Contenere il lupo si può (le norme vigenti)



Tra le tattiche del partito del lupo, vi è anche la bufala dell’intoccabilità della loro “gallina dalle uova d’oro”. Sono stati abili (e disonesti) a celare i dati reali sulla consistenza della specie, a fare in modo che gli allevatori si scoraggiassero e non denunciassero più le predazioni. Sono stati abili a convincere le regioni e i politici che “la UE non consente di abbattere i lupi”. Ma la verità è un’altra. La Francia preleva ogni anno il 20% della popolazione lupina. Senza infrangere la direttiva Habitat. Le regioni hanno il diritto/dovere di monitorare e controllare la fauna dannosa (ancorché iper-protetta), anche il lupo e l’orso. Nei modi previsti dalle normative. Vediamole e facciamo chiarezza.

di Michele Corti

Il regime di super protezione del lupo è previsto dalla direttiva Cee Habitat (del Consiglio n. 43 del 1992 (conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche). L’art. 12 della direttiva europea stabilisce il regime di rigida tutela della specie con il divieto di qualsiasi forma di cattura e di uccisione deliberata nell’ambiente naturale. Mentre in alcuni paesi con abbondanza di lupi veniva consentita la caccia (Grecia, Spagna), agli altri, anche in presenza di uno status di conservazione insoddisfacente, veniva lasciata la possibilità di derogare all’art. 12.



L’art 16 della direttiva stabilisce che, ai fini della prevenzione di danni gravi all’allevamento, alla fauna, nell’interesse della sanità e sicurezza pubblica è prevista la possibilità di deroga ai divieti di abbattimento e cattura del lupo. In Italia il DPR 357 del 1997, che recepisce la direttiva Habitat, prevede l’attuazione della deroga  dietro autorizzazione del Ministero, sentito il parere dell’Infs (oggi Ispra) a condizione che non esistano altre condizioni praticabili e che la deroga non pregiudichi lo stato di conservazione sufficiente delle popolazioni di lupo. Di seguito il testo dell’art. con l’elenco dei motivi che fanno scattare la deroga.

DPR 357 art. 11 c. 1

1. Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, sentiti per quanto di competenza il Ministero per le politiche agricole e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica, può autorizzare le deroghe alle disposizioni previste agli articoli 8, 9 e 10, comma 3, lettere a) e b), a condizione che non esista un’altra soluzione valida e che la deroga non pregiudichi il mantenimento, in uno stato di conservazione soddisfacente, delle popolazioni della specie interessata nella sua area di distribuzione naturale, per le seguenti finalità:
a) per proteggere la fauna e la flora selvatiche e conservare gli habitat naturali; b) per prevenire danni gravi, specificatamente alle colture, all’allevamento, ai boschi, al patrimonio ittico, alle acque ed alla proprietà;
c) nell’interesse della sanità e della sicurezza pubblica o per altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, inclusi motivi di natura sociale o economica, o tali da comportare conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente;
d) per finalità didattiche e di ricerca, di ripopolamento e di reintroduzione di tali specie e per operazioni necessarie a tal fine, compresa la riproduzione artificiale delle piante;
e) per consentire, in condizioni rigorosamente controllate, su base selettiva e in misura limitata, la cattura o la detenzione di un numero limitato di taluni esemplari delle specie di cui all’allegato D 
[quello in cui sono inserite le specie super-protette].

Nel nostro ordinamento il controllo della fauna selvatica è materia (come altre non espressamente poste in capo allo stato centrale) riservata alle regioni (art 117 della costituzione). I soggetti che attuano il “controllo della fauna selvatica” sono dunque le regioni. Anche nel caso dell’orso e del lupo perché se così non fosse si cadrebbe nell’incostituzionalità. Il Ministero si è riservata oltre alla concessione dell’autorizzazione la definizione di linee guida sentito l’Infs, il Ministero dell’Agricoltura e la Conferenza stato regioni

DPR 357/97, art. 7, comma 1.

1. Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, con proprio decreto, sentiti il Ministero delle politiche agricole e forestali e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica, per quanto di competenza, e la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, definisce le linee guida per il monitoraggio, per i prelievi e per le deroghe relativi alle specie faunistiche e vegetali protette ai sensi del presente regolamento.

Attualmente le linee guida non esistono perché il vecchio Piano lupo è del 2002 e, finite le proroghe, è scaduto nel 2015. Dopodiché è iniziata la farsa all’italiana. Le versioni sono cambiate: inizialmente orano previsti degli abbattimenti con il contagocce (che erano condizionati a tanti e tali paletti da rappresentare una vera e propria presa per i fondelli), poi la demagogia  animal-ambientalista prese il sopravvento e le regioni fecero dietro-front spaventate dagli animalisti. L’alfiere di questa ritirata fu Chiamparino.



La bozza del ministro Galletti (scritta da Boitani) venne archiviata. Si susseguirono ulteriori giravolte delle regioni (anche a seguito delle elezioni regionali che determinavano cambi di maggioranza). Gli abbattimenti furono sostituiti dalla “prevenzione mirata” (uno slogan). Ma oggi le cose sono ancora cambiate. Da parte di alcune regioni si è tornato a chiedere la possibilità di abbattimenti (alla quale non hanno mai rinunciato solo la Toscana e Bolzano, tutti gli altri si solo lasciati andare a giri di valzer). Oggi la fine ingloriosa del ministero Conte bis ha fatto uscire di scena Costa, il principale fautore, al di là del limite di ogni pudore, della linea pro-animalista.  Nel frattempo è partito il censimento dei lupi, premessa a un Piano lupo che vorrebbe presentarsi meno barzelletta delle bozze precedenti. Peccato che il censimento sia stato affidato, a WolfAlps che si avvale di volontari reclutati in larga prevalenza tra le file delle associazioni animal-ambientaliste. Volontari, si badi bene,  “formati” con un brevissimo corso online. Un modo per evitare di vedere e di contare i lupi.

Le precedenti stime (si parlava di 1000 lupi in tutta Italia, dimenticando forse di aggiungere uno zero) erano così ridicole che oggi costringono il partito del lupo a fornire cifre stabilite prima a tavolino, compatibili con una crescita naturale, per quanto forte (i migliaia di contatori dei lupi sono solo folklore).
In Piemonte i lupi, erano stimati in numero di circa 200 (monitoraggio 2017/2018); poi WolfAlps, nell’interregno tra la fine del vecchio e la ripartenza del nuovo progetto, è rimasto senza soldi (poverini, dopo aver speso tutti quei milioni) e non ha fatto più nulla sino a questo inverno.

Si sa già (anche se le operazioni sono in corso) che il lupi in Piemonte saranno più di 500. Un numero ancora ridicolo con 50 morti stecchiti sulle strade e delle densità che lo stesso WolfAlps ammette molto aumentate. Anni fa parlavano di un branco ogni 100, poi di 2 e, oggi, nelle zone più favorevoli, sino a 4. Pensare che, escludendo il cemento, i laghi, i ghiacciai, le risaie ci siano 10 lupi ogni 100 kmq oggi appare molto realistico. Significa 2000 lupi in Piemonte.

La stessa cosa avverrà a livello nazionale. Da 2000-2500 porteranno il dato nazionale a 4000-5000. In realtà è molto probabile che in Italia ci siano più di 10 mila lupi. Un fatto che, se venisse alla luce, scardinerebbe tutta la meravigliosa costruzione (meravigliosa si intende per chi incassa milionate di progetti su progetti in un sistema di controllati controllori) del “lupo a eterno rischio di estinzione”, che farebbe vacillare la stessa collocazione in allegato D del lupo (già vacillante per il dilagare del lupo in Germania). Quindi i lupi non saranno visti (basta mandare degli inesperti, oltretutto di parte, interessati a non vederli).
Dal momento che l’esperta scientifica di WolfAlps, la Marucco, fissava, in base alla capacità portante del territorio, l’obiettivo di 300 lupi per tutto il Piemonte come condizione di un buon popolamento, oggi, con oltre 500 lupi dichiarati nessuno può negare che ci sia una “soddisfacente condizione di conservazione” (considerato anche il trend di aumento). I furbi cercheranno di “spalmare” i lupi su tutte le Alpi facendo media con la Lombardia e il Friuli che ancora si salvano. Con l’obiettivo di stoppare anche il Piemonte (se quest’ultimo non si sveglia per tempo).



Una volta che i danni reali emergessero e che un monitoraggio mirato consentisse (la regione ha il diritto/dovere di farlo in prima persona) di mettere in relazione la presenza accertata di determinati di branchi e di danni gravi e ripetuti, cosa può impedire alla regione Piemonte (ma il discorso vale anche per le altre) di chiedere, ovviamente avendo predisposto dei protocolli, l’autorizzazione a un piano di abbattimento?  Mancano le linee-guida! Ma quanti anni è che mancano e quando arriveranno? In assenza di linee guida vale comunque quanto stabilisce la direttiva Habitat e il DPR di recepimento. Ovvero: verificato che lo stato di conservazione è buono, che i danni sono rilevanti, che non ci sono mezzi alternativi per evitarli, l’Ispra non può non dare parere positivo agli abbattimenti e il Ministero non può non concedere l’autorizzazione. Sarà un iter complicato. Pazienza. Se ci saranno meline si denunceranno nelle sedi opportune.


 
Nel 2010 fu l’assessore piemontese all’agricoltura, il pd Taricco, fu il primo a chiedere l’autorizzazione agli abbattimenti (c’era la campagna elettorale per le regionali alle orte), nel 2011 fu il turno del suo successore leghista, Sacchetto. Le richieste erano accompagnate dai monitoraggi del Progetto lupo che indicavano in un centinaio (un numero che oggi fa sorridere) i lupi allora presenti e da considerazioni sulla gravità dei danni. La base di dati era debole ma il Ministero riscontrò la richiesta, considerandola ammissibile, girò il parere all’Ispra che lo ri-girò al comitato scientifico dei lupologi e delle associazioni ambientaliste. Le motivazioni per il diniego furono: 1) non sappiamo quanti lupi ci sono in Italia e quanti vengono bracconati, quindi non conoscendo lo stato della popolazione non si può azzardare alcun abbattimento; 2) si urterebbe la sensibilità dell’opinione pubblica. La seconda motivazione, sollevata in modo non pertinente dalle associazioni all’interno del Comitato scientifico, non aveva alcun valore perché la direttiva Habitat indica precise condizioni per l’attivazione della deroga. Essa fa riferimento alla gravità di danni procurati dal lupo e non tiene conto del tasso di animal-ambientalismo della popolazione del paese membro. Anche la prima era, a ben guardare, pretestuosa perché il Piemonte era, all’epoca, l’unica regione con un monitoraggio (sia pure fatto per minimizzare il numero dei lupi dal Progetto lupo, l’antenato di WolfAlps).
Ma oggi, con un numero di lupi “ufficiali” che eccede largamente quello indicato per una “buona conservazione” il Ministero potrebbe ancora opporre dinieghi?



E’ bene precisare, ad uso di coloro che ritengono che le regioni orfinarie non possono attivare propr che il vecchio Piano lupo (2002) non poteva non prender atto che:

Possibilità di deroga al regime generale di protezione del lupo è prevista sia dalla normativa nazionale (art. 19 della L. 157/92, art. 11 del DPR 357/97) sia internazionalmente (art. 9 della Convenzione di berna, art 11 della Direttiva Habitat). Il controllo selettivo del lupo è quindi già oggi teoricamente possibile seppure con un iter autorizzativo complesso (parere dell’ Istituto nazionale per la fauna selvatica, delibera della giunta regionale, autorizzazione del Ministero dell’ambiente, obbligo di trasmissioni di periodiche relazioni alla Commissione europea).

Agli estensori del Piano lupo andrebbe ricordato che le normative non prevedono possibilità “teoriche” altrimenti perderebbe di valore il significato della norma stessa. Evidentemente chi scriveva lo faceva con un retropensiero: “tanto siamo noi a dare un parere”.  A proposito delle relazioni (biennali) da inviare alla Commissione europea (quelle che invia la Francia che non è mai stata stoppata nell’applicazione della sua politica arrivata a un prelievom del 20% della popolazione stimata) è curioso ricordare che, nel 2011, quando l’assessore Sacchetto chiese l’autorizzazione ad abbattimenti selettivi (del tutto legittimamente) si scatenò la canea degli ambientalisti che urlava che non si poteva toccare il lupo.



Il geometra Canavese, già allora “uomo forte” del Parco Alpi Marittime si inventò un “nulla osta” della Commisisone europea. Non avendo letto i testi legislativi operava di accesa fantasia immaginando un’Europa da incubo in cui l’onnipotente Commissione (già che ci siamo chiamiamola Grande Fratello) va ad autorizzare singoli atti amministrativi di dettaglio.

Abbiamo quindi chiarito, diradando la cortina fumogena che l’animal- ambientalismo ha creato in materia di lupo, animale sacro e intoccabile, che diecvi anni fa come oggi, una giunta regionale ha il diritto/dovere di predisporre una delibera che preveda un piano di abbattimenti selettivi del lupo. Il resto è fuffa. Ma oggi “ufficialmente” ci sono in Piemonte cinque volte i lupi che c’erano quando Sacchetto inviò la sua richiesta.
Alla fine, se si tolgono l’autorizzazione Ministeriale e le Linee guida, che comunque non possono ribaltare la normativa nazionale e comunitaria, il controllo del lupo rientra nella previsione del’art. 19, comma 2 della Legge 157 del 1992 (Norme a protezione della fauna selvatica omeoterna e per il prelievo venatorio):

Le regioni, per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia. Tale controllo, esercitato selettivamente, viene praticato di norma mediante l’utilizzo di metodi ecologici su parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica. Qualora l’Istituto verifichi l’inefficacia dei predetti metodi, le regioni possono autorizzare piani di abbattimento. Tali piani devono essere attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali.



Il già citato DPR 357/97 chiarisce anche che compete alle regioni (e non a enti inventati come WolfAlps) il monitoraggio del lupo.

DPR 357/97, art. 7, comma 1

Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sulla base delle linee guida di cui al comma precedente, disciplinano l’adozione delle misure idonee a garantire la salvaguardia e il monitoraggio dello stato di conservazione delle specie e degli habitat di interesse comunitario, con particolare attenzione a quelli prioritari, dandone comunicazione ai Ministeri di cui al comma 1.


Leggi per abbattere i lupi?

Nonostante la disperazione degli ambiental-animalisti le regioni a statuto speciale possono emanare leggi con oggetto specifico il controllo dell’orso e del lupo (sentenza della Corte costituzionale n. 215, 2019). Questa sentenza si basa sui poteri statutari di regioni e provincie autonome ma non esclude che le regioni a statuto ordinario possano emanare provvedimenti in materia. Il Piano lupo già citato indicava nella DGR (delibera della giunta regionale) lo strumento per attivare la richiesta di autorizzazione del controllo e poi metterlo in pratica. Se è vero che nell’ambito delle misure per il controllo della fauna selvatica le regioni operano normalmente con delibere delle giunte regionali e relativi regolamenti va rilevato che esistono casi di regioni che, per alcune specie di particolare importanza, hanno adottato delle Leggi regionali.  La Regione Lombardia, stante la gravità del problema del contenimento del cinghiale ha emanato la LR 19/2017 con regolamento di gestione.

Il pessimo precedente del Pacobace (attenzione alle trappole che il partito dell’orso dentro le regioni tenta di tendere anche con il lupo)

Nel caso dell’orso bruno sulle Alpi centro-orientali, le regioni, invece, hanno abdicato alle loro prerogative sottoscrivendo a scatola chiusa un Protocollo, il Pacobace, già elaborato dagli “esperti” dal Parco Adamello Brenta (che con Life Ursus ha svolto un ruolo analogo del Parco Alpi Marittime con WolfAlps).  Il Pacobace, un protocollo molto garantista per l’orso, venne adottato dalla Provincia di Trento e poi, dalle succubi (grazie ai maneggi di funzionari e politici animalisti) regioni Veneto e Lombardia. Nato nell’ambito di un parco e dei rapporti con i parchi di altre regioni, il pacobace e tutta la partita della gestione dell’orso sono rimaste in capo ai servizi parchi delle regioni, sottratte alla “naturale” competenza delle direzioni agricoltura che in tutte le regioni hanno competenza sul controllo della fauna selvatica stante la rilevanza del dei danni da essa provocata alle produzioni agricole e agli allevamenti. Orso e lupo non sono eccezioni ma in Veneto, Lombardia e Piemonte i grandi carnivori sono stati “sequestrati” dalle strutture che hanno competenza sulle materia aree protette e biodiversità in modo da garantire la sicura tutela da parte di dirigenti e funzionari di fede animal-ambientalista e sottrarre la gestione iperprotettiva di queste specie alle pressioni esercitate dalle componenti agricole e allevatoriali.  Le Provincia di Trento è un caso a sé perché i carnivori sono competenza del servizio foreste e fauna che opera attraverso il corpo forestali provinciali.

Come è facile rilevare le attribuzioni alle componenti ambientaliste delle amministrazioni regionali (e ai Parchi) sono frutto di discrezionalità politica, del grande attivismo delle lobby animal-ambientaliste cui fa riscontro la scarsa incisività delle organizzazioni agricole e la disorganizzazione delle categorie (pastori, allevatori di montagna, alpeggiatori) più direttamente colpite dalla reintroduzione dei grandi carnivori. 



Il lupo è presente in tutte le regioni (tranne le isole finché non ci racconteranno che possono attraversare il mare a nuoto). La gravità del problema e l’attenzione prestata ad esso sono però molto difformi da regione a regione. Regioni come la Toscana e il Piemonte hanno popolazioni enormi di lupi e impatti molto gravi sulle attività pastorali. In Toscana molti allevatori ovini da latte hanno abbandonato l’allevamento al pascolo per optare per quello stallino, abbandonando la pecora sarda e adottando la lacaune, una “macchina da latte” frutto di selezione genomica. In Piemonte le conseguenze non sono di minore portata: chiusura di piccoli allevamenti, abbandono di alpeggi meno difendibili, passaggio all’allevamento intensivo (con l’abbandono della pecora langarola autoctona). Anche in Veneto la recente espansione del lupo ha impattato pesantemente su una montagna ancora popolata e con buoni patrimoni zootecnici, dove è diffuso (Lessinia, Asiago, Bellunese) l’allevamento della vacca da latte. In Toscana, Piemonte, Veneto vi sono state vivaci proteste degli allevatori contro la perdurante politica di intoccabilità del lupo. Anche l’allarme sociale è in crescita per la sempre più frequente presenza dei lupi ai margini e sin dentro i centri abitati e per le predazioni di animali domestici (anche d’affezione) sin nelle pertinenze delle abitazioni.

Nel quadro di un accordo in sede di conferenza stato regioni o anche di un accordo tra regioni alpine, giustificato sulla carta (ma è un pericolo) dalla diversità diversità della realtà appenninica, (che anche i lupisti più fanatici riconoscono satura di lupi) e quella alpina , le regioni che non avvertono ancora la gravità del problema finirebbero per essere ancora troppo condizionate dalla pressione animal-ambientalista non controbilanciata, come in una regione come il Piemonte dalle pressioni dalle componenti agricole e valligiane.  Inutile sperare di trovare un accordo soddisfacente con l’insieme delle regioni (anche se limitato all’arco alpino).



Le norme vigenti, lo ribadiamo per l’ennesima volta, mettono a capo della singola regione la responsabilità del controllo della fauna, lupo compreso e sottrarvisi per le altre regioni significa lasciar passare anni. Che ai politici possa essere gradita una soluzione alla “così fa tutte”, per diluire la propria responsabilità e sottrarsi alle ire animaliste è comprensibile ma è perdente.

Significa consentire un deterioramento della situazione che può portare a conseguenze irreversibili. Le regioni hanno il dovere e non solo il diritto di riprendere in mano la situazione. Sono esse, anche su questo punto e d’uopo ribadire, che hanno la responsabilità del monitoraggio (che hanno colpevolmente lasciato a WolfAlps). WolfAlps non ha nessuna intenzione di produrre un monitoraggio utile a supportare l’attuazione di un piano di controllo.

Le regioni non solo devono attuare un monitoraggio che consenta di valutare la presenza dei branchi sui territori in tempo reale (oggi passano gli anni in attesa degli esami del Dna) ma devono attuare anche il monitoraggio dei danni reali e delle modalità di attacco (oggi per la maggior parte non denunciati per la macchinosità delle procedure, i ritardi degli indennizzi, le indebite dissuasioni operate da chi deve effettuare gli accertamenti delle predazioni). Significa tenere nota della reiterazione degli attacchi sui medesimi greggi/mandrie e nei medesimi areali dei branchi. Tenere nota degli attacchi in presenza di dispositivi di difesa passiva. Solo elaborando una messe dati sarà possibile inchiodare il Ministero, l’Ispra, i lupologi. Tutto ciò WolfAlps non ha interesse a farlo e non l’ha previsto.

Si tratta di attuare protocolli attuati normalmente in Francia dai prefetti. Le moderne tecnologie aiutano enormemente ad acquisire e gestire i dati georeferenziati e a costruire utili mappe ed elaborazioni geostatistiche (anche se la semplice sovrapposizione di presenza di branchi e predazioni) risulterebbe già molto informativa.



Tutto ciò in Italia non si fa perché la parte animal-ambientalista, i parchi, i dirigenti regionali di fede animal-ambientalista vi si oppongono. Senza dati le richieste di autorizzazione al controllo numerico cadrebbero nel vuoto.

Ulteriore elemento di analisi necessario per l’attuazione delle deroghe al regime di super-protezione del predatore è la dimostrazione dell’impossibilità di attuazione in determinati ambiti geografici delle misure di difesa passiva. Anche da questo punto di vista la Francia offer esempi utili. Un decreto del 5 aprile 2019 ha definito l’area (su base comunale) dove la protezione è difficoltosa (sia per motivi topografici che per i sistemi e le strutture di pascolo). In queste aree il controllo può essere effettuato anche se gli allevatori non adottano le misure “passive” (cani, recinti, custodia). (qui il decreto)  Le regioni (ci si rivolge a Piemonte e Veneto) non devono perdere tempo. I monitoraggi previsti da WolfAlps sono inutili dal punto di vista di un percorso di definizione di un protocollo regionale di controllo e gestione di Canis lupus. Il nodo indennizzi e denuncie deve essere sciolto in modo drastico (il Piemonte si sta muovendo), servono strumenti e metodi (non previsti da WolfAlps) per relazionare posizionamento branchi e attacchi e per quantificare i danni (diretti e indiretti). L’elaborazione di rutti questi dati potrà consentire di redigere piani annuali di controllo per provincia e sottoporli per tempo al Ministero. In casi di diniego, in presenza di tutti i requisiti previsti per l’attivazione della deroga da parte della Direttiva Habitat, la regione dovrà essere pronta a impugnare l’atto di diniego e trascinare il Ministero, se necessario, sino alla Corte di giustizia europea.

UBI SOLITUDINEM FACIUNT, PACEM APPELLANT

(17/02/2021) Una lettera che riflette lo scoraggiamento di chi resiste in montagna. Ci vuole tanta determinazione per farlo perché si ha a che fare con una corsa ad ostacoli: sempre nuove angherie burocratiche, controlli, certificazioni, messe a norma. E poi, naturalmente, il lupo che cinge d’assedio le borgate e le famiglie che vivono isolate come … Continua a leggere UBI SOLITUDINEM FACIUNT, PACEM APPELLANT

Lupo: la responsabilità è dei territori

Mariano Allocco torna sul tema del lupo, tornato incandescente in Piemonte con le dure critiche avanzate da Mauro Deidier, presidente del Parco Alpi Cozia, nei confronti del progetto WolfAlps. Lo fa chiarendo che non è il gioco solo la “questione lupo”, ma il governo del territorio che i forti centri del potere ambientalista intendono espropriare … Continua a leggere Lupo: la responsabilità è dei territori

Pastori. Non ha molto senso parlarne bene a Natale ma poi stare dalla parte dei lupi per tutto il resto dell’anno

di Robi Ronza (26/12/2012) Come ogni anno a Natale tornano fra l’altro alla ribalta i pastori, primi destinatari dell’annuncio della nascita del Salvatore e primi ad essersi recati ad adorarlo. L’Epifania (= manifestazione) cui vennero invitati precede di molti giorni quella dei Magi. Credo che ad esempio Lorenzo Lotto nella sua famosa «Adorazione dei pastori», esposta … Continua a leggere Pastori. Non ha molto senso parlarne bene a Natale ma poi stare dalla parte dei lupi per tutto il resto dell’anno

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