Archivio mensile:novembre 2018

La scomparsa dei paesi dalla mappa dell’Italia

Punto.Ponte

Un quinto dei comuni italiani è in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale viene colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire. Il quattro per cento della popolazione migrerà e due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani. Due anni fa, in un bel rapporto curato per Confcommercio da Legambiente su dati del Cresme, furono definite ghost town, città fantasma, le mille piazze sempre più desolate e afflitte, le case vuote, le mura sbrecciate, campanili cadenti. Comunità colpite al cuore che lentamente, e nella più assurda e colpevole distrazione collettiva, si avviano all’eutanasia.

Arcipelago Italia- la mappa dei comuni a rischio estinzione* Fonte: Rapporto sull’Italia del disagio abitativo 1996 – 2016

Gli studiosi lo chiamano “disagio”, anzi l’Italia del disagio”. Poco alla volta chiudono i battenti i servizi elementari ed essenziali. Naturalmente prima gli ospedali, trasformati in lunghi e penosi comparti di geriatria, poi le scuole, con l’accorpamento delle…

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Lacrime (di coccodrillo) sulla montagna

 

Pubblichiamo un’altra amara lettera di denuncia dell’ipocrisia dominante da parte di una donna di montagna. Sul solco di quelle di Anna Arneodo (val Grana, Cuneo) e delle valdostane Elfrida Roullet e Enrica Cretaz. Lo spunto questa volta non è rappresentato dalla crisi degli allevamenti, dalla proliferazione dei lupi, dai prezzi infimi dei prodotti agricoli, da una burocrazia e da un sistema regolativo sempre più soffocanti, ma dal disastro ambientale che, in occasione dell’ultima ondata di maltempo dei primi di novembre, ha colpito la montagna veneta e trentina.

In una trama dolente (ma tutt’altro che piagnucolosa) che accomuna le Alpi, la denuncia delle “lacrime di coccodrillo” versate dalle istituzioni, dai media, in occasione dell’ultimo “disastro naturale” (!?) arriva dalla montagna lombarda, fortunatamente poco colpita dai recenti eventi. Anna Carissoni, consapevole che le cause della “morte della montagna” sono comuni a tutte le Alpi e che, in coincidenza con situazioni meteo avverse ovunque possono verificarsi i disastri di questi giorni, trae spunto dalle parole amare di un suo amico che risiede in un paesino trentino per sottolineare come la “morte” è causata dalla desertificazione umana, che è tutto tranne che un “fenomeno naturale”.

Tale “morte” è diretta conseguenza di scelte politiche dell’élite europea a favore del liberismo e della globalizzazione, scelte che l’ambientalismo di comodo si preoccupa di mascherare con la foglia di fico delle politiche di rewilding, di diffusione dei grandi predatori, di parchizzazione. Tutte mirate a mascherare lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse della montagna e a favorire l’abbandono delle attività tradizionali.  “Ci uccidete senza sporcarvi le mani” diceva Anna Arneodo. E la Carissoni rincara la dose. Le donne di montagna  non fanno sconti all’ipocrisia dominante. Inutile contarla su: né i lupi né gli sciatori, né i burocrati dei parchi, né gli immobiliaristi (ma nemmeno l’agroindustria trapiantata nelle valli che drena le risorse che dovrebbero andare ai contadini) curano la montagna. La politica, che – senza eccezioni – tutela gli interessi forti e pesca voti nelle aree urbane, si astenga quantomeno dalla demagogia “pro montibus”.

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di Anna Carissoni

(10.11.18) Non so a voi, ma a me tutti questi pianti a disastri avvenuti cominciano a sembrare lacrime di coccodrillo.

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Ovvio che c’è solo da piangere perché si rimane senza parole di fronte a tanta distruzione, alle foreste atterrate, alle strade inghiottite, ai tralicci ripiegati su se stessi, agli argini che si sbriciolano, ai versanti delle montagne che vengono giù. Ma prima di dire che “le montagne venete e trentine sono morte il 29 ottobre”, come qualcuno ha detto e ripetuto, bisognerebbe dire che quelle montagne, come tante altre del nostro Paese, avevano cominciato a morire molto tempo prima ed erano già morte.

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Le montagne erano già morte quando ha chiuso l’ultimo ambulatorio medico, l’ultimo dispensario farmaceutico, l’ultimo ufficio postale, l’ultimo panificio, l’ultimo negozio di barbiere manda a dire il mio amico Andrea Nicolussi Golo dalla sua baita di Luserna, paese di neanche 300 abitanti, a 1300 m. di quota, che non ha mai voluto abbandonare .Le montagne erano già morte quando i loro bambini di sei anni hanno incominciato a salire sugli autobus per andare a scuola venti chilometri più a valle e poi quaranta, con la chiusura dell’ultima scuola, la nostra più grande tragedia. Le montagne erano già morte quando l’ultimo prete ha lasciato la canonica, lo so in città il prete conta nulla, ma venite voi a dire ai nostri vecchi che devono morire senza confessione, venite a dirglielo guardandoli negli occhi che io non ne ho né la forza né il coraggio. Le montagne sono morte allora, quando sono morti i paesi.

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Poi, rivolto soprattutto ai cittadini, Andrea aggiunge:

 Il 29 ottobre si è solo un po’ rovinato il vostro luna park, per qualche tempo non potrete farvi quelle belle passeggiate tonificanti all’ombra di boschi secolari, senza chiedervi nulla della fatica di chi li ha coltivati, sì, proprio coltivati, non potrete fare quelle belle gite con le ciaspole nell’incanto dell’inverno, stendervi al sole seminudi a tremila metri di quota…. Ma non preoccupatevi, lo show andrà avanti e se non per l’otto dicembre, per Natale potrete tornare a divertirvi, tutto sarà rimesso a lucido, solo i paesi non torneranno più, i paesi continueranno a morire e noi con loro.

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Ecco, mi viene da pensare che, fatte le debite proporzioni, alle prossime alluvioni ed al prossimo tornado qualcosa di simile a quanto successo in Veneto, in Trentino e in Friuli potrebbe toccare anche a noi. Anche le nostre montagne stanno morendo, e anche qui si crede di farle resuscitare spendendo energie e risorse in feste e manifestazioni d’ogni tipo e in strutture finalizzate quasi esclusivamente ad attirare un numero sempre maggiore di turisti cittadini…. E intanto pascoli, boschi, vallette e versanti vanno in malora anche qui perché i montanari, che li hanno curati e ‘tenuti a bada’ per secoli, devono scendere a valle in cerca del lavoro e dei servizi decenti che dai nostri paesi se ne sono andati e continuano ad andarsene. Ecco, credo che quando i disastri arriveranno anche qui, all’elenco dolente delle cose che fanno morire i paesi di montagna stilato da Andrea avremo anche noi qualcosa da aggiungere: l’ultimo punto-nascite, per esempio, gli ultimi sportelli bancari,  gli ultimi negozi di prossimità…..