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Europa e culture alpine

 

da Alte Terre

Se l’analisi del DNA individua il grado di parentela tra individui o l’appartenenza ad una specie, così la scala dei valori fondanti individua una comunità e la colloca in un albero genealogico in cui sono individuabili gradi di parentela con culture prossime con le quali si hanno segmenti di questo DNA in comune.

Una comunità è tale quando i suoi componenti riconoscono per buona parte sovrapponibile la scala dei valori fondanti.

Il sentire collettivo, la scala dei valori fondanti, è il mezzo che una comunità ha a disposizione per individuare e perseguire il fine del proprio agire che diventa allora il “bene comune”.

Sulle Alpi si sono mantenute comuni tracce culturali, più o meno residuali, che altrove sono state cancellate dall’avanzare della modernità e del conseguente approccio liberal alla organizzazione della società.

Non è un caso che queste tracce si siano potute conservare proprio nei luoghi in cui l’approccio comunitario è stato premiante e questo è il motivo per cui le Alpi custodiscono un patrimonio immateriale che arriva dalla storia e dai secoli passati, mantenuto sui monti quasi scrigno segreto.

Quelle che sono ora considerate culture minoritarie non sono solo testimonianze di un tempo che fu, ma solo il ponte che ci può collegare all’avvenire possibile.

La cultura “maggioritaria” ci arriva da una storia recente, frutto del processo che ha portato alla nascita degli Stati Nazione, invenzione recente da cui buona ultima in Europa è nata l’Italia.

Un processo di normalizzazione che ha funzionato bene nelle pianure e nelle città, ma che non ha potuto cancellare le tracce di culture nascoste più in alto, che si erano fatte alpine per libera scelta e che ora sono patrimonio collettivo.

Le culture “minoritarie” rimaste quassù testimoniano percorsi di civiltà che hanno seguito le curve di livello, che hanno permesso di affrontare difficoltà oggettive del vivere il monte e ci legano ad antiche relazioni transnazionali, a tempi passati in cui prese corpo e si consolidò l’idea di una Europa che ora riprende il suo cammino, faticoso, ma ineluttabile.

Un’Europa che ora deve riscoprire l’importanza del Mediterraneo spostando a Sud un baricentro troppo legato alle capitali del Nord e le Alpi, montagne mediterranee, possono dare un contributo sostanziale alla costruzione di un’Europa nuova capace di guardare ad un avvenire possibile.

Le Alpi intese come luogo in cui popoli che si sono fatti montanari hanno saputo conservare tracce di valori, saperi e storie che sono ora patrimonio collettivo e non Alpi come angolo ameno coperto di boschi, popolato da selvatici e senza l’uomo che lo viva.

Tra molte, mi piace la definizione della montagna di Fernand Braudel “la montagna è il rifugio della libertà, delle democrazie, delle risorse importanti, anche se respinge la grande storia, gli oneri come i benefici e i prodotti più perfetti della civiltà”.

L’attuale Europa, distesa sulle Grandi Pianure, ha finalmente compreso l’importanza delle sue Alte Terre  e la decisione assunta dal vertice europeo del 20 dicembre scorso che porterà alla Macroregione Alpina è l’inizio di un cammino nuovo. Evviva!

Sta a noi montanari fare in modo che al centro del progetto europeo per una Macroregione Alpina venga collocato l’uomo che le Alte Terre vive.

bosco, riprendiamone possesso!

da Alte Terre

Dal 1874 al 1906 in Italia il disboscamento fu di circa 30.000 ettari all’anno, legna e carbone vegetale fornivano l’85% del fabbisogno energetico all’industria di fine ‘800, l’energia elettrica iniziò a contribuire solo verso la fine del secolo.

La nascente industrializzazione richiedeva energia, l’incremento della popolazione spingeva al dissodamento di terreni marginali, così all’inizio del ‘900 i boschi raggiunsero i minimi storici.

L’elettricità allo scoppio della Grande Guerra copriva solo il 9% del bilancio energetico, ma la prospettiva cambiò nel giro di due decenni e le percentuali crebbero con la progressiva entrata in funzione delle centrali idroelettriche nelle valli.

Dietro le leggi sulla forestazione del 1910 e 1923 c’erano gli interessi della lobby idroelettrica, interessata ad una politica di forestazione che garantisse la stabilità dei bacini di raccolta delle acque e Mussolini parlò allora di “calvizie” della nazione da curare non per problemi estetici, ma per venire incontro ad interessi che ancora una volta non erano quelli dei montanari.

Nel 1923 venne emanato il R.D. 3267 che raggruppava tutti gli aspetti della difesa idrogeologica con la imposizione del vincolo forestale, il rimboschimento e il riconoscimento agli agenti forestali della qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria.

Gli interessi dei produttori di energia idroelettrica presero il sopravvento e dettarono le regole della nuova politica forestale. In 20 anni furono rimboschiti più di mezzo milione di ettari sull’arco alpino dove allora si produceva il 70% dell’energia idroelettrica nazionale.

Se nel XIX secolo interessi per buona parte legati alla produzione energetica avevano portato a grandi abbattimenti, dai primi anni del XX secolo interessi sempre legati alla produzione energetica promuovevano grandi reimpianti. Lo scenario si era capovolto, ma gli interessi erano sempre gli stessi.

Dopo la seconda guerra mondiale il corso della storia alpina cambia, con lo spopolamento salta completamente il rapporto con il territorio, l’energia viene ricercata altrove, l’apporto dell’idroelettrico non è più determinante e le foreste delle valli alpine, dimenticate per mezzo secolo, dilagano.

Ora con il prezzo del petrolio in continua ascesa e gli incentivi per la produzione di energia da fonti rinnovabili le cose stanno nuovamente cambiando e qualcuno ricomincia a guardare al bosco come fonte di energia.

Se all’inizio del XX secolo era il “trust idroelettrico” a dettare le regole per il bosco, ora altri interessi si stanno organizzando, sempre però legati alla produzione energetica e stanno rialzato lo sguardo verso la selva alpina. Si è così riscoperto che i monti sono coperti da una fonte di energia verde rinnovabile, vicina e facilmente prelevabile.

Rimane però da pensare un progetto di filiera che veda il bosco come una risorsa strategica per coloro che il monte lo vivono.

Il bosco è turismo, caccia, biodiversità, aria buona e bellezza, produzioni di legname da opera e per riscaldamento domestico e, in buona fine, biomasse per produrre energia da utilizzare nelle valli come volano di sviluppo.

Un progetto ambizioso che per una volta sarebbe bene però fare quassù avendo chiari obiettivi, limiti, costi e benefici.