Lessinia: montagna da lupi?



Dal 2014, in Lessinia, il problema dei lupi e del loro impatto sulle attività umane è diventato oggetto di ampio e acceso dibattito fra montanari e cittadini. Questo articolo di Giuliano Menegazzi e Ugo Sauro fa descrive la prima fase seguita alla reintroduzione (coperta da una ridicola love story) del predatore nel parco dei Lessini. Oggi le considerazioni sarebbero più amare  e preoccupate ma resta il fatto che la reintroduzione del lupo sulle Alpi, voluta e perseguita a tutti costi per precisi interessi (il resto è fumo negli occhi gettato da una propaganda da far invidia a Goebbels), rappresenta una sfida. La montagna, di fronte allo shock del lupo, o impara a reagire, a prendere coscienza anche di altre imposizioni (come l’adozione di sistemi agricoli intensivi copiati dalla pianura e di una cultura consumista e individualista), a lottare a 360° per la sua cultura, il suo ambiente, il suo paesaggio, la sua biodiversità, o soccomberà al progetto neoliberale mascherato da ambientalismo (ma in perfetto stile nazista) di spopolamento forzato.
 

di Giuliano Menegazzi e Ugo Sauro

Giuliano Menegazzi, di Erbezzo, nato nel 1975 è un tecnico agricolo, appartiene a una famiglia di allevatori, è stato consigliere comunale sino al 2019, ha coordinato la richiesta (approvata) di iscrizione della Lessinia nel registro dei paesaggi storici rurali. Segue l’associazione per la tutela a ela valorizzazione della pecora brogna.Ugo Sauro, nato nel 1943 originario della Lessina veronese è stato professore di Geografia Fisica presso il corso di studio di Scienze della Natura dell’Università degli Studi di Padova. La sua attività si è orientata alla geomorfologia e all’analisi del paesaggio. Oltre a numerose pubblicazioni scientifiche ha pubblicato diverse opere monografiche, in particolare sulla Lessinia riguardanti anche gli aspetti antropici del territorio.  È direttore del «Quaderno Culturale – La Lessinia ieri oggi domani».

(11.05.20) Nel 2012 con la ricomparsa in Lessinia del superpredatore per eccellenza, il lupo (Canis lupus), ha avuto inizio una nuova stimolante avventura che è ancora in corso e che lascia molti con il “fiato sospeso”. Il monitoraggio di questi carnivori ha dimostrato che la prima coppia, formata da un maschio di origine slovena denominato Slavc e da una femmina italiana, proveniente dalla Alpi Occidentali, denominata Giulietta, si era già stanziata nel 2012. Nel 2013 la coppia ha avuto due piccoli. Nel 2014 sono nati altri sette cuccioli, facendo assumere a questa popolazione animale la dimensione di un branco di 11 individui (Castagna, Parricelli, 2014), da cui si sono staccati i primi due nati, ormai adulti. Nel medesimo anno si è verificato un notevole incremento delle predazioni, con oltre 64 fra capi di erbivori domestici (per lo più vitelli, manze e asini) e cani predati vivi sull’altopiano (considerando anche la parte trentina degli alti Lessini). A questo numero vanno aggiunte alcune predazioni non segnalate o non riconosciute ufficialmente. Il 20 settembre 2014 il wwf ha promosso, in collaborazione con il Comune ospitante di Bosco Chiesanuova, un simposio dal titolo: Il lupo è tornato in Lessinia, c’è chi se ne rallegra perché arricchisce la fauna del Parco, ma gli allevatori di bestiame e gli albergatori sono in allarme, parliamone insieme, il quale ha coinvolto esperti di fauna, politici, protezionisti, montanari, e cittadini, e che ha suscitato un acceso dibattito. I giornali locali e nazionali hanno pubblicato molti articoli relativi agli avvistamenti, alle predazioni e alla polemica in corso sul lupo, che hanno trovato ampio spazio anche su internet.

Non sono molte le notizie sulla passata presenza del lupo sui nostri monti. Attilio Benetti, memoria storica della Lessinia, è l’unico che ne ha parlato estesamente in varie pubblicazioni, ove evidenzia il senso di paura che i lupi esercitavano nei nostri vecchi e racconta alcuni episodi in cui i lupi sbranarono delle persone, soprattutto giovani donne, e numerosi altri in cui attaccarono degli uomini e in qualche caso li ferirono. Alcuni di questi fatti sono confermati da stele in pietra, erette sui luoghi della predazione, come quella della “pora Mada” (la povera Maddalena) nei pressi di contrada Valle di Camposilvano. Questi eventi stimolarono una caccia al lupo che portò alla sua estinzione nel corso del XIX secolo.

Un monumento al lupo

Nel giro di soli due anni il lupo ha saputo risvegliare i montanari della Lessinia dal loro torpore. Infatti, da qualche decennio gli abitanti della montagna stanno attraversando una crisi culturale e identitaria, espressione di una disarmonia tra l’uomo e la natura che si è andata approfondendo e che ha dei riflessi anche all’interno delle comunità locali. Le motivazioni di questa crisi sono molteplici, ma si possono ricondurre fondamentalmente alle due cause principali: – declino delle comunità contradali e con queste della cultura montanara tradizionale,– esproprio delle risorse delle montagna da parte dei poteri e meccanismi della globalizzazione. Sulla prima causa ha scritto, tra gli altri, don Alberto Benedetti (1987), il quale sottolineava come nel passato la forza dei montanari risiedesse proprio nell’armonia che regolava le relazioni delle comunità di più famiglie che abitavano nelle singole contrade e anche in gruppi di contrade vicine. Relativamente alla seconda causa, Eugenio Turri già nel 2002 si è così espresso: Il fatto decisivo tuttavia è che ormai anche la Lessinia si trova sempre più agganciata ai meccanismi propri della megalopoli: un organismo che usa, riusa, rinnova e abbandona lo spazio, lo degrada e lo mortifica incessantemente. Sembra finita l’epoca della montagna mitizzata, mondo autonomo, culturalmente diversificato… Così la megalopoli distrugge miti, integra spazi, divorandoli o rifiutandoli… (Turri, 2002).

Le conseguenze dell’involuzione delle comunità locali sono state da un lato lo spaesamento e disamoramento dei montanari nei confronti delle loro terre, con le quali la relazione non è più così vitale com’era in passato, e dall’altro le ricadute ambientali di uno sviluppo di tipo industriale stimolato dai processi della globalizzazione. In particolare, quello che era un paesaggio solare e armonioso si è andato deteriorando in seguito all’impatto di attività poco sostenibili per ambienti come il nostro, tra cui allevamenti intensivi di bovini e suini di grandi dimensioni. Per i primi si è poi scelto in molti casi e su sollecitazione di esperti del settore, di privilegiare l’allevamento di razze ad alta produzione di latte, le quali richiedono l’“importazione” di grandi quantità di sostanza organica sotto forma di mangimi e foraggi. Ne è conseguito un considerevole aumento della produzione di letame e liquami e quindi l’iperconcimazione e la nitrificazione dei suoli utilizzati dagli allevamenti più intensivi. I prati da sfalcio e i pascoli estivi che ospitavano una moltitudine di specie di piante erbacee e di fiori multicolori sono stati, per la maggior parte, colonizzati da poche specie adatte ai suoli ipertrofici, come il tarassaco e le ortiche. Mentre la biodiversità delle aree aperte si andava riducendo, il bosco ha continuato ad espandersi trasformando quello che era un paesaggio dalle ampie panoramiche, in uno scenario che tende a chiudersi sempre più. Inoltre, la trama delle opere dell’uomo, che documenta la lunga storia della colonizzazione esprimendo la messa in pratica di una cultura profondamente rispettosa dell’ambiente, si è andata progressivamente “sbiadendo”, in parte mascherata dal bosco, in parte degradata dal tempo. La comparsa del lupo ha fatto rivivere in giovani e meno giovani la relazione atavica con questo animale, risvegliando l’attenzione per il patrimonio ambientale e culturale tramandato dagli antenati. Di fronte all’interrogativo se sia preferibile lasciare al lupo la montagna oppure rivendicarla per gli uomini che vi abitano da secoli, se non da millenni, i montanari hanno reagito con forza. In passato, infatti, il lupo era percepito come il principale antagonista naturale dell’uomo, tanto che gli abitanti delle zone rurali sono sempre stati uniti nel combatterlo. Se il processo di presa di coscienza del possibile ruolo dei montanari nei confronti del territorio e delle sue risorse, che questo incontro-scontro sta suscitando, si tradurrà in scelte maggiormente consapevoli e responsabili di sviluppo, dovremo poi innalzare un monumento al lupo come co-attore e stimolatore dell’avventura lessinica dei tempi della globalizzazione.

Il lupo visto dai cittadini e dai montanari

Il dibattito sul lupo oggi in corso risente dei diversi modi di percepire la natura, in particolare quella montana, che hanno coloro che vivono negli ambienti prevalentemente artificiali delle zone urbanizzate, rispetto a quelli che invece vivono negli ambienti seminaturali marginali. I “cittadini” in genere non hanno un’esperienza diretta delle dinamiche di un ambiente seminaturale, come hanno invece i montanari, e spesso percepiscono come fatto positivo tutto quanto tende a riportare tali ambienti verso una natura primaria. Così, l’espansione del bosco viene ritenuta una riconquista da parte della natura di quanto le apparteneva di diritto e, analogamente, la ricomparsa degli orsi e dei lupi come un auspicabile “ritorno alla foresta” di specie animali significative; i montanari sono spesso visti come degli intrusi che hanno violentato ambienti naturali di grande pregio. A uno di noi autori, che svolge attività di divulgazione sui propri monti (US), è capitato spesso di sentirsi chiedere
perché non si procede a piantare i faggi nell’area degli alti pascoli, ripristinando così la foresta primaria, senza però che gli interlocutori si rendessero minimamente conto di tutto ciò che un intervento del genere comporterebbe. Analogamente, i lupi e gli orsi sono ritenuti dei protagonisti di diritto, meritevoli della massima protezione, ancor più della gente che abita la montagna. In definitiva, molti cittadini vorrebbero poter espropriare la montagna ai montanari. In occasione del convegno promosso dal WWF, Associazione benemerita per aver stimolato il dibattito, cui entrambi gli autori hanno partecipato, uno dei due (Ugo Sauro) di origine montanara, ma che ha vissuto gran parte della sua vita in città, si è posto il problema
della presenza del lupo ed è intervenuto presentando le sue conclusioni che si trovano nell’allegato 1. In seguito, l’altro autore (Giuliano Menegazzi) segnalava al precedente, sia una sua lettera inviata al giornale L’Arena (all. 2), sia un documento reperibile in rete firmato da 34 studiosi francesi, sempre relativo al lupo (riportato nella sua traduzione italiana nell’allegato 3). Interessante è notare come tutti questi documenti, pur partendo da punti di vista diversi, siano sostanzialmente concordanti nelle conclusioni che potremmo così riassumere: 1) l’uomo che vive in montagna è il testimone di tradizioni millenarie e il tutore di un ambiente e di un paesaggio rurale che è frutto di una lunga storia e va quindi salvaguardato più di quanto debba essere protetto il lupo; 2) la gestione del recente “problema lupo” è stata sino a oggi inadeguata e in prospettiva va ripensata profondamente, in quanto finisce con il danneggiare gli abitanti delle aree marginali, mettendo a rischio la sopravvivenza di attività tradizionali come la pastorizia e l’allevamento, che hanno una valenza sia culturale, sia ambientale, anche per gli stessi cittadini; 3) il fatto che nel corso dello sviluppo ormai millenario
delle comunità alpine, nessuna di queste abbia scelto volontariamente di convivere con i lupi, dimostra quanto velleitaria, irrispettosa e antidemocratica sia l’imposizione legislativa dei politici e dei cosiddetti “animalisti” che, come risulta anche dall’esame del Progetto Life Wolf Alps e dalle misure protezionistiche messe in atto, sembra pianificata per costringere le comunità della montagna a convivere con i grandi predatori, e ciò senza che i diretti interessati siano stati preventivamente coinvolti nella “progettazione” del loro futuro.

Allevamento e predazioni in Lessinia

La prima notizia sull’arrivo del Lupo in Lessinia, è stata diffusa nel febbraio del 2012 sul quotidiano L’Arena di Verona. Gli allevatori hanno dapprima reagito con diffidenza ritenendo il fatto poco credibile. Non si sono quindi preoccupati più di tanto sulle possibili conseguenze che tale predatore avrebbe potuto arrecare agli animali al pascolo. Tuttavia, già nel primo anno di presenza si sono registrate alcune predazioni su animali domestici, anche se i numeri esigui degli attacchi non hanno creato allarmismo, ma solo confermato la presenza del lupo. Col passare del tempo, alcuni allevatori hanno iniziato a manifestare timori sulle conseguenze di questa ricomparsa, ma l’atmosfera di entusiasmo alimentata dagli esperti contribuiva a farli tacere. I lupi della Lessinia, esempio di una montagna in salute, titolava, nel giugno 2013, l’articolo del giornale L’Arena in occasione della 48a Assemblea dell’Unione nazionale cacciatori – zona Alpi, a Bosco Chiesanuova. Nonostante al convegno fossero presenti anche alcuni esperti nazionali del nuovo predatore, nessun allarme fu sollevato sulle eventuali nricadute negative sull’allevamento o su possibili interventi preventivi.
Gli allevatori non dovettero aspettare molto per capire cosa significava per gli animali portati all’alpeggio la presenza di questo grande predatore. Solo nell’estate 2013 dovettero presentare 24 richieste di sopraluogo per presunte predazioni da lupo a carico di animali al pascolo (12 nella Lessinia Veronese, e 12 in quella Trentina) (Castagna, Paricelli, 2014); inoltre alcune vacche risultarono disperse. A fine 2013, stanchi dell’immobilità degli enti locali e regionali, diversi allevatori e proprietari di malghe della Lessinia iniziarono ad attivarsi, per cercare soluzioni al problema che altri dimostravano di volere ignorare. Una lettera firmata da 300 allevatori e proprietari fu quindi spedita a 31 istituzioni, nessuna delle quali ha risposto. Nel documento si levava un grido di allarme per la “Lessinia che va scomparendo”. In seguito a una riunione tenutasi a Campofontana, un gruppo di allevatori e proprietari, oltre che uno degli autori (Giuliano Menegazzi), coordinati dall’allevatore Modesto Gugole, richiedevano che la Comunità Montana e il Parco convocassero con urgenza una riunione in cui si dibattesse il problema dei Lupi; purtroppo, anche tale richiesta non fu accolta.
Di fronte all’immobilità delle istituzioni, in virtù anche di altre criticità del nostro territorio mai affrontate, allevatori e proprietari si costituirono in associazione col nome: “Associazione Tutela della Lessinia”, ponendosi, tra gli altri, i seguenti obbiettivi: a) proporre e promuovere progetti che abbiano come fine la tutela del territorio e delle attività presenti nel territorio della Lessinia; b) divulgare la conoscenza delle peculiarità del territorio montano e delle attività presenti; c) sviluppare, tramite il confronto ed esperienze mirate, il senso critico e di conoscenza delle problematicità del territorio montano; d) promuovere il dialogo tra soci; e) promuovere e organizzare, anche in collaborazione con gli enti pubblici e/o privati, iniziative (convegni, escursioni, manifestazioni sportive, nonché iniziative di solidarietà sosocialmente rilevanti, ecc.); f ) difendere tramite manifestazioni, iniziative, convegni, progetti e proposte l’ambito della Lessinia da decisioni pubbliche/private che possano creare danno al territorio e/o alle attività presenti in Lessinia. Gli allevatori hanno capito che devono tornare a essere i principali protagonisti dello sviluppo del loro territorio. Da parte loro, i proprietari delle malghe sono di fronte alla sfida di individuare nuove modalità di gestione delle proprietà. Anche altri abitanti della Lessinia si sono espressi con favore sulla nascita e finalità dell’Associazione. Si sono quindi organizzati incontri in tutti i capoluoghi dei comuni della Lessinia montana per favorire il dibattito tra la gente. È stata spedita una seconda lettera al Presidente e alla Giunta della Comunità Montana della Lessinia con la richiesta di venire convocati a incontri istituzionali aventi per tema il Lupo; richiesta che non è stata mai esaudita.

Si sono organizzati alcuni incontri con i responsabili del Progetto Life Wolf Alps per capire cosa si stava progettando per salvaguardare gli animali e gli allevamenti della Lessinia In occasione del già citato simposio promosso dal wwf, i due giovani agricoltori Laura Giacopuzzi e Daniele Massella, rappresentanti dell’Associazione Tutela della Lessinia, sono intervenuti sulle criticità del progetto.
Su proposta di uno degli autori (GM), l’Associazione internazionale Amamont ha poi organizzato, l’8 novembre 2014, un incontro ad Erbezzo, con ospiti giunti da varie regioni italiane e dalla Svizzera in cui relazioni di docenti di varie università hanno stimolato un dibattito sui problemi della montagna.
Si è preso coscienza del fatto che i montanari non devono più limitarsi a guardare passivamente all’abbandono della montagna, ma, con grande orgoglio per la propria eredità culturale, tornare a essere parte attiva del loro sviluppo futuro.
Nel passato anche in Lessinia sono stati fatti molti errori, non si sono mai trovate soluzioni all’abbandono delle contrade e al consumo del suolo. Sono state sviluppate tipologie di allevamento non sostenibili per i nostri territori, mentre gli allevatori più tradizionalisti nelle metodologie di lavoro sono stati nel tempo relegati a semplici comparse. Si è riconosciuto quanto sia problematico gestire il territorio e far reddito in montagna allevando razze di vacche da latte iper-produttive, come la Frisona Italiana, non adatte al pascolamento su terreni difficoltosi. Si è anche ribadito come all’allevatore di montagna debba essere riconosciuto un servizio a favore della tutela ambientale. Complice la crisi economica e sociale attuale, si sta assistendo a un ritorno al lavoro agricolo e di conseguenza a scelte consapevoli di abitare in aree rurali marginali; scelte che, se favorite e ben guidate, potranno salvaguardare e valorizzare la montagna. Per farlo serve una maggiore autonomia gestionale e soprattutto una maggiore auto-consapevolezza da parte degli abitanti, perché, come è stato detto durante il convegno, “la qualità della vita in montagna è unica ed invidiabile”. Ribadiamo, quindi, che la Lessinia non è una montagna da lupi, e cioè che non è proponibile il progetto di fare convivere i grandi predatori con gli abitanti di un territorio intensamente antropizzato e con un così ricco patrimonio paesaggistico e culturale. Altre aree di grande estensione, abbandonate dall’uomo e conquistate dalla foresta potranno essere certamente gestite come parchi faunistici, in cui i grandi predatori potranno trovare ambienti favorevoli.

Per una rinascita della montagna

Quei cittadini che frequentano e si documentano sulla montagna, interloquendo con gli abitanti, finiscono con il rendersi conto di come questi ambienti e paesaggi semi-naturali abbiano una valenza culturale inestimabile anche da un punto di vista educativo-didattico, certamente diversa e difficilmente comparabile con quella degli ambienti naturali primari, ma, nell’insieme, in grado di trasmettere molto di più alle nuove generazioni (Sauro, 2010Sauro et al., 2013). Infatti, queste possono essere introdotte, attraverso esperienze dirette, alla storia del rapporto uomo-ambiente e alla scoperta di innumerevoli avventure umane del passato, fornendo ai giovani le basi culturali per progettare un futuro che, senza replicare il passato, sia espressione del ristabilimento di una relazione armoniosa tra l’uomo e la natura. In questo senso, la Lessinia può diventare uno straordinario laboratorio culturale e colturale, di cui è opportuno tornino a essere principali protagonisti gli stessi montanari, coadiuvati, tuttavia, da istituzioni e cittadini in grado di stimolare la maturazione e l’attuazione di progetti e sperimentazioni. In altre parole, i montanari non devono essere abbandonati a se stessi ma aiutati a gestire le risorse della montagna con modalità tradizionali ma anche innovative, favorendo l’integrazione di queste con forme di turismo culturale diversificate. Questo tipo di collaborazione si impone in quanto la montagna è diventata più che mai risorsa per la città, dove i cittadini trovano spazi per attività ricreativo-culturali negli ampi territori rurali. Allo stesso tempo bisogna prendere nuova coscienza dell’importanza di salvaguardare le attività sostenibili di allevamento, sia per garantire la cura del territorio e del paesaggio, sia per tramandare lo stile di quel vivere in “contrà” ricordato nel convegno di Erbezzo da Mons. Bruno Fasani, come momento educativo in grado di vincere l’apatia dei giovani d’oggi, derivante dalla cultura digitale. Tutto questo potrebbe essere favorito anche dall’istituzione di un Centro Culturale, affiancato al Parco, e in grado di stimolare iniziative di ricerca, di divulgazione, di sperimentazione a differenti livelli: di università, centri di ricerca, della popolazione, per categorie di lavoratori (come: operatori turistici, allevatori, agricoltori…), scolastici, per sportivi, per turisti… a vantaggio sia degli abitanti, sia dei cittadini. Potrà sembrare un progetto utopistico, ma tutto dipende dal coraggio e dallo spirito d’iniziativa dei molti che amano la montagna, a partire da chi ci vive.

Bibliografia

(1) Sauro U., 2010 – Lessinia: montagna teatro e montagna laboratorio. Cierre Ed., Sommacampagna (Vr), 276 pp.

(2) Sauro U., Migliavacca M., Pavan V., Saggioro F., & Azzetti D. (a cura di), 2013 – Tracce di antichi pastori negli alti Lessini. Alla scoperta di segni di avventure umane nel paesaggio. Bussinelli Editore, Verona, 368 pp.[su questa pregevole opera il cui valore va al di là dell’interesse locale. per portare contributi alla cultura alpina in generale,  si può scaricare il PDF della comunicazione di Ugo Sauro: Le ricerche sui pastori negli Alti Lessini: bilancio e prospettive in Atti della Tavola Rotonda / BOSCO CHIESANUOVA (VR) – 26, 27 OTTOBRE 2013)

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