Si allarga alla Valsesia il movimento NO LUPI

“O noi o i lupi”. WolfAlps  –  sempre più autority del lupo istituzionalizzata – e la Regione Piemonte sono stati contestati anche in Valsesia (dopo la protesta in Ossola). Nessuna fiducia nell’opportunismo della politica e delle istituzioni. Va intensificata la protesta per rompere la cappa di piombo di censura e menzogna



di Michele Corti

Oggi 29.07.2010, a Varallo Sesia, si è ripetuta la protesta contro le liturgie lupiste delle istituzioni. Chi si confronta quotidianamente con il problema non si lascia imbrogliare dalle “soluzioni” (i pannicelli caldi) invocati dall’Uncem – che si sveglia solo oggi dopo tanti anni che in Piemonte il problema è drammatico – e dalla serafica Regione Piemonte (appiattita su WolfAlps). La montagna non ci sta a fare la rana bollita e reagisce, prima di perdere del tutto le sue forze sociali. Il lupismo, da punta di diamante, diventa forse così un boomerang per la politica e i poteri forti del capitalismo finanziario (che dettano la linea anche ai media). Chi pensava a una montagna e a un mondo rurale ormai esausti, rassegnati, domi,  si trova a fronteggiare una inattesa attivazione contestativa da ambiti sociali e territoriali snobbati e sottovalutati. Mentre a livello di culture urbane prevale il conformismo, la passività, l’anestetizzazione.


(29.07.20) La notizia del giorno è la nuova contestazione nei confronti degli incontri di “informazione e confronto” messi in atto dalla Regione Piemonte con WolfAlps. Intanto ci si chiede perché, se si tratta di confronto, WolfAlps non rappresenti solo una delle parti in causa, alla pari di associazioni di allevatori, organizzazioni agricole, comuni di montagna. La scelta di lasciar gestire la partita lupo a WolfAlps da parte della giunta di centrodestra la dice lunga. All’incontro di  Varallo c’era il vice-presidente della regione, Carosso (foto sotto), e il solito  parterre degli espertoni e “scienziati” della lupologia che si fa lupocrazia.



 Come a Villadossola, nel contesto blindato dell’emergenza infinita, chi contesta alla base le narrazioni sulla “convivenza”, sulle misure che dovrebbero attutire il conflitto, chi vuole testimoniare le situazioni impossibili determinate dalla presenza dei lupi, che non si fanno tema di predare sotto le case, è costretto al “parlare” con i cartelli di protesta, con i campanacci. Una protesta nel solco di quella tradizione rurale che vedeva l’organizzazione di sonore manifestazioni di dissenso organizzate da giovani con campanacci (chiarivari). Era una sorta di “polizia dei costumi” che sanzionava comportamenti che potevano compromettere la riproduzione sociale della comunità (adulteri ecc.). In tempi recenti questa tradizione si è  riproposta nelle “proteste delle pentole” che hanno assunto carattere politico di contestazione di regimi oppressivi (da Pinochet a Maduro). Quando il dissenso è fatto tacere si protesta così.  Voi sonerete le vostre trombe noi suoneremo i nostri … campanacci.


Caracas: manifestazione popolare contro il dittatore Maduro

Come in Ossola, anche in Valsesia le istituzioni del territorio, quelle più vicine alla gente del posto, sono apparse al fianco degli allevatori. Erano presenti infatti i sindaci di Alagna e di Carcoforo e l’assessore all’agricoltira dell’Unione montana dei comuni valsesiani.  Continuando così le cose i sindaci (ma anche i parroci, le associazioni) dovrebbero farsi promotori di proteste di massa.  Per far capire a Torino che qui ci sono comunità intere, piccole, ma decise a farsi sentire. Comunità non ancora liquefatte.

Siamo ancora alle veline del ventennio fascista (in realtà è un nuovo totalitarismo che avanza)

“Se mandiamo dei comunicati a certi organi di informazione locali non lo pubblicano finché non arriva una replica lupista”, ci diceva qualche settimana fa Gesine Otten del Comitato difesa allevatori Ossola). E’ perciò importante diffondere queste notizie con i canali dei samizdad del XXI secolo, con i blog, con facebook (censure permettendo). Tanti piccoli canali, tanti piccoli gruppi alla fine riescono, con pazienza, a fare controinformazione (un po’ come i dissidenti russi che trascrivevano a mano i loro “post” si fogli di carta).
Se si legge cosa riportano i media di questi “incontri” ufficiali sul lupo ne esce un quadro idilliaco o, al massimo, di una conflittualità facilmente rientrabile. La realtà sanguinosa, feroce, vissuta ogni giorno in certe valli, lo strazio continuo di animali domestici, la paura per l’avvicinamento dei predatori agli abitati, gli ululati, la rabbia per non essere capiti, sono espurgati dalla narrazione lupistica politically correct.



Il regime della censura e del pensiero unico lupista

Non si ritenga esagerato il riferimento (i samizdad, i dissidenti)  con l’Unione Sovietica. Oggi viviamo in una dittatura soft, capace però, non solo di oscurare la verità ma di capovolgerla. Molto efficacemente. Non si ritenga esagerato neppure fare il confronto con quanto avveniva nel ventennio fascista. Le “brutte notizie” semplicemente scomparivano, tutto era edulcorato, tutto andava bene, non c’erano conflitti. La stampa andava persino oltre in zelo adulatorio, autocensorio, apologetico, rispetto alle stesse direttive del PNF. Anche durante il ventennio c’erano proteste.  Ma i media tacevano e, se proprio dovevano parlarne (perché ne erano a conoscenza in molti), le attribuivano a circostanze assolutamente locali se non a beghe personali (anche quando si protestava per ragioni economiche di carattere generale e con qualche sfumatura politica). A leggere certi articoli in tema lupo della Busiarda (ma anche di alcuni siti di informazione locale) pare di vivere ancora nel ventennio. C’è una tesi: “la convivenza” che nasconde con la solita ipocrisia la realtà della insostenibilità del lupo in certe valli e quindi la certezza di effetti di abbandono delle attività tradizionali.  Nessuno dice: “Vogliamo cacciare i montanari, le attività tradizionali”. Ma l’obiettivo è quello.  Sulla capacità di censura e di ribaltamento della verità del sistema dovremmo, però, aver avuto già abbastanza lezioni, eppure… Ci siamo dimenticati le guerre in Irak, nei Balcani?



Le guerre pacifiste “per esportare la democrazia e i diritti umani” a colpi di bombardamenti di obiettivi  civili (anche da parte di aerei militari d’attacco di un paese, il nostro, che nella sua costituzione “ripudia la guerra”). La ripudia con le bombe dei cacciabombardieri e a colpi di proiettili a uranio impoverito?  Ci siamo dimenticati le guerre “giuste”, “legittimate” dalle menzogne – rilanciate dai TG e giornaloni italiani – delle inesistenti armi chimiche di distruzione di massa di Saddam?



La favola della “convivenza”, del lupo buono, che porta pace e amore e biodiversità per tutti non è affatto diversa. Le azioni militari  mettono in riga chi non si adegua alla globalizzazione, al monoteismo del mercato, alla open society dove i prodotti finanziari tossici e ogni altra merce, uomo compreso, devono poter circolare liberamente su un pianeta ridotto a piano liscio, senza corrugamenti, senza confini, senza diversità fastidiose.  Il potere sul cibo delle multinazionali deve poter crescere e i contadini inefficienti devono togliersi di mezzo, come gli artigiani e tutti i piccoli residui di un passato pre-tecnologico. Le risorse naturali devono concentrarsi (ne va dell’efficienza e della sostenibilità, dicono loro) sempre più in poche mani ed essere gestite attraverso derivati finanziari. I popoli tribali, i popoli indigeni, le comunità rurali tradizionali devono levarsi dai piedi e consentire la “libera” (per il neoliberalismo, ovviamente) valorizzazione delle risorse da sottrarre alle forze del localismo, dell’ignoranza, del tradizionalismo, della scarsa sensibilità ambientalista.
Così come si esporta la “democrazia” a colpi di bombe e di missili sganciate e lanciati da aerei e da droni, così si deve (sono sempre tutti imperativi categorico del sistema neoliberale) esportare il conservazionismo e il reintroduzionismo. Il conservazionismo euroamericano (più americano che euro, in realtà) esporta le ideologie della wilderness e dei parchi, perfettamente speculari a quelle tarocche della liberaldemocrazia.

Il lupo produce la biodiversità come le bombe la democrazia

Con la scusa di elefanti e tigri e con la violenza aperta (deportazioni, torture, omicidi) il sistema neoliberale rappresentato dalle ong ambientaliste (vere multinazionali) esporta il “conservazionismo” in Africa, Asia, America Latina. Con la scusa del lupo lo esporta nelle “aree periferiche” europee da “rinaturalizzare”, operando una pulizia etnica strisciante, e poi da sfruttare come riserve d’acqua pulita e altre risorse. La logica neocolonialista è identica. Il fine è sempre lo stesso. In Europa è perseguito a colpi di aggiramenti della democrazia, di colpi di mano tecnocratici, di una governance opaca. I lupi sono uno degli strumenti tecnici (ben poco pacifici, anzi sanguinari). Il tutto reso possibile dall’ignavia della politica di cui sopra, dalla cooptazione dei chierici conformisti e non disinteressati (intellettuali, burocrati).  Le montagne rappresentano un “corrugamento” che ostacola la creazione di quel piano liscio dove far scorrere le merci, da dove estrarre risorse, senza attriti. L’attrito è rappresentato da comunità locali, sia pure indebolite dai processi di burocratizzazione/perdita di autonomia/proliferazione regolativa e dalla contrazione demografica (genocidio silenzioso ma voluto).
La montagna che suscita indipendenza e autonomia, come condizione necessaria dell’esser-ci, dell’essere in questo posto, è un “corrugamento” spiacevole. Lo sapevano anche i poteri imperiali del passato, consapevoli che il montanaro o si sottomette con la forza o lo si elimina fisicamente o gli si concede spazi di indipendenza (a pochi montanari è facile bloccare punti critici nelle valli e tendere imboscate agli eserciti). Il feudalesimo ha avuto poca presa nelle Alpi e, in epoca comunale, le popolazioni alpine avevano acquisito un forte controllo sulle proprie risorse .  Mentre le comunità rurali di pianura sono state espropriate delle terre comuni (pascoli e boschi) già nel basso medioevo, le comunità di montagna hanno avuto il loro momento d’oro nel Cinquecento secolo e hanno tenacemente contrastato poi i tentativi di controllo e di esproprio durati secoli. Nell’Ottocento, quando lo stato si era rafforzato enormemente rispetto all’ancient regime, era già utilizzato il pretesto ambientalista. Si diceva che le montagne erano state disboscate per colpa dei montanari (non era vero) e che gli andava tolta l’autonomia. Non importava se era stato il fabbisogno di legna e carbone di legna (ancora nel Settecento l’unica fonte energetica insieme all’acqua e al vento e alla forza animale) delle proto-industrie e delle città a impoverire i boschi. Grazie all’ideologia forestalista dominante (che incolpava le comunità del disboscamento) le amministrazioni forestali centralizzate e le polizie forestali decidevano se il montanaro poteva tagliare una pianta per rifarsi il tetto. Ieri bisognava proteggere il bosco, sulla base di presupposti falsi, oggi bisogna reintrodurre il lupo. Pretesti legittimati dalla potenza di fuoco degli apparati ideologici del sistema.Paga il più debole. Vince la menzogna.



In questi giorni i mandarini dell’Uncem Piemonte hanno diffuso presso gli enti locali un ordine del giorno tartufesco fatto delle solite parole:  “la situazione è insostenibile”, “serve pensare a un piano di contenimento”. Parole ipocrite perché poi Bussone, interpellato dalla Busiarda, mostrando il coraggio del coniglio, si affrettava tosto a confermare il solito cerchiobottismo: “Valutiamo senza pregiudizi e senza parlare di abbattimento”. Come si vogliano contenere i lupi senza un controllo numerico, senza il prelievo, senza gli abbattimenti, è però un mistero. Si pensa forse di distribuire condom, spirali, pillole anticoncezionali? Gli ignavi (gli opportunisti, quelli che non si schierano) rappresentano una  categoria sovrarappresentata presso i nostri politici. Agli ignavi Dante – uomo che considerava la morale del suo tempo (di impetuosa crescita economica e di sviluppo della finanza e della crematistica) già molto “liquida” – riservava, tra i peccatori, i giudizi e le punizioni più dure agli ignavi, collocati nel terzo girone infernale.



Gli ignavi corrono dietro a una banderuola che gira vorticosamente (evidente contrappasso per chi nella vita “fa la banderuola” e va dove spira il vento della convenienza e del potere). Sono punti ferocemente da vespe e calabroni e dei vermi schifosi si nutrono del sangue che cola.   Le attuali prese di posizione dell’Uncem rappresentano solo parole. Non serve a nulla, è aria fritta, auspicare genericamente un “contenimento”, bisogna colpire i presupposti dell’inganno lupista. Se i numeri continuano ad essere quelli falsi di Costa, se si continua a ritenere che la stima “cautelativa” dei lupi italiani, (sulla base del quale il piano lupo Boitani-Galletti ammetteva una percentuale del 5% di prelievo massimo teorico) rimane quella di  1500 lupi (verosimilmente un quarto del numero attuale di esemplari, nel frattempo raggiunto in forza di una crescita che si registra in molte regioni), non ci sarà mai nessun contenimento. Osserviamo che in Francia si applica attualmente un prelievo effettivo di oltre il 20% (rispetto al dato verosimile di popolazione non a uno miniaturizzato) e i lupi aumentano lo stesso.
Bisogna realizzare censimenti eseguiti da chi li sa fare, non affidati a WolfAlps che è la parte pro lupo essendo, in origine, un progetto per la diffusione del lupo sulle Alpi.  Un “censimento”  fatto sulle direttive WolfAlps con la manovalanza del Cai (senza competenze specifiche) è una burla. Bisogna poi cambiare radicalmente le regole delle denunce di predazione e di liquidazione dei danni che spingono gli allevatori a tacere, lamentarsi, imprecare e… a non segnalare le perdite. I costi, la trafila burocratica, le clausole inserite per evitare di riconoscere i danni provocati dal lupo, sono tali da dissuadere anche i più decisi (specie se si tratta di uno stillicidio di pochi capi ovicaprini alla volta). L’ Italia, dove la mancanza di senso dello stato è diffusa prima di tutto nelle istituzioni, nei politici, nella burocrazia e nella paraburocrazia e dove il cittadino è sempre rimasto un suddito (mentre si blaterava di democrazia “avanzata”), è l’unico paese europeo con significativa presenza di popolazioni lupine dove non c’è alcun dato attentibile circa i danni reali provocati dalla specie in questione e circa la sua  consistenza. Una situazione dolosa perché ha consentito di continuare a incassare in modo surrettizio finanziamenti per progetti a volte ripetitivi, a volte pretestuosi, con il canale privilegiato della specie “a rischio di estinzione”, della specie “prioritaria”. Finanziamenti investiti in larga misura per campagne di disinformazione e indottrinamento ideologico dell’opinione pubblica (oltre che favendo fluire denaro ad associazioni, enti, singoli esperti).

Bastano i cani e le reti, poi l’agnello e il lupo convivono


 
Ora l’Uncem, resasi conto della crescente esasperazione in tutte le provincie piemontesi, finge di attivarsi sul tema lupo ma, sino ad oggi, era schierata dall’altra parte della barricata. Era allineata e coperta con il politically correct che impone lo slogan ipocrita e beffardo (nei confronti degli allevatori e della gente di montagna e delle aree rurali) della “pacifica convivenza”. L’Uncem ha avallato per anni le menzogne della propaganda lupista: “Bastano i cani e le reti per risolvere il problema, chi ha ancora predazioni è un incapace”.

  Ecco cosa ha detto per anni l’Uncem: i cani sono una buona soluzione. Un po’ di autocritica no? La convivenza delle pecore con l’agnello? Ma quella è solo una metafora escatologica biblica. C’è da vergognarsi a scrivere certe cose.

La politica della banderuola (che va dove gira il vento)

Per par condicio dobbiamo anche dire qualcosa sulla Lega. Oggi, a commento delle prese di posizione dell’Uncem, la Lega in regione, ha rilanciato il tema del “contenimento del lupo”. Ma le regioni hanno il diritto-dovere, confermato da sentenze della Consulta di attivare la procedura  di controllo. Il piano lupo è scaduto nel 2015. Ma vale sempre quanto previsto dalla Direttiva Habitat: in caso di danni economici gravi e di pericolo per la sicurezza pubblica ecc. scatta la deroga e, previa autorizzazione Ispra, le regioni possono attuare gli abbattimenti. Il piano inquadrava a livello nazionale la situazione ma, considerata la gravità della situazione in alcune regioni essa potrebbe essere affrontata già da subito. Vi sono tutti gli strumenti legali.
In passato, quando il Ministero ha risposto niet alle richieste di abbattimenti di Piemonte e Toscana, non aveva detto: “non potete chiedere l’autorizzazione”. Se l’avesse fatto sarebbe stato allora facile il ricorso. Ha dovuto, invece, accampare “motivazioni” farlocche che potevano essere comunque anch’esse contestate. Di fatto il gioco sporco consisteva nel dire: “Non possiamo abbattere alcun lupo in Piemonte perché non sappamo quanti lupi ci sono in Italia e c’è una opinione pubblica che teme per una specie in via di estinzione”. Le regioni usano il tema della mancata approvazione (per colpa loro che hanno fatto le voltagabbana!) del Piano lupo perché, per palese vigliaccheria, non osano fare il necessario passo della richiesta dell’attivazione del controllo. Hanno paura per le conseguenze delle reazioni isteriche animaliste. Vogliono parararsi le terga con il “Piano nazionale”. Comunque debbono sempre autorizzare l’ISPRA e il Ministero dell’ambiente ma il solo fatto che siano loro ad attivare la procedura e ad esporsi le fa recedere. Chiamasi opportunismo. Codardia.
L’ex ministro Galletti  (centrosinistra) aveva fatto scrivere il piano a Boitani (lupologo maximo) che, molto astutamente, contemplava – ma solo in teoria  gli abbattimenti (quil’analisi del piano). Si sarebbe dato un contentino alle organizzazioni professionali agricole che avrebbero potuto dire: “Ecco vi abbiamo tutelati”. Sarebbe stato solo sulla carta, ma a loro bastava così.
Oggi il Piano verrebbe ancora steso con lo stesso criterio. Appellarsi al Piano è menare il can per l’aia, far credere agli allevatori, alle popolazioni che il Piano possa risolvere i problemi. No. I problemi si affrontano a monte, con monitoraggi seri del lupo e dei danni da lupo perché solo su questa base possono essere avanzate richieste precise e motivate di autorizzazione dei prelievi. Se il ministro resiste e, senza il supporto di motivazioni tecniche, rigetta le richieste delle regioni, si va alla Corte Costituzionale e alla Corte europea.E Roma deve cedere.   Va aggiunto che qualora, in Italia, emergesse che le cifre della consistenza del lupo sono state per decenni tenute artificialmente basse, qualora emergesse la vera consistenza in Italia della specie e la vera consistenza dei danni, il fronte in Europa a favore della revisione dello status di super protezione del lupo (Convenzione di berna e Direttiva Habitat) avrebbe un argomento fortissimo dalla propria parte in un contesto europeo in movimento (in Germania e Olanda stanno rafforzandosi le posizioni “revisioniste”).
Gli animal-ambientalisti, imprenditori politici astuti e disinvolti dell’emotività e dell’ignoranza naturalistica, hanno già stoppato Boitani e Galletti (quiper le vicende tragicomiche del piano lupo, proprie di un paese in situazione drammatica ma non seria). E stopperebbero anche oggi un piano che contempla, sia pure in teoria, l’abbattimento legale dei lupi. Sul feticcio del lupo intoccabile hanno costruito campagne che hanno fruttato tessere e finanziamenti. La Regione Piemonte, presidente Chiamparino (centrosinistra) guidava il fronte delle regioni che, dopo aver approvato il piano Galletti-Boitani,  si rimangiavano la parola in modo imbarazzante sotto la pressione delle rumorose minoranze animaliste.  Ridere o piangere?  E pensare che il primo a chiedere l’abbattimento dei lupi era stato l’assessore piemontese all’agricoltura del PD, Taricco.  Il quale poi si era velocemente riorientato alla “convivenza”.
Nel 2010  la Lega, con Sacchetto, contestando la giravolta di Taricco, fece campagna contro la politica del centrosinistra, che aveva finanziato il “Progetto Lupo” (briciole rispetto a WolfAlps, 334 mila €).

Il neo assessore Sacchetto (Lega), vinte le elezioni,  non solo non fece ripartire il Progetto lupo ma attivò un Progetto pastore. Ma verso la fine della legislatura Sacchetto e l’assessore ai parchi e alla montagna di AN (Casoni) approvarono il primo progetto WolfAlps, un vero terno al lotto vinto per la lupisteria organizzata, firmato e presentato dal presidente del Parco Alpi Marittime (un falegname di Entraque messo lì dalla Lega). A Entraque, dove ha sede il Centro uomini e lupi (recinto con lupi, museo) anche il sindaco è stato acquisito alla causa del lupo che in paese porta un po’ di turismo. Insomma per qualche piatto di lenticchie,  per non scontrarsi con la burocrazia e qualche lobby,  il centrodestra fece il più grande regalo al partito del lupo in Italia.  Con WolfAlps ha hanno avuto impulso il Centro uomini e lupi e il Centro grandi carnivori (il lupo non ci basta!) di Entraque divenuto quartier generale di WolfAlps e autority che in Piemonte tende a gestire il lupo per delega istituzionale de facto (esautorando i competenti assessorati). Nel frattempo Taricco, che era andato a Roma (alla camera dei deputati), presentava interrogazioni sul problema lupo per chiedere interventi a favore degli allevatori e per sapere quanti lupi ci siano realmente in Italia. Ovviamente senza ottenere risposte.  Il suo collega di partito, Chiamparino, come già visto, scavalcando i suoi assessori, da presidente della regione si metteva  alla testa del partito pro lupo. Ora, dopo tutte queste giravolte chi può credere alla politica?  

Per un esponente della cultura urbanocentrica più arrogante e della sinistra bancaria come Chiamparino, evidentemente, i pastori, la  montagna, gli animali d’allevamento NON SONO in patrimonio del paese e NON VANNO tutelati

Chi protesta sa che otterrà qualcosa dalle banderuole della politica solo costringendo  i media a parlare del problema anche dalla parte degli allevatori, della montagna del territorio rurale. Sa che i politici si smuoveranno sul serio e non solo a parole solo facendo arrivare le proprie ragioni a un pubblico poco informato, sollecitato emozionalmente a senso unico dalle macchine propagandistiche di WolfAlps e delle istituzioni (dove la burocrazia, il deep state, è in toto lupista). Con l’obiettivo dello spostamento dell’opinione pubbica generale (dove pesa la componente urbana) da posizioni sia pure superficialmente lupiste a posizioni più aperte rispetto alle esigenze di tutela degli allevatori e della montagna. Un riequilibrio di questo tipo toglierebbe molta dell’acqua in cui nuotano gli animalisti e, di conseguenza, spunterebbe di molto la loro capacità di influenzare la regione.  In ogni caso, i voti degli allevatori della montagna, dei territori rurali, che pure sono pochi, in condizioni, come il Piemonte, dove c’è da decenni un equilibrio tra gli schieramenti, potrebbero avere anch’essi un loro peso influenzando gli assetti politici locali ma non solo.

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