Pastori. Non ha molto senso parlarne bene a Natale ma poi stare dalla parte dei lupi per tutto il resto dell’anno

di Robi Ronza

(26/12/2012) Come ogni anno a Natale tornano fra l’altro alla ribalta i pastori, primi destinatari dell’annuncio della nascita del Salvatore e primi ad essersi recati ad adorarlo. L’Epifania (= manifestazione) cui vennero invitati precede di molti giorni quella dei Magi. Credo che ad esempio Lorenzo Lotto nella sua famosa «Adorazione dei pastori», esposta a Brescia nella Pinacoteca Tosio Martinengo, per questo li dipinga  in abiti da gentiluomini, https://it.wikipedia.org/wiki/Adorazione_dei_pastori_(Lotto). In quanto invitati dal Re dei Re a riconoscere e ad adorare Gesù Bambino prima dei Re Magi, secondo le regole cerimoniali dell’epoca del Lotto erano ipso facto divenuti dei nobili di rango superiore a quello di quei pur illustri e aristocratici sapienti. D’altra parte elementi simbolici tratti dal mondo pastorale caratterizzano la fede cristiana sin dalle origini. Gesù stesso è il Buon Pastore, i Vangeli tramandano molte sue parole e riferimenti alla vita e ai doveri degli allevatori di pecore, e fino ad oggi i vescovi sono indicati come pastori dei fedeli, tanto che il bastone pastorale è il segno della loro carica. A tanto rilievo storico e simbolico non corrisponde però oggi alcuna consapevolezza diffusa della realtà attuale dei pastori, della loro importanza per la cura del territorio e dei loro problemi. Sono anzi tra le prime vittime di quell’ambientalismo estremista che — nato e cresciuto non a caso in ambienti urbani dove non si ha più alcuna reale esperienza della natura – nella sua venerazione neo-totemica per il lupo li vede anzi come grandi nemici dell’ambiente.

Diversamente da quanto oggi troppi credono, i pastori, e gli allevatori in genere di ovini al pascolo, non soltanto esistono tuttora ma non sono affatto i proverbiali …ultimi dei Moicani. Sia in Piemonte che in Lombardia, due regioni il cui nome fa innanzitutto venire alla memoria paesaggi di fabbriche e di palazzi direzionali sedi di banche e di società di terziario avanzato, la pastorizia è consistente; e cresce il numero dei giovani che vi si dedicano. È di questi giorni l’uscita di un  libro fotografico, Remènch / Transumanza in Lombardia di Carlo Meazza con testi di Marta Morazzoni, Anna Carissoni, Giovanni Mocchi, Lucia Maggiolo, che con immagini magistrali illustra l’ambiente e la vita oggi dei pastori transumanti lombardi. Pubblicato dalla Pubblinova Edizioni Negri, un editore indipendente specializzato, Remènch (= vivere vagando), è ormai reperibile anche sui circuiti commerciali telematici, e si può acquistare via Internet pure tramite i siti della Hoepli, della Ghedini, della Feltrinelli e di altre grandi librerie. Il libro, frutto di un lavoro durato diversi anni, dà con grande efficacia una testimonianza di prima mano sul persistere della pastorizia anche nel mondo in cui viviamo e del suo significato.  Non entra nel merito del problema della compatibilità tra la pastorizia e la presenza incontrollata del lupo sulle montagne europee – su cui mi soffermo qui — ma non è questo il suo tema.

Di nuovo diversamente da quanto oggi troppi credono, la pastorizia dei grandi greggi non è un’attività marginale, tanto più che implica investimenti che non sono da poco. Il pastore proprietario è un imprenditore con capitali investiti e spese di personale. Alla pastorizia dei grandi greggi si aggiunge poi quella dei piccoli greggi non transumanti che integrano il reddito o di agricoltori di montagna in attività o anche di gente di montagna in pensione che dalla cura qualche decina di ovini trae un vantaggio non solo economico ma anche (e forse soprattutto) fisico e psicologico. Nella fase attuale del ritorno del lupo sulle montagne italiane, in cui si tratta ancora di individui isolati o di piccoli branchi, sono questi piccoli greggi i principali obiettivi delle predazioni dei lupi. In Francia invece si registrano già attacchi di grossi branchi di lupi a grandi greggi. Fino a qualche anno fa in Italia gli attacchi avvenivano nei pascoli alti, ma adesso già si registrano attacchi notturni dentro i paesi con pecore e capre sbranate da lupi penetrati in recinti posti nei pressi delle abitazioni. Nella sua edizione del 4 dicembre scorso il quotidiano torinese La Stampa, nelle sue pagine di cronaca del Verbano-Cusio-Ossola, dà notizia di una pecora sbranata da un lupo dentro il villaggio di Re, alle porte dell’omonimo grande santuario. Nel Verbano-Cusio-Ossola un episodio analogo si era già verificato in precedenza a Calasca-Castiglione, un comune della valle che porta a Macugnaga, il noto centro turistico ai piedi del Monte Rosa.

Fra i grandi quotidiani a diffusione nazionale La Stampa è l’unico che sul problema posto dal dilagare del lupo dà voce non soltanto alle tesi dell’ambientalismo estremista. Lo scorso 26 ottobre vi ha dedicato un’intera pagina del suo «Primo piano». “Il lupo che attacca il gregge fa il suo mestiere di predatore, ma sull’altro fronte di questo duello vecchio come il mondo”, si legge nell’articolo di apertura della pagina, “ci sono i pastori, che si ritrovano a contare le vittime degli assalti alle loro pecore (…). Il lupo è una specie protetta dal 1971, quando era in estinzione, ma da allora è tornato a diffondersi (…)”. Sulle montagne italiane se ne contano attualmente circa 2 mila secondo le stime più benevole, e stanno crescendo del 20 percento all’anno.

Sia in Svizzera che in Francia si stanno già prendendo iniziative per tenerne sotto controllo il numero, mentre in Italia il lupo continua a essere ufficialmente intoccabile, il che finisce per indurre al bracconaggio, fenomeno mai lodevole ma che, così stando le cose, diviene talvolta inevitabile. In un’intervista con cui si conclude la pagina de La Stampa di cui si diceva, Reinhold Messner afferma tra l’altro che “è una questione di convivenza, quindi di trovare un equilibrio. Accade anche in natura. Bisogna fare pace tra contadini e animalisti. Sa, chi protegge ad ogni costo il lupo è di solito un cittadino che non l’ha mai visto in azione (…). Bisogna trovare un punto di equilibrio: non si tratta di uccidere tutti i lupi, conclude il famoso alpinista e ambientalista sud-tirolese, “ma è impensabile che i contadini debbano andarsene. Lasciare le malghe significa anche interrompere la transumanza, che fa parte sia della cultura alpina che della nostra economia”. Speriamo che venga ascoltato.

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