In Ossola tanti NO alla convivenza con i lupi

Gli allevatori: “o noi o i lupi”. La Regione Piemonte vicina agli allevatori (a parole), con WolfAlps nei fatti

Ampio resoconto degli interventi del convegno di Villadossola di venerdì 27 giugno

di Michele Corti

Riportiamo un ampio resoconto dei numerosi interventi al convegno sul tema della presenza del lupo tenutosi a Villadossola venerdì 27 giugno. Un materiale utile anche per le tante realtà in Italia alle prese con la proliferazione dei lupi. Utile per capire che non si tratta di calamità naturale ma da fenomeno, frutto di scelte politiche, che si può contrastare, contro cui ci si può organizzare e reagire. Il convegno è stato accompagnato da una protesta,  civilissima ma ferma nei contenuti (“o i lupi o noi”) degli allevatori radunati fuori della sala (dentro i posti erano contingentati per Covid). Da registrare che in Ossola le istituzioni locali, quelle rappresentative della popolazione (la burocrazia no, ovviamente) è schierata con gli allevatori e la popolazione dei piccoli comuni. A partire dal presidente della provincia (Lincio) e dalla presidente delle aree protette ossolane (Riboni) che si sono espressi in termini perentori contro la non gestione del lupo chiedendo interventi efficaci a tutela dei piccoli allevatori in balia del predatore. Dalla regione, invece, un atteggiamento cerchiobottista.

(26.06.20) L’incontro “istituzionale” di venerdì 26 giugno a Villadossola è stato impostato dalla regione Piemonte, come al solito, come “informativa” da parte di WolfAlps (che non ha fatto che ribadire, come naturale, la sua linea d’azione). Oltre a contestazioni di merito (inefficacia delle misure di difesa passiva, meccanismi per i parziali rimborsi, scarsa credibilità dei numeri sulla presenza di lupi), l’iniziativa è stata contestata anche per il metodo. Perché, si sono chiesti gli esponenti di istituzioni locali e gli allevatori, la Regione non discute direttamente con noi, ascoltando i nostri problemi e le nostre proposte? Perché tutto ciò che riguarda il lupo è monopolizzato, sul piano istituzionale e para-istituzionale (ma non c’è nessuna legge scritta che obblighi a farlo), da WolfAlps, che si prefigge, per suo statuto, di espandere la presenza del lupo,  di proteggerlo, di farlo “accettare” (subire) alle popolazioni?
WolfAlps, come hanno ribadito nella discussione alla Fabbrica di Villadossola i suoi stessi esponenti, non è un progetto agricolo per tutelare gli allevatori, ma un un progetto ambientale per tutelare il lupo. Che il lupo non abbia da tempo bisogno di tutela ma di essere gestito e contenuto (anche a vantaggio dei veri lupi, sempre che ce ne siano ancora). E allora perché se è un attore di parte WolfAlps monopolizza il discorso? La risposta è che si è giocato bene le carte, forte di appoggi a tutti i livelli, del deficit di rappresentanza della montagna e delle aree rurali (ma anche dell’agricoltura, compresa quella professionale), dell’inadeguatezza (a essere buoni) della “classe politica”.
 Gli allevatori non ci stanno, però, ad accettare questo status quo, questa condizione di  impar condicio, non solo loro anche i sindaci, il presidente della provincia (sindaco di Trasquera), la presidente delle aree protette ossolane.



Ossolani uniti e capaci di argomentare e fare proposte operative (oltre che di protestare civilmente)

Va subito detto che, insieme alla protesta – peraltro civilissima – al di fuori della sala del convegno  (dove l’accesso era limitato per Covid), quello che si può definire il fronte ossolano di opposizione alla politica di espansione e protezione assoluta del lupo, si è mostrato compatto – dai livelli istituzionali ai rappresentanti del comitato di base di difesa degli allevatori. Non solo, esso  di è dimostrato anche capace di articolare bene le proprie posizioni, sia argomentando, in negativo, contro le “soluzioni” facilone (che tanto non sono loro a subire) proposte dal lupismo istituzionalizzato (WolfAlps), sia, in positivo, avanzando concrete proposte, attuabili anche sulla base dell’attuale normativa. Una normativa, sia ben chiaro, sempre più scandalosamente, palesemente anacronistica e socialmente e territorialmente iniqua, che giustifica la super protezione del predatore a “eterno rischio di estinzione”, basata sul Trattato di Berna e sulla Direttiva Habitat , sulla base di dati falsi, volutamente sottostimati e/o non aggiornati. Una normativa che fa capire la distanza tra i principi sbandierati di equità e democrazia e le prassi istituzionali e legislative contorte, opache con le quali le lobby organizzate riescono a imporre le loro regole.
Gli allevatori del Comitato, un organismo nato in Ossola nel 2004 in seguito alle prime predazioni (allora legate a singoli esemplari in dispersione e non ai branchi, come oggi), le loro posizioni le hanno esposte in  un volantino distribuito all’ingresso della sala dell’incontro.



Ma vediamo cosa si è detto al convegno. Partiamo dalla massima autorità, Fabio Carosso, vice presidente della regione assessore all’Urbanistica, Programmazione territoriale e paesaggistica, Sviluppo della Montagna, Foreste, Parchi, Enti locali. E poi? Basterebbe questa “diluizione omeopatica” della montagna in tante altre materie, per capire quanto abbia a cuore la Regione Piemonte la montagna.  Non parliamo della montagna ossolana, vera “periferia dell’impero” vista da Torino.



E infatti Carosso che, a parole, si è detto vicino agli allevatori, ha anche detto che con il lupo si deve convivere (c’è scritto in costituzione Carosso?) e che la regione non può prendere nessuna iniziativa per limitare i lupi perché il Piano Lupo non c’è. Il Piano Lupo, per chi non lo sapesse, è scaduto nel 2015 e il nuovo è rimasto fermo per l’ostruzionismo animal-ambientalista che, ovviamente, si oppone alla presa d’atto che la situazione è cambiata, che i lupi sono tutt’altro che in estinzione (dilagano) e che è invece sono in forte sofferenza allevatori e pastori. Ovviamente a loro, agli animal-ambientalisti, sempre più arroganti, va bene così: vogliono che i lupi occupino e intasino ogni area occupabile e che allevatori e pastori si estinguano. Ma l’assenza del Piano Lupo, caro Carosso, cara Regione Piemonte, non impedisce – comodi gli alibi, neh, che le deroghe previste dalla Direttiva habitat in caso di “gravi danni economici” possano essere applicate già oggi e che al lupo si possa sparare.
Lo chiesero due predecessori di Carosso: Taricco, del Pd e Sacchetto della Lega (qui cosa dicevamo). Persino in modi bipartisan. Erano entrambi di Cuneo, legati al mondo agricolo, e sentivano sul collo la pressione degli allevatori. Poi ci fu l’era Chiamparino che, fregandosene dei suoi stessi assessori, si mise alla testa del fronte delle regioni che, con un poco elegante dietro-front, accolsero le pressioni animal-ambientaliste intese boicottare il Piano scritto da Boitani (massimo lupologo sulla piazza), approvato dall’allora ministro dell’ambiente Galletti, che si erano resi conto della necessità, anche per non esasperare gli allevatori, di concedere limitatissimi interventi di controllo del predatore. Chi fosse interessato alla vicenda che da cinque anni tiene fermo il Piano lupo può vedere qui.  Allora, sono passati dieci anni, non c’era alcun Piano lupo che prevedesse abbattimenti. Erano tempi in cui la stima ufficiale dei lupi era scandalosamente ferma da anni a 1000 capi lupini in tutta Italia. Ma la Regione Piemonte, sulla base della propria competenza in materia di controllo della fauna selvatica (ribadita da sentenze della consulta recenti) inoltrò la richiesta di autorizzazione agli abbattimenti.
Che poi l’Ispra, ai tempi, diede al Comitato tecnico, che diede al Ministro, che rispose alla Regione, una risposta politica evasiva e senza vere basi tecniche (risposta che la Regione Piemonte avrebbe potuto impugnare) non ha importanza. Ciò che conta è che la regione (non solo Piemonte, tutte) ha il diritto-dovere di chiedere, se lo ritiene motivato, un intervento di controllo del lupo. Il resto è alibi, ignavia, opportunismo politico, paura di quieta non movere, di avere contro la burocrazia (tutta lupista) e le rumorose minoranze  animaliste. Sarà in ogni caso l’Ispra a intervenire nel merito tecnico e il ministro, anche se si chiama Costa, non può non tenere conto della valutazione tecnica. Perché Carosso allora non la conta giusta? Per motivi politici.
Perché nel frattempo: 1) WolfAlps si è istituzionalizzato, consolidato, stabilizzato, incistato e assomiglia  sempre più a un ente pubblico in fieri,  dotato di ampi poter di fatto. Un ente di propaganda e tutela lupi, capace di influenzare e penetrare tutta la macchina burocratica pubblica. Specie in Piemonte dove il Parco delle Alpi marittime è il quartiere generale di WolfAlps e rappresenta una struttura organizzativa al suo servizio; 2) La politica piemontese è sempre più condizionata dall’animal-ambientalismo che ha ovviamente il suo punto di forza a Torino, ma essendo, per retaggio sabaudo, torinocentrica, anche forze come Lega e FdI che pure se fosse per Torino non toccherebbero palla, si guardano bene di “stuzzicare” la lobby, forte nelle redazioni e nelle Università cittadine e in tutti i centri che condizionano l’opinione pubblica.  Se c’è da combattere delle battaglie anche i partiti che proclamano di essere “con il popolo” e con “le provincie” preferiscono farlo dove ci sono di mezzo interessi forti, lobby, ritorni di vantaggi per le forze politiche, le cerchie personali. Perché rischiare di crearsi rogne per quattro caprai di montagna?
Così la regione dice di essere con gli allevatori ma sta con WolfAlps. Lo dimostra lo stesso incontro di Villadossola che, come gli altri organizzati in Piemonte, è gestito da WolfAlps al quale la Regione riconosce anche la funzione di informazione sul tema. Non è finita. Carosso ha anche elogiato WolfAlp per i suoi monitoraggi “altamente scientifici”. Uniche concessioni agli allevatori la promessa di rimborsi più facili. Peccato che il bando che rimborsa le predazioni (sino al 30 maggio scorso) e assegnava contributi per alleviare la pressione predatoria fosse condizionato ai soliti criteri dettati da WolfAlps (uso di reti e cani). Peccato che molti allevatori ai rimborsi ci rinunciano perché non vogliono i lupi, non vogliono convivere con loro solo perché così vogliono gli ambientalisti di città. Carosso ha comunque riconosciuto che in un’area come l’Ossola l’utilizzo dei mezzi di difesa passiva (cani, reti) è più difficile. 


La dott.ssa Marucco, mente di WolfAlps e pupilla di Boitani, ha ribadito che monitoraggi come quelli che fanno loro in Italia non li fa nessuno, che loro sono i più bravi ecc. Saranno fischiate le orecchie al prof. Apollonio che ha eseguito un monitoraggio in Toscana stimando una popolazione di oltre 1000 lupi, solo in Toscana . La Marucco ha però precisato che nel 2018/19 i soldi di WolfAlps I erano terminati e non si è fatto nulla, nessun monitoraggio. Nel 2020 si partirà con una nuova campagna ma, per ora, solo in Ossola dove la situazione ha carattere emergenziale. Di fatto gli ultimi monitoraggi sono del 2017/18. I 195 lupi in Piemonte sono sempre quelli di quell’anno. Con il metodo utilizzato, che prevede l’inzio dei campioni per l’esame del Dna in America, tutta la procedura implica un ritardo fisiologico di almeno due anni. Ma i lupi aumentano rapidamente. Quanti sono quelli veri? Almeno 2-3 volte quelli ufficiali. I numeri dei lupi trovati sulle strade del Piemonte sono lì a certificare che le “stime ufficiali” sono farlocche.



D’altra parte la stessa Marucco e il geom. Canavese, direttore del Parco Alpi marittime ed esponente di spicco di WolfAlps, nei loro interventi ammettono che il lupi sono diventati tanti (quanti non lo dicono), talmente tanti che l’unica area in Piemonte dove c’è ancora posto per far star comodi ulteriori branchi è proprio il VCO. Altrove devono stringersi. I lupi sono diventati talmente tanti (lo dicono loro) che per contarli si dovrà ricorrere anche ai cacciatori oltre che ad altre categorie. Di fatto è in atto il tentativo di cooptare i cacciatori (le organizzazioni) legandole al carro di WolfAlps. In Ossola i comprensori (quasi tutti) non ci stanno e hanno compreso che il monitoraggio è la chiave di tutta la partita lupi. Chiedono di farlo autonomamente, basandosi su esperti qualificati indipendenti da WolfAlps. La regione con chi sta? Ma con WoilfAlps, ovvio.
Quanto alla presenza dei lupi nel VCO, il funzionario delle aree protette Radames Bionda ha precisato che, oltre al branco di sei lupi che gravita nella valle Anzasca, è quasi certo (se lo dicono loro vuol dire che è stracerto) che ce n’è un altro che gravita tra la stessa valle Anzasca e la valle Strona. Diversi lupi frequantano poi le valli Antigorio, Divedro, Vigezzo.  Come indicherebbero le numerose foto trappole (280) disseminate da WolfAlps sul territorio. Possiamo essere certi che se non si sono già formati altri branchi sono in formazione. E le cose si metteranno male in tutta la provincia.
Dal fronte pro lupo, la veterinaria Arianna Menzano ha ribadito le note “ricette” per la difesa passiva, annunciando che WolfAlps impiegherà squadre di pronto intervento per attuare misure preventive, con l’obiettivo anche di aiutare gli allevatori a districarsi tra la burocrazia delle pratiche (ma non è meglio eliminarla?) e con esperti comportamentalisti in grado di assistere nell’impiego dei cani da guardiania (ma non è meglio impiegare, piuttosto che cani con pedigree ma inidonei, cani “giusti”, provenienti dai pastori, abituati da generazioni a lavorare nei greggi, poco inclini ad attaccare l’uomo ma efficaci con il lupo?).
Il colonnello Baldi dei cc forestali, con l’evidente finalità di “smontare” la protesta dei sindaci della valle Anzasca, ha dichiarato che i forestali, pur tenendo sotto osservazione la situazione dei lupi che si avvicinano alle case, non sono mai dovuti intervenire per garantire la sicurezza. Come dire: facciamoli avvicinare ancora di più e in maggior numero, poi si vedrà (ma, si sa, per loro non sono pericolosi). 



In polemica con il volantino degli allevatori, sopra riprodotto, l’esperta di comunicazione di WolfAlps ha contestato quanto in esso asserito circa la “manipolazione” propagandistica attuata da WolfAlps stesso a danno dei più giovani. Ha rigettato con sdegno l’insinuazione che l’operazione dei 5000 ragazzini Life Alpine Young Rangers rappresenti un lavaggio del cervello in senso lupista. Staremo a vedere. Di indottrinamento dei bambini ce n’è stato già parecchio (vedi le favole “riscritte” per dimostrare che il lupo è buono, gli interventi nelle scuole). Comunque questi alpine young ranger puzzano di “Figli della lupa” lontano un miglio.

Parla l’opposizione istituzionale e sociale alla politica lupista

Veniamo ora all’altro fronte, quello degli amministratori, degli eletti a livello locale. Mentre i burocrati, gli appartenenti ai corpi dello stato e della regione, sono schierati coma una falange pro lupo (sarebbe interessante capire come è stata ottenuta questa unanimità), chi è eletto, o espressione degli eletti, almeno in Ossola sta con gli allevatori. Con qualche eccezione stravagante come il sindaco di Ornavasso (nel basso fondovalle) che, non solo ha messo una taglia contro il responsabile dell’avvelenamento di un lupo trovato morto, ma proclama di essere contento se i lupi arrivano sino in paese. 
Tra gli amministratori ossolani – la maggior parte – impegnati a contestare le politiche ufficiali sul lupo (di fatto delegate a WolfAlps, ovvero alla lobby pro lupo) è in prima fila il presidente della provincia Arturo Lincio, sindaco di Trasquera (un paese di montagna dove l’allevamento caprino è molto sentito) (qui su ruralpini immagini su Trasquera)(qui un articolo sulle capre a Trasquera). Lincio è stato eletto dai sindaci (con il sistema dell’elezione di secondo grado) con l’appoggio dei piccoli comuni coalizzati e dimostra di essere fedele alla mission della loro rappresentanza (spesso sottotraccia anche in una provincia esclusivamente montana come il VCO). Lui, nonostante gli attacchi (da fastidio al sistema uno che difende i piccoli, che siano comuni o imprese), tira dritto. Chapeau.




Lincio
 chiede che sia ora che il lupo venga gestito, che si tenga conto dell’insieme degli ecosistemi e delle attività antropiche (in effetti il lupo è gestito con autoreferenzialità spinta da WolfAlps che, finché la politica lo lascia fare, va avanti così in tutta tranquillità).  Utilizzando le deroghe, quelle già previste dalle norme di protezione della specie, egli chiede un Protocollo di intervento che preveda misure, modulate e specifiche, sulla base degli  effettivi impatti creati dal predatore in termini di sicurezza dei centri abitati. Chiede anche che – in caso di attacco di greggi – venga consentito, da subito, l’ultizzo di spari di dissuasione da parte degli allevatori. Secondo il presidente della provincia deve essere previsto anche l’impiego di squadre di pronto intervento, che mettano in atto nei confronti del lupo delle misure dissuasive adeguate alle loro reazioni e alle situazioni.

Quello che chiede Lincio non sono altro che delle “regole d’ingaggio”, come quelle stabilite per l’orso in Trentino. Tutto quello che chiede il presidente della provincia è già previsto dal Pacobace (squadre di dissuasione e pronto intervento in grado di allontanare ed eventualmente catturare o abbattere il carnivoro, graduando l’intervento). Lincio ha poi stigmatizzato – l’attacco è rivolto all’ Asl principalmente – il fatto che, invece che dissuadere i lupi dall’avvicinarsi alle case e ai greggi, si sono dissuasi, almeno sino a oggi, gli allevatori dal segnalare le aggressioni (ora la strategia, concertata tra le agenzie pro lupo, pare cambiata).  Chiede quindi un cambio di marcia: basta con l’affidare a una parte in causa (i parchi e le Asl che sono partner di WolfAlps e quindi sotto la sua cappella) i monitoraggi, la gestione delle denunce degli allevatori.
Per Lincio le statistiche dei danni subiti dagli allevatori lasciano allibiti. Sembrerebbero, sulla base dei dati statistici “ufficiali” del 2019, praticamente nulli, mentre – al contrario – sono noti numerosi e sanguinosi episodi. Non si tiene poi minimamente conto delle predazioni sui selvatici che rappresentano un elemento cruciale per comprendere la distribuzione dei predatori e la loro potenziale pericolosità in relazione alla vicinanza ai centri avitati. I sindaci, lamenta Lincio, che pure hanno responsabilità rilevanti su tutta la materia di sicurezza sono stati tenuti completamente fuori dalle indagini sulla presenza dei lupi. Polizia provinciale e guardiaparco hanno applicato quanto previsto dalla Regione (sulla base delle indicazioni di WolfAlps)ma le cose devono cambiare e serve un approccio diverso. Intanto coinvolgendo prefettura e cc forestali in piani di controllo che potrebbero prevedere l’uso di radiocollari per segnalare la presenza dei predatori. Lincio ha poi ribadito che non ci può essere una gestione del lupo affidata alle sole visioni degli specialisti di parte conservazionista.  In considerazione del rilevante impatto del grande predatore sull’ambiente e le attività antropiche non possono essere esclusi i sindaci e le rappresentanze sociali delle categorie coinvolte. La costituzione, tante leggi fondamentali, convenzioni ecc. dicono che non debbono.



Tra gli interventi di peso “dalla parte dell’allevatore” anche quello dell’ing. Vittoria Riboni, presidente dell’ente di gestione delle aree protette dell’Ossola. La Riboni ha esordito dicendo che il tema della conservazione del lupo è un argomento che la colpisce profondamente in quanto allevatrice. Quando sono diventata presidente delle aree protette dell’Ossola, sono venuta a conoscenza dei dettagli del progetto Life oggetto di questo incontro. Ho sentito quindi mio dovere fare pressione affinché venisse posta la massima attenzione alle necessità degli agricoltori, unica categoria fragile in questa partita.
Su sollecitazione del presidente i funzionari del parco hanno effettivamente cercato di applicare le misure previste al fine della prevenzione dei danni agli allevatori. Ma, ha chiarito la Riboni: mi sono accorta che: primo, lo strumento di difesa viene fornito solo ad agricoltori che hanno subito la predazione o nelle vicinanze. Secondo, il progetto non prevede una adeguata varietà di metodi, come ad esempio i recinti fissi (che però, osserviamo noi, funzionano solo in circostanze particolari, mai sugli alpeggi ,a meno di non creare deleterie concentrazioni di animali a danno della loro salute, del loro benessere, della conservazione del pascolo). Dalla Regione sono stati quindi ottenuti dei fondi  supplementari, nell’ambito del progetto per ampliare gli interventi. In ogni caso la presidente ha tenuto a precisare che: L’ente non promuove la convivenza, ma si adopera con ogni mezzo ad esso in possesso per ridurre l’impatto del predatore.
Dopo aver posto l’attenzione sul ruolo insostituibile  svolto dall’agricoltura di montagna per la conservazione del paesaggio e, in generale, di un patrimonio storico e culturale risultato della millenaria colonizzazione della montagna, Vittoria Riboni ha sottolineato anche come questo paesaggio, plasmato dall’uomo, sia anche ricco di valenze naturalistiche, di biodiversità, di capacità di difesa del suolo. Un risultato conseguito anche perché la montagna ha potuto beneficiare per un lungo periodo dell’assenza del predatore. In particolare: la manutenzione capillare conserva il suolo, riduce le erosioni e i cedimenti di terreni e terrazzi. Questo patrimonio oggi è minacciato da un predatore che non avendo un competitore si sta diffondendo a macchia d’olio.
 A questo punto la presidente delle aree protette ha voluto indicare nel dettaglio quali sono le conseguenze dell’impatto della predazione da parte del lupo sulle strutture del piccolo allevamento ossolano.  Voglio spiegare ora che cos’è l’agricoltura delle nostre montagne e che cosa comporta una predazione. Nel nostro territorio il cuore degli allevamenti ovi-caprini è costituito da una miriade di piccoli greggi di poche decine di animali. Ciò li rende particolarmente vulnerabili. 10 pecore sbranate su 1000 ha un impatto. 10 pecore sbranate su 50 l’allevamento chiude. Esiste poi una miriade di allevatori amatoriali che meritano la massima attenzione e rispetto perché in capo a loro è il governo dei terreni più disagiati e scoscesi. se non vogliamo il bosco in casa ci sono loro. I sistemi proposti sono utili ma non infallibili. Mettere un recinto su terreni scoscesi è un lavoro improbo e il lupo può superarli. Ci sono poi tutti i danni collaterali ad una predazione: animali spaventati che soffrono il trauma, perdono il latte e subiscono aborti. Le recinzioni in alpeggio infine comportano: una riduzione della produzione perché l’animale non può mangiare nel momento ideale cioè di notte, una riduzione della gestione pascoliva, e fenomeni di erosione del cotico erboso nell’area all’interno dei recinti. Occorre quindi oggi ribaltare il problema e mettere l’agricoltura al centro del progetto e trovare nuove forme di gestione del predatore. La biodiversità del lupo e quella generata dall’agricoltura non sono compatibili ed occorre operare delle scelte. i parchi non vivono di territori incolti e abbandonati ma sulla montagna viva e sugli ambienti semi naturali.

Non è usuale che un presidente di una provincia e di un sistema di parchi assumano queste posizioni. L’Ossola, a questo riguardo, appare molto diversa dal Piemonte (rispetto al quale, non a caso) continua a nutrire aspirazioni autonomistiche. Parrebbe di essere in una “piccola provincia di Bolzano”. Solo che qui non ci sono un partito (Svp) e un forte sindacato agricolo (Sbb) schierati con gli allevatori contro la reintroduzione dei grandi predatori.  C’è però, una reattività diffusa e palpabile,  un coinvolgimento delle istituzioni locali che in Italia stenta quasi ovunque a emergere (salvo nella Lessinia veronese, dove i sindaci e la società civile sono compattamente dalla parte degli allevatori contro WolfAlps).

L’anomalia ossolana si spiega con fattori storici e geografici. Innanzitutto è un valle incuneata nella Svizzera, una valle che, quando era unita a Milano (sino alla metà del Settecento), aveva goduto una larghissima autonomia. La tardiva imposizione del centralismo Torinocentrico (e dell’irrigimentazione militaresca sabauda della società), il mantenimento, anche dopo l’annessione sabauda, di legami con la Lombardia (verso cui gravitava e gravita ancor oggi l’Ossola), spiegano perché, rispetto alle aree di Cuneo e Torino – da decenni afflitte pesantemente dal lupo – l’Ossola sia più reattiva.  La geografia, oltre alla relazione con la Svizzera e la Lombardia, aiuta l’Ossola anche da un altro punto di vista: le lunghe valli, parallele, di Cuneo e di Torino si aprono sulla pianura, la montagna per parlarsi deve passare dalla pianura. Una limitazione non da poco (logistica ma anche simbolica e psicologica). In Ossola le convalli convergono sul fondovalle del Toce nei pressi di Domo.  Le valli ossolane, oltre tutto, sono anche meno spopolate e vi sono ancora tanti piccoli allevatori.  WolfAlps, sottovalutando i dati socio-culturali, presumendo di poter passare come un rullo compressore sulle Alpi, indipentemente dalla realtà antropica, politica, sociale. Così trova resistenze inaspettate che con i suoi soliti metodi non riesce a piegare  facilmente.

La parola (in coda al convegno) agli allevatori

Oltre che dagli interventi “programmati” di Lincio e Riboni, il punto di vista degli allevatori è stato sostenuto nei brevi interventi concessi al “pubblico”.  Davide Tidoli , vice-sindaco  di Bannio Anzino, parlando anche a nome di Macugnaga e degli altri comuni della valle, ha ribadito che, in vent’ anni , da quando è tornato il lupo,  nessuna soluzione è stata messa in atto per far fronte ai danni economici e sociali e alla biodiversità. Ha quindi riferito che i sindaci della valle Anzasca, che si erano riuniti una settimana prima, hanno convenuto nel dichiarare che la convivenza con lupo in valle Anzasca non è possibile.

Lina Leu
, allevatrice di capre e di mucche della val Vigezzo (nata e cresciuta in valle Antrona), ha messo il dito sulla imbarazzante piaga degli  ibridi.  Ha sostenuto che le posizioni degli esperti in tema di lupo sono unilaterali e che c’è qualcosa che non funziona se tocca a lei sollevare certe questioni.

Marco Defilippi
, allevatore venuto dalla val Sesia a testimoniare la comunanza di problemi e di posizioni con i colleghi del VCO, ha sollevato il problema dei conflitti creati dai cani con i turisti  (oggetto di un recentissimo articolo qui su ruralpini che mette in evidenza come il regolamento di Alagna Valsesia ponga fortissimi limiti all’uso dei cani per la difesa). Defilippi ha poi evidenziato come i lupi saltino i recinti e, come gli altri, ha concluso che  la convivenza non è possibile.

Resta da riferire dell’intervento di Otten Gesine, la battagliera allevatrice di capre che – già nel 2004 – era stata tra i più convinti e attivi animatori del Comitato di difesa degli allevatori, un comitato che, negli ultimi anni, sotto la pressione degli eventi e del succedersi delle predazioni è andato ampliandosi ad altre/i combattive/i allevatrici/ori.  Gesine, che ha posto domande ai relatori anche dopo i loro interventi, ha osservato che WolfAlps va avanti per la sua strada, noncurante della crescente sofferenza deli allevatori, come se le solite “ricette” (cani e reti) andassero sempre bene, andassero bene ovunque.  Devo sentire le stesse cose da 18 anni ha sbottato l’allevatrice e attivista. Gesine, comunque, non si è limitata a contestare genericamente WolfAlps ma ha affrontato temi specifici. Ha ribadito come le stesse normative internazionali che  proteggono il lupo abbiano previsto, in caso di forti danni al bestiame domestico, la creazione di zone di esclusione del lupo. Come è stato fatto in Svezia per salvaguardare l’allevamento della renna. Come hanno  chiesto a più riprese (e siamo certi che non molleranno di fronte al muro di gomma di Bruxelles e delle lobby internazionali animal-ambientaliste) i paesi alpini di lingua tedesca. Entrando nel merito delle azioni previste da WolfAlps II (che ricalcano sostanzialmente quelle di WolfAlps I, potenziandole),  ha contestato nello specifico l’organizzazione delle squadre cinofile antiveleno. Se la convivenza fosse possibile, se si attuassero misure di difesa efficaci non ci sarebbe nessun caso di distribuzione di bocconi avvelenati ha detto Gesine. Servono, invece, come già si fa con gli orsi, delle squadre cinofile di dissuasione, composte da due conduttori e da almeno tre cani specializzati e addestrati nel respingere, dissuadere e allontanare i lupi nelle situazioni critiche. Così non si può continuare – ha poi sostenuto la capraia – precisando che: in Ossola, dove l’80% delle aziende zootecniche sono rappresentate da piccoli allevatori c’è una situazione insostenibile. Non si può più andare avanti così.


qui l’intervista a Otten  Gesine sul sito de la Stampa

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