L’ipocrisia del WWF e il mega concerto in alta montagna

(09.04.19) Se lo fa il WWF il concerto pop a 2275 m è sostenibile. Lo ratifica il ministro dell’ambiente che si dimostra ancora una volta un fazioso indegno di ricoprire una carica pubblica: “Se c’è il Wwf, sto con Jovanotti”. Come dire che se la stessa identica cosa se non era benedetta dal WWF non andava bene. Come l’olio di palma che se ha il bollino WWF è sostenibile (non importa se prima c’erano le foreste pluviali dove ora ci sono le piantagioni).


di Michele Corti

(09.04.19) L’evento (il concerto da stadio di Jovanotti a Plan Corones in Südtirol) è previsto per il prossimo 24 agosto, ma le polemiche sull’opportunità di organizzare la manifestazione sono divampate con largo anticipo. In questi casi c’è sempre il sospetto che i protagonisti della polemica cerchino visibilità per sé stessi  e che, nel contestare una iniziativa ritenuta sconveniente, finiscano per farle pubblicità. Allora perché parlarne? 

Perché  non si tratta del  solito concerto pop ma di un evento “buonista”, ovvero di una iniziativa, promossa dal WWF in tandem con il Jovanotti e che, coinvolgendo le spiagge in piena estate, vorrebbe “sensibilizzare” il pubblico sui danni della plastica. 




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Quello che irrita è che il WWF ha preso a spada tratta le difese di Jova, contestato 
da Reinhold Messner per la scelta della location Plan Corones, senza chiarire il suo ruolo nell’evento. Insomma la classica ipocrita autodifesa nello stile arrogante e autoreferenziale della multinazionale del conservazionismo neoliberale, efficientissima macchina da soldi (sull’efficienza delle sue azioni ecologiche, invece c’è molto da dire). Il WWF ha rigettato con sdegno le accuse, come sempre.


Si sente al di sopra di ogni critica perché il sistema mediatico e dello spettacolo neoliberale ha costruito accuratamente una immagine di santità. Il WWF, specie in tempo di disfacimento della chiesa ex-cattolica, ha potere di benedire, assolvere, concede indulgenze dai peccati. Come un tempo la chiesa cattolica ha il potere di decretare ciò che è buono e giusto per l’ambiente (o quantomeno non dannoso). Così il Panda ha decretato che, se lo fa Jova, e  se – a maggior ragione – lo fa con il Panda, per la campagna contro la plastica della corazzata ambientalista, allora sono ok decine di migliaia di persone su una cima (per quanto a panettone) delle Dolomiti a 2275 m, in pieno agosto (aggiungendo congestione a congestione, mentre la maggior parte delle bellissime vallette secondarie alpine restano deserte anche a ferragosto). Per di più ci si “copre” con uno strumento formale, la valutazione di incidenza ambientale, che vale spesso meno della carta su cui sono redatte, visto che le grandi opere devastanti ottengono la valutazione positiva. Come? Pagando i professionisti più abili a nascondere le cose dietro cortine fumogene di calcoli “giusti”. 

Il WWF è peraltro consapevole che qualche domanda sul suo candore no profit qualcuno, ormai, se la ponga. Infatti deve precisare che per l’evento “non percepisce un euro”. Già, ma la promozione quanto vale? La visibilità ottenuta da una serie di mega concerti pop da stadio, catapultati sulle spiagge e su una cima delle Dolomiti quanto vale? Le donazioni e le iscrizioni arrivano solo se l’immagine viene continuamente promossa.   

Lasciando perdere coloro che, sulla scia di Messner, si sono lanciati nella critica dell’evento, ci pare doveroso riferire a quali ignobili attacchi è stato sottoposto l’alpinista sui media e sui social. Gli hanno rinfacciato di lasciare sporchi i campi base degli 8 mila scalati (lui che per primo è salito ai top del mondo senza bombole che gli altri abbandonavano sul posto), la pubblicità della Levissima e … dulcis in fundo, di aver deturpato il Plan de Corones con… una colata di cemento (vedi sotto).


L’aspetto curioso è che, quando fa comodo, il Plan è un sito “largamente antropizzato e cementificato” per il quale non c’è motivo di temere l’ìmpatto negativo del concerto pop, dall’altra, per contrattaccare Messner diventa un santuario “deturpato” dal suo museo. Il museo (dell’alpinismo tradizionale), uno dei sei dello scalatore ed ecologista sudtirolese,  è stato realizzato limitando a delle grandi aperture la parte fuori terra. come si vede bene nella foto. Può non piacere, ma non parliamo di colate di cemento. Quanto all’accusa di arricchirsi con i musei chiunque ne capisca qualcosa sa bene che con i musei non si fanno i soldi. 

I soldi li fa, tanti, una pop star di regime come Jovanotti il cui successo è un esempio perfetto di come la macchina dello spettacolo, della musica commercial, sia divenuta in tempi di capitalismo neoliberale una vera e propria industria che è un veicolo di diffusione di costume, consumi,  influenza ideologica.  Al “valore artistico” nullo dei testi di Jovanotti, ispirato al buonismo sdolcinato e banale che ne hanno fatto il cantante di Veltroni e di Renzi, viene in soccorso la macchina dei media della finanza che è riuscita ad associare ai contenuti banali (ma graditi al regime) jovanottiani una qualche pretesa ispirazione filosofica. Espediente ottenuto non già attraverso l’esegesi dei testi (non si cava sangue da una rapa), ma costruendo sulla “sensibilità” ecopacifista del cantante la figura di un quasi guru, interpellato spesso sulle gravi questioni del paese e del pianeta. Con la tranquillità di poter ottenere confortanti pillole di saggezza politically correct, europeiste, immigrazioniste, mondialiste.   




Il nostro presenta anche il vantaggio di essere rassicurante, ottimista ed ecumenico (quello che vuole un’unica grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa) senza ricalcare il modello delle rockstar “maledette” che se, da una parte, nel loro falso trasgressivismo, rappresentano sicuri puntelli ideologici per il sistema neoliberale (libertà individuale senza limiti e freni, culto dell’assecondamento dei desideri e superamento del limite), dall’altra veicolano anche visioni pessimistiche (e che quindi non incoraggiano i consumi, tranne quelli di droga e superalcolici si intende). In definitiva una perfetta macchina commerciale e ideologica che, in accoppiata con il WWF, produce un effetto di rinforzo reciproco, una sintesi perfetta della società neoliberale basata sull’ambientalismo di comodo e la mercificazione di ogni aspetto della vita all’interno della bolla mediatico-spettacolare.


Il Plan de Carones, un panettone da cui si gode una straordinaria visione delle Dolomiti. D’accordo che ci arrivano gli impianti di risalita e ci sono costruzioni, ma non certo grattacieli, ed è comunque una cima in quota con uno scenario unico.  Catapultarvi un concerto da stadio è espressione di una volontà di assogettare, al circo commerciale dello spettacolo (decibel al massimo) la montagna, senza alcun rispetto per la quello che vi cercano e i suoi frequantatori. Chi obietta è  etichettato “talebano”. 


Oltre al WWF, a replicare a Messner, è intervenuto lo stesso Cherubini che, omaggiando cerimonialmente la competenza in materia di montagna del grande alpinista, se ne è poi venuto fuori con l’infelice battuta: la montagna non ha più diritti delle spiaggie o del prato di Woodstock. Da qui traspare la “filosofia” liberale (mercatista) del nostro, per il quale ogni sito in grado di contenere i suoi fan, con l’eccezione di ambienti protetti e fragili che soccomberebbero fisicamente all’impatto, è buono per essere usato dall’industria musicale.  Ma se la spiaggia di Rimini è  l’emblema del  turismo sand-sex-sand, la montagna è, all’opposto,  la ricerca di silenzi, l’ascolto del soffio della spirito, la contemplazione, attraverso l’immersione nel paesaggio con tutti i sensi (udito, tatto, odorato) e non solo la vista, unico senso iperstimolato dalla civiltà tecnologica.  I decibel del concerto del nostro buonista da Bildeberg, da Davos, da FMI (“non mi basta l’euro vorrei la moneta mondiale”) non sono uno sfregio? Non contento il Cherubinim insiste nel difendere “per principio” la sua manifestazione: “Plan de Corones è un luogo di tutti ed è bello per questo” . Perfetta espressione in pillole dell’ideologia neoliberale: tutto è permesso, perché alla base c’è il desiderio, l’impulso, l’affermazione egotica individualista. Gli effetti di un desiderio di massa non contano: se dall’Africa vuoi venire in Europa è tuo diritto individuale, non importa se moltiplicato per milioni è un’invasione. Se vuoi andare a Venezia e sui sentieri più battuti delle Dolomiti ne ha diritto perché il tuo vale come quello di milioni di altri individui. Il neoliberalismo ignora la dimensione collettiva (c’è solo il mercato e lo stato oltre il singolo). Ma il risultato è che se tutti vogliono andare a Venezia o su una cima dolomitica c’è la devastazione. Plan de Corones è di tutti ma 25 mila fa come annunciato trionfalmente dagli amministratori locali – che gongolano alla sola idea degli sghei  che farà affluire in zona il concerto-, non sono facilmente digeribili anche da un sito “sputtanato”. Se non altro l’erba a ricrescere a 2275 m ci mette molto più tempo. E della fauna selvatica tanto cara a WWF cosa sarà? Sparare 110 db con i boschi tutto intorno (vedi foto) proprio non impatta nulla? 


Concludiamo con quella che per i “realisti”, quelli con i piedi per terra, che non vedono altra dimensione che il mercato e la mercificazione di ogni cosa, è una provocazione da “talebani”: in montagna la musica ci sta bene, ma deve essere in armonia con l’ambiente. Bene la musica da camera, gli strumenti acustici, gli Alphorn, le cornamuse anche se non necessariamente di deve eseguire solo folk e classica. È questione di decibel e di attrezzature, di automezzi messi in movimento per trasportare la troupe e le coreografie. Le operazioni tipo Plan de Corones scacciano più turismo di quanto ne attirano e sono redditizie solo per gli organizzatori e pochi operatori; non contribuiscono alla reputazione di una destinazione di montagna perché chi “compra” la montagna nella maggior parte dei casi non gradisce gli eventi di massa e fracassoni. Alla lunga pagano più tanti piccoli eventi diffusi. La migliore risposta a Jovanotti e al WWF e a chi localmente ha caldeggiato l’evento, per pura mira di lucro immediato, sarebbero tante disdette dalle prenotazioni turistiche per la settimana della manifestazione. Dato il periodo le camere non resteranno vuote, ma almeno un segnale sarà arrivato.

Mario Brunello, violoncellista è stato tra i primi a proporre musica sui pascoli e sulle cime. La sua è anche una ricerca di un suono autentico, restituito dall’ambiente della montagna. Nei concerti “Suoni delle Dolomiti”, però, sono coinvolte a volte anche migliaia di persone. Allora Mario ha deciso di immergersi ancora più profondamente nella dimensione della montagna viva, dell’alpeggio, quella dimensione originariamente ricca di suoni e oggi, invece, più silenziosa. Erano i suoni dei campanacci e del vento, i muggiti ma anche i vocalizzi dei pastori che ovunque sulle Alpi cantavano lo jodel, quelli della musica ammaliante dei corni delle Alpi (anch’essi non solo svizzeri ma diffusi su tutte le Alpi), delle cornamuse, dei pifferi, tutti strumenti comunemente suonati dai pastori sino a qualche secolo fa. Testimonia Teresa Thaler:  Mario, il «nostro» pastore, passa l’estate in malga per ricaricarsi e cercare ispirazione. A volte alla sera si mette lì in mezzo alle bestie uniche spettatrici e suona il corno. È magico, e se il vento è a favore, noi dei masi qua sotto sentiamo la melodia.
I concerti pop “ambientalisti” fateli negli stadi.

 

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