Archivio mensile:aprile 2019

La finta vendita di Esino Lario: Piccoli comuni usati e dileggiati

Sono tutte amare le riflessioni su quella che è stata definita “provocazione” o, con minore benevolenza, la “pagliacciata” di Esino Lario. Purtoppo è qualcosa di peggio e di più grave. Comunità e istituzioni (è stata coinvolta anche la Regione Lombardia) sono state usate per la spregiudicata campagna di marketing di una società privata, avallandone un ruolo di benefattrice dei piccoli comuni, e consentendole di realizzare una grandiosa campagna promozionale a buon mercato. C’è da riflettere su sindaci che amministrano piccoli paesi alla ricerca di visibilità personale, anche al costo di coinvolgerli in operazioni spregiudicate e divisive che non contribuiscono certo a una buona immagine verso l’esterno. È soprattutto triste constatare che, se una “provocazione” come quella di Pietro Pensa (sindaco) e di Luca Spada (ad di Eolo) ha avuto successo, è perché oggi, in una società dominata dall’ideologia neoliberale che abbatte i confini tra realtà e virtualità, che trasforma tutto in spettacolo (a pagamento), che non prevede più nessuna forma di rispetto per nulla, dove tutto può diventare merce e non c’è nulla di sacro, la vendita di un paese a pezzi, come item di un catalogo di e-commerce, è stata presa sul serio da tanta gente e anche dai media. Siamo in presenza della stessa arroganza che abbiamo rilevato, non più tardi di pochi giorni fa, nel caso del megaconcerto di Jovanotti e del WWF in alta montagna (vai a vedere).

di Michele Corti

La campagna istituzionale da sindaco-feudatario

(18.04.19) La “bomba” della finta vendita all’asta di pezzi importanti del paese di Esino Lario (provincia di Lecco), scoppia sui media venerdì 5 aprile. Il consiglio comunale non ne sapeva nulla, i cittadini tanto meno. Sarebbe interessante conoscere gli atti formali, predisposti dal sindaco e della giunta, che hanno impegnato l’istituzione nella pagliacciata orchestrata dall’agenzia creativa Dude per conto della società Eolo.

Una pagliacciata sgradevole proprio perché architettata in modo “serio” (condizione per essere efficace dal punto di vista comunicativo), con una facciata di credibilità che, oltre tutto, ha sfruttato, con raro cinismo, i precedenti di altri comuni. Parliamo di quei comuni italiani, realmente vittima di spopolamento, che hanno messo in vendita online immobili al prezzo simbolico di un euro.

La dimostrazione che i “villaggi in vendita” hanno rappresentato, anche negli ultimi mesi, una notizia giornalistica non passata inosservata, la può fornire anche Ruralpini che, ai primi di febbraio di quest’anno, commentata la vendita di un intero villaggio alpino per poche centinaia di migliaia di lire (vai a vedere).
Pensa, Spada, i creativi della Dude sono stati cinici. Pensa, poi, ha fatto di peggio: si è prestato a certificare, con un appello lanciato in qualità di primo cittadino e con dei comunicati ufficiali del comune (ancora on line sul sito del comune di Esino Lario), che le risorse potenzialmente ricavabili dalla vendita di “pezzi di comune” erano da considerarsi indispensabili per la sopravvivenza del paese afflitto dallo spopolamento. Peccato poi che, in altre circostanze, ma anche nella stessa comunicazione della “vendita”, il sindaco sottolinei con soddisfazione che a Esino: c’è un arrivo volontariato, non c’è calo demografico, vi sono aziende metalmeccaniche in attività, c’è una amministrazione all’avanguardia (ovviamente secondo Pensa, i suoi parenti e i suoi amici) che ha portato in paese, nel 2016, un evento internazionale come Wikimania. Il sindaco, evidente desideroso di fare concorrenza a personaggi come Mimmo Lucano, lusingato dall’idea di porsi come il leader dei piccoli comuni, presenta Esino come “la guida e un’ispirazione per la spinta imprenditoriale di migliaia di piccoli comuni italiani”. Resta da capire in cosa consista la spinta imprenditoriale.

Comunicati seri, quindi, un discorso struggente del sindaco, paginoni di giornali acquistati per diffondere la clamorosa “vendita del paese”, hanno indotto i media a cascare nella trappola. Peccato che il primo aprile fosse già passato da qualche giorno e che, chi fa scherzi del genere, dopo quella data dovrebbe risponderne.

D’altra parte va anche osservato che, se tutto ciò rappresentava una messinscena, l’asta, ovvero l’apertura di una procedura di manifestazioni di interesse, seppure non vincolanti, era vera. L’unico indizio che, per evitare di spingersi in un gioco troppo pesante e quindi rischioso, poteva mettere una pulce nell’orecchio ai potenziali compratori consisteva in alcuni dettagli francamente goliardici e parodistici della vendita con modalità e-commerce (tipo le panchine in vendita 3×2 o i “pezzi di panchina” o le mega etichette con il prezzo). Ci si chiede, però sino a che punto sia lecito “scherzare” con gli atti amministrativi o produrre atti amministrativi finti.


COMUNICATO STAMPA – ESINO IN VENDITA
PARTE DA ESINO LARIO LA SFIDA ALLO SPOPOLAMENTO DEI PICCOLI COMUNI ITALIANI

IL SINDACO PENSA: “METTO IN VENDITA I LUOGHI SIMBOLICI DEL COMUNE PER FINANZIARE LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA, L’ITALIA E L’EUROPA CI LASCIANO SOLI”

Oltre al comune di 747 abitanti, sono circa 5.500 i borghi italiani con meno di 5.000 abitanti che ogni giorno sono da soli a lottare contro spopolamento, mancanza di fondi e lontananza delle istituzioni

Esino Lario (LC), 5 aprile 2019 – Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario (LC), ha annunciato oggi l’apertura di una procedura di manifestazioni d’interesse non vincolante per la vendita di alcuni luoghi simbolo del Comune al fine di reperire le risorse necessarie per la sopravvivenza dello stesso e per combattere la piaga dello spopolamento, che affligge circa 5.500 piccoli comuni in tutta Italia.

Esino Lario è un comune italiano di 747 abitanti in provincia di Lecco già alla ribalta della cronaca mondiale quando nel 2016 ha ospitato il Raduno Internazionale di Wikipedia, che ha visto la partecipazione di oltre 1500 persone provenienti da tutto il mondo.

Un’impresa organizzativa che testimonia come, quando coraggio e voglia di fare coesistono, nessun obiettivo è davvero impossibile, neanche per i piccoli comuni che ogni giorno si attivano per non restare esclusi dai cambiamenti del Paese. Nonostante i risultati positivi delle singole attività, anche Esino Lario patisce la condizione di dover affrontare da solo lo spopolamento e la mancanza di fondi, con le istituzioni nazionali ed europee lontane.

“La vita in un piccolo paese è difficile, e non possiamo biasimare le persone che decidono di trasferirsi in centri abitativi più grandi. Ma così facendo, perdiamo la ricchezza dell’artigianalità, della cultura turistica ed enogastronomica, e il valore delle centinaia di tradizioni diverse che fanno dell’Italia il paese più bello del mondo. Come amministratori dobbiamo lottare ogni giorno per assicurare ai nostri concittadini di non rimanere esclusi dalle innovazioni che interessano il resto d’Italia. Con una decisione forte metto in vendita alcuni dei luoghi simbolo del nostro paese, per poter disporre di nuove risorse economiche che ci consentano di proseguire nei progetti di sviluppo e innovazione.” – commenta Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario – “Sono convinto che il futuro del nostro Comune possa essere garantito solo attraverso maggiori risorse e una maggiore apertura al mondo, anche se questo vuol dire sacrificare parte del nostro amato patrimonio. Con questa proposta mi faccio portavoce di una situazione che accomuna circa 5.500 amministrazioni locali con meno di 5.000 abitanti nel nostro Paese.”

Sul sito vendesiesino.it sono infatti disponibili a manifestazioni di interesse alcuni elementi del Comune, come il palazzo del Municipio, la Piazza delle Capre e la Via Crucis.

Il ricavato di questa iniziativa garantirà le risorse necessarie a rivedere o creare alcuni servizi fondamentali per i cittadini: “Le voci di spesa per un comune che vuole rimanere competitivo e attrattivo sono tante, dal garantire il miglioramento delle infrastrutture, come strade e ferrovie, ad un numero maggiore e più efficiente di strutture pubbliche dedicate alla formazione, come le scuole, o infine alla possibilità di accedere in modo più semplice ed immediato a servizi di connessione a internet più veloci, per riuscire anche noi ad evolverci verso i concetti più innovativi di città smart” – conclude il Sindaco Pensa.

#Esinoinvendita

Per ulteriori informazioni e per il video del Sindaco Pietro Pensa visitare il sito vendesiesino.it

Contatti stampa

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0039 348 9865107


Anche la navigazione del sito (prudentemente silenziato dopo la rivelazione della provocazione, ora rimanda alla campagna di Eolo) era stata comunque pensata per non allontanare subito l’impressione che la vendita fosse vera.

Per esempio poteva essere credibile l’adozione di una via del “piccolo comune in via di spopolamento”. Essa si rifà alla dilagante moda delle adozioni di ogni cosa.

Dove il Pensa e i suoi spindoctors hanno fatto un passo falso è stata la via Crucis. Vero che, a differenza di tutto ciò che riguarda la religione islamica, oggi il dileggio del cristianesimo e dei suoi simboli è del tutto sdoganato anche nei paesi ex-cattolici, ma l’arroganza del pensiero unico neoliberale degli ispiratori della campagna non ha fatto i conti con la sensibilità di chi si ostina a ritenere che sia ancor oggi valido il detto che si possa scherzare con i fanti ma sia meglio lasciare stare i santi. C’è un confine che Pensa e i suoi hanno superato nel loro “gioco” offendendo il parroco e i parrocchiani.

La via Crucis dell’artista artista Michele Vedani, realizzata nel 1939-1940, è un’opera d’arte e una testimonianza di fede ma, oltretutto, è di proprietà della parrocchia e non del comune. Non si è per nulla divertito don Franco Galimberti a quella che, da tutti i punti di vista, appare come una “provocazione nella provocazione”, degna di quell’avo Pietro Pensa, garibaldino che è il capo della dinastia Pensa dalla quale sono usciti una bella serie di sindaci. Anticlericali, sulla scorta del garibaldino, poi fascisti, con podestà Giuseppe Pensa, poi democristiani e ora neoliberali con un Pietro, che, però, non è nipote dell’omonimo parente, il più famoso dei Pensa, che, oltre che sindaco, fu anche primo presidente della Comunità montana. L’attuale sindaco è comunque vicino alla famiglia Pensa che ha esercitato, ed esercita tutt’oggi, il ruolo di famiglia più influente di Esino. Peraltro a Esino, da generazioni, i Pensa vengono solo a fare vacanza e, per il resto del tempo ,risiedono altrove; l’attuale Pietro a Busto Arsizio dove, casualmente, sta anche lo Steve Jobs italiano, al secolo Luca Spada il fondatore e ad di Eolo.
La famiglia Pensa (ramo dei sindaci e di chi conta in paese) è tutt’ora attiva sulla scena con Iolanda, regista dell’evento Wikimania 2016 (presentato dal sindaco pro tempore in carica come “organizzato dal basso, dalle associazioni”, pensando forse a quelle controllate dai Pensa). Iolanda è anche è coordinatrice dell’Ecomuseo delle Grigne nonché direttrice artistica del Museo delle Grigne e dell’associazione Amici del medesimo, sua madre, Catherine de Serarclens, è vice-sindaco e assessore alla cultura, il padre Carlo Maria, figlio di Pietro Pensa, è stato sindaco (ereditario) e assessore alla comunità montana e oggi è presidente degli Amici dell’ecomuseo delle Grigne/Fondazione Pensa.

Pietro Pensa

I Pensa, per decenni, hanno dato lavoro agli esinesi con le loro officine (che però vennero poi trasferirte a Colico), un fatto che comporta, ovviamente, duratura riconoscenza e deferenza, anche non si può non ricordare che lo sviluppo industriale mise in ombra le potenzialità agricole e turistiche del paese (quegli interessi diffusi che ai Pensa non interessava sostenere, anzi). E qui viene da chiedersi: una dinastia che non ha mai avuto a cuore il turismo (basta vedere come funziona il parcheggio del Cainallo), per quali fini lancia iniziative tipo Wikimania e l’attuale “provocazione”?
Wikimania ha creato un effimero “albergo diffuso” che è servito ad alloggiare a “prezzo politico” i partecipanti dell’evento, con tutto vantaggio di Wikipoedia, ma senza duraturi vantaggi per il paese. Oggi la grande notorietà derivante dalla finta vendita del paese, che ha comportato anche grande derisione e denigrazione, che vantaggi porterà al paese?

Per un pugno di dollari (o di mosche)

Dal momento che non c’è (a parte le solite proposte che circolano ovunque) nessuna idea forte di rilancio turistico di Esino, cosa guadagna il paese dalla sceneggiata del sindaco Pensa? È subito detto: il paese avrà il grande onore di essere in cima alla lista dei piccoli comuni beneficiati da Eolo. Grazie alla visibilità ottenuta il comune è primo in una classifica di 180 mila votanti, in pole position per spartirsi il milione di euro messo a disposizione da Eolo. Qualche decina di migliaia di euro per completare la banda larga (lascito di Wikimania, alla quale era peraltro indispensabile per realizzare l’evento stesso) e per ultimare il cinema. Chiunque può arrivare a capire che partecipando a bandi della Regione Lombardia o della Fondazione Cariplo sarebbe stato possibile ottenere le risorse necessarie. Così, però, Pensa si accredita come un possibile “guida” dei piccoli comuni mentre la sua comunità subisce le beffe della finta vendita del paese a pro di una grande società commerciale.

Nella società neoliberale del buonismo e dello spettacolo (mai gratis), il business ha imparato che deve sempre mimetizzarsi dietro presunte azioni dettate da responsabilità sociale. Il vantaggio è duplice: da una parte c’è chi si fa sfruttare e spennare quasi soddisfatto, convinto di contribuire a nobili cause (in questo le Ong sono maestre, anche se le altre corporation stanno imparando bene da loro), dall’altra si contribuisce a delegittimare le istituzioni politiche, quelle che – almeno in teoria – rappresentano tutti. Si sottolinea come gli enti politici, dallo stato in giù, siano “senza risorse”, appesantiti dalla burocrazia, lenti e inefficienti per favorire l’azione di “supplenza” di organizzazioni che, al di là della facciata e dei proclami, fanno l’interesse del management e degli azionisti (del solo management nel caso delle Ong). Eolo non “salva” i piccoli comuni. Innanzitutto i “regali” sono in larga misura collegati ai servizi offerti (fixed wireless ultra broadband che, tradotto, vuol dire internet veloce senza cavi non da satellite ma da un sistema di antenne che ritraspettono il segnale). In secondo luogo i “regali” stanno creando una pubblicità strepitosa che sarebbe costata molto di più con mezzi tradizionali. Su un fatturato di 130 milioni di euro e 7,3 milioni di utili netti, un milioncino di pubblicità per un’azienda rampante (con qualche inconveniente come l’arresto di Spada dello scorso anno per uso illegittimo di frequenze) non è un’enormità (meno dell’1% del fatturato).

Dello spopolamento non me ne frega un cazzo (firmato Sgarbi)

Coinvolto nella vicenda, l’onnipresente Sgarbi si è aggregato all’iniziativa di “svelamento” dell’arcano dietro la vendita di Esino Lario. Per quanto a volte sgradevole, al personaggio va riconosciuta una certa dose di sincerità. Ovviamente lui si preoccupava (a parte il desiderio compulsivo di visibilità) delle opere d’arte di Esino e, venuto a conoscenza delle motivazioni buoniste di Eolo e di Pensa, ha dichiarato con candore: “dello spopolamento non me ne frega un cazzo”. Forse anche disgustato della retorica melensa sui “piccoli comuni che muoiono” che ha accompagnato la conferenza stampa con Massimo Castelli (rappresentante dell’associazione piccoli comuni) e il sindaco di Esino. Alla fatidica conferenza stampa dell’11 aprile in Regione Lombardia ha fatto, per fortuna, mancare all’ultimo momento la sua presenza il presidente Fontana, provvidenzialmente avvisato da qualche uccellino che gli ha bisbigliato all’orecchio che stava per cadere in una trappola. Altrimenti avremmo avuto il vertice dell’istituzione a fare pubblicità a Eolo.


Fare pubblicità a Eolo sarebbe stato grave per la Regione perché avrebbe significato abbassarsi al livello di Pensa che, con Eolo ha un trait-d’union dai tempi di Wikimania, essendo stato Eolo uno degli sponsor principali. Eolo non fa un servizio sociale, si è infilato intelligentemente in una nicchia lasciata libera dal sistema tlc. Con l’operazione Esino Lario si è fatta conoscere da un sacco di potenziali clienti che, è bene ricordare, non regalano i loro servizi (carucci per molti abitanti dei piccoli comuni di montagna) tanto è vero che fanno buoni utili.
Da tutta questa storia vorremmo che risultasse demistificata anche la credenza che la banda larga ferma lo spopolamento. È tipico dell’ideologia neoliberale far credere che i problemi sociali si risolvano con la tecnologia, acquistando servizi, consumando in modo “giusto” (basta pensare come lo stesso accada con i problemi ambientali, che sarebbero risolti consumando i prodotti con i bollini del panda e di Legambiente e sviluppando tecnologie “verdi”). La banda larga aiuta chi vuole restare in montagna se è sorretto da motivazioni, ha progetti, ha supporti. Se la burocrazia e il fisco continuano ad applicare le stesse regole che valgono per le imprese metropolitane, se la politica spinge ancora per la denatalità, se le norme ambientali mettono i bastoni tra le ruote a chi vuole coltivare, allevare, gestire i boschi, se paghi la multa se tagli le piante che mangiano i prati e stringono d’assedio gli abitati, se orsi e lupi – mascotte dei metropolitani – restano idoli intoccabili e si moltiplicano (insieme ai cinghiali e agli altri ungulati), possiamo portare le bande più larghe del mondo in montagna ma non ritardiamo di un giorno la sua morte.

 

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L’ipocrisia del WWF e il mega concerto in alta montagna

(09.04.19) Se lo fa il WWF il concerto pop a 2275 m è sostenibile. Lo ratifica il ministro dell’ambiente che si dimostra ancora una volta un fazioso indegno di ricoprire una carica pubblica: “Se c’è il Wwf, sto con Jovanotti”. Come dire che se la stessa identica cosa se non era benedetta dal WWF non andava bene. Come l’olio di palma che se ha il bollino WWF è sostenibile (non importa se prima c’erano le foreste pluviali dove ora ci sono le piantagioni).


di Michele Corti

(09.04.19) L’evento (il concerto da stadio di Jovanotti a Plan Corones in Südtirol) è previsto per il prossimo 24 agosto, ma le polemiche sull’opportunità di organizzare la manifestazione sono divampate con largo anticipo. In questi casi c’è sempre il sospetto che i protagonisti della polemica cerchino visibilità per sé stessi  e che, nel contestare una iniziativa ritenuta sconveniente, finiscano per farle pubblicità. Allora perché parlarne? 

Perché  non si tratta del  solito concerto pop ma di un evento “buonista”, ovvero di una iniziativa, promossa dal WWF in tandem con il Jovanotti e che, coinvolgendo le spiagge in piena estate, vorrebbe “sensibilizzare” il pubblico sui danni della plastica. 




RURALPINI.IT ADERISCE ALLA CAMPAGNA
NO JOVAbeachtour a PLAN de CORONES

FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE CHE NON SIA AUTORIZZATO IL MEGACONCERTO
VAI ALLA PETIZIONE


Quello che irrita è che il WWF ha preso a spada tratta le difese di Jova, contestato 
da Reinhold Messner per la scelta della location Plan Corones, senza chiarire il suo ruolo nell’evento. Insomma la classica ipocrita autodifesa nello stile arrogante e autoreferenziale della multinazionale del conservazionismo neoliberale, efficientissima macchina da soldi (sull’efficienza delle sue azioni ecologiche, invece c’è molto da dire). Il WWF ha rigettato con sdegno le accuse, come sempre.


Si sente al di sopra di ogni critica perché il sistema mediatico e dello spettacolo neoliberale ha costruito accuratamente una immagine di santità. Il WWF, specie in tempo di disfacimento della chiesa ex-cattolica, ha potere di benedire, assolvere, concede indulgenze dai peccati. Come un tempo la chiesa cattolica ha il potere di decretare ciò che è buono e giusto per l’ambiente (o quantomeno non dannoso). Così il Panda ha decretato che, se lo fa Jova, e  se – a maggior ragione – lo fa con il Panda, per la campagna contro la plastica della corazzata ambientalista, allora sono ok decine di migliaia di persone su una cima (per quanto a panettone) delle Dolomiti a 2275 m, in pieno agosto (aggiungendo congestione a congestione, mentre la maggior parte delle bellissime vallette secondarie alpine restano deserte anche a ferragosto). Per di più ci si “copre” con uno strumento formale, la valutazione di incidenza ambientale, che vale spesso meno della carta su cui sono redatte, visto che le grandi opere devastanti ottengono la valutazione positiva. Come? Pagando i professionisti più abili a nascondere le cose dietro cortine fumogene di calcoli “giusti”. 

Il WWF è peraltro consapevole che qualche domanda sul suo candore no profit qualcuno, ormai, se la ponga. Infatti deve precisare che per l’evento “non percepisce un euro”. Già, ma la promozione quanto vale? La visibilità ottenuta da una serie di mega concerti pop da stadio, catapultati sulle spiagge e su una cima delle Dolomiti quanto vale? Le donazioni e le iscrizioni arrivano solo se l’immagine viene continuamente promossa.   

Lasciando perdere coloro che, sulla scia di Messner, si sono lanciati nella critica dell’evento, ci pare doveroso riferire a quali ignobili attacchi è stato sottoposto l’alpinista sui media e sui social. Gli hanno rinfacciato di lasciare sporchi i campi base degli 8 mila scalati (lui che per primo è salito ai top del mondo senza bombole che gli altri abbandonavano sul posto), la pubblicità della Levissima e … dulcis in fundo, di aver deturpato il Plan de Corones con… una colata di cemento (vedi sotto).


L’aspetto curioso è che, quando fa comodo, il Plan è un sito “largamente antropizzato e cementificato” per il quale non c’è motivo di temere l’ìmpatto negativo del concerto pop, dall’altra, per contrattaccare Messner diventa un santuario “deturpato” dal suo museo. Il museo (dell’alpinismo tradizionale), uno dei sei dello scalatore ed ecologista sudtirolese,  è stato realizzato limitando a delle grandi aperture la parte fuori terra. come si vede bene nella foto. Può non piacere, ma non parliamo di colate di cemento. Quanto all’accusa di arricchirsi con i musei chiunque ne capisca qualcosa sa bene che con i musei non si fanno i soldi. 

I soldi li fa, tanti, una pop star di regime come Jovanotti il cui successo è un esempio perfetto di come la macchina dello spettacolo, della musica commercial, sia divenuta in tempi di capitalismo neoliberale una vera e propria industria che è un veicolo di diffusione di costume, consumi,  influenza ideologica.  Al “valore artistico” nullo dei testi di Jovanotti, ispirato al buonismo sdolcinato e banale che ne hanno fatto il cantante di Veltroni e di Renzi, viene in soccorso la macchina dei media della finanza che è riuscita ad associare ai contenuti banali (ma graditi al regime) jovanottiani una qualche pretesa ispirazione filosofica. Espediente ottenuto non già attraverso l’esegesi dei testi (non si cava sangue da una rapa), ma costruendo sulla “sensibilità” ecopacifista del cantante la figura di un quasi guru, interpellato spesso sulle gravi questioni del paese e del pianeta. Con la tranquillità di poter ottenere confortanti pillole di saggezza politically correct, europeiste, immigrazioniste, mondialiste.   




Il nostro presenta anche il vantaggio di essere rassicurante, ottimista ed ecumenico (quello che vuole un’unica grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa) senza ricalcare il modello delle rockstar “maledette” che se, da una parte, nel loro falso trasgressivismo, rappresentano sicuri puntelli ideologici per il sistema neoliberale (libertà individuale senza limiti e freni, culto dell’assecondamento dei desideri e superamento del limite), dall’altra veicolano anche visioni pessimistiche (e che quindi non incoraggiano i consumi, tranne quelli di droga e superalcolici si intende). In definitiva una perfetta macchina commerciale e ideologica che, in accoppiata con il WWF, produce un effetto di rinforzo reciproco, una sintesi perfetta della società neoliberale basata sull’ambientalismo di comodo e la mercificazione di ogni aspetto della vita all’interno della bolla mediatico-spettacolare.


Il Plan de Carones, un panettone da cui si gode una straordinaria visione delle Dolomiti. D’accordo che ci arrivano gli impianti di risalita e ci sono costruzioni, ma non certo grattacieli, ed è comunque una cima in quota con uno scenario unico.  Catapultarvi un concerto da stadio è espressione di una volontà di assogettare, al circo commerciale dello spettacolo (decibel al massimo) la montagna, senza alcun rispetto per la quello che vi cercano e i suoi frequantatori. Chi obietta è  etichettato “talebano”. 


Oltre al WWF, a replicare a Messner, è intervenuto lo stesso Cherubini che, omaggiando cerimonialmente la competenza in materia di montagna del grande alpinista, se ne è poi venuto fuori con l’infelice battuta: la montagna non ha più diritti delle spiaggie o del prato di Woodstock. Da qui traspare la “filosofia” liberale (mercatista) del nostro, per il quale ogni sito in grado di contenere i suoi fan, con l’eccezione di ambienti protetti e fragili che soccomberebbero fisicamente all’impatto, è buono per essere usato dall’industria musicale.  Ma se la spiaggia di Rimini è  l’emblema del  turismo sand-sex-sand, la montagna è, all’opposto,  la ricerca di silenzi, l’ascolto del soffio della spirito, la contemplazione, attraverso l’immersione nel paesaggio con tutti i sensi (udito, tatto, odorato) e non solo la vista, unico senso iperstimolato dalla civiltà tecnologica.  I decibel del concerto del nostro buonista da Bildeberg, da Davos, da FMI (“non mi basta l’euro vorrei la moneta mondiale”) non sono uno sfregio? Non contento il Cherubinim insiste nel difendere “per principio” la sua manifestazione: “Plan de Corones è un luogo di tutti ed è bello per questo” . Perfetta espressione in pillole dell’ideologia neoliberale: tutto è permesso, perché alla base c’è il desiderio, l’impulso, l’affermazione egotica individualista. Gli effetti di un desiderio di massa non contano: se dall’Africa vuoi venire in Europa è tuo diritto individuale, non importa se moltiplicato per milioni è un’invasione. Se vuoi andare a Venezia e sui sentieri più battuti delle Dolomiti ne ha diritto perché il tuo vale come quello di milioni di altri individui. Il neoliberalismo ignora la dimensione collettiva (c’è solo il mercato e lo stato oltre il singolo). Ma il risultato è che se tutti vogliono andare a Venezia o su una cima dolomitica c’è la devastazione. Plan de Corones è di tutti ma 25 mila fa come annunciato trionfalmente dagli amministratori locali – che gongolano alla sola idea degli sghei  che farà affluire in zona il concerto-, non sono facilmente digeribili anche da un sito “sputtanato”. Se non altro l’erba a ricrescere a 2275 m ci mette molto più tempo. E della fauna selvatica tanto cara a WWF cosa sarà? Sparare 110 db con i boschi tutto intorno (vedi foto) proprio non impatta nulla? 


Concludiamo con quella che per i “realisti”, quelli con i piedi per terra, che non vedono altra dimensione che il mercato e la mercificazione di ogni cosa, è una provocazione da “talebani”: in montagna la musica ci sta bene, ma deve essere in armonia con l’ambiente. Bene la musica da camera, gli strumenti acustici, gli Alphorn, le cornamuse anche se non necessariamente di deve eseguire solo folk e classica. È questione di decibel e di attrezzature, di automezzi messi in movimento per trasportare la troupe e le coreografie. Le operazioni tipo Plan de Corones scacciano più turismo di quanto ne attirano e sono redditizie solo per gli organizzatori e pochi operatori; non contribuiscono alla reputazione di una destinazione di montagna perché chi “compra” la montagna nella maggior parte dei casi non gradisce gli eventi di massa e fracassoni. Alla lunga pagano più tanti piccoli eventi diffusi. La migliore risposta a Jovanotti e al WWF e a chi localmente ha caldeggiato l’evento, per pura mira di lucro immediato, sarebbero tante disdette dalle prenotazioni turistiche per la settimana della manifestazione. Dato il periodo le camere non resteranno vuote, ma almeno un segnale sarà arrivato.

Mario Brunello, violoncellista è stato tra i primi a proporre musica sui pascoli e sulle cime. La sua è anche una ricerca di un suono autentico, restituito dall’ambiente della montagna. Nei concerti “Suoni delle Dolomiti”, però, sono coinvolte a volte anche migliaia di persone. Allora Mario ha deciso di immergersi ancora più profondamente nella dimensione della montagna viva, dell’alpeggio, quella dimensione originariamente ricca di suoni e oggi, invece, più silenziosa. Erano i suoni dei campanacci e del vento, i muggiti ma anche i vocalizzi dei pastori che ovunque sulle Alpi cantavano lo jodel, quelli della musica ammaliante dei corni delle Alpi (anch’essi non solo svizzeri ma diffusi su tutte le Alpi), delle cornamuse, dei pifferi, tutti strumenti comunemente suonati dai pastori sino a qualche secolo fa. Testimonia Teresa Thaler:  Mario, il «nostro» pastore, passa l’estate in malga per ricaricarsi e cercare ispirazione. A volte alla sera si mette lì in mezzo alle bestie uniche spettatrici e suona il corno. È magico, e se il vento è a favore, noi dei masi qua sotto sentiamo la melodia.
I concerti pop “ambientalisti” fateli negli stadi.