fa della vittima un colpevole che ha “disturbato” l’orso, violato il suo sacro habitat. Non conta nulla il fatto che gli orsi in Trentino sono stati portati dalla Slovenia, che – rilasciati in zone relativamente remote – si siano spostati in aree densamente abitate ad un tiro di schioppo dalla stessa città di Trento. Per l’animalismo l’essere umano è un intruso sul pianeta e non contano nulla le caratteristiche del territorio, il grado e il tipo di antropizzazione, la storia. Gli aggrediti sono stati fatti passare per dei colpevoli. Maturi (Pinzolo, 2014) è stato accusato addirittura di aver preso un orsetto in braccio, Metlicovez di essere andato lui all’attacco dell’orso con il bastone anche se ha ribadito che l’ha usato quando era a terra.

A fornire il pretesto agli animalisti per attaccare il pensionato è stato lo stesso dr. Groff, il responsabile dell’ufficio grandi carnivori della provincia di Trento. Groff,  “interpretando” le parole del pensionato (si era precipitato ad andare in ospedale appena Metlicovez vi era stato ricoverato per raccoglierne le dichiarazioni), ha sostenuto che l’uomo si era trovato l’orso all’improvviso a breve distanza e ha usato il bastone. Ma Groff c’era? No. Ha “raccolto” delle informazioni da un uomo ancora scosso (con quale correttezza e autorità?) e le ha usate contro di lui.  Per intimidire il pensionato gli animalisti  hanno poi presentato un esposto contro di lui per maltrattamento d’animale. Ma la cosa più grave è che le dichiarazioni di Groff contraddicono l’ordinanza del presidente Rossi che parla di “aggressione da parte di un animale non provocato”. Che all’interno della provincia ci sia chi rema in direzioni diverse era chiaro da tempo. Quello che ci si chiede è di quale coperture politiche godano quelli come Groff (e Dallapiccola che gli va a rimorchio) che, se non remano apertamente contro Rossi, mirano di certo a metterlo in difficoltà.

Il dr. Groff: da anni minimizza il pericolo rappresentato dagli orsi ed è responsabile di un’informazione di parte 

Dopo l’abbattimento di KJ2  il povero pensionato, memore  di quanto capitato a Daniele Maturi vittima (lui e la famiglia)  di una campagna di insulti e minacce  telefoniche, e non solo, ha ritrattato le dichiarazioni  rese alla Zanzara (“andrebbe abbattuta, è pericolosa”) dichiarando che l’orsa non doveva essere uccisa .  I media nazionali hanno subito strumentalizzato (contro Rossi), le “nuove” dichiarazioni del pensionato.  Il fatto che siano state  rese per paura non conta e non si dice. La forza dell’animalismo non consiste solo nelle minacce, nelle denunce, nelle campagne di disinformazione  (condotte con ampia disponibilità di mezzi economici grazie agli incassi – anticostituzionali – sulle sanzioni per reati di maltrattamento degli animali che garantiscono cospicue entrate, tali da far lavorare a pieno ritmo uffici stampa e legali).

Chi decide sugli orsi in Trentino?

La forza dell’animalismo non è data solo dal “brodo di coltura” offerto dai media, dall’opportunismo dei politici ma anche dall’ambiguità di personaggi come Groff, pubblico funzionario, ma smaccatamente “dalla parte dell’orso”, e dello stesso assessore Dallapiccola (sotto) che è sempre apparso un megafono di Groff, cambiando spesso versioni e posizioni assumendosi il compito del “materasso”.  Dallapiccola insieme a Groff ( non si capisce chi sia il dipendente e chi il principale) si è fiondato all’ospedale appena saputo che vi era stato ricoverato Metlicovez per “manifestare vicinanza”. Che ipocriti.

A nessuno tra quelli che seguono da vicino la saga di Life Ursus sarà sfuggito come Dallapiccola abbia, dopo l’abbattimento di KJ2, messo subito le mani avanti chiarendo che la decisione era di Rossi e di Rossi solo in qualità di responsabile della sicurezza pubblica (nella provincia autonoma non c’è prefetto). Dallapiccola, che così si è almeno in parte smarcato, è un personaggio fenomenale che, nel 2015, dopo due gravi aggressioni da parte degli orsi, con grave sprezzo del ridicolo indicava nella bubbola canadese il rimedio infallibile per girare sicuri nei boschi trentini frequentati dagli orsi. Ma non è finita. L’assessore, cambiando diverse volte versione, ha avuto modo di spiegare recentemente (dopo il fatto accaduto a Metlicovez) che, nel 2015, l’orsa KJ2 non era stata catturata perché aveva i piccoli (ai tempi sembrava fosse un’inafferrabile primula rossa).

A questo punto è necessario ricordare le date: l’aggressione a Molinari è del 10 giugno e KJ2, in seguito all’ordinanza di Rossi, viene catturata solo il 15 ottobre. Quest’anno il 22 luglio aggredisce, il 4 agosto viene catturata e radiocollarata e il 12 agosto sparata. La differenza sta tutta in una scelta politica. Ma era legittimo prendersela comoda con la cattura due anni fa? No. I motivi di urgenza e di pericolosità sussistevano come quest’anno, la recidiva non ha aggiunto nulla. Solo che due anni fa, per evitare il caso Daniza (estate precedente), si preferì lasciar passare non solo il ferragosto ma anche tutta l’estate.

Romano Masé, comandante della forestale trentina

 

Dopo la cattura la stessa provincia lasciò intende, in alcune dichiarazioni, che si sarebbe aspettato la primavera successiva alla cattura, dopo il letargo. Ma quando l’orsa si risvegliò dal letargo, nel 2016, il collare non c’era più. Dallapiccola spiegò che il collo si era assottigliato per la perdita di grasso durante l’inverno. Fosse così era un fatto prevedibile e rimandare all’anno seguente ha rappresentato una grave colpa della Pat. Metlicovez ha rischiato grosso per questa scelta. Una scelta opportunista, legata al desiderio di non ripetere un caso Daniza, dalla paura di una potente istituzione per sparuti drappelli animalisti.

Probabilmente nel 2015. anche se l’ordinanza era firmata da Rossi, le decisioni furono prese da Masé, capo della forestale e da Groff, il responsabile degli orsi e dei lupi. Dallapiccola ha spiegato, a posteriori, che la scelta di lasciare a “piede libero” nel KJ2 nel 2015 fu presa per via dei cuccioli. Ma Daniza morì durante le operazioni di sedazione l’11 settembre 2014, mentre KJ2 fu radiocollarata il 15 ottobre. Se i cuccioli di Daniza sopravvissero potevano sopravvivere anche quelli di KJ2.  Quest’anno, al di là delle firme sulle ordinanze, è palese  Rossi non ha  lasciato le decisioni a i suoi ambigui assessori e funzionari ma è stato costretto dalle circostanze politiche e legali ad agire con quella decisione che andava mostrata già anni fa impartendo precise disposizioni a Masé (probabilmente tagliando fuori Dallapiccola e Groff). In ogni caso la storia della reintroduzione dei grandi predatori da oggi entra in un capitolo nuovo.

Note

  • (1)  K. Jerina, M.Jonozovič, M. Krofel, T. Skrbinšek (2013) Range and local population densities of brown bear Ursus arctos in Slovenia, in: European Journal of Wildlife Research , 59 (4): 45–467
  • (2) F. Perco, P. Forconi, Andamento stagionale della popolazione di lupo in Italia e scenai di conservazione,  III Congresso nazionale fauna problematica, Cesena, 24-26 novembre 2016

    (3) Vedi gli articoli su Ruralpini  Imbroglio ecologico (I)Imbroglio ecologico (II)

    (4)  J. Mason, P. Singer, Cosa mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari  il Saggiatore, Milano, 2007),

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