Prospettiva Villaggio 

Una proposta per lo sviluppo della montagna ticinese

di Tarcisio Cima

(07.05.18) Una volta si diceva che i politici si ricordano delle valli e della montagna solo in occasione delle campagne elettorali. Oggigiorno vien da dire che nemmeno più durante i periodi elettorali i politici si ricordano delle valli e della montagna. Il dibattito è costantemente monopolizzato dai temi e dai punti di vista delle aree urbane. Il concetto, falso e bugiardo, di Città-Ticino viene inculcato agli allievi di ogni ordine di scuola, dall’asilo all’USI [Università della Svizzera italiana], ed è ormai entrato a far parte del linguaggio comune. Ora l’autorevole Istituto delle ricerche economiche (IRE) vorrebbe spingere ancora più in là l’ossessione urbano-centrica predicando l’urgenza di costruire, entro il 2025, un Ticino Urbano. Fa bene il Ticino a preoccuparsi della sua componente urbana, confrontata con i tipici problemi derivanti da uno sviluppo quantitativo troppo spinto e disordinato. Fa male il Ticino a trascurare il suo vasto territorio rurale e montano. Qui ci sono potenzialità la cui liberazione, in un Ticino finalmente unito e coeso, può contribuire a risolvere anche i problemi delle aree urbane. Non solo ci sono potenzialità, bensì dinamiche positive in atto da tempo, di cui un Ticino concentrato sul proprio ombelico urbano fa fatica ad accorgersi. Potenzialità e dinamiche positive ruotano attorno al villaggio. Il villaggio inteso quale forma specifica dell’insediamento umano nel territorio. Da alcuni decenni i villaggi rurali e montani del Ticino hanno avviato una «seconda vita», molto diversa da quella tradizionale, ma non meno meritevole di essere vissuta, per il proprio bene e per il bene dell’intera comunità cantonale. Una nuova vita che chiede solo un po’ di attenzione e di riconoscimento per potersi sviluppare e crescere armoniosamente. In questo consiste la Prospettiva Villaggio.

Il villaggio nel mondo 

A livello planetario il villaggio quale  struttura  primordiale  dell’insediamento umano nel territorio è in profonda  crisi.  Le  statistiche  dell’ ONU ci dicono che da alcuni anni la popolazione  che vive in città ha ormai superato in numero la popolazione  che  vive  nelle  campagne. Le previsioni sono unanimi nel considerare che l’esodo rurale e la con- centrazione  in  agglomerati  urbani sempre  più  grandi  continueranno anche nei prossimi decenni. Divergono solo nell’indicare l’intensità e la velocità del movimento. L’umanità   sta  tuttora  vivendo  un esodo di proporzioni gigantesche – in confronto l’esodo biblico, l’esodo per antonomasia, ci appare come una tranquilla  scampagnata  domenicale – che coinvolge costantemente milioni  di persone  in  cammino verso la città, sospinte dalla speranza di trovarvi un futuro migliore (o almeno  accettabile)  per  sé  e per  i propri figli. Una speranza che spesso, almeno per sé, viene poi dolorosamente tradita. Bisogna ammettere che negli ultimi decenni si sono intensificati, a tutti i livelli e in quasi tutte le parti del mondo, gli sforzi per gestire meglio e rendere più vivibili le città e le metropoli. Le migliori menti del pianeta – architetti, geografi, ingegneri, economisti, pianificatori, sociologi, psicologi, filosofi, scienziati di ogni campo e politici – sono lodevolmente impegnati nella ricerca di soluzioni per i problemi ai quali sono confrontate le aree urbane. E i risultati positivi di questi sforzi in termini di migliore vivibilità di quelle aree cominciano a farsi vedere, credo anche nei paesi in via di sviluppo. Calamità e guerre permettendo. L’abbandono delle zone rurali è invece sempre stato vissuto, ad ogni latitudine, con grande fatalismo e rassegnazione, come qualcosa che non si può contrastare o, perfino, che non si deve contrastare perché solo nella città ci sarebbe salvezza. Questo non solo a livello dell’azione concreta e degli investimenti di risorse, ma già a livello del pensiero, della riflessione e della ricerca di soluzioni. Nei paesi in via di sviluppo ad occuparsi seriamente delle aree rurali sembra essere rimasto ormai solo un drap- pello di eroi e di santi, generosi e idealisti, tanto ammirevoli quanto impotenti nel contrastare il movimento di abbandono e di fuga incessante verso la città. Anche in India e in Cina, giganteschi labora- tori del mondo che sarà, tutto sembra essere orientato sulle aree urbane e sulla continua espansione delle megalopoli. Così, a livello planetario, mentre ci trastulliamo con l’immagine – ormai abusata e quindi vuota di senso – del «villaggio globale», il villaggio vero e concreto, il villaggio «in carne ed ossa» si svuota, deperisce e muore. Eppure a me sembra così evidente che la soluzione degli immani problemi che affliggono l’umanità intera, ma anche le aree metropolitane – dai disastri ambientali alla penuria energetica, dall’emergenza alimentare alla scarsità di acqua potabile, dalle crisi sanitarie al degrado sociale e culturale – non possa prescindere da un minimo di riequilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, che a sua volta può essere raggiunto solo attraverso la promozione, la valorizzazione e lo sviluppo della vastissima realtà non urbana, attraverso un ampio movimento a ritroso, di pensiero e di azione, dalla metropoli verso la grande, la media e la piccola città, il borgo, giù fino al villaggio più sperduto.


Il villaggio in Ticino 

Alle nostre latitudini, in Ticino, il processo di urbanizzazione è già da tempo molto avanzato. Si calcola che almeno l’80 % della popolazione cantonale risiede in un contesto urbano. Anche se faccio fatica a considerare urbane, come si fa invece nelle statistiche ufficiali, zone come la Bassa Vallemaggia, le Terre di Pedemonte, la Valle di Muggio, la Capriasca e ora pure… la Valcolla. Trovo anzi che questa tendenza a gonfiare statisticamente la realtà urbana rappresenti una delle tante forme che as- sume la prevaricazione culturale della città nei confronti della realtà rurale e montana. Comunque sia, se non proprio l’80%, almeno 2/3 della popolazione ticinese risiede nelle zone urbane. Ciononostante, diversamente da quanto è successo e sta succedendo in molte parti del mondo – anche nella progredita Europa – le nostre zone rurali e montane non sono state abbandonate, complessivamente le nostre valli non sono in declino irreversibile, nessuno dei nostri villaggi, nemmeno fra quelli più discosti, è moribondo. L’agricoltura, anche se ridotta all’osso per numero di occupati, è ancora ben presente ed ha accentuato il suo ruolo nella cura del territorio e del paesaggio. Credo che in Ticino non ci rendiamo ben conto della fortuna che rappresenta il fatto di aver preservato la vitalità socioeconomica delle valli e della montagna. Ciò che costituisce invece motivo di meraviglia e di ammirazione per ogni visitatore esterno attento e perspicace.

La «seconda vita» dei nostri villaggi è già cominciata da tempo, anche se pochi se ne sono accorti 

Certo la realtà socioeconomica delle nostre valli è profondamente mutata rispetto a quella che era anche solo 50-60 anni fa. I nostri villaggi, soprattutto quelli più periferici, non sono più quelli di una volta. Probabilmente non lo saranno mai più. Una proporzione rilevante della popolazione che risiede nelle valli già da tempo lavora nelle agglomerazioni urbane. Nei villaggi più discosti anche la funzione della residenza primaria si è ridotta fino a diventare molto esigua. Ma nel frattempo le nostre valli, i nostri villaggi, non si sono lasciati andare, hanno saputo adeguarsi alla nuova realtà, hanno trovato nuove funzioni, nuovi ruoli, non meno importanti per la comunità cantonale di quelli che detenevano in precedenza. Pur fra tante difficoltà, sono ancora ben vivi e animati. Pian piano, senza clamori e senza proclami hanno avviato quella che mi piace definire una «seconda vita» e che forse dovrei chiamare, per farmi ascoltare dal Ticino che conta (e che se la tira), «a second life». Sta tutto qui laProspettiva Villaggio: dare forza e far crescere armoniosamente questa «seconda vita» già da tempo avviata nei nostri villaggi. Niente di particolarmente innovativo, bensì la prosecuzione, l’intensificazione e il miglioramento di quanto è stato fatto con tanta buona volontà e passione negli ultimi 30-40 anni. Un processo virtuoso che purtroppo da una decina di anni sta segnando il passo: grossomodo da quando un’inconsistente Nuova Politica Regionale ha preso il posto della vecchia cara LIM [ Legge federale sull’aiuto agli investimenti nelle regioni montane, in vigore sino al 2007] che si è voluto anzitempo rottamare.


Una prospettiva molto concreta 

Dal punto di vista concreto e operativo la Prospettiva Villaggio si vuole concentrare sulla rivalutazione sistematica del patrimonio costruito dei nostri villaggi. Ogni volta che mi capita di visitarne uno qualsiasi rimango impressionato dalla quantità, la varietà e il pregio del patrimonio architettonico esistente dentro e fuori il perimetro delle zone edificabili. Nel corso degli ultimi trent’anni si è investito molto, nel pubblico e nel privato, per la salvaguardia, il risanamento e il riuso di questo patrimonio, di quello religioso come di quello civile, dagli oggetti monumentali fino a quelli più umili e comuni. Diversi nuclei tradizionali sono stati risanati e rivalutati in modo esemplare. Anche nei villaggi più discosti, dove la presenza della popolazione residente permanente si è ridotta ai minimi termini, la qualità degli insediamenti (edifici, infrastrutture, spazi pubblici, viabilità) è sostanzialmente migliore rispetto a quella degli anni ’70 del secolo scorso.

Si può fare di più, con poco 

Una parte ragguardevole del patrimonio costruito tradizionale è tuttavia sottoutilizzato, inutilizzato o abbandonato e quindi a termine è minacciato di deperimento e di rovina. E questo un capitale rilevantissimo composto, ad occhio e croce, di alcune decine di migliaia di edifici, senza considerare i rustici situati fuori dalle zone edificabili. La Prospettiva Villaggio si fissa proprio su questo: il recupero, il restauro, il risanamento, la ristrutturazione di questo patrimonio che giace inutilizzato o abbandonato, mediante interventi finalizzati al riuso nelle più diverse direzioni: abitazione primaria, residenza secondaria, alloggio turistico, altre attività economiche e di servizio, pubbliche e private, ma anche per la conservazione di testimonianze storiche ed etnografiche. Il tutto mettendo al centro dell’attenzione e dell’azione la struttura-villaggio con le sue sapienti e complesse articolazioni concrete sul territorio, compresi i percorsi pedonali e i sentieri che le mettono in relazione tra di loro. Struttura-villaggio, da rivalutare e da far rivivere, non però nell’ottica nostalgica di chi vorrebbe far tornare «i bei tempi andati», spesso idealizzati, mediante improbabili operazioni di ripopolamento, bensì adeguandola costantemente alle esigenze e alle aspettative dell’oggi. Resisto alla tentazione di adottare la formula ad effetto di «Villaggio-Ticino». Sarebbe un’evidente forzatura speculare a quella insita nel concetto di «Città-Ticino». Anche perché la realtà dei villaggi ticinesi è estremamente diversificata. Si va dal villaggio montano più discosto, abitato in permanenza da pochissime persone a quello popoloso, cresciuto ai margini della città. Senza dimenticare le «ville» della Val Malvaglia e le «terre» della Val Bavona, non più abitate in permanenza ma non per questo meno vitali e preziose. Questa grande diversificazione, che certo non riguarda solo la dimensione demografica, fa anche la sua grande ricchezza. Direi quindi piuttosto di un «Ticino dei villaggi» al quale vanno riconosciute pari dignità e pari opportunità rispetto al «Ticino dei borghi e delle città».

L’obiettivo di fondo della Prospettiva Villaggio è molto semplice, quasi banale, eppure ambizioso: riuscire ad avere in tutto il Ticino villaggi ben conservati e adeguatamente ammodernati nelle strutture edilizie, meglio attrezzati nelle infrastrutture, più ricchi di testimonianze del passato, più curati, ordinati e puliti, inseriti in un territorio anch’esso salvaguardato nei suoi pregi. In due parole, avere villaggi più belli e accoglienti. Villaggi più belli e accoglienti vuol dire automaticamente villaggi più interessanti e attrattivi: per mantenervi o stabilirvi la residenza primaria, per mantenervi o avviarvi una qualsiasi attività di produzione o di servizio, per passarvi dei periodi di vacanza come residente secondario, come ospite di una struttura di accoglienza o come turista-escursionista di giornata. O anche solo per gustare un caffè sulla terrazza dell’osteria riaperta in quello che era, e che ancora è, un incantevole mulino. A Castro per esempio.


Una prospettiva corale e partecipativa 

Affinché possa essere attuata e avere un successo durevole, la Prospettiva Villaggio non può essere calata dall’alto, ma d’altra parte non può essere lasciata solo all’iniziativa spontanea che muove dal basso. Deve essere il risultato di uno sforzo corale e organizzato di tutti gli attori sociali, economici e istituzionali presenti sul territorio.
A partire dai singoli privati cittadini che vivono e agiscono nel territorio montano in qualità di residenti, primari o secondari, oppure come conduttori delle più svariate attività economiche di produzione o di servizio. Tutti questi sono chiamati ad assumere comportamenti maggiormente compatibili e coerenti con la salvaguardia del patrimonio naturale, ambientale e architettonico. Attraverso scelte che possono essere molto impegnative, come ad esempio quella di riattare un edificio esistente invece che costruirne uno nuovo occupando ulteriore terreno vergine. Ma anche attraverso comportamenti che sono alla portata di ciascuno, che possono perfino sembrare banali ma che invece sono decisivi per rendere più belli e accoglienti, quindi attrattivi, i luoghi in cui si vive, come curare l’aspetto esteriore degli edifici, tenere pulite e in ordine le loro adiacenze, mettere dei fiori alle finestre e sui balconi, coltivare gli orti. Non meno importante è il ruolo che sono chiamate a giocare le Associazioni che gestiscono attività e interventi di interesse pubblico nei più svariati campi (sociale, culturale, ricreativo, sportivo, ecc.) e che anche storicamente sono state un pilastro essenziale dello sviluppo regionale. Qui mi riferisco in particolare alle associazioni che si occupano della conservazione del patrimonio architettonico più pregiato, promuovendo le iniziative, raccogliendo i fondi necessari, gestendo i progetti fino al loro compimento. E impressionante vedere quanto è stato fatto negli ultimi 30-40 anni grazie alla loro presenza, sul patrimonio architettonico religioso come su quello civile, rispetto agli oggetti monumentali, ma anche per la conservazione delle umili quanto preziose testimonianze della civiltà contadina

Cantone e Confederazione: non solo belle parole 

Quello che ci si può aspettare da Cantone e Confederazione per l’attuazione della Prospettiva Villaggio è molto semplice. N o n l’istituzione di gruppi di lavoro e di commissioni di esperti, non l’avvio di studi che durano 15 anni prima che si batta un chiodo. Men che meno sono richiesti nuovi strumenti pianificatori, né PUC, né PEIP, né PEPP né PIN, né PUK. I Piani Regolatori comunali esistenti vanno bene e, se del caso, possono sempre essere aggiornati. Non sono necessarie nuove misure edilizie e nuove limitazioni del diritto di proprietà. Quelle che ci sono, ad esempio per la protezione dei nuclei, sono in genere adeguate, e anch’esse se necessario possono essere modificate. Altre misure edilizie dovrebbero piuttosto essere eliminate o almeno sfoltite, come ad esempio quelle, di natura vessatoria, imposte dalla Confederazione per la trasformazione dei rustici. Certo che la nuova Legge federale sulle residenze secondarie, appena approvata dalle camere federali in applicazione della scellerata iniziativa Weber [finalizzata a porre un tetto del 20% alle residenze secondarie](*), pone un enorme macigno sulla strada dellaProspettiva Villaggio. In molti casi infatti la destinazione di un edificio a residenza secondaria rimane l’unica alternativa all’abbandono e alla rovina. Confederazione e Cantone sono chiamati semplicemente ad appoggiare 1’operazione Prospettiva villaggio con adeguati finanziamenti. In primo luogo è indispensabile che dal Cantone continuino ad arrivare ai Comuni, nell’ambito del sistema di perequazione intercomunale delle risorse, i finanziamenti sufficienti affinché questi ultimi siano in grado di far fronte ai propri compiti di base e in una certa misura anche a quelli promozionali di cui si diceva. Poi, da Cantone e Confederazione sono attesi i contributi finanziari con i quali sovvenzionare generosamente, nel quadro di un vasto, articolato e ambizioso programma di interventi, gli investimenti volti alla rivalutazione del patrimonio costruito in tutte le sue sfaccettature e articolazioni, eseguiti da chi vive ed opera sul territorio, cioè i comuni e i patriziati, le associazioni, le singole società e persone private.

Villaggio1

Il Comune protagonista anche nella gestione

Assieme ai finanziamenti è necessario un minimo di apparato amministrativo per gestirli adeguatamente e assegnarli ai beneficiari finali. Rispetto a questo compito il Cantone dovrebbe assumere un ruolo di coordinamento e di supervisione. La gestione operativa dell’aiuto agli investimenti nell’ambito della Prospettiva Villaggiodovrebbe essere lasciata il più possibile nelle mani dei Comuni. Anche da un punto di vista più generale credo che il livello istituzionale più adeguato per svolgere compiti di promovimento (economico, turistico, culturale, ecc.) sia quello del Comune. Gli Enti regionali per lo sviluppo (ERS) e le Organizzazioni turistiche regionali (OTR) sono troppo estese sul territorio e godono di scarsa legittimazione democratica. Il Comune ha invece tutti i requisiti, se può contare su risorse finanziarie adeguate, per condurre un’azione di promovimento seria ed efficace. Nelle singole valli, a partire dalla valle di Blenio, un organismo, agile e leggero, di cooperazione tra i Comuni può essere di grande utilità.

A mo’ di conclusione 

Non mi faccio molte illusioni che la Prospettiva Villaggio venga presa sul serio dal Ticino che conta a livello politico e istituzionale. Li vedo quasi tutti in altre faccende affaccendati. Per carità, faccende importantissime e vitali per il futuro del Cantone, ma quasi tutte incentrate sui problemi, i bisogni e le prospettive del Ticino urbano. Mi voglio però illudere che queste mie riflessioni e proposte possano contribuire a diffondere, non solo tra i politici ma anche e soprattutto fra la gente comune, un p o ‘ più di attenzione stavo per dire affetto per le zone rurali e montane del Cantone e la consapevolezza del tesoro di inestimabile valore che costudiscono i nostri villaggi.

(*) Ovviamente il senso dell’iniziativa legislativa non va valutato con il metro della situazione italiana dove è stato lecito realizzare residenze secomdarie anche nella misura dell’80-90%

Le fotografìe sono dell’autore e rappresentano tutte il villaggio di Dangio. L’articolo è stato pubblicato sulla Voce di Blenio dell’aprile 2015 

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