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La Svizzera torna alla carica: togliere la super- protezione internazionale per il lupo

(30.08.17) La Svizzera torna alla carica per ottenere una revisione della Convenzione di Berna. Il 23 agosto 2017 il Consiglio federale (governo) svizzero ha approvato la proposta di rinegoziazione con il Comitato permanente della convenzione internazionale di Berna tendente a declassare il lupo  da “specie assolutamente protetta” (Allegato II) a specie faunistica “protetta” (Allegato III). La proposta era stata avanzata da canton Vallese al parlamento ed aveva avuto, dopo alterne vicende e votazioni, il parere favorevole della commissione incaricata di esaminarla del Consiglio degli stati (camera alta). L’iniziativa svizzera avrebbe certo più forza se affiancata da altri paesi come Francia e Italia ma la politica è ostaggio della demagogia animalista e della tecnocrazia verde.

 
Il Consiglio federale, approvando la richiesta di revisione della Convenzione,  ha quindi incaricato il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) di inoltrarla al Consiglio d’Europa entro fine luglio 2018. Va ricordato che una precedente analoga proposta della Svizzera era già stata respinta, nel 2006, dal comitato permanente della Convenzione di Berna secondo il quale le deroghe previste dalla convenzione stessa risulterebbero adeguate alla soluzione dei problemi di “coesistenza” con le attività d’allevamento.
Di fatto, però, stante il regime di “specie assolutamente protetta” l’attivazione delle misure di controllo da parte dei cantoni è condizionata da complesse procedure e dall’autorizzazione dell’UFAM (l’ufficio federale per l’ambiente). Le limitazioni legali al controllo del lupo hanno consentito alla specie, presente nel Vallese sin dal 1995, di stabilire, a partire dal 2012 il primo branco (del Calanda) nei Grigioni (foto sotto).


Nel 2015 si è avuta una cucciolata in Canton Ticino, al confine con la provincia di Como e, nel 2016 nel Vallese. Con al formazione dei branchi (che rapidamente tendono a “gemmarne” di nuovi) la popolazione lupina svizzera, ancora limitata a 50-60 esemplari, conoscerà nei prossimi anni una forte espansione e non è difficile prevedere un forte conflitto con le attività zootecniche e pastorali. La situazione è quindi fortemente mutata rispetto al 2006 quando la Convenzione di Berna (che decide sulla base dei pareri degli esperti conservazionisti) rispose picche alla richiesta svizzera precisando che  le disposizioni derogatorie dell’articolo 9 della Convenzione  sono sufficienti per far fronte ai problemi legati al lupo sia in Svizzera che in altri Paesi. Ma le cose sono cambiate anche negli altri paesi. 


In Francia l’aumento del numero dei branchi e dei capi predati (nel 2016 ottomila ovini) non si arresta nonostante che, dopo qualche anno di “rodaggio”, le quote di abbattimenti autorizzate dalle prefetture vengano finalmente raggiunte. 

Il fatto è che il lupo gode nei nostri paesi (Italia, Svizzera, Francia) di  condizioni favorevoli, che consentono un’elevato tasso di natalità. Perco e Forconi (2016) stimano in un prelievo del 20-25% della popolazione (legale o illegale che sia) la quota di rimozione necessaria a contenere l’aumento della popolazione e l’acuirsi – sino a raggiungere livelli insostenibili –  del conflitto con le attività zootecniche e venatorie. Il controllo illegale annuo viene stimato da questi autori pari a 900 capi (il 50% della mortalità totale), molto superiore a quello “lamentato” dal WWF, che, paradossalmente,  accusa i bracconieri di  eliminare “solo” 300 lupi.  Dal momento che per il WWF i lupi in Italia sono, al più, 1500 esso è costretto a sottostimare il “bracconaggio”. Per non perdere la faccia. 

Una squadra incaricata del controllo del lupo in Francia

 
Una convenzione anacronistica che punta a favorire il rewilding

Mantenere lo status di specie assolutamente protetta per il lupo oggi, nel 2017, sulla base di una Convenzione internazionale elaborata nel 1979, quando il lupo era a rischio in estinzione anche in Italia (ed era scomparso da tutta l’Europa occidentale con l’eccezione della Spagna) che senso ha?  La spiegazione è semplice: è funzionale non più alla salvaguardia della specie (obiettivo superato) ma alla ricolonizzazione da parte della stessa di territori dove non era più presente da 1-2 secoli e all’aumento di densità dove era già presente. Un giochetto sporco. Che la politica e gli apparati burocratici governativi tendono ad avallare.
Sostenere che “tutto va bene madama la marchesa”, che la “convivenza” è possibile anche in regime di “super-protezione” (bastano le magiche misure di prevenzione) è l’espressione ideologica di un profondo disprezzo per le popolazioni delle aree montane e interne e la spia di un disegno tecnocratico di desertificazione della realtà rurale, da annullare in nome del rewilding.
Non si spiega altrimenti il dogma del “il lupo non si può toccare” che suona assurdo e provocatorio in Italia, il paese con il più elevato rapporto lupi/popolazione umana d’Europa, dove viene eliminato illegalmente un migliaio di lupi all’anno, dove  l’esasperazione degli allevatori (dal Veneto alla Toscana) è arrivata a quei livelli di guardia che preludono alla disobbedienza civile.

Il lupo disgrega il senso civico e il rapporto tra cittadini e istituzioni

Forse, però, più che la crescita di tensione in Italia, il partito del lupo dovrebbe riflettere su ciò che accade in Svizzera. Anche in Svizzera, nonostante la popolazione lupina sia ancora modesta, l’impatto del lupo sulle strutture della coesione sociale e civica è dirompente, mentre si radicalizza l’avversione contro tutto quando sa di ambientalismo e animalismo. Chiusi nella loro torre d’avorio, fatta di altezzosa autoreferenzialità, di artificiale separazione tra fenomeni biologici e realtà sociale (coerentemente con l’assunto che l’uomo è una specie nociva da eliminare), gli adepti del partito del lupo (in Italia come in Svizzera appartenenti all’unica internazionale lupista) non si pongono neppure il problema della distruzione di capitale sociale e civico che sta avvenendo nella virtuosa Svizzera. Sono valori che a loro non interessano.
Non si rendono conto che le “classiche” contrapposizioni ideologiche che in passato hanno rappresentato un problema doloroso per l’Italia (ma anche per la Francia), rischiano di insinuarsi oggi anche in Svizzera sotto la forma dell’esasperata contrapposizione tra l’ideolgia verde di matrice urbana e il tenace attaccamento ai valori legati alla montagna e all’agricoltura.
Una contrapposizione che, al di là delle violente proteste dei pastori francesi e dei lupi impiccati ai cartelli stradali in Italia, rischia di essere più lacerante e divisiva nel profondo del tessuto sociale proprio in Svizzera. Non solo la Svizzera è meno immunizzata dalle passate stagioni di odio ideologico, ma va anche tenuto conto che qui il rapporto di forze è meno inuguale rispetto all’Italia, dove la cultura rurale è considerata subcultura di gruppi subalterni.  In Svizzera la cultura rurale e l’alpinità sono costitutive dell’identità nazionale e ciò fornisce una solida base di legittimazione alla protesta anti-lupo, accolta da non pochi cantoni. La prospettiva è di un confronto aspro proprio 
perché si scontrano forze bilanciate che possono sperare entrambe di prevalere impegnandosi nella lotta.

La crescita del bracconaggio in Svizzera

In Italia è normale, quindi tutto sommato meno destabilizzante, che il suddito dello stato (in Svizzera è pur sempre un cittadino) si faccia giustizia da solo. In Italia i lupi sono esposti come macabri trofei, forma disperata di protesta e resistenza sociale contro la casta politico-amministrativa. La protesta anti-lupo in Italia è legittimata dal fatto che, di fronte alle aziende zootecniche che chiudono, la casta preferisce ribadire che “il lupo non si può toccare”. Lo fa perché sensibilissima alla demagogia ambiental-animalista, perché l’ambientalismo di facciata è un comodo camouflage per le peggiori speculazioni (vedi biomasse e bioenergie), perché teme che la concorrenza (partitica) possa intercettare il voto animalista.
Lo fa mentendo spudoratamente, perché la Convenzione di Berna e la direttiva 
92/43/Ce del Consiglio del maggio 1992, meglio nota come Habitat, consentono il controllo legale del lupo in caso di gravi danni economici, di tutela della sicurezza, di grave danno alla fauna ecc. Sarebbe istruttivo far leggere ai politicanti italiani, che continuano imperterriti a recitare il “non si può toccare”, le motivazioni con le quali il comitato permanente della Convenzione bocciava la precedente richiesta svizzera sostenendo l’efficacia delle deroghe di cui all’art. 9. Una vera commedia. Hanno ovviamentre torto sia i politici italiani (“il lupo è intoccabile”) che la convenzione di Berna (“le deroghe se attuate sono sufficienti”).



Che le deroghe non siano sufficienti lo dimostra proprio il caso svizzero. Pochi sanno che, nell’ultimo anno, il prelievo illegale del lupo in Svizzera ha superato quello legale. A fornire ulteriori motivazioni ai “bracconieri” la vicenda del lupo M75, responsabile di oltre 50 predazioni, che i guardiacaccia per parecchi mesi cercano inutilmente di abbattere. A conferma poi che il dato culturale non c’entra e che, a qualsiasi latitudine, il pastore imbraccia il fucile quando i predatori minacciano la sua attività, va rilevato come il controllo illegale del lupo in Svizzera interessi sia i cantoni di lingua tedesca che quelli di lingua romanza. Conta solo l’intensificarsi delle predazioni e la percezione che le istituzioni, la burocrazia, abbiano (o vogliano avere) le mani legate. Anche in un paese ai vertici per la cultura della legalità.

Lupi abbattuti in Svizzera

19 07.03.2016 VS Raron maschio adulto M63 bracconato
20 16.03.2016 GR Sils i.D maschio adulto M67 bracconato
21 28.07.2016 UR Attinghausen maschio adulto M68 ucciso legalmente
22 23.12.2016 VS Ergisch femmina subadults ? ucciso legalmente
23 22.02.2017 VS Val d’Annivers femmina adulto F16 bracconato
24 22.06.2017 FR Jaun femmina adulto F13 bracconato

La “strategia lupo” svizzera, che pareva fornire qualche garanzia agli allevatori (regola della 35esima pecora predata), con la diffusione dei branchi e la regola che – nel loro areale – si possono toccare solo i giovani sub-adulti,  pare arrancare. Così il prelievo legale in Francia è diventato più incisivo che in Svizzera. Tale prelievo, che non è comunque in grado di contrastare l’espansione territoriale e l’aumento del numero di lupi, è comunque valso a ridurre l’incidenza del controllo illegale ridottosi a una frazione minima del  totale a partire dal 2014-2015. Quando il partito del lupo sostiene che il controllo legale non inbisce e tanto meno sradica quello illegale, esso mente sapendo di mentire.



Riconoscere la nuova realtà di fatto (o ammettere di voler usare il lupo per imporre il rewilding)

La mancata revisione della Convenzione di Berna, ovvero una nuova risposta negativa alla Svizzera e a coloro che chiedono il declassamento del lupo, suonerebbe quale conferma che la tecnocrazia verde intende proseguire in modo cinico la politica di rewilding attraverso l’espansione dei grandi predatori. Se, negli anni Settanta, i paesi in cui il lupo era estinto, o era a rischio di esserlo, rappresentavano la maggioranza dei 27 paesi membri della Ue, oggi la situazione si è ribaltata. Senza lupi è rimasta solo l’Irlanda (non contando più il Regno unito).  Al momento della firma della convenzione 12 paesi, dove il lupo era presente, firmarono la Convenzione con la riserva che, per essi, esso continuasse ad essere semplicemente “protetto”. Così in paesi come la Grecia e la Spagna il lupo ha continuato ad essere cacciato da allora ad oggi.
Oggi l’attribuzione generalizzata di un grado di protezione inferiore consentirebbe di assegnare a questo animale uno status uniforme in Europa tale da rispecchiare la nuova condizione della specie.  I 12 Paesi potrebbero di conseguenza ritirare la riserva mentre nulla vieterebbe ai paesi che intendessero applicare una protezione più rigorosa, di mantenerla. Va aggiunto, per concludere, che la Svizzera non è sola. Nel 2016, quando si trattava di ammansire i pastori che volevano bloccare il Giro di Francia, la ministra dell’ambiente, Ségolène Royal, promise di inoltrare una richiesta di revisione analoga a quella svizzera riconoscendo la validità dell’iniziativa. Salvo rimargiarsi tutto di lì a pochi mesi.
In compenso un rappresentante dello stesso partito (Psf) della Royal, Eric Andrieu, membro della commissione agricoltura del Parlamento europeo si feve promotore di una richiesta di revisione. La Commissione europea rispose, come prevedibile, che le deroghe consentono di abbattere i lupi in caso di gravi danni ecc. e che il conflitto va prevenuto utilizzando i fondi per lo sviluppo rurale per le misure di prevenzione.
Questa è la “dottrina lupo” europea dettata dal politically correct. Peccato che la realtà dica che il lupo impari ad aggirare rapidamente molte misure preventive continuando a colpire nel mentre pastori e allevatori si vedono aggravati, a volte in modo insostenibile, dei costi (non solo economici e non certo tutti compensati) della “prevenzione”. Quanto più un allevatore, un pastore, si blinda, quanto più i lupi prenderanno di mira altri allevatori e pastori in una rincorsa senza fine alla “militarizzazione”. Una rincorsa che non porta da nessuna parte salvo alla chiusura, azienda dopo azienda, pascolo dopo pascolo, delle attivita zootecniche estensive e pastorali. Quello che vuole il partito del lupo per il quale la presenza di queste attività è un ostacolo, un disturbo, per il suo totem.

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Il «ritorno allo stato selvaggio» («Rewilding»): parchi e insediamento di grandi predatori

di Georges Stoffel*

*Georges Stoffel, Avers, Grigioni, Svizzera, Aprile 2017

Georges è un contadino bio e un alpeggiatore di Avers, isola walser ai confini dell’Italia (Sondrio) e della val Bregaglia.  Georges alpeggia a un passo dalla val di Lei dove caricano le alpi gli allevatori di Piuro (località vicina a Chiavenna). Un vero “vicino di casa” che si batte con vigore contro la reintroduzione dei grandi predatori e il parco dell’Adula (il massiccio di 3400 m tra Ticino e Grigioni). Dalla parte di qua del confine ormai i parchi sono stati già istituiti ovunque possibile, ma l’approfondita analisi di Georges sul rewildering e la governance dei grandi predatori, figli di un unico disegno internazionale delle lobby ambientalista che mira esplicitamente ad abolire l’agricoltura di montagna in vaste aree. Un progetto dogmatico, calato dall’alto secondo uno stile e una prassi totalitarie (traduzione dal tedesco di Remo Calcagnini).

S’il existe une espèce en voie de disparition dans notre Arc Alpin, c’est l’Homme Alpin, qu’il faut protéger. Dichiarazione di Georges Sfoffel all’incontro al col du Glandon in Francia (tra Oisans e Maurienne ) del 19 agosto 2017

Il rewilding ottenuto con l’insediamento dei grandi predatori severamente protetti conduce alla scomparsa del paesaggio alpino secolare, caratterizzato da una biodiversità unica nel suo genere, creata dall’economia alpestre

Veniamo al sodo. Con il nuovo problema dei grandi predatori l’approccio relativo all’adesione a un progetto di parco assume oggi una dimensione del tutto diversa di alcuni anni o decenni fa. Al tempo che si è firmata ingenuamente la Convenzione di Berna, promossa dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), che prevede la protezione totale del lupo.
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In quell’occasione non si era assolutamente coscienti di cosa avrebbe significato il ritorno dei grandi predatori. Allora di lupi non ne esistevano, o solo singoli esemplari, e perciò non si registravano danni agli animali da reddito, o quasi. Nessuno immaginava che l’IUCN avesse  progettato e messo in atto sistematicamente e di nascosto il reinsediamento del lupo. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo.

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In questi ultimi due anni la situazione è cambiata drasticamente, poiché gli attacchi perpetrati in Svizzera dai lupi a scapito degli animali da reddito sono in forte aumento. Oggi si suppone che in Svizzera si sia in presenza di 30-50 lupi, che ogni anno aumentano del 30%. Le gravi conseguenze per l’economia alpestre in Francia, con una popolazione di lupi di circa 300 esemplari e con 10.000 attacchi mortali all’anno, non promettono nulla di buono. L’economia alpestre svizzera si estende su 560.000 ettari di pascoli alpini, che corrispondono a 1/3 della superficie agricola utile. In 7.300 aziende alpestri si estivano 600.000 animali. Queste risorse naturali di erba permettono, senza aggiunta di foraggio, la produzione di 100.000 tonnellate di latte, il 60% delle quali viene trasformata in circa 5.200 tonnellate di formaggio.

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In tempi più remoti i parchi godevano del consenso generale. Oggi però, considerando la presenza dei grandi predatori, che mettono a rischio l’esistenza stessa dei contadini e del sistema ecologico unico nel suo genere, creato dall’economia alpestre, questo consenso sta cambiando

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Il reinsediamento evidente, mirato e aggressivo del lupo e di altri grandi predatori, dà una nuova dimensione negativa, finora mai esistita, alla legittimità dei parchi. Nonostante che i fatti dimostrino il contrario, Pro Natura e WWF affermano che la convivenza con il lupo, con sufficiente protezione delle greggi, funzioni bene. Questo non è vero se le popolazioni di lupi prendono il sopravvento e se l’uomo, in seguito alla protezione assoluta del lupo dovuta alla Convenzione di Berna, non può difendersi dallo stesso. Così il lupo impara che non corre alcun pericolo. A memoria d’uomo non si è mai avuta una situazione che permette ai grandi predatori di svilupparsi in assoluta libertà. Una presunta situazione che renderebbe possibile la coesistenza pacifica del predatore, che gode dell’assoluta protezione, con gli animali da allevamento, protetti con le sole misure di protezione delle greggi, è una disinformazione mirata delle associazioni per la protezione della natura. Il lupo e altri grandi predatori hanno il compito di promuovere il ritorno allo stato selvaggio di regioni scarsamente popolate. Con il no al progetto di parco nazionale Adula nel 2016 ha preso il via un importante cambio di paradigma. Ai vecchi timori della perdita di sovranità con l’adesione a un progetto di parco si aggiunge la preoccupazione del propagarsi dei problemi dovuti ai grandi predatori, con conseguenze esistenziali per l’economia alpestre. Inoltre preoccupa anche la pretesa di abolire la caccia, per lasciarla ai lupi e agli altri grandi predatori. La proibizione della caccia dapprima è prevista per i parchi, per creare nuove zone selvagge.

Sarebbe la fine di una cultura alpina millenaria, poiché i parchi si trovano nel mezzo di vasti alpeggi dedicati all’economia alpestre

Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN 

L’IUCN (International Union for Conservation and Natural Resources)(www.iucn.org) è un’organizzazione non governativa con 1000 impiegati in 62 paesi. È stata fondata nel 1948 e ha membri provenienti da 80 Stati (ministeri dell’ambiente, ecc.), da 120 organi governativi e da più di 1100 organizzazioni non governative. Vi partecipano 16.000 esperti suddivisi in sei commissioni e scienziati provenienti da 131 paesi. L’IUCN ha il compito di influenzare l’intera società in campo globale per quel che concerne la protezione della natura. Contro questo obiettivo non c’è nulla da obiettare. Ma l’ampiezza e il potere dell’organizzazione, come pure i budget miliardari per i suoi progetti, nel corso degli anni sono aumentati in modo tale da farle perdere il contatto con la realtà. Questo si può dedurre dalla sua visione del Rewilding con i grandi predatori, praticato in modo arrogante e senza scrupoli, traendo in inganno i propri partner. L’IUCN ha delegato la realizzazione di questo obiettivo ad una sua sotto-organizzazione, l’“Iniziativa grandi predatori per l’Europa” LCIE (Large Carnivore Initiative for Europe). La strategia del “ritorno allo stato selvaggio”, del “Rewilding” per mezzo dei parchi è un obiettivo dichiarato dell’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, del WWF e delle sue organizzazioni partner, Pro Natura e molte altre.

Dell’IUCN fa parte un gruppo molto grande di intellettuali che si credono “esseri umani di qualità superiore” alla popolazione contadina coinvolta nel Rewilding, così almeno si esprime l’insigne eugenetico e fondatore dell’IUCN Sir Julian Huxley. Essi progettano dall’alto il futuro del mondo rurale, sebbene non appartenesse loro. La costituzione forzata di parchi in paesi dove la popolazione coinvolta non ha niente da dire, è paragonabile a un’espropriazione.

Secondo Pro Natura i parchi sono d’importanza nazionale e quindi tutta la nazione deve poter votare sulla loro realizzazione. Fanno affidamento al fatto che strumentalizzando l’84% della popolazione urbana si potrebbe sopraffare quella rurale coinvolta. Per fortuna viviamo in Svizzera, con le sue regole democratiche. Indipendentemente dai processi decisionali si può chiedersi cosa sia più importante in campo nazionale: lo sfruttamento sostenibile degli alpeggi (un terzo della superficie dedicata all’agricoltura) a favore dell’autonomia alimentare con un’alta diversità biologica, o la visione della nascita di aree selvagge popolate dai grandi predatori.

È assolutamente decisivo riconoscere che la fondazione di parchi è una strategia internazionale dell’IUCN

L’IUCN ha suddiviso i parchi di tutto il mondo in determinate categorie e ha definito la gestione della sua protezione, i suoi obiettivi e le relative misure. Nella progettazione di nuovi parchi si applicano queste direttive che in Svizzera hanno ottenuto la legittimazione giuridica con l’entrata in vigore nel 2007 della revisione parziale della Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN). Pro Natura nel 2005 aveva proposto questa revisione secondo le direttive dell’IUCN, poiché la propria campagna in favore dei parchi lanciata nel 2000 non portava i frutti sperati. Nel relativo messaggio del 2005 (05.027) si legge:

 Essa [la revisione] mira a completare l’attuale politica della Confederazione in materia di natura e paesaggio creando un quadro giuridico atto a consentire l’istituzione di parchi d’importanza nazionale. 

In occasione dell’adesione a un parco oggi si applica la legge revisata. La confederazione, i cantoni e la direzione del progetto di parco lo gestiscono sotto la guida di un’istituzione scientifica.

Uno Stato nello Stato

Lo schema sottostante evidenzia la posizione dominante dell’Unione mondiale per la protezione della natura IUCN e del WWF e la loro influenza sulle reti internazionali.

Nel 1979 su iniziativa dell’IUCN è entrata in vigore la legislazione europea della Convenzione di Berna e nel 1992 la direttiva europea “Habitat flora-fauna”, con le quali tra l’altro è stata introdotta la protezione assoluta del lupo. Fu così preparato il terreno per il “Piano per il reinsediamento del lupo in Europa” del professor Boitani (università di Roma), entrato in vigore ufficialmente nel 2000. A titolo non ufficiale l’insediamento dei lupi era già iniziato prima (forse una misura per creare fatti compiuti?).

Una “nuova classe” vuole accaparrarsi il potere di disporre della natura

Nel corso dei decenni è così andata formandosi una “nuova classe” che si arroga il diritto di interpretare la natura e di disporne. Come sempre sono in gioco sia interessi finanziari per le organizzazioni implicate con i loro progetti, sia il dominio sulle risorse naturali. A dare il tono è l’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, una lobby cospiratrice nei campi delle scienze virtuali e della pianificazione. Ha un budget annuo di 100 milioni di franchi. Vi si aggiungono donazioni e sostegni finanziari per progetti dell’ordine di miliardi. Dal 1992 novanta miliardi per 4.000 progetti.

L’idea del Rewilding si concentra su territori scarsamente popolati, per lo più sfruttati dall’agricoltura e dalla pastorizia, come per esempio l’Arco alpino. Vi fa parte anche il reinsediamento di grandi predatori (lupo, orso, lince ecc.). In special modo il lupo ha il compito di forzare il fallimento dell’economia alpestre nei territori scelti per crearvi zone selvagge. Già in uno studio francese dell’IUCN e del WWF del 1997 si parla del fatto che

nelle zone dove si sviluppano popolazioni di grandi predatori si dovrebbero integrare settori con severe limitazioni per l’allevamento tradizionale di bestiame, affinché non ostacolino lo sviluppo dei carnivori …

Citazione molto sarcastica, poiché logicamente è giusto il contrario, cioè: siccome i grandi carnivori possono svilupparsi liberamente, ostacolano l’allevamento degli animali da reddito. Ecco cosa si intende per “diritto di disporre della natura” di una nuova classe, che ignora gli allevatori residenti e lascia la società all’oscuro di tutto.

 

Il piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa

Il professore estremista Boitani (alias papa dei lupi) dell’IUCN ha sviluppato dettagliatamente assieme a specialisti l’“Action Plan for the conservation of the wolves in Europe”. Risulta evidente che la situazione odierna con il ritorno dei lupi è stata creata artificialmente per mezzo di questo piano, con il sostegno di molti interventi umani. Ciò significa che il reinsediamento del lupo è stato pilotato con misure mirate, in contrasto con la propaganda che vuol far credere che il suo ritorno fosse naturale. Dapprima si sono cercate zone naturali poco popolate, adatte al reinsediamento dei grandi predatori. Poi ci si è informati sulla presenza in zona di un numero sufficiente di animali selvatici come cervi caprioli e altri animali da preda. Se non era il caso, si provvedeva a insediarli. Ed ecco che in seguito appaiono improvvisamente i grandi predatori desiderati, come ad esempio il lupo. Sorprende forse, che nel piano d’azione si parli di allevamenti di lupi che procurano la prole necessaria da inserire in popolazioni isolate per migliorarle geneticamente? O che si parli anche di lupi catturati per poi trasferirli altrove, oppure della messa in libertà di lupi in nuove zone?

Giocare a carte coperte per mantenere il vantaggio

Per molto tempo questo piano d’azione non è stato accessibile all’opinione pubblica. I critici del reinsediamento più tardi l’hanno scoperto e reso pubblico. Esiste solo in inglese e in francese. Sembra che per difendere gli interessi delle sfere superiori sia lecita la diffusione di menzogne. Questo è stato fatto per decenni, nascondendo la verità alla popolazione direttamente coinvolta e anche ai loro numerosi partner.

In seguito le organizzazioni IUCN e WWF e i loro membri collaboratori della protezione della natura hanno nuovamente ingannato l’opinione pubblica, suggerendo che non ci sarebbero stati problemi con il lupo, se solo si fosse prevista una sufficiente protezione delle greggi. In alcune regioni di montagna d’Europa in questi ultimi 20 anni i lupi si sono moltiplicati in modo tale da superare il migliaio di esemplari (in Italia, per esempio, i lupi hanno superato i 2000 esemplari). In Europa attualmente si parla di circa 15.000 lupi. Con un tasso di riproduzione del 30% in un anno se ne aggiungeranno altri 4.500. Anche se, tenendo conto del bracconaggio, si adottasse un tasso più basso, le popolazioni aumenterebbero ogni anno di diverse migliaia di esemplari. Così viene resa impossibile la libera pastorizia tramandata da millenni, nonostante la protezione delle greggi. Gli ultimi contadini e pastori locali sono costretti a ritirarsi per gli interessi della protezione della natura e far posto ai grandi predatori in una natura assolutamente selvaggia, esente da attività antropiche.

Messa in libertà di lupi in nuove zone

Alcuni passaggi a pag. 8 del piano d’azione (versione inglese) lasciano perplessi:

In zone dove è auspicabile il reinsediamento dei grandi predatori, bisogna tener conto dei seguenti principi:

  • si dovrebbe dare la priorità al sostegno del reinsediamento naturale,
  • sostenere la riproduzione di popolazioni incapaci di sopravvivere,
  • mettere in libertà animali in zone con popolazioni che non sono in grado di sopravvivere, facendo sì che si uniscano a dette popolazioni,
  • mettere in libertà lupi in nuove zone

Una volta che il lupo con i sostegni del caso si è stato insediato, si moltiplica e i giovani lupi emigrano in altre zone. Le organizzazioni ambientaliste affermano allora che il lupo è venuto di propria volontà …

Ritorno allo stato selvaggio con i grandi predatori

In Italia, in Spagna, in Francia e in altri paesi il ritorno allo stato selvaggio è già in corso. Di conseguenza, per esempio negli Abruzzi, in questi ultimi 20 anni il numero del bestiame da reddito è diminuito di più del 60%. Dalle 600.000 pecore da latte di una volta, oggi ne rimangono meno di 200.000, che per ragioni di sicurezza sono tenute soprattutto in stalle, dove si devono foraggiare. E la transumanza tradizionale con le pecore, ecologicamente sostenibile, è in via di estinzione.

Questa tragedia è il risultato in tutta Europa della visione e della strategia del “Rewilding” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN e delle sue sotto-organizzazioni. Se si continua di questo passo anche sull’Arco alpino francese saranno sempre più probabili simili risultati disastrosi.

Superfici dei parchi naturali come future zone selvagge

Secondo Narcisse Seppey, ex capo dell’ufficio cantonale di caccia pesca e animali selvatici (DJFM) del Vallese ed esperto di parchi, il tipo di parco naturale corrisponde ad una specie di stadio iniziale di parco nazionale:

… il parco naturale ‘regionale’ è solo una forma snella di parco nazionale, che con i suoi stretti vincoli risveglia timori. Con grande probabilità una volta instaurati i parchi regionali, ci si accorgerà dell’inganno, poiché si svilupperanno nella stessa direzione dei parchi nazionali …

Questo fatto diventa sempre più evidente se si considera il reinsediamento del lupo e di altri grandi predatori e se si sa che esistono piani di collegare i parchi tra di loro come “laboratori” o “campi sperimentali”, di proibirvi la caccia e di insediarvi i grandi predatori. Si può senz’altro dedurre che i parchi regionali, soprattutto se comprendono grandi regioni vicine fra di loro, come nei Grigioni, fungano da stadi iniziali di zone di protezione severamente regolamentate.

Arco alpino come obiettivo centrale

Se si considera il gran numero di parchi nazionali e naturali e di riserve di caccia lungo tutto l’Arco alpino – dalla Slovenia, attraverso l’Italia, l’Austria, la Germania, la Svizzera e la Francia – risulta facile ravvisare la strategia di voler creare una zona di protezione praticamente ininterrotta chiamata “Alpi”. La scarsa popolazione indigena delle vallate remote, anche dei Grigioni, deve lasciare il posto al Rewilding, ottenuto con l’insediamento dei grandi predatori. Già oggi in ogni caso non vi sono più molti contadini.

Così la vedono IUCN, WWF, Pro Natura e altri nel loro cieco zelo del “ritorno allo stato selvaggio.” Proprio come nel modello americano: in zone di montagna poco popolate si crearono degli immensi parchi, come quello di Yellowstone e altri, dove si insediarono i grandi predatori.

1000 vaste aree protette nell’Arco alpino

• 13 parchi nazionali
• 87 parchi naturali
• 288 zone naturali protette
• 4 zone naturali mondiali UNESCO
• 3 riserve geologiche

In tutto 400 zone di protezione per queste categorie principali.

Vanno aggiunte ancora circa 600 “forme speciali di protezione” (per esempio zone di protezione del paesaggio, zone di riposo). In totale abbiamo più di 1000 vaste aree alpine protette. Situazione a gennaio 2013, fonte G.I.S.ALPARC.

Un punto cruciale è l’Arco alpino francese, dove con l’allineamento consecutivo di parchi e zone protette, 3 parchi nazionali e molti parchi naturali (vedi cartina), troviamo la più grande intensità di zone protette. Condizioni ideali per il lupo. In queste zone protette si trovano molti pascoli sfruttati dall’alpicoltura. In tutto l’Arco alpino francese il lupo minaccia in modo grave l’agricoltura prativa e pascolativa delle regioni montane. Qui troviamo il maggior numero di lupi e qui avvengono i due terzi degli attacchi da loro perpetrati in territorio francese. Infatti la regione con le “Hautes Alpes”, le “Alpes de Haute Provence”, e le “Alp Maritimes”, conta circa 6.600 animali uccisi all’anno sul totale di 10.000 uccisi in Francia. Si tratta di 22 animali al giorno uccisi durante 300 giorni di pascolamento.

 

Un unico Parco nazionale nella catena svizzera delle alpi

Da 100 anni esiste un piccolo parco nazionale svizzero. Nel 2001 i piani euforici di Pro Natura prevedevano sei progetti di parchi nazionali in Svizzera: il parco del Locarnese (TI), l’Adula (GR/TI), l’Haute Val de Bagnes (VS), Les Muverans /VD/VS), il Matterhorn (VS) e il parco del Maderanertal (UR).

Pro Natura voleva (presa in parola) “destinare un parco nazionale per la circostanza del suo centesimo anniversario e appoggiava il ritiro controllato della popolazione da certe vallate alpine”. Per questa associazione i progetti rimasero però un pio desiderio. Grazie ai nostri diritti democratici e anche al diritto codecisionale dei Comuni coinvolti, i progetti vennero respinti, rispettivamente venne annullata la progettazione in seguito alla loro scarsa approvazione. La popolazione coinvolta diffidava degli intenti delle associazioni per la protezione della natura. Nel 2015 venne perfino respinto con un NO all’urna l’ampliamento della riserva biosfera Unesco in Val Monastero, in ambito del parco nazionale.

Nel 2016 nel canton Grigioni e nel Ticino è fallito alle urne l’ambizioso progetto del grande “Parco nazionale Adula”. Con i suoi 1250 km2 sarebbe diventato il parco più esteso nella catena alpina europea! La diffidenza nei confronti di simili progetti è evidente.

Per attuare i loro piani gli ambientalisti fanno uso dell’arma costituita dal Piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa, forzando in certe vallate alpine il ritiro degli abitanti, al fine di poter realizzare ulteriori zone di natura integrale.

L’insistente opposizione a nuovi parchi nazionali (Vallese, Grigioni e Ticino) da parte della popolazione colpita, e l’aumento degli attacchi al bestiame da parte dei lupi ha risvegliato la consapevolezza di molte persone che ne subiscono le conseguenze.

Le strategie occulte dell’IUCN, del WWF, di Pro Natura e altri, escogitate all’insaputa dei residenti, vengono sempre più a galla. Nelle Direttiva Habitat-flora-fauna (Direttive FFH) 92/43/EWG del 21.05.1992 per il mantenimento delle aree naturali, degli animali e delle piante, l’articolo 22 recita: “il reinsediamento avviene dopo aver consultato la popolazione residente”. Questo articolo è stato esplicitamente ignorato dall’IUCN e dalle organizzazioni ambientaliste.

Per decenni non si sono informati dovutamente i residenti e i loro partner associati, che infine sono stati confrontati con fatti compiuti. Le gravi conseguenze: nel 2016 in Francia sono stati uccisi dai lupi oltre 10‘000 capi di bestiame, dei quali 2/3 nell’Arco alpino. Nel frattempo la popolazione frustrata giunge alla conclusione che non ci si può fidare di queste organizzazioni.

 

Cambiamento di paradigma

Con il rifiuto del Parco nazionale Adula nel 2016, nonostante i 16 anni di pianificazione e i 10 milioni di franchi spesi, ha avuto inizio un importante cambiamento di paradigma. Questo si può anche interpretare come una risposta della popolazione residente alla politica occulta relativa ai grandi predatori operata dalle organizzazioni ambientaliste. Nel frattempo per gli agricoltori e non solo è evidente, che il lupo è stato introdotto ad arte per portare avanti “un ritorno alla natura selvaggia”.

La presa di coscienza su questo tipo di politica, che mette in serio pericolo l’importante e rilevante economia alpestre, sta mettendo in guardia i residenti che vi si oppongono con tutte le loro opportunità. Invece del parco nazionale Adula, si vuole un piano B. In vari posti, dove il parco nazionale è stato respinto, si stanno progettando parchi naturali come piani B. Sembra che nell’ambito del progetto Parc Adula fallito ora si voglia ingrandire il parco naturale Beverin al Nord del passo del San Bernardino e sul lato sud dello stesso creare un nuovo parco naturale confinante con il Beverin. Questa nuova strategia riguarda i Comuni con la maggioranza di popolazione non contadina, che ha votato pro Parc Adula. Ricordiamo che i comuni con la prevalenza di popolazione contadina hanno respinto il progetto.

Come sempre i fautori dei parchi argomentano in modo suggestivo, asserendo per esempio che per le attività della popolazione residente non cambia nulla.

I motivi contro l’adesione a un parco

L’asserzione che “nonostante l’appartenenza a un parco, in vista del suo uso futuro, non nascono nuove disposizioni di legge né restrizioni in merito a singole possibilità di sfruttamento”, se si conoscono tutti i dettagli, è ingannevole. Basandosi sull’esperienza del rifiuto del Parc Adula, i promotori dei parchi naturali affermano che questo tipo di parco non ha zone nucleo totalmente protette, adatte all’insediamento di lupi, nel caso che la sua protezione dovesse un giorno essere revocata. Anche questo è illusorio, poiché i parchi naturali, come ad esempio il Parco Ela e il parco Beverin, hanno delle grandi riserve di caccia federali che si possono considerare come zone nucleo. Con ciò la somma di più riserve di caccia dà luogo a grandi superfici protette. Interessante notare come queste si propaghino a macchia d’olio nell’arco alpino …?

Riserve di caccia nell’arco alpino

Parchi nazionali e naturali e diverse zone di protezione

È vero che per i comuni non ci saranno restrizioni nello sfruttamento del loro territorio se aderiscono a un parco come sempre si asserisce

Uno studio pubblicato in febbraio 2017 dall’Istituto per la biologia evolutiva e per le scienze ambientali dell’Università di Zurigo (responsabile della ricerca: Gabriele Cozzi, che lavora assieme a KORA per progetti dell’IUCN) vuole dimostrare dove in Svizzera i lupi troverebbero ottime condizioni di vita.

Risultato: queste zone si trovano in regioni dell’Arco alpino addette alla pastorizia. Osservando le cartine si vede che nell’Arco alpino svizzero le riserve di caccia sono ripartite in modo uniforme e si trovano spesso in parchi già esistenti o in fase di pianificazione. Facendo il conguaglio di queste cartine con i luoghi adatti per i lupi e per i grandi predatori dello “studio” zurighese (Vedi appendice), questi Habitat si trovano esattamente nei parchi, nelle riserve di caccia e nelle zone protette.

È interessante notare che nella zona dell’altipiano non si trovano riserve di caccia. Non è un caso, ma fa parte della strategia europea del Rewilding. Questa pianificazione è riassunta a pag. 4-6 in “Pro Natura Standpunkt”: “Welche Schutzgebiete braucht die Schweiz” [quali zone di protezione necessitano alla Svizzera], approvato il 22 aprile 2006 (vedi appendice). I seguenti commenti di Pro Natura dovrebbero essere rappresentativi per tutte le organizzazioni affini, compresa l’associazione mantello IUCN:

Con ciò il lavoro svizzero nelle zone di protezione si inserisce in un contesto internazionale. Gli Stati firmatari della ‘Convenzione della diversità biologica’ (CBD) hanno riconosciuto che le zone di protezione sono un elemento essenziale per raggiungere l’obiettivo CBD e ridurre in modo significativo la perdita mondiale di biodiversità fino al 2010.

Nel ‘Programme of work Protected Areas’ gli Stati si sono prefissi di realizzare sistemi di protezione nazionali della natura, completi, rappresentativi e ben gestiti.

Anche sul piano europeo la Svizzera ha degli obblighi e cioè nell’ambito della ‘Convenzione di Berna’ della ‘Convenzione di Bonn’, della ‘Convenzione delle Alpi’ e della ‘Convenzione europea per il territorio’ con la ‘rete SMARAGD del Consiglio d’Europa’, come pure di altri accordi. [Queste Convenzioni e reti sono state fondate con la collaborazione dell’IUCN].

Questa iniziativa globale per le zone di protezione è stata preparata dall’’IUCN World Park Congress’, nel 2003 a Durban in Sudafrica.

Sciami di intellettuali volano alle conferenze internazionali e progettano fra di loro nella torre di avorio il mondo rurale del futuro, senza una qualsiasi relazione con la cultura millenaria di queste regioni. Essi pianificano al tavolino verde senza tener conto delle antiche strutture, cresciute organicamente. Gli Stati coinvolti firmano contratti internazionali e convenzioni senza che i diretti interessati possano prenderne conoscenza. Le alte sfere dei pianificatori ignorano la popolazione indigena che viene tenuta all’oscuro di tutto ciò.

Obiettivo virtuale pianificato per la Svizzera

Per la Svizzera sono previste da 200.000 a 300.000 ettari di zone nucleo addizionali con un corrispondente multiplo di ettari protetti parzialmente nelle zone periferiche.

Queste superfici si intendono quali aree naturali integrali, cioè allo stato selvaggio e zone nucleo di parchi nazionali (secondo l’IUCN zone protette della categoria I e II), in vista di animali migratori, come cervi e lupi. Perciò va anche considerata una ripartizione rappresentativa delle aree selvagge. Desunto dai dati presentati relativi all’interno del paese e ai paesi vicini, l’assegnazione dell’8 % della superficie territoriale, ovvero di circa 300.000 ettari di area selvaggia, per la Svizzera è una base di discussione appropriata.

Concretamente la Svizzera crea parchi nazionali e aree naturali integrali di vaste dimensioni.

Nelle Alpi del nord, centrali, occidentali e del sud, in aggiunta al parco nazionale svizzero situato nelle Alpi orientali, deve nascere almeno un nuovo parco o un’area selvaggia con almeno 100 km2 di zona nucleo senza sfruttamento.

Teoricamente per la Svizzera questo significa almeno quattro nuovi parchi nazionali. In futuro però ci sarà probabilmente un solo parco nazionale svizzero. L’obiettivo previsto, come già menzionato, non è stato raggiunto, poiché la popolazione coinvolta diffida delle intenzioni delle organizzazioni ambientaliste. Infatti cinque dei sei progetti di parchi nazionali previsti finora sono stati respinti. Questo fatto aumenta la pressione sulla rivalutazione di aree di parchi naturali e di riserve di caccia, per trasformarle in aree naturali integrali.

“Nei parchi naturali e regionali, certe zone protette devono essere arrotondate e unite, l’uso ricreativo canalizzato e il territorio sviluppato in modo mirato”. È evidente cosa intende Pro Natura con “Territorio sviluppato in modo mirato”.

La somma di tutte le zone nucleo deve dunque comportare circa 3.000 km2 (8 % del territorio nazionale). Senza altri parchi nazionali ciò non è possibile. Di conseguenza si vuole ora letteralmente

Trasformare gradualmente le riserve di caccia o le zone IFP (Inventario federale dei paesaggi e dei monumenti naturali d‘importanza nazionale), le superfici di parchi naturali e altre zone protette, in aree selvagge.

Esistono già 42 riserve di caccia con una superficie totale di quasi 150.900 ettari, che poi assieme alle altre zone protette all’interno dei parchi, in seguito al rifiuto dei progetti di parchi nazionali, saranno estesi alla superficie doppia, cioè a 300‘000 ettari, in aree selvagge. Queste assomiglieranno poi alle zone nucleo nei parchi nazionali.

La parzialità del nostro insigne guardacaccia nell’UFAM (BAFU)

Degno di nota è il fatto, che il nostro sommo guardacaccia Reinhard Schnidrig, capo dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), responsabile per le riserve di caccia, già prima dell’anno 2000 ha partecipato al piano d’azione dell’IUCN per il reinsediamento dei lupi in Europa. Vi faceva parte anche Urs Breitenmoser, fondatore e gestore dell’organizzazione per i grandi predatori KORA (kora.ch). Vedi nell’appendice: interdipendenze e schema IUCN-Svizzera-Schnidrig.

Ambedue sono coinvolti attivamente nel reinsediamento dei lupi, rispettivamente dei grandi predatori, strategicamente pianificato a livello paneuropeo. Essi sostengono la politica dell’Iniziativa grandi predatori in Europa, (Large Carnivore Initiative of Europe LCIE) dell’IUCN, la quale secondo una perizia francese del 2017 risulta sempre più audace: quale reazione all’ordine statale di eliminare in Francia 36 lupi nel 2016, in febbraio 2017 uscì prontamente una perizia francese del Museo nazionale competente e dell’ufficio statale della caccia e della selvaggina (ONCFS). L’ONCFS può essere paragonato alla sezione caccia e fauna selvatica dell’UFAM, che viene gestita da Reinhard Schnidrig. Questa perizia arriva alla conclusione,

che 300 lupi rappresentano una situazione fragile per il mantenimento della specie. Per far sì che in Francia la popolazione possa sopravvivere, dovrebbero esistere almeno 2500 – 5000 lupi maturi sessualmente.

Vedi la perizia a pagina 23, capitolo iii, ultima frase ( scarica pdf).

“Non si dovrebbe intervenire contro la diffusione dei lupi. La migliore protezione per i lupi sono le grandi aree naturali abbandonate dall’agricoltura …”

Questa citazione conferma l’intenzione di rendere impossibile la pastorizia con l’introduzione dei lupi nelle aree naturali scarsamente popolate dell’Arco alpino alfine di realizzare aree naturali integrali (“Ritiro ordinato dell’uomo da certe vallate alpine”). Il nuovo studio dimostra, che questa intenzione è espressa in modo sempre più aggressivo. Si vogliono testare le reazioni, per realizzare in un secondo tempo questi obiettivi, adattandoli in campo europeo. In Francia oggi si contano 300 lupi con oltre 10.000 animali da rendita uccisi. Non riusciamo a immaginare come sarebbe lo scenario, qualora ci fossero dai 2.500 ai 5.000 lupi.

Se si sa che il signor Eric Marboutin è capo dei progetti dei grandi predatori nell’ONCFS statale e anche coautore dello studio, allora la testimonianza della perizia non desta meraviglia. Il signor Marboutin ha anche una funzione nel LCIE (Iniziativa grandi predatori in Europa) dell’IUCN. Assieme a Eric Marboutin anche Urs Beitenmoser del KORA svizzero, è uno stretto amico e collaboratore di Reinhard Schnidrig in seno al LCIE dell’IUCN. Ambedue, come già menzionato, hanno dato il proprio contributo al Piano d’azione per il reinsediamento del lupo in Europa.

Sappiamo, che a livello mondiale molti ministeri dell’ambiente e uffici pubblici sono membri dell’IUCN e quindi sono spesso influenzati da scienziati vicini all’IUCN. Il coinvolgimento dell’IUCN in istituzioni statali predominanti (ad esempio l’UFAM, che è membro dell’IUCN), è parte del Piano d’azione europeo per la reintroduzione del lupo e dei grandi predatori. L’UFAM è parte responsabile per le azioni di reinsediamento del lupo e non di meno per le gravi conseguenze a svantaggio dell’agricoltura. Quale cosiddetti “Partner dirigenti” (Framework Partners) dell’IUCN in Svizzera, la Direzione per la cooperazione allo sviluppo DEZA, l’Ufficio federale per l’ambiente UFAM e il segretariato di stato per l’economia SECO sostengono finanziariamente questa organizzazione globale.

In seno all’UFAM Reinhard Schnidrig è competente per la gestione dei grandi predatori e per le riserve di caccia. In questa funzione è anche il maggior datore di lavoro di KORA in Svizzera. Egli è anche presidente di un progetto nell’ambito dell’IUCN per un parco nazionale in Mongolia (takhi,org) che comprende fra l’altro progetti per la protezione del lupo. Se si sa inoltre, che il segretario di questo progetto è Christian Stauffer, oltre a ciò direttore amministrativo della “Rete dei parchi svizzeri” (paerke.ch , membro dell’IUCN), si pone la questione se il signor Reinhard Schnidrig, quale impiegato federale, possa ancora definirsi neutrale. Molte delle sue comparse in pubblico palesano il sostegno degli interessi delle lobby favorevoli al reinsediamento del lupo e dei grandi predatori. Come superiore può quindi influenzare la politica dell’ubicazione delle riserve di caccia e delle aree protette.

Aree selvagge o naturali integrali contro economia alpestre

Nell’area o riserva naturale integrale non sono ammesse attività antropiche di nessun tipo; nel nostro caso interventi colturali, agricoli e silvo-pastorali. È per il tramite della protezione dei grandi predatori che si vuole raggiungere questo scontro. Infatti a queste condizioni la millenaria economia alpestre, la quale ha creato una composita biodiversità, non è più possibile. In queste aree ci sono molti alpeggi sfruttati quali superfici pascolative. Per la popolazione la gestione dell’agricoltura nei parchi risulta con questi condizionamenti assai gravosa, perché l’obiettivo delle zone di protezione e dei parchi naturali è l’ingrandimento delle aree selvagge, quindi la sparizione dell’economia alpestre.

Il motivo del crescente dissenso nei confronti di progetti di nuovi parchi è da ricercare nella più che giustificata diffidenza da parte della popolazione locale, dopo che la stessa ha denudato le strategie dell’IUCN, dei suoi membri e dell’UFAM (Ufficio federale dell’Ambiente). Per quanto attiene la problematica relativa all’insediamento del lupo, tale sfiducia ha raggiunto attualmente il suo apice. Con la problematica dei grandi predatori e l’acuta minaccia nei confronti della pastorizia e dell’economia alpestre, si è evidenziata una nuova dimensione negativa dei parchi, la quale rende impossibile lo sfruttamento tradizionale, ecologico e di valore, a lungo termine.

Il raggruppamento di parchi camuffato sotto nuovi nomi

Un comunicato del 2017 dell’Associazione nazionale francese per la reintroduzione dei grandi predatori “Ferus” (ferus.fr.), un membro dell’IUCN, svela pure la strategia che viene perseguita in queste aree. Essa illustra la creazione di un nuovo progetto nel seguente modo:

Il Dipartimento ‘La Lozère’ (dove si estende pure il parco nazionale delle Cevenne), con i suoi 5.000 km2 di superficie, è la regione meno popolata della Francia. Tale territorio ha un parco nazionale e presto avrà anche due parchi regionali. Non potrebbe diventare questa zona un’area sperimentale, un vero laboratorio dell’ecologia agraria nella grande natura, per la riabilitazione del lupo? E questo grazie al fatto che si investono tutti i mezzi possibili per una coesistenza pacifica tra il predatore e l’allevamento di bestiame.

Questa enunciazione vuole mostrare ciò che si vuole, e cioè la creazione di smisurate aree naturali abbandonate dall’uomo. Dall’altra parte si mira a minimizzare, a lusingare e disinformare, per conquistare a sé la popolazione urbana. Chi non vorrebbe una “coesistenza pacifica”? Sia l’allevatore che il lupo, l’orso o la lince ambiscono di poter vivere pacificamente l’uno accanto all’altro. Questo sarebbe bello, addirittura paradisiaco in questo nostro mondo attuale dominato dalle crisi. Il cittadino che vive in città non è comunque direttamente implicato. Esso associa il lupo al sogno di una natura intatta, per lui ormai perduta. Perciò è facilmente disposto a credere che il lupo non costituisca un problema. Il lupo vien così visto come icona, alla quale bisogna porgere le proprie scuse per i torti da lei subiti nel passato. Di questo fanno uso le associazioni ambientaliste per dividere con la disinformazione – a proprio vantaggio – la società. E con ciò ottengono pure sostegno finanziario. Per Pro Natura e WWF il lupo è davvero una miniera d’oro. Ad esempio, Pro Natura ha un budget annuale di 35 milioni di CHF (fra cui donazioni). Un vero “commercio di indulgenze” in chiave moderna, a scapito degli agricoltori e pastori residenti in loco dai tempi più remoti.

Le esperienze della storia dell’umanità e degli ultimi anni dimostrano che una coesistenza pacifica tra una totale protezione dei lupi selvaggi e l’allevamento in un paesaggio antropizzato (detto anche paesaggio culturale), malgrado la protezione delle greggi, è e rimane un pio desiderio. È nello studio francese del 2017 che si scopre la vera faccia della lobby del lupo; infatti nello stesso viene espressamente detto che “la miglior protezione dei lupi sono le aree naturali abbandonate dall’agricoltura…”. Si vuole la “Rewilding”, ossia la rinaturalizzazione di grandi territori e l’abbandono di questi da parte degli allevatori.

Più questa menzogna della coesistenza pacifica viene sostenuta, più i lupi potranno moltiplicarsi annualmente a migliaia in Europa, cosicché sempre più allevatori abbandoneranno la loro professione. Questi territori saranno così liberi per la rinaturalizzazione. Questo è il vero obiettivo perseguito. A memoria d’uomo non si ricorda che i grandi predatori abbiano potuto prolificare liberamente.

Un parco nazionale e due parchi naturali regionali

A livello europeo, l’obiettivo dell’IUCN e dei suoi membri è la successiva trasformazione dei parchi naturali in aree naturali integrali, da realizzare nello scorrere degli anni con l’introduzione di ulteriori progressive misure di protezione.

Non è dovuto al caso che esista già una serie di parchi confinanti con il Parc Adula, quest’ultimo rifiutato dal recente verdetto del popolo. Infatti a ridosso della regione dell’Adula sta già ora una grande zona concatenata con il Parco Nazionale in Engadina (che a sua volta confina con il molto più esteso parco nazionale italiano dello Stelvio), con il Parco Ela e il Parco Beverin. Se si fosse realizzato il Parc Adula, a tutt’oggi il 30% del Cantone dei Grigioni sarebbe territorio sotto tutela dei parchi. Nelle strategie della Rewilding, simili scenari come quello prefigurato nei 5000 km2 del grande Dipartimento “La Lozère” (F) sono l’obiettivo verso cui si punta anche nei Grigioni. Alla luce di tutto questo viene allo scoperto una strategia comune europea da attuare in tutto l’Arco alpino.

Obiettivo strategico: abolizione della caccia

Un simile divieto assoluto di caccia è previsto dapprima per i parchi,nei quali si trovano già adesso grandi bandite di caccia (42 asili equivalenti a 150.900 ettari) e dove la caccia è già tuttora vietata. Come già accennato, nell’ambito di queste aree si convertiranno sempre più in aree selvagge anche i territori che già sottostanno ai divieti previsti per l’IFP (inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti d’importanza nazionale), le bandite di caccia, i parchi naturali e altre zone di protezione. Previsti sono 300.000 ettari di aree naturali abbandonate, all’interno delle quali i grandi predatori dovrebbero assumere la funzione della caccia. In questo caso si farà in modo che l’economia alpestre verrà via via abbandonata, di modo che nuove aree naturali integrali si creeranno per forza d’inerzia.

Questi territori, conquistati in tale modo dalle associazioni per la protezione della natura e dall’IUCN, sarebbero paragonabili alle zone centrali nei parchi naturali.

Quest’obiettivo vuol essere raggiunto a livello europeo, con una strategia a tutto campo e a suon di miliardi. A tutto ciò noi, contadini di montagna – insieme con consumatori, biologi, ambientalisti, politici e altri ancora –, ci opporremo perché vogliamo salvaguardare il grande patrimonio tramandatoci dell’agricoltura e della pastorizia, attività queste basate sulle superfici prative e pascolabili, che hanno dato vita a un ecosistema di pregiatissima biodiversità.

Con un divieto di caccia si raggiunge l’opposto. Si persegue un presunto ideale che vede i grandi predatori come i nuovi cacciatori, che in qualità di regolatori dei contingenti devono rendere la caccia superflua, ovvero proibita.

Nel contempo verrebbe favorita la proliferazione dei grandi predatori. Intenzioni simili esistono in tutta Europa come strategie sovranazionali, accompagnate dall’obiettivo comune della creazione di aree naturali abbandonate. Vedi carta Arco alpino Europeo, con 1000 zone protette.

Gli iniziativisti sono presenti ovunque sul web e nei social media, sostenuti finanziariamente in modo assai generoso dai soci dell’IUCN. Vedi http://www.wildbeimwild.com. Qui leggiamo che il cacciatore non avrebbe il diritto di preda. Quest’ultimo spetterebbe solamente al lupo e agli altri grandi predatori, i quali a corta o a lunga scadenza dovrebbero sostituire de facto la caccia su tutto il territorio. Uno scenario impensabile per l’atavica e diffusa cultura dell’economia alpestre e della pastorizia. Queste strategie non si lasciano più camuffare. Questo sarebbe la fine definitiva di una cultura alpina millenaria.

Perdita della biodiversità e tracollo del paesaggio rurale, detto anche paesaggio culturale

La nostra grande biodiversità non è stata creata dalla pianificazione virtuale di un esercito di ricercatori che trasformano i parchi nel loro posto di lavoro e in un campo sperimentale. No! Il paesaggio culturale, modellato con dedizione, passione e tantissimo sudore della fronte, è il frutto di un’atavica attività, vissuta intensamente da parte dei nostri agricoltori indigeni. Ciò che gli attivisti delle lobby, che roteano intorno all’IUCN, ci danno da intendere, affermando di operare in favore della protezione dell’ambiente, mira esattamente al contrario, se si guarda la realtà: quali disastri hanno già causato le loro pianificazioni e le loro trasformazioni/manipolazioni nell’allevamento del bestiame e nell’ecologia nell’Arco alpino?

È sotto gli occhi di tutti che nelle discussioni, negli studi e nelle strategie le vere conseguenze per la millenaria economia alpestre vengono occultate

Il discorso si riduce alla protezione delle greggi. Quest’ultima può rivelarsi effettiva, e ciò è stato dimostrato, soltanto dal momento in cui i lupi vengono educati a non approcciarsi troppo alle attività umane. La rinaturalizzazione e l’economia alpestre sono estremamente poco compatibili fra di loro e, se già, soltanto sotto uno stretto controllo degli effettivi dei lupi.

In qualità di comuni di contadini di montagna, che godono ancor sempre di un’autentica autonomia comunale, non dovremmo più lasciarci trascinare in trattative in cui si baratta il nostro territorio ad armi impari, e cioè per noi con il predatore già servito nel sacco. Tanto meno dovremmo aderire a parchi dal momento che risulta sempre più evidente che le condizioni ambigue che stanno dietro a dette strategie minacciano la nostra esistenza. La Legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio (LPN) garantisce uno sviluppo durevole e sostenibile delle nostre regioni di montagna, senza dover rinunciare alla nostra sovranità con l’adesione a parchi, e senza lasciarci mettere sotto tutela da organizzazioni mondiali come l’IUCN e dai loro membri.

Teniamoci stretta la nostra economia alpestre, perché essa è a tutti gli effetti sostenibile, importante e rispettosa delle caratteristiche del nostro paesaggio; conserviamo la locale produzione di energia sostenibile, come lo sfruttamento dei torrenti per l’energia idrica, i siti per la produzione di energia eolica con le relative infrastrutture necessarie, le quali nelle zone di protezione non sono quasi più realizzabili.

Considerazione conclusiva

Perdita della biodiversità e tracollo del paesaggio rurale, detto anche paesaggio culturale Quanto più ci si addentra in questo tema, tanto più si rimane perplessi. Infatti le accademie scientifiche, le associazioni, le organizzazioni – sia internazionali che nazionali e regionali implicate nella faccenda –, nonché le rappresentanze politiche e amministrative sono molto numerose e nello stesso tempo svariate, molte delle quali sono membri dell’IUCN. (Vedi iucn.org). Le interazioni fra di loro sono difficili da monitorare e in parte contrastanti, perché da una parte l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) e le organizzazioni per la protezione della natura associate hanno come obiettivo la Rewilding (rinaturalizzazione), mentre che dall’altra parte altre associazioni e politici puntano sulla promozione economica regionale e il relativo coordinamento, dato che la situazione demografica in tante regioni di montagna è stagnante, se non addirittura calante. Si cercano sinergie nell’agricoltura e nell’industria del legno, nel turismo, così come nello sfruttamento delle energie rinnovabili per mezzo dell’acqua, del sole e del vento. In che modo o maniera i parchi dovrebbero favorire simili progressi, è per nulla chiaro.

Nelle discussioni pro o contro i parchi, questo rappresenta una delle maggiori controversie, in quanto proprio la protezione della natura fa sua, come pretesto di legittimazione, veramente la promozione economica. Questo argomento nell’interesse di tutti viene sovrapposto a tutto il discorso, al fine di non contrastare progetti di parchi.

Una volta realizzato un parco, entrano in vigore i modelli e le limitazioni legali per i parchi, i quali sono stati ampiamente elaborati dall’ICUN e dalle associazioni ambientaliste. In merito alla protezione della natura, nelle “carte dei parchi” stanno enunciati che ci dovrebbero preoccupare, come “priorità”, “in primo piano”, “tenendo conto di…”, “conciliabilità/compatibilità rispetto alla protezione della natura”, “promozione dello sviluppo sostenibile”, “non pregiudicare/nuocere”, “le misure di protezione hanno la precedenza, la cessazione dello sfruttamento potrebbe essere la conseguenza”, ecc. ecc. Questo è un linguaggio chiaro e inequivocabile. Con “cessazione dello sfruttamento” è intesa soprattutto l’economia alpestre nelle zone centrali. Ma pure nei confronti della produzione di energia elettrica prodotta con l’acqua di torrenti alpini o impianti eolici nei paesaggi non antropizzati, le associazioni ambientalistiche oppongono resistenza, in quanto le stesse considerano queste aree degne di conservazione.

Lo stesso principio vale per l’ampliamento di infrastrutture nei settori dell’agricoltura, dell’industria e del turismo. I promotori dei parchi che finanziano i progetti, come l’Ufficio federale dell’ambiente, Pro Natura e il WWF, non stanziano denaro se non ottengono una controprestazione ecologica. Chi paga, comanda! Le organizzazioni che pianificano e operano nella penombra, sono talmente svariate che per il comune cittadino è quasi impossibile scoprire gli intrallazzi. A colloquio con attivisti e promotori di parchi ho dovuto constatare molte volte con stupore come essi conoscano ben poco queste interconnessioni. Essi considerano un simile progetto come oggetto unico, regionale ed indipendente, per cui spetta a loro l’ultima parola. Non c’è per nulla da stupirsi in quanto vien sempre detto e scritto che lo sfruttamento agricolo non cambierà per la popolazione colpita e che su tale oggetto del contendere si potrà in ogni caso votare di nuovo dopo dieci anni. In realtà una disdetta del contratto/accordo a posteriori non è più possibile per singoli comuni.

Per una disdetta/uscita anticipata del contratto del parco occorrono i 2/3 dei comuni che compongono il parco e nell’assemblea dei delegati sono richiesti addirittura i 3/4 dei votanti. A queste condizioni, il discorso sul valore aggiunto per la regione è molto discutibile. Per l’economia agraria alpestre la nuova problematica inerente i grandi predatori è semplicemente di importanza vitale. Ma anche il turismo è colpito. Il numero crescente di cani da protezione per le greggi che vagano liberamente sul territorio ostacolano il libero accesso ai sentieri per escursioni. Sorgono sempre più conflitti con gli escursionisti e si registrano a volte anche incidenti gravi (zannate). E di conseguenza problemi giuridici per gli allevatori. Nella Charta del progetto del Parc Adula stava scritto che: “La tradizionale gestione agricola degli alpeggi è possibile e auspicabile fintanto che nella zona centrale lo sviluppo libero della natura non è compromesso”. Siccome i contratti regolamentano sia il dare che l’avere, nonché i diritti e i doveri, in simili accordi andrebbe fissato che: “Lo sviluppo libero della natura nella zona centrale è possibile e auspicabile fintanto che non compromette la gestione tradizionale degli alpeggi”. Questo sarebbe un contratto equo. Così come nel frattempo vorrebbero raggiungere i responsabili del parco nazionale delle Cevenne (patrimonio dell’UNESCO), dopodiché nel parco hanno potuto provare scientificamente le gravose conseguenze della presenza del lupo sulla pastorizia. Il label UNESCO è minacciato perché la popolazione di lupi in crescente aumento mette in serio pericolo la grande e pregiata biodiversità presente nella regione. La controversia fra l’economia alpestre, che garantisce sia la biodiversità che la sostenibilità, e associazioni estremiste come l’IUCN, il WWF, Pro Natura e altre ancora, che per il tramite dell’introduzione del lupo e di altri grandi predatori vogliono trasformare l’Arco alpino in un’esclusiva area naturale integrale, rischia di infiammarsi.

Noi, contadini di montagna, insieme a consumatori, biologi, ambientalisti, politici e altri ancora, opporremo resistenza! Infatti noi vogliamo conservare il patrimonio dell’agricoltura e della pastorizia basate sullo sfruttamento delle superfici prative e pascolative e che promuovono l’agro-biodiversità. Mostriamo alla società i mostruosi danneggiamenti causati dalla presenza del lupo: paesaggi destinati all’incuria, rimboschiti ed inselvatichiti, migliaia di animali da reddito uccisi, con il conseguente abbandono di regioni pascolative ed alpeggi in cui prospera una preziosissima biodiversità. Riportiamo l’attenzione sui nostri valori millenari di cui vive ed approfitta l’intera società. Proteggiamo l’agricoltura e la pastorizia tipiche delle nostre regioni di montagna, così come sopra descritte. Conserviamo la carne genuina, il buon formaggio, gli spazi naturali curati e coltivati, nei quali ognuno si può muovere liberamente e trovare ristoro senza alcun pericolo. Questi sono valori che noi abbiamo creato con amore, impegno e sudore della fronte per il bene di tutti e che stanno a cuore anche a chi abita nei centri urbani.

A queste condizioni, per l’economia alpestre nuovi progetti di parchi costituiscono una minaccia assai seria e a lungo termine, con conseguenze irreparabili.

Allegati:

– Kurzfilm Wolfsproblematik: https://youtu.be/Jwod0j6kAj4 (Cortometraggio sulla problematica dei grandi predatori)

– Actionplan for the conservation of wolves in Europe: http://t1p.de/1wzg (Piano d’azione per la conservazione del lupo in Europa)

– Plädoyer Wissenschaftler Weidewirtschaft: http://t1p.de/oqqg (Disquisizioni scienziati sulla pastorizia)

– Erhalt Biodiversität: http://t1p.de/8un0 (Conservazione biodiversità)

– Park und Wolf: http://t1p.de/wx5i (Parco e lupo)

– Verflechtungen Schnidrig: http://t1p.de/h5v5 (Relazioni ambigue di Schnidrig)

-Schema IUCN-Schweiz-Schnidrig: http://t1p.de/j9tt (Rappresentazione grafica relazioni IUCN-CHSchnidrig)

– Zürcher Studie Wolfs-Lebensbedingungen: http://t1p.de/q6a8 (Studio Uni ZH sulle condizioni di vita del lupo)

-Pro Natura Standpunkt: http://t1p.de/4rcp (Visioni Pro Natura, con le spiegazioni sugli strumenti e le convenzioni/gli accordi internazionali)

Rotto il tabù: abbattuta  l’orsa pericolosa 

Un fatto che va oltre la cronaca e che segna indubbiamente una svolta (il primo grande predatore protetto abbattuto legalmente in Italia). Occasione per approfondire non solo le vicende recenti degli orsi trentini ma anche la (non)politica dei grandi predatori in Italia, e il ruolo del movimento animal-ambientalista

di Michele Corti

(14.07.17) È bastato, dopo due anni di teatrino, applicare finalmente un’ordinanza. Un atto che il presidente della Pat (responsabile della sicurezza pubblica) non poteva esimersi dall’emanare senza assumersi pesanti responsabilità penali. Un colpo di fucile che segna una discontinuità, che pone fine all’assurdo di un paese che, unico al mondo, non sopprime animali pericolosi per le persone per la “paura degli animal-ambientalisti”. I mitici “grandi predatori” sono scesi dal loro piedistallo di sacralità e inviolabilità e il potere di interdizione del mondo animal-ambientalista ne esce sgonfiato.

L’Italia zimbello d’Europa

“Sulla gestione degli orsi problematici le autorità italiane sono inginocchiate agli animalisti”. Questa critica, correva il 2013, (altro anno caldo per gli orsi di Life Ursus), non veniva dai comitati anti-orso trentini o svizzeri o da qualche sito o associazione, ma nientemeno che da Reinhard Schnidrig, capo della Sezione Caccia, pesca, biodiversità forestale dell’Ufficio Federale per l’Ambiente (equivalente al nostro Ministero dell’ambiente). Schnidring, non aduso ai bizantinismi italiani, parlava chiaro in un’intervista del 10 agosto. L’ispettore della fauna federale  deplorava che le autorità italiane fossero “inginocchiate” davanti alle organizzazioni animaliste ” e “aspettino molto a lungo prima di agire” (vedremo poi come le ordinanze contingibili ed urgenti degli anni passati della Pat abbiano atteso mesi ed anni per essere eseguite). Nell’interesse di tutti i Paesi alpini, aggiungeva il responsabile federale svizzero della fauna, è necessario che i pochi plantigradi problematici siano eliminati rapidamente e auspicava anche un’intervento della diplomazia di Berna nei confronti di Roma (lo zimbello d’Europa).


KJ2 recidiva e responsabile di aggressioni della massima gravità

Non si può dire che la “dottrina” trentina e italiana sugli orsi sia cambiata. Se KJ2 è stata abbattuta è solo perché la sua pericolosità aveva raggiunto un grado elevato. In Svizzera, Germania, Austria l’abbattimento dell’orso potenzialmente pericoloso è deciso in funzione preventiva, quando il soggetto si dimostra “confidente”, non si lascia dissuadere facilmente da petardi e proiettili di gomma,si introduce in luoghi abitati. In Italia, invece, la “rimozione” (abbattimento o “ergastolo”) scatta solo a posteriori, dopo che l’orso ha aggredito le persone. Sulla carta le regole svizzere non sono molto diverse da quelle italiane (discendono da linee guida europee comuni). Solo che in Svizzera gli orsi sono stati abbattuti a seguito dei comportamenti di cui ai punti 13,14 e 16 della scala di pericolosità. In Trentino non solo si è dovuto arrivare al grado massimo (diciotto), ma è stata necessaria la recidiva.

La “captivazione permanente”: un’ipocrisia tutta italiana

Nella strategia svizzera per l’orso ai massimi livelli di pericolosità (13-18) non è prevista altra soluzione che la soppressione. Il mantenimento in cattività di un animale che si è dimostrato pericoloso comporta costi e rischi ma, per di più, come asseriscono unanimi etologi e zoologi, la captivazione in aree confinate, per quanto grandi, è – per un orso – una condanna peggiore che la soppressione. Basti pensare che le densità massime mai registrate al mondo si osservano in Slovenia, nelle Alpi Dinariche, dove vi sono 40 orsi per 100 km2 (1). Tradotto in ettari un orso ne occupa 250. Ma siamo in condizioni ottimali che, sulle Alpi, non esistono. Qui l’orso ha bisogno di più spazio.

 L’idilliaca “prigione per orsi” del Casteller è in grado di ospitare tre reclusi in una superficie di 7.604 m ossia 2525 m2 per capo. Contro i 2,5 milioni degli orsi (che pure sono “pigiati”) della Slovenia. Mille volte meno spazio. Gli animal-ambientalisti (anche nella circostanza dell’abbattimento di KJ2, le organizzazioni  “classiche”, come Wwf e Legambiente, non si sono distinte dalla galassia animalista se non per i toni), contestano con ugual foga sia l’abbattimento che la captivazione.

Un atto dovuto

A pro dei tanti che parlano e straparlano a difesa dell’orsa va richiamato il quadro legale. Se il Pacobace indica una “griglia” tecnica di situazioni e di interventi quanto disposto con l’ordinanza del 24 luglio che disponeva la rimozione dell’orsa KJ2 a seguito dell’aggressione ad Angelo Metlicovez avvenuta il due giorni prima in località “Terlera”, di Terlago (comune di vallelaghi). Tale aggressione era avvenuta, come riportato nell’ordinanza, “senza che l’animale fosse stato provocato”.

Rossi ha agito in virtù dell’urgenza in base all’ art 52, comma 2 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige) e di cui all’articolo 18.2 della legge regionale 4 gennaio 1993, n. 1 (Nuovo ordinamento dei comuni della Regione Trentino-Alto Adige). Se fosse in gioco un solo comune spetterebbe al sindaco, ma trattandosi di più comuni deve intervenire il presidente della provincia.

“con atto motivato e nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento giuridico, i provvedimenti contingibili e urgenti in materia di sanità ed igiene, edilizia e polizia locale al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini” ;

In passato il Ministero dell’ambiente aveva fatto ricorso contro un provvedimento di cattura dell’orsa DJ3 ma l’ordinanza del 2011 si riferiva a fatti relativi ad un lungo periodo in cui  l’orsa in questione aveva maturato una progressiva confidenza con la presenza umana. accompagnata a una crescente indifferenza nei confronti dei dissuasori impiegati nei suoi confronti (es.: rumori e fonti luminose) e aveva altresì
intensificato le sue incursioni nelle vicinanze dei centri abitati, sì da destare un diffuso allarme nella popolazione della Val d’Algone, della bassa Val Rendena e delle Giudiciarie. Nel marzo del 2010 aveva destato viva preoccupazione fra le popolazioni interessate l’episodio dell’ingresso dell’orsa DJ3 nel centro abitato di Roncone, con predazione di una pecora custodita fra le case del Paese. Lo stesso ISPRA (Organo consultivo del Ministero appellante) aveva confermato “[il] persistere di rischi per la sicurezza dell’uomo derivanti dai comportamenti dell’orso DJ3 [nonché] dell’inefficacia delle misure di ricondizionamento messe in atto”. Così nel marzo del 2011 all’uscita del letargo era stata predisposta la cattura. Il Ministero contestò che si sarebbe potuta chiedere l’autorizzazione mesi prima ma il Consiglio di stato con sentenza 3007 del 2013 respinse il ricorso ritenendo che vi fosse comunque la necessità di agire d’urgenza. DJ3 era arrivata alla scala 13-14. Ben lontano dal “fondo scala” come KJ2. Semmai  si può restare sorpresi del perché, nel 2015, dopo aver catturato la stessa orsa che si era resa responsabile il 10 giugno dell’aggressione a Wladimir Molinari (che ha perso l’uso della mano e il lavoro ed è dovuto ricorrere a cure con psicofarmaci e soffre di incubi) sia stata lasciata uccel di bosco sino a quest’anno. Sulla mancata cattura nel 2015 e 2016, nonostante l’ordinanza contingibile e urgente di Rossi,  rimangono molti interrogativi (ci torniamo dopo)  e  Angelo Metlicovez avrebbe tutti  gli elementi per denunciare  Rossi per quello che gli è capitato.

Perché è stata abbattuta (la pallottola l’hanno scelta anche gli animalisti)

L’ordinanza del presidente della provincia di Trento prevedeva sia la cattura per trasferimento al Casteller che l’abbattimento. Però si faceva espressamente riferimento alla pericolosità massima quale elemento da tenere in conto, anche se la scelta era lasciata – sulla carta – alla natura delle circostanze e a considerazioni di sicurezza per i forestali.  Di fatto l’abbattimento, sia pure tra le righe, era scritto nell’ordinanza. La narcosi, in un animale di una certa età, avrebbe rischiato di trasformarsi in un caso Daniza bis (amplificato dalla reiterazione), ancora più difficile da gestire (ci si sarebbe esposti all’accusa di usare l’anestetico per uccidere). L’effetto del narcotico comunque non è tanto immediato da impedire un attacco da parte di un animale che aveva già in due esperienze “ingaggiato” con l’uomo. Ampiamente giustificata sul piano legale e tecnico la tempistica dell’abbattimento di KJ2 è palesemente stata motivata anche da considerazioni politiche.  Nell’immediato si è inteso sfruttare l’effetto ferragosto. Con gli animalisti (ceto medio urbano) in vacanza e incapaci di una reazione seria in tempi rapidi. Infatti alle bordate virtuali non è corrisposta alcuna seria capacità immediata di manifestare (il primo corteo di auto da Riva a Trento era composto da sole sei vetture).  pare una minaccia spuntata anche il boicottaggio delle prenotazioni di soggiorni in Trentino (anche perché a ferragosto la stagione estiva è già al suo culmine).Se KJ2 avesse retto la narcosi e fosse stata chiusa al Casteller avrebbe dato il pretesto a una campagna animalista senza fine che avrebbe rischiato di compromettere in modo molto più pericoloso l’immagine del Trentino che la decisione di sparare alla vigilia di ferragosto.

Le proteste per la fine di Daniza e per le orse precedentemente rinchiuse al Casteller e le minacce animaliste hanno contribuito a decretare la sorte di KJ2. Un fatto che gli animalisti non potranno ignorare (in camera caritatis), Così come non potranno ignorare che il loro potere di ricatto  attraverso le minacce per l’ordine pubblico, il boicottaggio del turismo e dei prodotti  appare, a ferragosto 2017, un arma spuntata.

La pallottola che ha “rimosso” KJ2 non solo non darà nuova linfa all’animalismo ma lo ridimensiona. Mostrando che l’orso non è un sacro totem, che basta un dito su un grilletto per ridimensionarlo. Non tanto il povero animale, quanto l’idolo che è stato costruito dall’animal-ambientalismo con i fattivo concorso della retorica orsista sparsa a piene mani da Life Ursus, dal Parco Adamello Brenta (vedi il centro visitatori dedicato all’ orso il signore della foresta), la stessa Provincia autonoma (almeno fino al 2014).

 

Cosa cambia dopo l’abbattimento di KJ2 (non solo orsi)

Farebbero bene a riflettere i governatori pusillanimi delle regioni italiane che, con l’eccezione della Toscana e di Bolzano (con Trento e il Veneto che si sono rimangiati il dietro-front), hanno fatto una pessima figura rimangiandosi il parere positivo al piano lupo (fermo ormai da due anni). Il piano  prevedeva la possibilità di abbattere qualche capo, un ridicolo effetto placebo per “calmare” gli allevatori e fingere una posizione bipartisan di uno stato che mostra di dare più peso alle proteste animal-ambientaliste che alla categoria degli allevatori. L’opposizione feroce degli animal-ambientalisti non si giustifica certo con il desiderio di tutelare (o dell’orso) ma con la difesa di un tabù: la speciale e totale “protezione assoluta” dagli abbattimenti legali di orsi e lupi. Un tabù che è diventato una ragione sociale, un vanto di fabbrica, una rendita di posizione per il movimento ambiental-animalista.

A nulla valgono gli appelli degli zoologi, dei conservazionisti scientifici che fanno appello agli ambientalisti (agli animalisti no perché sarebbe fiato sprecato) perché accettino il principio che, per il bene stesso delle popolazioni, non è il singolo animale che va tutelato e che, anzi, una gestione di una specie come il lupo, sarebbe solo a vantaggio della medesima consentendo un serio monitoraggio (oggi inesistente), la riduzione dei prelievi illegali, il contenimento dell’ibridazione con il cane domestico. Va messo bene in chiaro che gli animal-ambientalisti non tutelano orsi e lupi ma affermano un’ ideologia e, in definitiva, loro stessi e le loro organizzazioni. Quando questo risulterà chiaro anche ai politici (possono capirlo, ma non vogliono) la smetteranno di parlare di “traslochi”, “espatri”, “radiocollarizzazione di massa”, “contraccezione” e simili amenità. Tecnicamente irrealizzabii, costose, tali da suscitare nuove proteste.

Non si scappa dalla responsabilità della gestione della fauna. La politica deve comprendere che, a seguito delle trasformazioni profonde del territorio, della società e dell’economia, questo è diventato un aspetto importante della politica, un compito che implica il coraggio di informare i cittadini e il dovere di non alimentare approcci demagogici ed emotivi. Altrimenti c’è il rischio che le situazioni sfuggano completamente di mano e che la politica resti paralizzata tra le montanti proteste contro i danni provocati dalla fauna che convolgferanno sempre più ampie fasce di elettori (i cinghiali sono nelle città e i lupi molto vicini) e le isterie contro l’abbattimento di qualche capo. Da questo punto di vista la rottura del tabù, la fucilata a KJ2 aprono spiragli.

La scelta della politica italiana: non gestire, assecondare chi protesta più forte

In un recente convegno (2) due esperti faunisti (Perco e Forconi) hanno evidenziato con chiarezza gli scenari possibili per la popolazione di lupo italiana. I due opposti sono quelli 1 (protezione legale assoluta sulla carta “all’italiana) e 5 (gestione mitteleuropea e nordamericana, che tiene conto che ormai il lupo è una specie come le altre non a rischio di estinzione). Il piano lupo, bloccato dagli animal-ambientalisti che hanno indotto le regioni a fare dietro-front (ci vuole poco a spaventare i vigliacchi) rappresenterebbe lo scenario 4, ovvero di gestione “cauta” con un prelievo simbolico (gli autori lo definiscono “placebo”) di circa 60 lupi (su una popolazione di 3-4 mila). Tanto per fare un paragone in Francia, dove sono censiti (lì lo fanno) 360 lupi quest0anno se ne sono abbattuti legalmente 40.


Fonte: F. Perco, P. Forconi, 2016 (2)

Come si vede la differenza tra gli scenari estremi consiste nella natura del conflitto: nel caso di  “avanti così”, ovvero di non gestione il conflitto con gli allevatori è alto, all’opposto nel caso di gestione della popolazione (con un prelievo più o meno incisivo) il conflitto con gli animalisti diventerebbe altissimo. Lo stato italiano, gestito da una classe politica che guarda alle prossime elezioni, e non oltre, preferisce il conflitto con gli allevatori, con una categoria economica che mantiene la vitalità demografica delle aree interne e di montagna garantendo anche la manutenzione del territorio. Perché? Perché gli animalisti hanno una forte capacità lobbystica e di penetrazione dei media  mentre gli allevatori hanno una rappresentanza politica e un’organizzazione pari a zero in quanto chi, sulla carta, dovrebbe tutelarli (le organizzazioni professionali, le associazioni allevatori, i consorzi di tutela) è fortemente legato alla politica e alla burocrazia dalle quali ottiene norme corporative e finanziamenti. Mai si metterebbero contro lo stato e le regioni che li foraggiano. Già, ma se lo stato non fa nulla devono pensarci gli allevatori a esercitare il prelievo illegale. “Se non ci fossero i bracconieri ci troveremmo i lupi in casa” disse una volta Boitani, coautore del piano lupo con gli abbattimenti placebo. In definitiva per evitare che la situazione sfugga di controllo i “bracconieri”, che in realtà non esistono perché i veri bracconieri sono quelli che cacciano illegalmente per fini economici, devono  eliminare con vari metodi più di 900 lupi all’anno.  Occhio non vede, cuore non duole dice l’ipocrisia “all’italiana”.  E anche quando “vede”, agli animal-ambientalisti va ancora bene perché possono additare alla pubblica esecrazione i perfidi “bracconieri” e  confermarsi “paladini del lupo”. Non è proprio così, perché tra lacci, tagliole, esche avvelenate, bocconi con cocci di vetro e lamette, spugne fritte nel grasso che si espandono nello stomaco impedendo al lupo di alimentarsi, grossi ami da pesa armati con esche succulente appesa agli alberi per “pescare” i lupi più fortunati sono proprio quelli che ricevono una fucilata. Gli altri fanno una brutta fine. Ma agli animal-ambientalisti responsabili di questa strage importa qualcosa dei lupi? No.  Lo scenario che vede il contrasto del bracconaggio in assenza di controllo legale (2) ha altrettante poche probabilità di avverarsi. Il conflitto con gli allevatori diventerebbe altissimo. Le forme di protesta si farebbero dure e gli allevatori si organizzerebbero, le associazioni ufficiali sarebbero costrette a mobilitarsi. E la politica pagherebbe uno scotto pesante.



Fonte: F. Perco, P. Forconi, 2016 (2)

Perché la politica è inginocchiata

Animalisti e ambientalisti fanno il loro mestiere (perché una politica debole e troppo opportunista) glielo lascia fare. E qui si impone di allargare il discorso dagli orsi e lupi (che comunque sono al 99% una bandiera, un pretesto) a  considerazioni sulla politica e sulla società in grado di capire cosa succede, perché la fauna (ci sono anche i cinghiali, i piccioni, i cormorani, le nutrie, i caprioli, i cervi) è diventata un problema e si è creato un corto-circuito. A differenza dell’ambientalismo “classico”, saldamente nell’orbita dell’egemonia culturale della sinistra, l’animalismo si trova più suo agio a destra, dove troviamo sia la componente violenta (in cui sono confluiti gruppo neofascisti) che quella berlusconiana. Ne è derivata una corsa, a destra come a sinistra (come da parte dei grillini),  a blandire l’animalismo che può far valere maggiormente la sua, più o meno larga (e non dimostrata), capacità di spostamento dei voti. Non dimostrata, ma potenzialmente temuta  perché l’animalismo non è vincolato a priori a nessuno schieramento. Già tre anni fa (vai all’articolo su Ruralpini) mettevamo però in evidenza come l’animalismo rappresenti un movimento in sintonia con le peggiori tendenze della post-modernità, della società liquefatta, senza identità e appartenenze, dove cade anche la distinzione tra umano e non umano. Un mondo senza differenze come vagheggiato dalla sinistra? Non proprio. Togliendo agli sfruttati quel minimo di garanzie che la civiltà cristiana, con l’affermazione del valore della vita e della dignità umana, aveva sin qui – sia pure contraddittoriamente – assicurato nell’apparente appiattimento dell’unica umanità colpevole, gli sfruttatori hanno tutto da guadagnare (e le differenze sociali tenderanno ad aumentare).

 

Con l’animalismo paiono trionfare i principi della destra individualista, relativista, utilitarista (in antitesi, non tanto con quelli di una sinistra imborghesita, quanto con quelli della destra identitaria e comunitaria). L’ambientalismo, promosso da un Pci che era rimasto orfano della classe operaia,  aveva mantenuto, sino in tempi recenti, (almeno in alcune sue componenti) una dimensione sociale, ricollegandosi alle lotte contro la nocività in fabbrica e a filoni terzomondisti (Seattle) (3). Con lo scivolamento del mainstream ambientalista su posizioni tecnocratiche (green economy) è rimasta libera un’ampia prateria per  un  animal-ambientalismo che fa leva sulla sfera dell’emotività, degli impulsi, delle sempre ricorrenti rielaborazioni dei miti romantici della “natura selvaggia”. L’ambientalismo alla Toreau, di matrice nord-americana che assume con facilità toni antiumanistici. Tra un individualismo edonista e utilitarista esteso agli animali, e portato alle estreme sue conseguenze, ma sempre in nome della razionalità (sino a ritenere più preziosa la vita di un animale  che quella di un  disabile) e pulsioni romantiche rousseauiane  (dove il “buon selvaggio” è l’animale perché l’umanità in blocco ha perso l’innocenza ed è reproba), l’animalismo ha possibilità di pescare in una società disorientata che in nome del rifiuto delle ideologie è del buonismo “panspecista” e pronta ad abbracciarne una nuova, radicale, totalitaria.

Le organizzazioni ambientaliste vanno a rimorchio dell’animalismo per almeno due ragioni:

1) il protezionismo emotivo si presta molto bene a fungere da foglia di fico rispetto a scelte affaristiche (la green economy, le bioenergie, la chimica verde), a distogliere dalla natura sociale dei conflitti ambientali (chi ci guadagna con la green economy, non certo i ceti popolari, ma il biocapitalismo rampante);

2) consente di restare sul solco delle facili battaglie anti-caccia che hanno caratterizzato l’ambientalismo italiano sin dalle origini, creando un facile consenso nel contesto di una cultura ecologica abborracciata, che va poco al di là del National geographic e Licia Colò scontando la cronica scarsa diffusione della cultura scientifica e naturalistica in Italia.

Si può concludere l’opinione pubblica animalista non è certo influenzata dai gruppi animalisti militanti ma che l’animalismo è creato dal media dei grandi gruppi finanziari (a quali interessi sociali risponde l’abbiamo già chiarito).

 

La società e il territorio semplicemente non esistono

Fino a qualche anno fa, però, la demagogia animal-ambientalista pareva innocua. Le cose sono profondamente cambiare ma la politica,  la cultura, la chiesa cattolica hanno gravemente sottovalutato il cambiamento di paradigma. Si stenta a capire che l’animalismo rappresenta una forma di nichilismo che mina i fondamenti sui quali è costruita la società, fondamenti che vanno al di là del diritto positivo, delle costituzioni. Il rispetto e la priorità della vita umana sono alla base dell’etica e del diritto. Venuto meno questo punto fermo tutto diventa opinabile, relativo. Se non c’è un punto fermo come questo come può non implodere una società dove gli orientamenti valoriali sono così diametralmente opposti. Oggi alle deliranti affermazioni degli animalisti che antepongono la libertà dell’orso alla vita umana si contrappone la costituzione, le leggi sulla sicurezza pubblica, la coscienza della stragrande maggioranza delle persone. Circostanze che, nonostante l’opportunismo della politica, sono per ora in grado di arginare la deriva nichilista antiumana. Ma l’erosione dei principi di rispetto e priorità della vita umana è in atto anche su altri fronti (eutanasia, manipolazione degli embrioni, utero in affitto ecc.) e nulla è più scontato.

A cosa mira questa l’ideologia “anti-specista”, la condanna in blocco dell’ “umano criminale”, dell’ “unica specie nociva”? L’uomo viene equiparato alle altre specie zoologiche, la società si annulla. Il contadino dei paesi poveri che non usa pesticidi, combustibili fossili, concimi chimici è sullo stesso piano del ceo della Monsanto. Peter Singer, guru del movimento animalista, famoso per sostenere l’infanticidio oltre all’aborto, non si fa scrupolo a  preferire il cibo industriale a quello  “km  0” (4).  Oltre a negare, da teorico dell’individualismo utilitarista, alcun valore positivo alla territorialità, (sostenendo l’etica del “minor costo economico” e della globalizzazione), Singer sosteneva che fosse preferibile un mondo di multinazionali (alla MacDonald) rispetto a “10 mila piccoli allevatori”. Per il semplice motivo che, con MacDonald, il movimento animalista può sedersi a un tavolo mentre ciò non è possibile con 10 mila piccoli allevatori beceri e ignoranti (l’illuminato MacDonald può permettersi la consulenza di esperti di benessere animale, vicini al movimento animalista e di concedere qualche contentino). Che l’animalismo, nel suo annullare società e territorio in una generica “specie umana criminale e nociva”, operi un formidabile servizio al capitalismo neoliberista è abbastanza evidente. Togliendo all’umano e alla vita umana quel rispetto che la civiltà cristiana ha introdotto senza distinzioni tra i figli di Dio si favoriscono i più forti   Che la sinistra blandisca l’animalismo è la certificazione del suo suicidio.

L’uomo “invade” l’habitat dell’orso ed è sempre colpevole

Le teorie animaliste trovano riscontro nelle azioni dei gruppi animalisti. Se fosse lasciato loro spazio, in barba alle leggi e ai diritti delle persone e delle comunità, la montagna dovrebbe essere abbandonata. I mezzi con cui cercano di imporre la loro visione sono la disinformazione e le minacce. Uno degli strumenti più odiosi utilizzato dagli animalisti è lo stalking nei confronti delle persone ferite dagli orsi, “colpevoli” di non essersi lasciati ammazzare, si essersi salvati. Il solo fatto di essersi trovato nel bosco fa della vittima un colpevole che ha “disturbato” l’orso, violato il suo sacro habitat. Non conta nulla il fatto che gli orsi in Trentino sono stati portati dalla Slovenia, che – rilasciati in zone relativamente remote – si siano spostati in aree densamente abitate ad un tiro di schioppo dalla stessa città di Trento. Per l’animalismo l’essere umano è un intruso sul pianeta e non contano nulla le caratteristiche del territorio, il grado e il tipo di antropizzazione, la storia. Gli aggrediti sono stati fatti passare per dei colpevoli. Maturi (Pinzolo, 2014) è stato accusato addirittura di aver preso un orsetto in braccio, Metlicovez di essere andato lui all’attacco dell’orso con il bastone anche se ha ribadito che l’ha usato quando era a terra.

A fornire il pretesto agli animalisti per attaccare il pensionato è stato lo stesso dr. Groff, il responsabile dell’ufficio grandi carnivori della provincia di Trento. Groff,  “interpretando” le parole del pensionato (si era precipitato ad andare in ospedale appena Metlicovez vi era stato ricoverato per raccoglierne le dichiarazioni), ha sostenuto che l’uomo si era trovato l’orso all’improvviso a breve distanza e ha usato il bastone. Ma Groff c’era? No. Ha “raccolto” delle informazioni da un uomo ancora scosso (con quale correttezza e autorità?) e le ha usate contro di lui.  Per intimidire il pensionato gli animalisti  hanno poi presentato un esposto contro di lui per maltrattamento d’animale. Ma la cosa più grave è che le dichiarazioni di Groff contraddicono l’ordinanza del presidente Rossi che parla di “aggressione da parte di un animale non provocato”. Che all’interno della provincia ci sia chi rema in direzioni diverse era chiaro da tempo. Quello che ci si chiede è di quale coperture politiche godano quelli come Groff (e Dallapiccola che gli va a rimorchio) che, se non remano apertamente contro Rossi, mirano di certo a metterlo in difficoltà.

Il dr. Groff: da anni minimizza il pericolo rappresentato dagli orsi ed è responsabile di un’informazione di parte 

Dopo l’abbattimento di KJ2  il povero pensionato, memore  di quanto capitato a Daniele Maturi vittima (lui e la famiglia)  di una campagna di insulti e minacce  telefoniche, e non solo, ha ritrattato le dichiarazioni  rese alla Zanzara (“andrebbe abbattuta, è pericolosa”) dichiarando che l’orsa non doveva essere uccisa .  I media nazionali hanno subito strumentalizzato (contro Rossi), le “nuove” dichiarazioni del pensionato.  Il fatto che siano state  rese per paura non conta e non si dice. La forza dell’animalismo non consiste solo nelle minacce, nelle denunce, nelle campagne di disinformazione  (condotte con ampia disponibilità di mezzi economici grazie agli incassi – anticostituzionali – sulle sanzioni per reati di maltrattamento degli animali che garantiscono cospicue entrate, tali da far lavorare a pieno ritmo uffici stampa e legali).

Chi decide sugli orsi in Trentino?

La forza dell’animalismo non è data solo dal “brodo di coltura” offerto dai media, dall’opportunismo dei politici ma anche dall’ambiguità di personaggi come Groff, pubblico funzionario, ma smaccatamente “dalla parte dell’orso”, e dello stesso assessore Dallapiccola (sotto) che è sempre apparso un megafono di Groff, cambiando spesso versioni e posizioni assumendosi il compito del “materasso”.  Dallapiccola insieme a Groff ( non si capisce chi sia il dipendente e chi il principale) si è fiondato all’ospedale appena saputo che vi era stato ricoverato Metlicovez per “manifestare vicinanza”. Che ipocriti.

A nessuno tra quelli che seguono da vicino la saga di Life Ursus sarà sfuggito come Dallapiccola abbia, dopo l’abbattimento di KJ2, messo subito le mani avanti chiarendo che la decisione era di Rossi e di Rossi solo in qualità di responsabile della sicurezza pubblica (nella provincia autonoma non c’è prefetto). Dallapiccola, che così si è almeno in parte smarcato, è un personaggio fenomenale che, nel 2015, dopo due gravi aggressioni da parte degli orsi, con grave sprezzo del ridicolo indicava nella bubbola canadese il rimedio infallibile per girare sicuri nei boschi trentini frequentati dagli orsi. Ma non è finita. L’assessore, cambiando diverse volte versione, ha avuto modo di spiegare recentemente (dopo il fatto accaduto a Metlicovez) che, nel 2015, l’orsa KJ2 non era stata catturata perché aveva i piccoli (ai tempi sembrava fosse un’inafferrabile primula rossa).

A questo punto è necessario ricordare le date: l’aggressione a Molinari è del 10 giugno e KJ2, in seguito all’ordinanza di Rossi, viene catturata solo il 15 ottobre. Quest’anno il 22 luglio aggredisce, il 4 agosto viene catturata e radiocollarata e il 12 agosto sparata. La differenza sta tutta in una scelta politica. Ma era legittimo prendersela comoda con la cattura due anni fa? No. I motivi di urgenza e di pericolosità sussistevano come quest’anno, la recidiva non ha aggiunto nulla. Solo che due anni fa, per evitare il caso Daniza (estate precedente), si preferì lasciar passare non solo il ferragosto ma anche tutta l’estate.

Romano Masé, comandante della forestale trentina

 

Dopo la cattura la stessa provincia lasciò intende, in alcune dichiarazioni, che si sarebbe aspettato la primavera successiva alla cattura, dopo il letargo. Ma quando l’orsa si risvegliò dal letargo, nel 2016, il collare non c’era più. Dallapiccola spiegò che il collo si era assottigliato per la perdita di grasso durante l’inverno. Fosse così era un fatto prevedibile e rimandare all’anno seguente ha rappresentato una grave colpa della Pat. Metlicovez ha rischiato grosso per questa scelta. Una scelta opportunista, legata al desiderio di non ripetere un caso Daniza, dalla paura di una potente istituzione per sparuti drappelli animalisti.

Probabilmente nel 2015. anche se l’ordinanza era firmata da Rossi, le decisioni furono prese da Masé, capo della forestale e da Groff, il responsabile degli orsi e dei lupi. Dallapiccola ha spiegato, a posteriori, che la scelta di lasciare a “piede libero” nel KJ2 nel 2015 fu presa per via dei cuccioli. Ma Daniza morì durante le operazioni di sedazione l’11 settembre 2014, mentre KJ2 fu radiocollarata il 15 ottobre. Se i cuccioli di Daniza sopravvissero potevano sopravvivere anche quelli di KJ2.  Quest’anno, al di là delle firme sulle ordinanze, è palese  Rossi non ha  lasciato le decisioni a i suoi ambigui assessori e funzionari ma è stato costretto dalle circostanze politiche e legali ad agire con quella decisione che andava mostrata già anni fa impartendo precise disposizioni a Masé (probabilmente tagliando fuori Dallapiccola e Groff). In ogni caso la storia della reintroduzione dei grandi predatori da oggi entra in un capitolo nuovo.

Note

  • (1)  K. Jerina, M.Jonozovič, M. Krofel, T. Skrbinšek (2013) Range and local population densities of brown bear Ursus arctos in Slovenia, in: European Journal of Wildlife Research , 59 (4): 45–467
  • (2) F. Perco, P. Forconi, Andamento stagionale della popolazione di lupo in Italia e scenai di conservazione,  III Congresso nazionale fauna problematica, Cesena, 24-26 novembre 2016

    (3) Vedi gli articoli su Ruralpini  Imbroglio ecologico (I)Imbroglio ecologico (II)

    (4)  J. Mason, P. Singer, Cosa mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari  il Saggiatore, Milano, 2007),