La Svizzera torna alla carica: togliere la super- protezione internazionale per il lupo

(30.08.17) La Svizzera torna alla carica per ottenere una revisione della Convenzione di Berna. Il 23 agosto 2017 il Consiglio federale (governo) svizzero ha approvato la proposta di rinegoziazione con il Comitato permanente della convenzione internazionale di Berna tendente a declassare il lupo  da “specie assolutamente protetta” (Allegato II) a specie faunistica “protetta” (Allegato III). La proposta era stata avanzata da canton Vallese al parlamento ed aveva avuto, dopo alterne vicende e votazioni, il parere favorevole della commissione incaricata di esaminarla del Consiglio degli stati (camera alta). L’iniziativa svizzera avrebbe certo più forza se affiancata da altri paesi come Francia e Italia ma la politica è ostaggio della demagogia animalista e della tecnocrazia verde.

 
Il Consiglio federale, approvando la richiesta di revisione della Convenzione,  ha quindi incaricato il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) di inoltrarla al Consiglio d’Europa entro fine luglio 2018. Va ricordato che una precedente analoga proposta della Svizzera era già stata respinta, nel 2006, dal comitato permanente della Convenzione di Berna secondo il quale le deroghe previste dalla convenzione stessa risulterebbero adeguate alla soluzione dei problemi di “coesistenza” con le attività d’allevamento.
Di fatto, però, stante il regime di “specie assolutamente protetta” l’attivazione delle misure di controllo da parte dei cantoni è condizionata da complesse procedure e dall’autorizzazione dell’UFAM (l’ufficio federale per l’ambiente). Le limitazioni legali al controllo del lupo hanno consentito alla specie, presente nel Vallese sin dal 1995, di stabilire, a partire dal 2012 il primo branco (del Calanda) nei Grigioni (foto sotto).


Nel 2015 si è avuta una cucciolata in Canton Ticino, al confine con la provincia di Como e, nel 2016 nel Vallese. Con al formazione dei branchi (che rapidamente tendono a “gemmarne” di nuovi) la popolazione lupina svizzera, ancora limitata a 50-60 esemplari, conoscerà nei prossimi anni una forte espansione e non è difficile prevedere un forte conflitto con le attività zootecniche e pastorali. La situazione è quindi fortemente mutata rispetto al 2006 quando la Convenzione di Berna (che decide sulla base dei pareri degli esperti conservazionisti) rispose picche alla richiesta svizzera precisando che  le disposizioni derogatorie dell’articolo 9 della Convenzione  sono sufficienti per far fronte ai problemi legati al lupo sia in Svizzera che in altri Paesi. Ma le cose sono cambiate anche negli altri paesi. 


In Francia l’aumento del numero dei branchi e dei capi predati (nel 2016 ottomila ovini) non si arresta nonostante che, dopo qualche anno di “rodaggio”, le quote di abbattimenti autorizzate dalle prefetture vengano finalmente raggiunte. 

Il fatto è che il lupo gode nei nostri paesi (Italia, Svizzera, Francia) di  condizioni favorevoli, che consentono un’elevato tasso di natalità. Perco e Forconi (2016) stimano in un prelievo del 20-25% della popolazione (legale o illegale che sia) la quota di rimozione necessaria a contenere l’aumento della popolazione e l’acuirsi – sino a raggiungere livelli insostenibili –  del conflitto con le attività zootecniche e venatorie. Il controllo illegale annuo viene stimato da questi autori pari a 900 capi (il 50% della mortalità totale), molto superiore a quello “lamentato” dal WWF, che, paradossalmente,  accusa i bracconieri di  eliminare “solo” 300 lupi.  Dal momento che per il WWF i lupi in Italia sono, al più, 1500 esso è costretto a sottostimare il “bracconaggio”. Per non perdere la faccia. 

Una squadra incaricata del controllo del lupo in Francia

 
Una convenzione anacronistica che punta a favorire il rewilding

Mantenere lo status di specie assolutamente protetta per il lupo oggi, nel 2017, sulla base di una Convenzione internazionale elaborata nel 1979, quando il lupo era a rischio in estinzione anche in Italia (ed era scomparso da tutta l’Europa occidentale con l’eccezione della Spagna) che senso ha?  La spiegazione è semplice: è funzionale non più alla salvaguardia della specie (obiettivo superato) ma alla ricolonizzazione da parte della stessa di territori dove non era più presente da 1-2 secoli e all’aumento di densità dove era già presente. Un giochetto sporco. Che la politica e gli apparati burocratici governativi tendono ad avallare.
Sostenere che “tutto va bene madama la marchesa”, che la “convivenza” è possibile anche in regime di “super-protezione” (bastano le magiche misure di prevenzione) è l’espressione ideologica di un profondo disprezzo per le popolazioni delle aree montane e interne e la spia di un disegno tecnocratico di desertificazione della realtà rurale, da annullare in nome del rewilding.
Non si spiega altrimenti il dogma del “il lupo non si può toccare” che suona assurdo e provocatorio in Italia, il paese con il più elevato rapporto lupi/popolazione umana d’Europa, dove viene eliminato illegalmente un migliaio di lupi all’anno, dove  l’esasperazione degli allevatori (dal Veneto alla Toscana) è arrivata a quei livelli di guardia che preludono alla disobbedienza civile.

Il lupo disgrega il senso civico e il rapporto tra cittadini e istituzioni

Forse, però, più che la crescita di tensione in Italia, il partito del lupo dovrebbe riflettere su ciò che accade in Svizzera. Anche in Svizzera, nonostante la popolazione lupina sia ancora modesta, l’impatto del lupo sulle strutture della coesione sociale e civica è dirompente, mentre si radicalizza l’avversione contro tutto quando sa di ambientalismo e animalismo. Chiusi nella loro torre d’avorio, fatta di altezzosa autoreferenzialità, di artificiale separazione tra fenomeni biologici e realtà sociale (coerentemente con l’assunto che l’uomo è una specie nociva da eliminare), gli adepti del partito del lupo (in Italia come in Svizzera appartenenti all’unica internazionale lupista) non si pongono neppure il problema della distruzione di capitale sociale e civico che sta avvenendo nella virtuosa Svizzera. Sono valori che a loro non interessano.
Non si rendono conto che le “classiche” contrapposizioni ideologiche che in passato hanno rappresentato un problema doloroso per l’Italia (ma anche per la Francia), rischiano di insinuarsi oggi anche in Svizzera sotto la forma dell’esasperata contrapposizione tra l’ideolgia verde di matrice urbana e il tenace attaccamento ai valori legati alla montagna e all’agricoltura.
Una contrapposizione che, al di là delle violente proteste dei pastori francesi e dei lupi impiccati ai cartelli stradali in Italia, rischia di essere più lacerante e divisiva nel profondo del tessuto sociale proprio in Svizzera. Non solo la Svizzera è meno immunizzata dalle passate stagioni di odio ideologico, ma va anche tenuto conto che qui il rapporto di forze è meno inuguale rispetto all’Italia, dove la cultura rurale è considerata subcultura di gruppi subalterni.  In Svizzera la cultura rurale e l’alpinità sono costitutive dell’identità nazionale e ciò fornisce una solida base di legittimazione alla protesta anti-lupo, accolta da non pochi cantoni. La prospettiva è di un confronto aspro proprio 
perché si scontrano forze bilanciate che possono sperare entrambe di prevalere impegnandosi nella lotta.

La crescita del bracconaggio in Svizzera

In Italia è normale, quindi tutto sommato meno destabilizzante, che il suddito dello stato (in Svizzera è pur sempre un cittadino) si faccia giustizia da solo. In Italia i lupi sono esposti come macabri trofei, forma disperata di protesta e resistenza sociale contro la casta politico-amministrativa. La protesta anti-lupo in Italia è legittimata dal fatto che, di fronte alle aziende zootecniche che chiudono, la casta preferisce ribadire che “il lupo non si può toccare”. Lo fa perché sensibilissima alla demagogia ambiental-animalista, perché l’ambientalismo di facciata è un comodo camouflage per le peggiori speculazioni (vedi biomasse e bioenergie), perché teme che la concorrenza (partitica) possa intercettare il voto animalista.
Lo fa mentendo spudoratamente, perché la Convenzione di Berna e la direttiva 
92/43/Ce del Consiglio del maggio 1992, meglio nota come Habitat, consentono il controllo legale del lupo in caso di gravi danni economici, di tutela della sicurezza, di grave danno alla fauna ecc. Sarebbe istruttivo far leggere ai politicanti italiani, che continuano imperterriti a recitare il “non si può toccare”, le motivazioni con le quali il comitato permanente della Convenzione bocciava la precedente richiesta svizzera sostenendo l’efficacia delle deroghe di cui all’art. 9. Una vera commedia. Hanno ovviamentre torto sia i politici italiani (“il lupo è intoccabile”) che la convenzione di Berna (“le deroghe se attuate sono sufficienti”).



Che le deroghe non siano sufficienti lo dimostra proprio il caso svizzero. Pochi sanno che, nell’ultimo anno, il prelievo illegale del lupo in Svizzera ha superato quello legale. A fornire ulteriori motivazioni ai “bracconieri” la vicenda del lupo M75, responsabile di oltre 50 predazioni, che i guardiacaccia per parecchi mesi cercano inutilmente di abbattere. A conferma poi che il dato culturale non c’entra e che, a qualsiasi latitudine, il pastore imbraccia il fucile quando i predatori minacciano la sua attività, va rilevato come il controllo illegale del lupo in Svizzera interessi sia i cantoni di lingua tedesca che quelli di lingua romanza. Conta solo l’intensificarsi delle predazioni e la percezione che le istituzioni, la burocrazia, abbiano (o vogliano avere) le mani legate. Anche in un paese ai vertici per la cultura della legalità.

Lupi abbattuti in Svizzera

19 07.03.2016 VS Raron maschio adulto M63 bracconato
20 16.03.2016 GR Sils i.D maschio adulto M67 bracconato
21 28.07.2016 UR Attinghausen maschio adulto M68 ucciso legalmente
22 23.12.2016 VS Ergisch femmina subadults ? ucciso legalmente
23 22.02.2017 VS Val d’Annivers femmina adulto F16 bracconato
24 22.06.2017 FR Jaun femmina adulto F13 bracconato

La “strategia lupo” svizzera, che pareva fornire qualche garanzia agli allevatori (regola della 35esima pecora predata), con la diffusione dei branchi e la regola che – nel loro areale – si possono toccare solo i giovani sub-adulti,  pare arrancare. Così il prelievo legale in Francia è diventato più incisivo che in Svizzera. Tale prelievo, che non è comunque in grado di contrastare l’espansione territoriale e l’aumento del numero di lupi, è comunque valso a ridurre l’incidenza del controllo illegale ridottosi a una frazione minima del  totale a partire dal 2014-2015. Quando il partito del lupo sostiene che il controllo legale non inbisce e tanto meno sradica quello illegale, esso mente sapendo di mentire.



Riconoscere la nuova realtà di fatto (o ammettere di voler usare il lupo per imporre il rewilding)

La mancata revisione della Convenzione di Berna, ovvero una nuova risposta negativa alla Svizzera e a coloro che chiedono il declassamento del lupo, suonerebbe quale conferma che la tecnocrazia verde intende proseguire in modo cinico la politica di rewilding attraverso l’espansione dei grandi predatori. Se, negli anni Settanta, i paesi in cui il lupo era estinto, o era a rischio di esserlo, rappresentavano la maggioranza dei 27 paesi membri della Ue, oggi la situazione si è ribaltata. Senza lupi è rimasta solo l’Irlanda (non contando più il Regno unito).  Al momento della firma della convenzione 12 paesi, dove il lupo era presente, firmarono la Convenzione con la riserva che, per essi, esso continuasse ad essere semplicemente “protetto”. Così in paesi come la Grecia e la Spagna il lupo ha continuato ad essere cacciato da allora ad oggi.
Oggi l’attribuzione generalizzata di un grado di protezione inferiore consentirebbe di assegnare a questo animale uno status uniforme in Europa tale da rispecchiare la nuova condizione della specie.  I 12 Paesi potrebbero di conseguenza ritirare la riserva mentre nulla vieterebbe ai paesi che intendessero applicare una protezione più rigorosa, di mantenerla. Va aggiunto, per concludere, che la Svizzera non è sola. Nel 2016, quando si trattava di ammansire i pastori che volevano bloccare il Giro di Francia, la ministra dell’ambiente, Ségolène Royal, promise di inoltrare una richiesta di revisione analoga a quella svizzera riconoscendo la validità dell’iniziativa. Salvo rimargiarsi tutto di lì a pochi mesi.
In compenso un rappresentante dello stesso partito (Psf) della Royal, Eric Andrieu, membro della commissione agricoltura del Parlamento europeo si feve promotore di una richiesta di revisione. La Commissione europea rispose, come prevedibile, che le deroghe consentono di abbattere i lupi in caso di gravi danni ecc. e che il conflitto va prevenuto utilizzando i fondi per lo sviluppo rurale per le misure di prevenzione.
Questa è la “dottrina lupo” europea dettata dal politically correct. Peccato che la realtà dica che il lupo impari ad aggirare rapidamente molte misure preventive continuando a colpire nel mentre pastori e allevatori si vedono aggravati, a volte in modo insostenibile, dei costi (non solo economici e non certo tutti compensati) della “prevenzione”. Quanto più un allevatore, un pastore, si blinda, quanto più i lupi prenderanno di mira altri allevatori e pastori in una rincorsa senza fine alla “militarizzazione”. Una rincorsa che non porta da nessuna parte salvo alla chiusura, azienda dopo azienda, pascolo dopo pascolo, delle attivita zootecniche estensive e pastorali. Quello che vuole il partito del lupo per il quale la presenza di queste attività è un ostacolo, un disturbo, per il suo totem.

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