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In Ossola tanti NO alla convivenza con i lupi

Gli allevatori: “o noi o i lupi”. La Regione Piemonte vicina agli allevatori (a parole), con WolfAlps nei fatti

Ampio resoconto degli interventi del convegno di Villadossola di venerdì 27 giugno

di Michele Corti

Riportiamo un ampio resoconto dei numerosi interventi al convegno sul tema della presenza del lupo tenutosi a Villadossola venerdì 27 giugno. Un materiale utile anche per le tante realtà in Italia alle prese con la proliferazione dei lupi. Utile per capire che non si tratta di calamità naturale ma da fenomeno, frutto di scelte politiche, che si può contrastare, contro cui ci si può organizzare e reagire. Il convegno è stato accompagnato da una protesta,  civilissima ma ferma nei contenuti (“o i lupi o noi”) degli allevatori radunati fuori della sala (dentro i posti erano contingentati per Covid). Da registrare che in Ossola le istituzioni locali, quelle rappresentative della popolazione (la burocrazia no, ovviamente) è schierata con gli allevatori e la popolazione dei piccoli comuni. A partire dal presidente della provincia (Lincio) e dalla presidente delle aree protette ossolane (Riboni) che si sono espressi in termini perentori contro la non gestione del lupo chiedendo interventi efficaci a tutela dei piccoli allevatori in balia del predatore. Dalla regione, invece, un atteggiamento cerchiobottista.

(26.06.20) L’incontro “istituzionale” di venerdì 26 giugno a Villadossola è stato impostato dalla regione Piemonte, come al solito, come “informativa” da parte di WolfAlps (che non ha fatto che ribadire, come naturale, la sua linea d’azione). Oltre a contestazioni di merito (inefficacia delle misure di difesa passiva, meccanismi per i parziali rimborsi, scarsa credibilità dei numeri sulla presenza di lupi), l’iniziativa è stata contestata anche per il metodo. Perché, si sono chiesti gli esponenti di istituzioni locali e gli allevatori, la Regione non discute direttamente con noi, ascoltando i nostri problemi e le nostre proposte? Perché tutto ciò che riguarda il lupo è monopolizzato, sul piano istituzionale e para-istituzionale (ma non c’è nessuna legge scritta che obblighi a farlo), da WolfAlps, che si prefigge, per suo statuto, di espandere la presenza del lupo,  di proteggerlo, di farlo “accettare” (subire) alle popolazioni?
WolfAlps, come hanno ribadito nella discussione alla Fabbrica di Villadossola i suoi stessi esponenti, non è un progetto agricolo per tutelare gli allevatori, ma un un progetto ambientale per tutelare il lupo. Che il lupo non abbia da tempo bisogno di tutela ma di essere gestito e contenuto (anche a vantaggio dei veri lupi, sempre che ce ne siano ancora). E allora perché se è un attore di parte WolfAlps monopolizza il discorso? La risposta è che si è giocato bene le carte, forte di appoggi a tutti i livelli, del deficit di rappresentanza della montagna e delle aree rurali (ma anche dell’agricoltura, compresa quella professionale), dell’inadeguatezza (a essere buoni) della “classe politica”.
 Gli allevatori non ci stanno, però, ad accettare questo status quo, questa condizione di  impar condicio, non solo loro anche i sindaci, il presidente della provincia (sindaco di Trasquera), la presidente delle aree protette ossolane.



Ossolani uniti e capaci di argomentare e fare proposte operative (oltre che di protestare civilmente)

Va subito detto che, insieme alla protesta – peraltro civilissima – al di fuori della sala del convegno  (dove l’accesso era limitato per Covid), quello che si può definire il fronte ossolano di opposizione alla politica di espansione e protezione assoluta del lupo, si è mostrato compatto – dai livelli istituzionali ai rappresentanti del comitato di base di difesa degli allevatori. Non solo, esso  di è dimostrato anche capace di articolare bene le proprie posizioni, sia argomentando, in negativo, contro le “soluzioni” facilone (che tanto non sono loro a subire) proposte dal lupismo istituzionalizzato (WolfAlps), sia, in positivo, avanzando concrete proposte, attuabili anche sulla base dell’attuale normativa. Una normativa, sia ben chiaro, sempre più scandalosamente, palesemente anacronistica e socialmente e territorialmente iniqua, che giustifica la super protezione del predatore a “eterno rischio di estinzione”, basata sul Trattato di Berna e sulla Direttiva Habitat , sulla base di dati falsi, volutamente sottostimati e/o non aggiornati. Una normativa che fa capire la distanza tra i principi sbandierati di equità e democrazia e le prassi istituzionali e legislative contorte, opache con le quali le lobby organizzate riescono a imporre le loro regole.
Gli allevatori del Comitato, un organismo nato in Ossola nel 2004 in seguito alle prime predazioni (allora legate a singoli esemplari in dispersione e non ai branchi, come oggi), le loro posizioni le hanno esposte in  un volantino distribuito all’ingresso della sala dell’incontro.



Ma vediamo cosa si è detto al convegno. Partiamo dalla massima autorità, Fabio Carosso, vice presidente della regione assessore all’Urbanistica, Programmazione territoriale e paesaggistica, Sviluppo della Montagna, Foreste, Parchi, Enti locali. E poi? Basterebbe questa “diluizione omeopatica” della montagna in tante altre materie, per capire quanto abbia a cuore la Regione Piemonte la montagna.  Non parliamo della montagna ossolana, vera “periferia dell’impero” vista da Torino.



E infatti Carosso che, a parole, si è detto vicino agli allevatori, ha anche detto che con il lupo si deve convivere (c’è scritto in costituzione Carosso?) e che la regione non può prendere nessuna iniziativa per limitare i lupi perché il Piano Lupo non c’è. Il Piano Lupo, per chi non lo sapesse, è scaduto nel 2015 e il nuovo è rimasto fermo per l’ostruzionismo animal-ambientalista che, ovviamente, si oppone alla presa d’atto che la situazione è cambiata, che i lupi sono tutt’altro che in estinzione (dilagano) e che è invece sono in forte sofferenza allevatori e pastori. Ovviamente a loro, agli animal-ambientalisti, sempre più arroganti, va bene così: vogliono che i lupi occupino e intasino ogni area occupabile e che allevatori e pastori si estinguano. Ma l’assenza del Piano Lupo, caro Carosso, cara Regione Piemonte, non impedisce – comodi gli alibi, neh, che le deroghe previste dalla Direttiva habitat in caso di “gravi danni economici” possano essere applicate già oggi e che al lupo si possa sparare.
Lo chiesero due predecessori di Carosso: Taricco, del Pd e Sacchetto della Lega (qui cosa dicevamo). Persino in modi bipartisan. Erano entrambi di Cuneo, legati al mondo agricolo, e sentivano sul collo la pressione degli allevatori. Poi ci fu l’era Chiamparino che, fregandosene dei suoi stessi assessori, si mise alla testa del fronte delle regioni che, con un poco elegante dietro-front, accolsero le pressioni animal-ambientaliste intese boicottare il Piano scritto da Boitani (massimo lupologo sulla piazza), approvato dall’allora ministro dell’ambiente Galletti, che si erano resi conto della necessità, anche per non esasperare gli allevatori, di concedere limitatissimi interventi di controllo del predatore. Chi fosse interessato alla vicenda che da cinque anni tiene fermo il Piano lupo può vedere qui.  Allora, sono passati dieci anni, non c’era alcun Piano lupo che prevedesse abbattimenti. Erano tempi in cui la stima ufficiale dei lupi era scandalosamente ferma da anni a 1000 capi lupini in tutta Italia. Ma la Regione Piemonte, sulla base della propria competenza in materia di controllo della fauna selvatica (ribadita da sentenze della consulta recenti) inoltrò la richiesta di autorizzazione agli abbattimenti.
Che poi l’Ispra, ai tempi, diede al Comitato tecnico, che diede al Ministro, che rispose alla Regione, una risposta politica evasiva e senza vere basi tecniche (risposta che la Regione Piemonte avrebbe potuto impugnare) non ha importanza. Ciò che conta è che la regione (non solo Piemonte, tutte) ha il diritto-dovere di chiedere, se lo ritiene motivato, un intervento di controllo del lupo. Il resto è alibi, ignavia, opportunismo politico, paura di quieta non movere, di avere contro la burocrazia (tutta lupista) e le rumorose minoranze  animaliste. Sarà in ogni caso l’Ispra a intervenire nel merito tecnico e il ministro, anche se si chiama Costa, non può non tenere conto della valutazione tecnica. Perché Carosso allora non la conta giusta? Per motivi politici.
Perché nel frattempo: 1) WolfAlps si è istituzionalizzato, consolidato, stabilizzato, incistato e assomiglia  sempre più a un ente pubblico in fieri,  dotato di ampi poter di fatto. Un ente di propaganda e tutela lupi, capace di influenzare e penetrare tutta la macchina burocratica pubblica. Specie in Piemonte dove il Parco delle Alpi marittime è il quartiere generale di WolfAlps e rappresenta una struttura organizzativa al suo servizio; 2) La politica piemontese è sempre più condizionata dall’animal-ambientalismo che ha ovviamente il suo punto di forza a Torino, ma essendo, per retaggio sabaudo, torinocentrica, anche forze come Lega e FdI che pure se fosse per Torino non toccherebbero palla, si guardano bene di “stuzzicare” la lobby, forte nelle redazioni e nelle Università cittadine e in tutti i centri che condizionano l’opinione pubblica.  Se c’è da combattere delle battaglie anche i partiti che proclamano di essere “con il popolo” e con “le provincie” preferiscono farlo dove ci sono di mezzo interessi forti, lobby, ritorni di vantaggi per le forze politiche, le cerchie personali. Perché rischiare di crearsi rogne per quattro caprai di montagna?
Così la regione dice di essere con gli allevatori ma sta con WolfAlps. Lo dimostra lo stesso incontro di Villadossola che, come gli altri organizzati in Piemonte, è gestito da WolfAlps al quale la Regione riconosce anche la funzione di informazione sul tema. Non è finita. Carosso ha anche elogiato WolfAlp per i suoi monitoraggi “altamente scientifici”. Uniche concessioni agli allevatori la promessa di rimborsi più facili. Peccato che il bando che rimborsa le predazioni (sino al 30 maggio scorso) e assegnava contributi per alleviare la pressione predatoria fosse condizionato ai soliti criteri dettati da WolfAlps (uso di reti e cani). Peccato che molti allevatori ai rimborsi ci rinunciano perché non vogliono i lupi, non vogliono convivere con loro solo perché così vogliono gli ambientalisti di città. Carosso ha comunque riconosciuto che in un’area come l’Ossola l’utilizzo dei mezzi di difesa passiva (cani, reti) è più difficile. 


La dott.ssa Marucco, mente di WolfAlps e pupilla di Boitani, ha ribadito che monitoraggi come quelli che fanno loro in Italia non li fa nessuno, che loro sono i più bravi ecc. Saranno fischiate le orecchie al prof. Apollonio che ha eseguito un monitoraggio in Toscana stimando una popolazione di oltre 1000 lupi, solo in Toscana . La Marucco ha però precisato che nel 2018/19 i soldi di WolfAlps I erano terminati e non si è fatto nulla, nessun monitoraggio. Nel 2020 si partirà con una nuova campagna ma, per ora, solo in Ossola dove la situazione ha carattere emergenziale. Di fatto gli ultimi monitoraggi sono del 2017/18. I 195 lupi in Piemonte sono sempre quelli di quell’anno. Con il metodo utilizzato, che prevede l’inzio dei campioni per l’esame del Dna in America, tutta la procedura implica un ritardo fisiologico di almeno due anni. Ma i lupi aumentano rapidamente. Quanti sono quelli veri? Almeno 2-3 volte quelli ufficiali. I numeri dei lupi trovati sulle strade del Piemonte sono lì a certificare che le “stime ufficiali” sono farlocche.



D’altra parte la stessa Marucco e il geom. Canavese, direttore del Parco Alpi marittime ed esponente di spicco di WolfAlps, nei loro interventi ammettono che il lupi sono diventati tanti (quanti non lo dicono), talmente tanti che l’unica area in Piemonte dove c’è ancora posto per far star comodi ulteriori branchi è proprio il VCO. Altrove devono stringersi. I lupi sono diventati talmente tanti (lo dicono loro) che per contarli si dovrà ricorrere anche ai cacciatori oltre che ad altre categorie. Di fatto è in atto il tentativo di cooptare i cacciatori (le organizzazioni) legandole al carro di WolfAlps. In Ossola i comprensori (quasi tutti) non ci stanno e hanno compreso che il monitoraggio è la chiave di tutta la partita lupi. Chiedono di farlo autonomamente, basandosi su esperti qualificati indipendenti da WolfAlps. La regione con chi sta? Ma con WoilfAlps, ovvio.
Quanto alla presenza dei lupi nel VCO, il funzionario delle aree protette Radames Bionda ha precisato che, oltre al branco di sei lupi che gravita nella valle Anzasca, è quasi certo (se lo dicono loro vuol dire che è stracerto) che ce n’è un altro che gravita tra la stessa valle Anzasca e la valle Strona. Diversi lupi frequantano poi le valli Antigorio, Divedro, Vigezzo.  Come indicherebbero le numerose foto trappole (280) disseminate da WolfAlps sul territorio. Possiamo essere certi che se non si sono già formati altri branchi sono in formazione. E le cose si metteranno male in tutta la provincia.
Dal fronte pro lupo, la veterinaria Arianna Menzano ha ribadito le note “ricette” per la difesa passiva, annunciando che WolfAlps impiegherà squadre di pronto intervento per attuare misure preventive, con l’obiettivo anche di aiutare gli allevatori a districarsi tra la burocrazia delle pratiche (ma non è meglio eliminarla?) e con esperti comportamentalisti in grado di assistere nell’impiego dei cani da guardiania (ma non è meglio impiegare, piuttosto che cani con pedigree ma inidonei, cani “giusti”, provenienti dai pastori, abituati da generazioni a lavorare nei greggi, poco inclini ad attaccare l’uomo ma efficaci con il lupo?).
Il colonnello Baldi dei cc forestali, con l’evidente finalità di “smontare” la protesta dei sindaci della valle Anzasca, ha dichiarato che i forestali, pur tenendo sotto osservazione la situazione dei lupi che si avvicinano alle case, non sono mai dovuti intervenire per garantire la sicurezza. Come dire: facciamoli avvicinare ancora di più e in maggior numero, poi si vedrà (ma, si sa, per loro non sono pericolosi). 



In polemica con il volantino degli allevatori, sopra riprodotto, l’esperta di comunicazione di WolfAlps ha contestato quanto in esso asserito circa la “manipolazione” propagandistica attuata da WolfAlps stesso a danno dei più giovani. Ha rigettato con sdegno l’insinuazione che l’operazione dei 5000 ragazzini Life Alpine Young Rangers rappresenti un lavaggio del cervello in senso lupista. Staremo a vedere. Di indottrinamento dei bambini ce n’è stato già parecchio (vedi le favole “riscritte” per dimostrare che il lupo è buono, gli interventi nelle scuole). Comunque questi alpine young ranger puzzano di “Figli della lupa” lontano un miglio.

Parla l’opposizione istituzionale e sociale alla politica lupista

Veniamo ora all’altro fronte, quello degli amministratori, degli eletti a livello locale. Mentre i burocrati, gli appartenenti ai corpi dello stato e della regione, sono schierati coma una falange pro lupo (sarebbe interessante capire come è stata ottenuta questa unanimità), chi è eletto, o espressione degli eletti, almeno in Ossola sta con gli allevatori. Con qualche eccezione stravagante come il sindaco di Ornavasso (nel basso fondovalle) che, non solo ha messo una taglia contro il responsabile dell’avvelenamento di un lupo trovato morto, ma proclama di essere contento se i lupi arrivano sino in paese. 
Tra gli amministratori ossolani – la maggior parte – impegnati a contestare le politiche ufficiali sul lupo (di fatto delegate a WolfAlps, ovvero alla lobby pro lupo) è in prima fila il presidente della provincia Arturo Lincio, sindaco di Trasquera (un paese di montagna dove l’allevamento caprino è molto sentito) (qui su ruralpini immagini su Trasquera)(qui un articolo sulle capre a Trasquera). Lincio è stato eletto dai sindaci (con il sistema dell’elezione di secondo grado) con l’appoggio dei piccoli comuni coalizzati e dimostra di essere fedele alla mission della loro rappresentanza (spesso sottotraccia anche in una provincia esclusivamente montana come il VCO). Lui, nonostante gli attacchi (da fastidio al sistema uno che difende i piccoli, che siano comuni o imprese), tira dritto. Chapeau.




Lincio
 chiede che sia ora che il lupo venga gestito, che si tenga conto dell’insieme degli ecosistemi e delle attività antropiche (in effetti il lupo è gestito con autoreferenzialità spinta da WolfAlps che, finché la politica lo lascia fare, va avanti così in tutta tranquillità).  Utilizzando le deroghe, quelle già previste dalle norme di protezione della specie, egli chiede un Protocollo di intervento che preveda misure, modulate e specifiche, sulla base degli  effettivi impatti creati dal predatore in termini di sicurezza dei centri abitati. Chiede anche che – in caso di attacco di greggi – venga consentito, da subito, l’ultizzo di spari di dissuasione da parte degli allevatori. Secondo il presidente della provincia deve essere previsto anche l’impiego di squadre di pronto intervento, che mettano in atto nei confronti del lupo delle misure dissuasive adeguate alle loro reazioni e alle situazioni.

Quello che chiede Lincio non sono altro che delle “regole d’ingaggio”, come quelle stabilite per l’orso in Trentino. Tutto quello che chiede il presidente della provincia è già previsto dal Pacobace (squadre di dissuasione e pronto intervento in grado di allontanare ed eventualmente catturare o abbattere il carnivoro, graduando l’intervento). Lincio ha poi stigmatizzato – l’attacco è rivolto all’ Asl principalmente – il fatto che, invece che dissuadere i lupi dall’avvicinarsi alle case e ai greggi, si sono dissuasi, almeno sino a oggi, gli allevatori dal segnalare le aggressioni (ora la strategia, concertata tra le agenzie pro lupo, pare cambiata).  Chiede quindi un cambio di marcia: basta con l’affidare a una parte in causa (i parchi e le Asl che sono partner di WolfAlps e quindi sotto la sua cappella) i monitoraggi, la gestione delle denunce degli allevatori.
Per Lincio le statistiche dei danni subiti dagli allevatori lasciano allibiti. Sembrerebbero, sulla base dei dati statistici “ufficiali” del 2019, praticamente nulli, mentre – al contrario – sono noti numerosi e sanguinosi episodi. Non si tiene poi minimamente conto delle predazioni sui selvatici che rappresentano un elemento cruciale per comprendere la distribuzione dei predatori e la loro potenziale pericolosità in relazione alla vicinanza ai centri avitati. I sindaci, lamenta Lincio, che pure hanno responsabilità rilevanti su tutta la materia di sicurezza sono stati tenuti completamente fuori dalle indagini sulla presenza dei lupi. Polizia provinciale e guardiaparco hanno applicato quanto previsto dalla Regione (sulla base delle indicazioni di WolfAlps)ma le cose devono cambiare e serve un approccio diverso. Intanto coinvolgendo prefettura e cc forestali in piani di controllo che potrebbero prevedere l’uso di radiocollari per segnalare la presenza dei predatori. Lincio ha poi ribadito che non ci può essere una gestione del lupo affidata alle sole visioni degli specialisti di parte conservazionista.  In considerazione del rilevante impatto del grande predatore sull’ambiente e le attività antropiche non possono essere esclusi i sindaci e le rappresentanze sociali delle categorie coinvolte. La costituzione, tante leggi fondamentali, convenzioni ecc. dicono che non debbono.



Tra gli interventi di peso “dalla parte dell’allevatore” anche quello dell’ing. Vittoria Riboni, presidente dell’ente di gestione delle aree protette dell’Ossola. La Riboni ha esordito dicendo che il tema della conservazione del lupo è un argomento che la colpisce profondamente in quanto allevatrice. Quando sono diventata presidente delle aree protette dell’Ossola, sono venuta a conoscenza dei dettagli del progetto Life oggetto di questo incontro. Ho sentito quindi mio dovere fare pressione affinché venisse posta la massima attenzione alle necessità degli agricoltori, unica categoria fragile in questa partita.
Su sollecitazione del presidente i funzionari del parco hanno effettivamente cercato di applicare le misure previste al fine della prevenzione dei danni agli allevatori. Ma, ha chiarito la Riboni: mi sono accorta che: primo, lo strumento di difesa viene fornito solo ad agricoltori che hanno subito la predazione o nelle vicinanze. Secondo, il progetto non prevede una adeguata varietà di metodi, come ad esempio i recinti fissi (che però, osserviamo noi, funzionano solo in circostanze particolari, mai sugli alpeggi ,a meno di non creare deleterie concentrazioni di animali a danno della loro salute, del loro benessere, della conservazione del pascolo). Dalla Regione sono stati quindi ottenuti dei fondi  supplementari, nell’ambito del progetto per ampliare gli interventi. In ogni caso la presidente ha tenuto a precisare che: L’ente non promuove la convivenza, ma si adopera con ogni mezzo ad esso in possesso per ridurre l’impatto del predatore.
Dopo aver posto l’attenzione sul ruolo insostituibile  svolto dall’agricoltura di montagna per la conservazione del paesaggio e, in generale, di un patrimonio storico e culturale risultato della millenaria colonizzazione della montagna, Vittoria Riboni ha sottolineato anche come questo paesaggio, plasmato dall’uomo, sia anche ricco di valenze naturalistiche, di biodiversità, di capacità di difesa del suolo. Un risultato conseguito anche perché la montagna ha potuto beneficiare per un lungo periodo dell’assenza del predatore. In particolare: la manutenzione capillare conserva il suolo, riduce le erosioni e i cedimenti di terreni e terrazzi. Questo patrimonio oggi è minacciato da un predatore che non avendo un competitore si sta diffondendo a macchia d’olio.
 A questo punto la presidente delle aree protette ha voluto indicare nel dettaglio quali sono le conseguenze dell’impatto della predazione da parte del lupo sulle strutture del piccolo allevamento ossolano.  Voglio spiegare ora che cos’è l’agricoltura delle nostre montagne e che cosa comporta una predazione. Nel nostro territorio il cuore degli allevamenti ovi-caprini è costituito da una miriade di piccoli greggi di poche decine di animali. Ciò li rende particolarmente vulnerabili. 10 pecore sbranate su 1000 ha un impatto. 10 pecore sbranate su 50 l’allevamento chiude. Esiste poi una miriade di allevatori amatoriali che meritano la massima attenzione e rispetto perché in capo a loro è il governo dei terreni più disagiati e scoscesi. se non vogliamo il bosco in casa ci sono loro. I sistemi proposti sono utili ma non infallibili. Mettere un recinto su terreni scoscesi è un lavoro improbo e il lupo può superarli. Ci sono poi tutti i danni collaterali ad una predazione: animali spaventati che soffrono il trauma, perdono il latte e subiscono aborti. Le recinzioni in alpeggio infine comportano: una riduzione della produzione perché l’animale non può mangiare nel momento ideale cioè di notte, una riduzione della gestione pascoliva, e fenomeni di erosione del cotico erboso nell’area all’interno dei recinti. Occorre quindi oggi ribaltare il problema e mettere l’agricoltura al centro del progetto e trovare nuove forme di gestione del predatore. La biodiversità del lupo e quella generata dall’agricoltura non sono compatibili ed occorre operare delle scelte. i parchi non vivono di territori incolti e abbandonati ma sulla montagna viva e sugli ambienti semi naturali.

Non è usuale che un presidente di una provincia e di un sistema di parchi assumano queste posizioni. L’Ossola, a questo riguardo, appare molto diversa dal Piemonte (rispetto al quale, non a caso) continua a nutrire aspirazioni autonomistiche. Parrebbe di essere in una “piccola provincia di Bolzano”. Solo che qui non ci sono un partito (Svp) e un forte sindacato agricolo (Sbb) schierati con gli allevatori contro la reintroduzione dei grandi predatori.  C’è però, una reattività diffusa e palpabile,  un coinvolgimento delle istituzioni locali che in Italia stenta quasi ovunque a emergere (salvo nella Lessinia veronese, dove i sindaci e la società civile sono compattamente dalla parte degli allevatori contro WolfAlps).

L’anomalia ossolana si spiega con fattori storici e geografici. Innanzitutto è un valle incuneata nella Svizzera, una valle che, quando era unita a Milano (sino alla metà del Settecento), aveva goduto una larghissima autonomia. La tardiva imposizione del centralismo Torinocentrico (e dell’irrigimentazione militaresca sabauda della società), il mantenimento, anche dopo l’annessione sabauda, di legami con la Lombardia (verso cui gravitava e gravita ancor oggi l’Ossola), spiegano perché, rispetto alle aree di Cuneo e Torino – da decenni afflitte pesantemente dal lupo – l’Ossola sia più reattiva.  La geografia, oltre alla relazione con la Svizzera e la Lombardia, aiuta l’Ossola anche da un altro punto di vista: le lunghe valli, parallele, di Cuneo e di Torino si aprono sulla pianura, la montagna per parlarsi deve passare dalla pianura. Una limitazione non da poco (logistica ma anche simbolica e psicologica). In Ossola le convalli convergono sul fondovalle del Toce nei pressi di Domo.  Le valli ossolane, oltre tutto, sono anche meno spopolate e vi sono ancora tanti piccoli allevatori.  WolfAlps, sottovalutando i dati socio-culturali, presumendo di poter passare come un rullo compressore sulle Alpi, indipentemente dalla realtà antropica, politica, sociale. Così trova resistenze inaspettate che con i suoi soliti metodi non riesce a piegare  facilmente.

La parola (in coda al convegno) agli allevatori

Oltre che dagli interventi “programmati” di Lincio e Riboni, il punto di vista degli allevatori è stato sostenuto nei brevi interventi concessi al “pubblico”.  Davide Tidoli , vice-sindaco  di Bannio Anzino, parlando anche a nome di Macugnaga e degli altri comuni della valle, ha ribadito che, in vent’ anni , da quando è tornato il lupo,  nessuna soluzione è stata messa in atto per far fronte ai danni economici e sociali e alla biodiversità. Ha quindi riferito che i sindaci della valle Anzasca, che si erano riuniti una settimana prima, hanno convenuto nel dichiarare che la convivenza con lupo in valle Anzasca non è possibile.

Lina Leu
, allevatrice di capre e di mucche della val Vigezzo (nata e cresciuta in valle Antrona), ha messo il dito sulla imbarazzante piaga degli  ibridi.  Ha sostenuto che le posizioni degli esperti in tema di lupo sono unilaterali e che c’è qualcosa che non funziona se tocca a lei sollevare certe questioni.

Marco Defilippi
, allevatore venuto dalla val Sesia a testimoniare la comunanza di problemi e di posizioni con i colleghi del VCO, ha sollevato il problema dei conflitti creati dai cani con i turisti  (oggetto di un recentissimo articolo qui su ruralpini che mette in evidenza come il regolamento di Alagna Valsesia ponga fortissimi limiti all’uso dei cani per la difesa). Defilippi ha poi evidenziato come i lupi saltino i recinti e, come gli altri, ha concluso che  la convivenza non è possibile.

Resta da riferire dell’intervento di Otten Gesine, la battagliera allevatrice di capre che – già nel 2004 – era stata tra i più convinti e attivi animatori del Comitato di difesa degli allevatori, un comitato che, negli ultimi anni, sotto la pressione degli eventi e del succedersi delle predazioni è andato ampliandosi ad altre/i combattive/i allevatrici/ori.  Gesine, che ha posto domande ai relatori anche dopo i loro interventi, ha osservato che WolfAlps va avanti per la sua strada, noncurante della crescente sofferenza deli allevatori, come se le solite “ricette” (cani e reti) andassero sempre bene, andassero bene ovunque.  Devo sentire le stesse cose da 18 anni ha sbottato l’allevatrice e attivista. Gesine, comunque, non si è limitata a contestare genericamente WolfAlps ma ha affrontato temi specifici. Ha ribadito come le stesse normative internazionali che  proteggono il lupo abbiano previsto, in caso di forti danni al bestiame domestico, la creazione di zone di esclusione del lupo. Come è stato fatto in Svezia per salvaguardare l’allevamento della renna. Come hanno  chiesto a più riprese (e siamo certi che non molleranno di fronte al muro di gomma di Bruxelles e delle lobby internazionali animal-ambientaliste) i paesi alpini di lingua tedesca. Entrando nel merito delle azioni previste da WolfAlps II (che ricalcano sostanzialmente quelle di WolfAlps I, potenziandole),  ha contestato nello specifico l’organizzazione delle squadre cinofile antiveleno. Se la convivenza fosse possibile, se si attuassero misure di difesa efficaci non ci sarebbe nessun caso di distribuzione di bocconi avvelenati ha detto Gesine. Servono, invece, come già si fa con gli orsi, delle squadre cinofile di dissuasione, composte da due conduttori e da almeno tre cani specializzati e addestrati nel respingere, dissuadere e allontanare i lupi nelle situazioni critiche. Così non si può continuare – ha poi sostenuto la capraia – precisando che: in Ossola, dove l’80% delle aziende zootecniche sono rappresentate da piccoli allevatori c’è una situazione insostenibile. Non si può più andare avanti così.


qui l’intervista a Otten  Gesine sul sito de la Stampa

RINATURALIZZAZIONE O RIPOPOLAMENTO DELLA MONTAGNA?

Dal punto di osservazione della sua valle Imagna, un territorio di montagna intensamente antropizzato, Antonio Carminati affronta, con un secondo intervento, il problema della politica di spopolamento della montagna. Una politica cammuffata con l’ipocrisia pseudoecologica del “rewilding” e gabellata come riparazione della natura e risanamento dell’ambiente. Ai fautori di queste politiche non si deve consentire di operare la pulizia etnica della montagna contrabbandandola come operazione ecobuonista. Vanno costretti a gettare la maschera.


di Antonio Carminati

(07.01.29) La questione della “rinaturalizzazione”, appena accennata nel precedente post (vai a vedere qui), ha fatto incontrare diverse posizioni, attraverso il dibattito in rete che ne è scaturito. L’equivoco di fondo è il preteso sillogismo tra rinaturalizzazione e risanamento dell’ambiente, quando, invece, un concetto è la negazione dell’altro.

 Mi vengono i brividi al solo pensiero che “rinaturalizzare” possa anche solo lontanamente significare riportare alle condizioni naturali piccole o estese aree rurali che nei secoli scorsi sono state molto modificate dall’opera dell’uomo. Non stiamo parlando di aria fritta, se pensiamo che c’è stato persino chi ha teorizzato la pratica (Rewilding) che prevede di ripristinare ampi ecosistemi reintroducendo grandi carnivori o erbivori, per poi lasciare fare alla natura il proprio corso. Una natura per così dire “liberata” dalla presenza e dall’azione dell’uomo. Del resto, la realtà che abbiamo di fronte non è proprio entusiasmante e diversi segnali vanno in quella direzione, se pensiamo con quanta facilità si accetti l’abbandono delle terre e degli insediamenti rurali e, nel contempo, si favorisca la comparsa nelle vallate alpine di animali pericolosi, come il lupo e l’orso, attesi e difesi da alcuni settori, quelli più integralisti, di un certo ambientalismo militante cittadino.


L’abbandono dei terrazzamenti culturali e le situazioni di degrado ambientale

Dapprima diverse aree rurali sono state “svuotate” dei loro contenuti originari autentici, sottraendo molta forza lavoro con il mito del denaro e del salario garantito in fabbrica, come pure dei migliori e comodi servizi in città; è stato allentato quel rapporto atavico della popolazione con la propria terra, che improvvisamente ha perso la centralità nell’economia sociale e solidale delle famiglie, quindi è stata dispersa, abbandonata, frammentata in mille rivoli sino a diventare quasi inutile e insignificante per l’esercizio di attività agricole. La montagna è diventata terra di conquista, serbatoio di forza lavoro, ora anche preteso “parco cittadino” o ambito privilegiato per nuove sperimentazioni naturalistiche. Quanti atteggiamenti rinunciatari abbiamo sotto gli occhi, anche da parte di coloro che vivono la montagna e che dovrebbero difenderla, sollecitati da forze esterne a trascurare o a travisare la propria storia! Una montagna “misurata” e considerata quale utile spazio insediativo solo in funzione della forza dei numeri e del sostenimento della relazione costi-ricavi. Diminuiscono i bambini? Chiudiamo le scuole. Le contrade si spopolano? Cancelliamo i piccoli Comuni dalla carta geografica. Mancano i denari? Interrompiamo i servizi. Del resto i circa quindicimila abitanti del bacino idrografico della Valle Imagna potrebbero tranquillamente trasferirsi in un quartiere cittadino. Così la valle sarebbe più facilmente rinaturalizzata e i suoi abitanti vivere tranquillamente, con grossi risparmi economici e sociali, alla periferia della dimensione cittadina dei servizi. Come una riserva dei nativi della montagna. E chi si ostina a continuare ad abitare le terre alte, si arrangi. Peggio per lui. Sarà destinato a soccombere. Davvero una triste prospettiva. Ho volutamente estremizzato il paradosso per sollevare e mettere bene in evidenza la questione, significando che tra i due estremi – rinaturalizzazione e ripopolamento – si collocano diverse posizioni intermedie, le quali fanno propendere l’ago della bilancia di qua o di là.


L’ingresso nella corte della contrada Roncaglia (prima che si insediasse la Locanda gestita da Sara e Robi)

Chiudere, fondere, creare grossi centri scolastici, bancari, istituzionali, di consumo nei supermercati,… sembrano essere le parole d’ordine al giorno d’oggi, dimenticando che la montagna è sempre stata, per antonomasia, il luogo dei piccoli numeri: piccole scuole, piccoli Comuni, piccole botteghe, piccoli laboratori artigianali, piccoli allevamenti,… con prevalenza delle attività di servizio, rispetto a quelle tipiche della produzione intensiva. La montagna è stata così nei secoli e noi, oggi, abbiamo la pretesa di decodificarla e governarla con strumenti che non le sono congeniali, utilizzando ad esempio gli standard strutturali e gestionali dei servizi propri degli ambienti cittadini o delle grosse concentrazioni urbane. Ci sono evidenti situazioni di squilibrio sociale ed economico che non possono essere trascurate, come pure abitudini, stili di vita, esigenze ambientali di interesse generale che richiedono uno sforzo particolare di comprensione, per uscire dagli stereotipi delle velleità egualitariastiche. Come pure non si possono dimenticare o sottacere le grandi lezioni di autonomia e di libertà che la montagna ha saputo costruire nei secoli scorsi, le quali rappresentano tuttora straordinari esempi di democrazia, dove il potere popolare è stato esercitato in forma quasi diretta, come è stato ad esempio nel processo di formazione degli antichi insediamenti umani e di costituzione delle regole e degli usi civici nelle vicìnie. Perché nelle piccole comunità alpine e prealpine ci si conosce tutti.


Architettura tradizionale della Valle Imagna e tetti in piode (fotografia di Alfonso Modonesi)

Rinaturalizzare l’ambiente non significa risanarlo, come si vorrebbe far credere, ma abbandonarlo a sé stesso, sottraendo una componente essenziale, anzi determinante, nella costruzione del paesaggio e nella tenuta degli ecosistemi locali: l’uomo. Quell’idea di natura ancora intatta, vergine, quasi primordiale, non esiste se non nella nostra capacità di lettura e comprensione storica dei processi evolutivi della terra e delle sue espressioni anche fisiche nella storia. Le valli alpine e prealpine sono state nei secoli ampiamente antropizzate, vissute e modellate dalla quotidiana presenza di comunità umane, distribuite un po’ dovunque, sia sui versanti che nelle aree di fondovalle, oppure adagiate sulle principali alture: esse, attraverso la costruzione di insediamenti stabili, hanno vissuto e lavorato la terra per secoli e secoli, costruendo balze campive, dissodandola e rendendola coltivabile e fertile, edificando case, stalle e un’infinità di infrastrutture agricole di monte.


Il bacino dell’Alta Valle Imagna visto da Ricudì.

Dopo la nevicata del 15 dicembre 2019Il catino montano della Valle Imagna, chiuso a Nord-ovest (rispetto alla città di Bergamo) dal Resegone, nelle immagini di inizio secolo ci si presenta dinnanzi come un unico esteso versante agricolo terrazzato (nella parte sinistra del bacino idrografico), oppure utilizzato a pascolo e a bosco (nella parte destra del medesimo bacino), caratterizzato dalla presenza di agglomerati rurali (le contrade), distribuiti dai quattrocento ai mille metri di altitudine, e da un’infinità di piccoli edifici sparsi (stalle e cascinali per l’alpeggio), ciascuno dei quali posto a presidio di una porzione di territorio, costituita da una propria “isola colturale” composta da prato, campicello, pascolo e bosco. Unità produttive complete e complesse. Si percepisce a vista d’occhio la presenza capillare dell’uomo, il quale ha saputo governare il proprio ambiente, entrando in comunicazione diretta con esso, attraverso il lavoro quotidiano e le istanze di sostentamento dei gruppi familiari. Questa è la valle nella quale siamo nati, dove i diversi campanili, anche non molto distanti gli uni dagli altri, che svettano da postazioni strategiche e panoramiche, richiamano alla luce le antiche alleanze municipali, costituite da gruppi di famiglie che sono state capaci di rivendicare percorsi di autonomia per la formazione di nuove aggregazioni sociali e la definizione delle appartenenze. Armate di idee e di entusiasmi, più che di numeri. Abbiamo di fronte una particolare geografia sociale ed economica, frutto del millenario processo di radicamento dei gruppi parentali in un contesto ambientale che, nel tempo, ha assunto una valenza identitaria. Che la smettano, dunque, per una ragione storica superiore, i vari detrattori dei campanili, di denunciarne la loro limitatezza, giacché tali manufatti hanno costituito nel passato e rappresentano ancora oggi espressioni avanzate di democrazia e avamposti del governo territoriale. Difendere i campanili non significa essere campanilisti e l’uso improprio e superficiale del vocabolo, per certi versi anche spregiativo, ha inteso denunciare l’atteggiamento di chiusura e quasi retrogrado delle popolazioni della montagna, quando, in realtà, esse si sono da sempre confrontate, attraverso i commerci e l’emigrazione, con il mondo intero, sin dal Medioevo, partecipando attivamente alla costruzione della storia più generale. I campanili hanno rappresentato altrettante bandiere di autonomia, di libertà e di proprietà delle popolazioni della montagna.


Fuipiano Valle Imagna in una mappa del 1737

Attualmente il “disegno” ambientale della valle non è più così chiaro e fulgido come appare nelle vecchie fotografie di inizio Novecento, poiché il bosco avanza a vista d’occhio sino a minacciare l’esistenza delle contrade, dopo avere annullato e già conquistato molte di quelle “isole colturali” sparse di un tempo. Il paesaggio, nel suo complesso, appare meno ordinato, per di più dequalificato sul piano produttivo. Molte contrade, a cominciare da quelle più distanti, sono state abbandonate, i versanti hanno perso le sembianze dei giardini rurali di un tempo, con i vari colori caratterizzati dalle alternanze colturali, mentre le zone di fondovalle hanno subito un intenso sviluppo edilizio, forsennato e senza precedenti nella storia.


Corna Imagna, l’antico nucleo di Regorda di Qua (fotografia di Alfonso Modonesi)

Nel corso dei millenni l’uomo ha vissuto e modellato l’ambiente in relazione alle proprie specifiche istanze di sopravvivenza, un po’ come Dio – perdonatemi l’equiparazione – ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza; oppure come l’evoluzione ha fatto sì che tutti gli organismi viventi, siano essi di natura vegetale che animale, tutt’altro che statici, abbiano subìto un continuo processo di cambiamento. L’uomo fa anch’esso parte, come il lupo e l’orso, di quell’ambito ampio e generale che passa sotto il titolo di “natura”, anzi ne rappresenta forse la componente più sublime: pretendere di isolarlo dai processi di ripensamento del volto dei luoghi e dagli ecosistemi territoriali è davvero un atto criminale. Un crimine contro la natura.


La preparazione dei “corlàs” (roncole) presso le antiche fucine di Locatello (fotografia di Alfonso Modonesi)

Al concetto di “rinaturalizzazione” preferiamo anteporre quelli di “ripopolamento” o di “riumanizzazione” dell’ambiente rurale. Riumanizzare il contesto – già di per sé “umano” – delle nostre valli significa ricondurre “a misura d’uomo” i diversi elementi che compongono il modello abitativo e produttivo locale, abbandonando atteggiamenti stereotipati e ripristinando condizioni abitative e produttive sostenibili, anche mediante l’utilizzo di strumenti moderni e innescando processi creativi. Riponiamo le nostre attese in un nuovo umanesimo rurale in grado di coniugare, sempre in montagna, democrazia e agricoltura (come nell’Antica Roma), qualità della vita e attività rurali, cibo e ambiente, terra e lavoro,… quali elementi fondativi di nuove relazioni di comunità. In sostanza, si tratta di rimettere al centro delle montagne l’uomo, quale protagonista indiscusso di sviluppo e difensore di un ambiente assai prezioso, in grado di “coltivare” non solo beni agro-alimentari ma anche relazioni umane connesse alla propria esistenza, all’accoglienza, alla presenza identitaria, alla costruzione di percorsi innovativi di benessere sociale

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Probabile stemma della famiglia Roncalli scolpito su un’acquasantiera (fotografia di Alfonso Modonesi)

Mi rifiuto di pensare a una valle buia e spopolata, come una grande oasi selvaggia rinaturalizzata, magari ripopolata da lupi e orsi, con buona pace di quei cittadini che vorrebbero avere a disposizione il loro grande “parco avventura”. Come era un tempo: riserva di caccia dei principali feudatari detentori delle terre. Magari con la ricostruzione fedele di un’antica contrada rurale, per far vedere come vivevano quei poveri montanari di un tempo…

I contributi al dibattito sullo spopolamento della montagna

Terre alte: tra falsi risparmi e veri sprechi  (05.01.20)

L’esodo culturale uccide la montagna  (21.12.19)

Un giovane si interroga sul futuro della montagna  (13.12.19) 

TRANSUMANZA AMARA

 

Cosa serve proclamare la transumanza “patrimonio dell’umanità”? I pastori se lo chiedono, con molta amarezza, quando viene vietato a questo “patrimonio”, fatto di concrete vacche, pecore, capre, di transitare sulle strade (“per non sporcare”). Se lo chiedono anche quando i pascoli sono – grazie alle regole europee – accaparrati dagli speculatori. La transumanza che piace è quella che non disturba, che attira il turismo con eventi folcloristici, che catalizza i finanziamenti, che – come scrive Anna Arneodo –  “scorre con bellissime immagini sui media, che non puzza, che non sporca, che non porta con sé fatica, sudore, sofferenza, stanchezza”. Un intervento, quello di Anna, che merita di non rimanere un grido di dolore ma di  dar vita a un franco dibattito.

Transumanza: patrimonio UNESCO!

di Anna Arneodo (di Coumboscuro)


(17.12.19) Ho sentito con piacere la bella notizia: è un bel regalo di Natale! Mi riconosco in questo sogno di conquista di civiltà, di riconoscimento culturale, di riappropriazione di identità, di rimpianto “pietoso” di un mondo che non c’è più, ma che nostalgicamente ci appartiene.

Ma cos’è questa transumanza? È il ricordo scolastico di versi dannunziani “Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare”?


È una bella foto di un fiume di schiene lanute o il suono festoso dei campanacci sbatacchiati da prospere vacche valdostane?


Oppure è la festa similfolcloristica di una finta transumanza ad una fiera di paese con finti pastori vestiti di camicie a scacchi e cappelli da cowboy?

Una transumanza che scorre con bellissime immagini sui media, che non puzza, che non sporca, che non porta con sé fatica, sudore, sofferenza, stanchezza.
 
La transumanza reale è fatta di pastori, di uomini e donne che ogni giorno faticano, si appassionano, si sporcano, si arrabbiano, si scontrano di continuo con questa società che corre in una direzione opposta e contraria alla loro, che li costringere ad essere – i pastori e non più i lupi – in via d’estinzione.


I pastori vorrebbero poter sognare un mondo bello di montagne verdi, fiumi di pecore, mucche, agnelli e vitelli, cani, campanacci, ma poi si scontrano con la burocrazia, i divieti, le tasse da pagare. «Sulle strade statali, dell’ANAS, con le bestie non puoi più passare!». Ma la transumanza, patrimonio dell’UNESCO, dove passa? Su Google, sul cellulare, sullo smartphone?

Nel momento stesso in cui il sistema costringe noi pastori e montanari a scomparire, a morire, innalza la nostra immagine stereotipa a “patrimonio dell’umanità”. Vergogna!
 
Anna Arneodo
Borgata Marchion 8/A- COUMBOSCURO
12020 Monterosso Gana- CN
017198744
meirodichoco1@gmail.com


Il grido di un pastore: “Non ci vogliono più!”


di Giuseppe “Pinoulin” (di Roaschia)


(20.09.19) Ho letto su La Guida, il nostro settimanale, che non vogliono più lasciar fare le transumanze. Io sono pastore, nato in transumanza tanti anni fa (e se le conto supero le 150: penso sia un record).

Ma quelli che fanno queste leggi sanno cosa sono e cosa vogliono dire? Sanno chi sono i veri custodi delle nostre montagne? Sono i pastori, i veri amanti degli animali, non gli animalisti che non hanno mai avuto una gallina, ma solo cani. Essere pastori vuol dire fare un lavoro duro senza mai fare ferie per amore degli animali. Ma sapete cosa vuol dire vietare una tradizione fatta da migliaia di anni? Le nostre città in questi anni sono piene di cani e i muri delle case sono tutti gialli e c’è una puzza che fa male. Però se non hai un cagnolino non sei nessuno e – lasciatemelo dire – è uno schifo anche per la salute dei bambini.


Sulle montagne abbiamo già il problema dei lupi che i miei colleghi pastori devono già mantenere. A me i lupi non piacciono, ma meno ancora sopporto chi li protegge. Sono un nostalgico, pastore e ho pagato anch’io le stragi fatte dai lupi.

Le nostre montagne, coltivate da contadini, margari e pastori, dai veri montanari, erano belle non distrutte dal turismo o patachin di massa. Ora, abbandonate da pastori e montanari, divengono pericolose per incidenti e alluvioni. La montagna è bella ma non va solo calpestata e si devono rispettare anche le persone che lavorano, con poche comodità e tanta fatica e con affitti mostruosi e come tetto le stelle, sempre al pericolo di fulmini o massi che ti vengono addosso.

Le industrie inquinano l’aria e i fiumi, ci fanno respirare veleni, l’odore di una mandria o di un gregge è un profumo, non adoperi la mascherina, perché è salute.
Voglio dire ai nostri amministratori: fate cose belle, meno scandali, amate e non sprecate il denaro pubblico che non è vostro, siate responsabili e pensate anche a chi, meno fortunato, mangia la paglia, ma forse vi ha anche votati.

Nelle ultime transumanze ho notato tanti giovani non del mestiere che per un giorno sono felici di fare un lavoro che noi facciamo tutti i giorni. Ricordate che il pastore e il margaro non vanno in ferie: le ferie le fanno tutte quando sono anziani e non possono più lavorare. E non fanno Natale, per servire chi mangia il
latte anche quel giorno, alle bestie non puoi portare il giornale e la TV al posto del fieno.

Le associazioni fondiarie

Rigenerazione rurale alpina: le associazioni fondiarie rappresentano uno  strumento prezioso ma ancora (quasi) sconosciuto




Le Associazioni fondiarie rappresentano uno strumento prezioso per innescare processi rigenerativi del tessuto rurale montano. Nate per contrastare la polverizzazione fondiaria – ostacolo a qualsiasi azione di rilancio dell’agricoltura di montagna – rappresentano una leva per il recupero dei terreni abbandonati, per favorire l’occupazione giovanile e il reinserimento professionale di lavoratori espulsi da altri settori produttivi. Nate in Francia, introdotte dapprima in Piemonte, sono state normate anche in Lombardia e ne sono sorte anche in Valtellina. Un giovane presidente di una Asfo di Barge, in provincia di Cuneo, ci spiega cosa sono.


di Claudio Biei*

(17.12.19)Asfo è  l’acronimo di Associazione Fondiaria che nasce da una affermata legge francese. Andrea Cavallero, Professore della Facoltà di Agraria di Torino  e tecnico pastorale di lunga esperienza, è riuscito a far accettare dalla Regione Piemonte una proposta simile, ma adattata alla situazione italiana, e il 2 novembre 2016 è stato  approvato dal Consiglio Regionale il testo della legge 21  sulle Associazioni Fondiarie. Successivamente altre due Regioni, Friuli e Lombardia, hanno  seguito l’esempio piemontese.


Claudio Biei con il prof. Cavallero

Il testo della legge e i regolamenti applicativi sono chiari e pongono i fondamenti per un ampio progetto di recupero territoriale, combattendo l’abbandono dei terreni e la loro drammatica polverizzazione catastale, dovuta a infinite successioni familiari che hanno nell’ultimo secolo portato gli eredi a ricevere piccole porzioni di terreno non utilizzabili  per l’esigua dimensione e quindi successivamente abbandonate. 

L’Asfo è  un associazione agro-silvo-pastorale, senza scopo di lucro, in cui i proprietari di terreni pubblici e privati, conferendo il proprio terreno o parte dei propri terreni , diventano soci e partecipano in modo collettivo alla gestione del territorio e al suo recupero ambientale ed economico, senza perdere il diritto di proprietà dei loro terreni concessi all’ ASFO stessa. Potremmo quasi affermare che si sono costituite delle “Società di particelle” invece che “Società per azioni” !.

Le Associazioni Fondiarie si dotano di uno  statuto redatto secondo le linee guida della Legge 21 e  approvato dai Soci, i quali, tramite la sottoscrizione di un verbale di adesione regolarmente registrato, fondano l’ Asfo,   eleggono il presidente e 5 membri del consiglio, rendendo operativa l’Associazione stessa. 

Questo importante ed innovativo strumento ha la capacità  di restituire all’Agricoltura appezzamenti di terreno abbandonati, facilitare la gestione di pascoli in disuso o abbandonati, implementare la gestione forestale restituendo al territorio un ‘aspetto paesaggistico dignitoso ed evitando gli incendi boschivi, ma soprattutto può consentire di combattere i  crescenti fenomeni di dissesto idrogeologico e  di consumo di suolo.  L’Asfo può dare il suo contributo fattivo nel contrastare l’inquinamento, tramite una migliore gestione ambientale, impostando gestioni agricole sostenibili. Può migliorare la conservazione delle vie di accesso alla montagna e ai fondi.

Perché Fondare una Asfo sul vostro territorio è  conveniente? 

Perché Asfo restituirà dignità al vostro territorio, potrà dare valore al terreno degli associati. Perché intercettando Bandi Pubblici e percependo canoni dai gestori dei terreni, l’ Asfo investirà i ricavi sul territorio aumentandone la fruibilità  e  la capacità  di generare economie. 

L’ Asfo può recuperare e trasformare globalmente vaste aree di territorio usando come strumento Piani di Gestione approvati dalle aree tecniche  competenti: piani forestali, piani pastorali o piani di gestione aziendale.

L’Asfo può innescare o rigenerare nuove forme di economia tramite gruppi di cooperazione  e  integrazione fra imprese, anche geograficamente  lontane fra loro,  implementando le produzioni di latte e carne di qualità da solo pascolo, fieni locali polifiti  e, in modesta quantità, e per certi periodi soltanto, con la somministrazione di integratori costituiti da prodotti granellari, cereali e leguminose, germinabili offerti interi dopo 24 ore di ammollo in acqua, conservando le caratteristiche nutritive di gran pregio del germe di ciascun seme.

Il Monviso visto dai terreni abbandonati di Barge

L’ Asfo può  soprattutto far comprendere ai cittadini l’importanza  della gestione AgroSilvoPastorale dei territori marginali e di montagna, dando la giusta importanza e dignità  ad un settore troppo spesso ancora ritenuto di scarso interesse, ma adeguatamente e sapientemente valorizzato a nord della Alpi.

 Con l’Asfo si può rendere multifunzionale l’agricoltura e  far dare il giusto premio a chi  cura il nostro paesaggio,  preservandoci dai rischi derivanti dall’incessante abbandono e forestazione selvaggia. Le Amministrazione pubbliche devono sentire assolutamente  questo dovere  e le Asfo portando  esempi di corretta gestione territoriale, potranno aiutare la Politica a capire dove orientare gli interventi di sostegno all’agricoltura ad elevata valenza ambientale e fruitiva.


Castione Andevenno (Sondrio): sede della prima Asfo lombarda

*CLAUDIO BIEI – ASFO Valle Infernotto CN – Cell.3664981271

qui la legge sulle ASFO (2019) della Regione Lombardia

Un giovane si interroga sul futuro della montagna


Santuario di San Magno a Castelmagno, alta val Grana

(13.12.19) Essere consapevoli dei termini di un problema rappresenta già un primo passo per una possibile soluzione.  Nella lettera che qui riportiamo, Andreaun giovane di una valle della provincia di Cuneo, sostiene che – al di là dei proclami – la politica (Roma e Bruxelles) vuole lo spopolamento della montagna. Porsi rispetto alla politica senza illusioni, con realismo, significa poter elaborare strategie adeguate a contrastare certi disegni. Quantomeno provarci, in un quadro di scenari aperti che concede anche qualche chances.  

La montagna vista da un giovane dell’alta val Maira (Cuneo)

di Andrea Aimar


Sono un ragazzo di 25 anni originario di un piccolo paese di un’ ottantina di persone a 1270 metri, Celle Macra, in alta valle Maira, in provincia di Cuneo. Nipote di margari, ho ereditato il grande legame con questa terra, la montagna, in cui ho radicato il mio stile di vita, un ponte indivisibile tra la vita del montanaro ed il territorio stesso. Appassionato di cultura alpina, fin da ragazzo ho preso coscienza del grande valore autentico delle nostre tradizioni, la cultura millenaria che le vallate sanno custodire in uno scrigno prezioso, più comunemente chiamata  “cultura Occitana”, patrimonio insormontabile di questo arco alpino.

Consigliere comunale ormai al secondo mandato, ho imparato a osservare con occhi diversi la realtà delle cose, sopratutto in ambito politico e comunitario. Serate intere passate a seguire con attenzione convegni sulle più svariate argomentazioni riguardanti la montagna: dalla salvaguardia del dialetto locale, alla valorizzazione delle vie agrosilvopastorali, dalle ricerche di toponomastica all’artigianato autoctono, dallo sviluppo agricolo-caseario ai progetti e bandi di interesse rurale. Tutte argomentazioni sempre ben illustrate da chi, della montagna, ne fa un punto di riflessione, pur essendo la gran parte delle volte, gente che in montagna, aimè, né ci vive, né ci lavora. 

Da molti anni leggo con interesse gli slogan “Salviamo la montagna” oppure “Il ripopolamento della montagna da parte delle nuove generazioni”. Sì… ok… ma la mia domanda è: come?? Quesito le cui risposte, da parte delle persone, in teoria, competenti sono fatte di progetti, studi di fattibilità e domande di contributi, delegati a enti spesso del fondo valle, ai cui vertici resta semplice parlare di sviluppo della montagna, quando per la montagna ci lavorano, senza viverla di prima persona. È tragico, dal mio punto di vista, che la quasi totalità dei piccoli comuni montani, sono appesi a un filo demografico delicatissimo, dove la maggior parte dei residenti, è in una fascia d’età superiore ai 55 anni. Quale futuro? In una riunione avuta poche settimane fa sugli Ecomusei della Regione Piemonte, ho espresso il mio parere, che finché la politica italiana, da Roma, ed Europea, da Bruxelles, NON vuole aiutare questi territori ormai quasi emarginati, è insostenibile che le nostre piccole comunità riescano ancora per molto a galleggiare in un mare di burocrazia indegna in un territorio talmente vasto, ed importante, come la montagna, con i suoi piccoli borghi, e la gente che lì ci vive. 

Non basta che la montagna sia bella, per viverla, ma bisogna poterne trarre anche un entrata economica sufficiente. Perché, solamente di aria e sole, non ha mai vissuto nessuno. Mille sono gli argomenti in cui non vedo risposte di salvataggio, come è sbalorditivo come una piccola attività commerciale di un paesino a 1300 metri, paghi la stessa IVA come un esercizio di fronte al Pantheon o in piazza San Marco. Perché, quella piccola attività, non è solo un esercizio commerciale, ma in molti casi, rimane il fulcro della comunità, per varie motivazioni. Oppure che un giovane titolare di un azienda agricola di un’ottantina di capi ovini paghi gli stessi contributi Inps di un azienda del Torinese composta da un allevamento di 700 bovini… perché nel primo caso, le stesse rate incidono non solo in modo parziale nello sviluppo aziendale, di più! Non è possibile che gli atti notarili per l’acquisto di una particella di terreno di 300 m quadrati siano equivalenti a un atto d’acquisto di decine di ettari nelle terre del Barolo! Come è critica l’assunzione di un dipendente in un attività a conduzione familiare, dove le imposte sono alle stelle. e basta con la storia del “Salviamo la Montagna”, quando della montagna, si vuole al più presto, da parte della politica italiana, un veloce abbandono inesorabile.


Andrea Aimar con il nonno materno, Biasin di San Michele di Prazzo

Molto spesso assisto a discussioni del tipo: “… e ma il sindaco non ha tagliato l’erba, e ma il comune non ha tolto la neve, e ma il comune perché non restaura quello, e ma perché non si fa nulla!”. E tra me penso, “perché invece di parlare non provi te in prima persona, cosa vuol dire l’amministrare un comune composto ormai da più poche unità, le cui finanze sono anno dopo anno sempre più ristrette?”. Il rendersi utile nella collettività penso sia un tassello fondamentale per l’avanzamento di queste comunità, realtà ampiamente distanti dalle grandi città del fondovalle.

Che ne sarà della montagna? Finché piccoli produttori lattiero-caseari,che ci mettono ogni giorno tutta la loro passione nello svolgere il proprio lavoro, potranno competere contemporaneamente con centinaia di tir stracolmi di latte estero? Che ne sarà delle fienagioni dei prati di alta quota sfalciati tutt’oggi, nella maggior parte dei casi, con le intramontabili BCS, quando il fieno francese e svizzero ci fa risparmiare anche di tempo e di fatica?  Che ne sarà dei piccoli forni delle valli, quando nei supermercati di città servono semplice pane industriale? Tutto questo mi dispiace, nel vedere come poco siano valorizzate quelle persone nelle loro attività che danno il massimo, per far vivere un territorio così bello, come le vallate del cuneese. Penso, che  ciò che incentivi ancora le nuove generazioni, non sia più tanto la visione di chissà quale semplice futuro, ma il vivere al pieno gli anni, immersi in ciò che ci fa stare bene, dove ogni gesto, ogni sforzo, e ogni ricompensa fatta in questi territori, valga mille volte di più di una vita monotona in quale può essere la realtà delle città. Ma forse sarebbe l’ora di dare una svolta a questa bilancia ormai in bilico, tra la pianura e la montagna intendo, perché se andiamo avanti così, il vivere in montagna, non si rimane più autori di scelte, ma veri eroi.


Concludendo: quando un territorio perde la sua gente, penso che qualcosa inizia a morire. E non basta guardare le valli dalla finestra di casa per poterle dare una speranza. Servono misure concrete atte a permettere che una famiglia possa vivere umanamente, senza il bisogno di addentrarsi in chissà quale avventura!

Ogni vallata è differente, e non tutti i luoghi sono così al lastrico ringraziando, ci sono attività e cooperative che negli anni hanno valorizzato molto sul territorio, enti che hanno investito grandi risorse, ne potevano essere un esempio le ex comunità montane, ma ogni volta che in una borgata manca un anziano, capisco che quel vuoto insostituibile è una tessera fondamentale della comunità che si spezza, ogni volta che un giovane scende a lavorare a valle, mi rendo conto che una persona in meno presente sul territorio ha un incidenza enorme, e che a ogni nevicata improvvisa sempre più grandi sono i disagi, che concatenandosi con l’ormai esile tutela del territorio di media montagna, scaturisca disastri e dissesti ecologici non indifferenti, quando tronchi, cedimenti e fiumi giungono a valle in giornate di pioggie intense come i giorni scorsi. La mia non è una visione grigia della realtà, ma è un campanello d’ allarme reale al quale forse sarebbe bene dare più peso. Perché se dall’alto non si prendono misure vere, saremo noi giovani, ed i nostri figli a subirne le conseguenze.

L’attuazione della “Legge sulla montagna” emanata dall’On.Senatore Carlotto nel lontano 1994, approvata in Parlamento, ma mai applicata, penso sia una buona linea guida da iniziarne a seguire come pure l’inserimento della pluri attività alpina che è da oltre 40 anni che se ne parla o l’accorpamento dei piccoli comuni di montagna con una mirata ed energica organizzazione amministrativa. Perché le belle parole rendono felice chiunque, ma di questo passo a pericolo d’estinzione non sono più gli animali selvatici, ma i montanari. 

Colgo l’occasione per invitare tutti coloro che nella montagna ancora ci credono.. tenete duro!

Guarda qui la Photo gallery dell’alta val Maira fotografata da Andrea

Sotto: La pagina dedicata all’intervento di Andrea e l’intervista apparsa il 5 dicembre sul Corriere di Saluzzo, settimanale molto diffuso

Gandellino (alta val Seriana) L’asilo nido negato 

di Anna Carissoni

 

Le politiche di austerity e di “razionalizzazione” (che trasformano le scuole in aziende), imponendo la ghigliottina dei parametri fissi alunni/insegnanti, contribuiscono (consapevolmente) a spopolare la montagna e le aree interne. Il caso che presentiamo, però, vede tutto questo sullo sfondo. In realtà, a fronte di deroghe regionali, che consentono in assenza dei fatidici parametri, l’apertura di asili nido in montagna, le complicazioni burocratiche (vittime della burocrazia non sono solo i cittadini ma anche le piccole amministrazioni) e il rimpallo di  responsabilità tra le istituzioni locali, hanno sortito un effetto odioso a Gandellino, un paese dell’alta ( proprio alta) val Seriana: bimbi accettati all’asilo nido e poi respinti a quattro mesi dall’inizio della scuola.le complicazioni burocratiche (vittime della burocrazia non sono solo i cittadini ma anche le piccole amministrazioni) e il rimpallo di  responsabilità tra le istituzioni locali, hanno sortito un effetto odioso a Gandellino, un paese dell’alta ( proprio alta) val Seriana: bimbi accettati all’asilo nido e poi respinti a quattro mesi dall’inizio della scuola. L’ appello del sindaco Flora Fiorina a tutti i sindaci dell’Alta Valle Seriana.

 

(30.06.19) Nello scorso mese di gennaio, l’Istituto Comprensivo (ex-Direzione Didattica) “Sorelle de Marchi” di Gromo ha accettato l’iscrizione presso le scuole dell’infanzia di Gandellino dei bambini nati dopo il 30/04/2017, cioè al di sotto dei 3 anni, sulla base di una delibera regionale del 2016 secondo la quale i paesi di montagna si può derogare alle norme vigenti in materia (a patto di accordi tra scuola e comuni). Cosa dice la delibera della giunta regionale?

Regione Lombardia D.g.r. 20 giugno 2016 – n. X/5313 Indicazioni per il completamento delle attività connesse all’organizzazione della rete scolastica e alla definizione dell’offerta formativa e termini per la presentazione dei piani provinciali A.S. 2017/2018 –

ALLEGATO – Indicazione n. 4

[…] è possibile accogliere nelle sezioni di scuola dell’infanzia con un numero di iscritti inferiori a quello previsto in via ordinaria, situate in comuni montani, in piccole isole e in piccoli comuni, appartenenti a comunità prive di strutture educative per la prima infanzia, piccoli gruppi di bambini di età compresa tra i due anni e i tre anni. L’ammissione è consentita per un massimo di tre unità per sezione,sulla base di progetti attivati a livello territoriale d’intesa tra le istituzioni scolastiche e i comuni interessati e non può dar luogo alla costituzione di nuove sezioni. Nelle Sezioni saranno iscrivibili i bambini che compiano i due anni entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento. I bambini saranno ammessi alla frequenza non prima del giorno del compimento del secondo anno di vita.


Le scuole di Gandellino


Senonché, alla fine di maggio, il Dirigente scolastico ha inviato una comunicazione alle famiglie dicendo che
 l’iscrizione non poteva essere più accettata poiché il 7/11/2018 era stata emanata una circolare ministeriale che non consentiva l’applicazione della D.G.R. Regione Lombardia del 20/06/2016 relativa ai comuni montani. Questo perché la deroga prevista per l’accettazione dei bimbi e l’assegnazione del personale necessario alla loro assistenza non aveva  trovato attuazione, in altre parole non valeva, per l’Alta Valle Seriana che non aveva provveduto dell’attivazione di un piano concordato tra istituto scolastico e comuni interessati. Eh già ci vuole un piano per assumere una maestra!

Come spiega il sindaco Flora Fiorina: l’accettazione dell’iscrizione dei bimbi nati dopo il 30/4/2017

aveva creato una grossa soddisfazione nei residenti perché la scuola di Gandellino, oltre a essere perfettamente idonea e capiente per ospitare fino a 50 bambini, risulta essere un punto di riferimento importante già da molti anni anche per i comuni limitrofi.Il territorio è privo di un asilo nido che dia la possibilità alle mamme che lavorano di lasciare i bambini in assoluta sicurezza e questa scelta poteva essere una buona soluzione.

A seguito di questo il Sindaco veniva sollecitato ad attivarsi per trovare una soluzione.


Soluzione non certo facile perché non di competenza del Comune, anche se le insegnanti si sono
 dichiarate disponibili ad accettare i bambini istituendo una sezione apposita.


Di fronte all’immobilità sia della Provincia che della Regione, il sindaco, insieme a quello di
 Premolo, Omar Seghezzi, chiede alla Comunità Montana di farsi carico del problema, in modo che il territorio dell’Alta Valle Seriana sia inserito nella deroga, anche se consapevoli che la Comunità
stessa non ha una competenza diretta se non nel sostenere questa proposta; pena, ovviamente, il rimanere escluso da questa possibilità, con un’ulteriore perdita di insegnanti, perdita già grave per via del decremento demografico. Ma la Comunità Montana prende tempo

Invece di tempo non ce n’è: entro il 30/10/19 deve essere presentata la proposta dell’organico necessario da parte della Provincia e le possibili modifiche da parte di Regione Lombardia devono avvenire entro fine novembre. E allora ci siamo recati, sempre il sindaco Seghezzi ed io, in Regione a parlare con l’Assessore Sertori, il quale mi ha assicurato che tutto potrebbe venir sistemato a patto che ci sia un accordo ufficiale con tutti i sindaci del nostro territorio. Per questo voglio sensibilizzare anche tutti i mezzi di informazione del grandissimo disagio che si annuncia qualora non ci si muova compatti: è veramente inaccettabile che l’Istituto Comprensivo, dopo aver accettato le iscrizioni dei piccoli, ora dica alle mamme “arrangiatevi”! Se si vuole che la gentecontinui o vivere in montagna risulta fondamentale il mantenimento dei servizi, di cui la scuola è uno dei più fondamentali. Inoltre dare l’opportunità alle donne di lavorare vuol dire sostenere concretamente le nascite e la creazione di nuove famiglie, che significa contrastare concretamente l’abbandono della montagna. Credo proprio che un fatto del genere debba farci riflettere – conclude Flora Fiorina – ed indurci a dare delle risposte.


Nella lettera che le mamme dei bimbi hanno inviato sia al sindaco che all’Istituto
 Comprensivo, esse manifestano il loro disagio a seguito dell’avviso del 23 maggio 2019 che comunicava, con solo quattro mesi di anticipo, che non era possibile accogliere i bimbi che risultavano già iscritti all’asilo nido a gennaio. Le famiglie sottolineano i danni dipendenti da tale situazione che non ha consentito loro di provvedere a organizzarsi in altro modo e non nascondono la delusione per il ridimensionamento della scuola dell’infanzia che, in un paese con pochi servizi, rappresenta per la comunità un motivo di orgoglio.

La finta vendita di Esino Lario: Piccoli comuni usati e dileggiati

Sono tutte amare le riflessioni su quella che è stata definita “provocazione” o, con minore benevolenza, la “pagliacciata” di Esino Lario. Purtoppo è qualcosa di peggio e di più grave. Comunità e istituzioni (è stata coinvolta anche la Regione Lombardia) sono state usate per la spregiudicata campagna di marketing di una società privata, avallandone un ruolo di benefattrice dei piccoli comuni, e consentendole di realizzare una grandiosa campagna promozionale a buon mercato. C’è da riflettere su sindaci che amministrano piccoli paesi alla ricerca di visibilità personale, anche al costo di coinvolgerli in operazioni spregiudicate e divisive che non contribuiscono certo a una buona immagine verso l’esterno. È soprattutto triste constatare che, se una “provocazione” come quella di Pietro Pensa (sindaco) e di Luca Spada (ad di Eolo) ha avuto successo, è perché oggi, in una società dominata dall’ideologia neoliberale che abbatte i confini tra realtà e virtualità, che trasforma tutto in spettacolo (a pagamento), che non prevede più nessuna forma di rispetto per nulla, dove tutto può diventare merce e non c’è nulla di sacro, la vendita di un paese a pezzi, come item di un catalogo di e-commerce, è stata presa sul serio da tanta gente e anche dai media. Siamo in presenza della stessa arroganza che abbiamo rilevato, non più tardi di pochi giorni fa, nel caso del megaconcerto di Jovanotti e del WWF in alta montagna (vai a vedere).

di Michele Corti

La campagna istituzionale da sindaco-feudatario

(18.04.19) La “bomba” della finta vendita all’asta di pezzi importanti del paese di Esino Lario (provincia di Lecco), scoppia sui media venerdì 5 aprile. Il consiglio comunale non ne sapeva nulla, i cittadini tanto meno. Sarebbe interessante conoscere gli atti formali, predisposti dal sindaco e della giunta, che hanno impegnato l’istituzione nella pagliacciata orchestrata dall’agenzia creativa Dude per conto della società Eolo.

Una pagliacciata sgradevole proprio perché architettata in modo “serio” (condizione per essere efficace dal punto di vista comunicativo), con una facciata di credibilità che, oltre tutto, ha sfruttato, con raro cinismo, i precedenti di altri comuni. Parliamo di quei comuni italiani, realmente vittima di spopolamento, che hanno messo in vendita online immobili al prezzo simbolico di un euro.

La dimostrazione che i “villaggi in vendita” hanno rappresentato, anche negli ultimi mesi, una notizia giornalistica non passata inosservata, la può fornire anche Ruralpini che, ai primi di febbraio di quest’anno, commentata la vendita di un intero villaggio alpino per poche centinaia di migliaia di lire (vai a vedere).
Pensa, Spada, i creativi della Dude sono stati cinici. Pensa, poi, ha fatto di peggio: si è prestato a certificare, con un appello lanciato in qualità di primo cittadino e con dei comunicati ufficiali del comune (ancora on line sul sito del comune di Esino Lario), che le risorse potenzialmente ricavabili dalla vendita di “pezzi di comune” erano da considerarsi indispensabili per la sopravvivenza del paese afflitto dallo spopolamento. Peccato poi che, in altre circostanze, ma anche nella stessa comunicazione della “vendita”, il sindaco sottolinei con soddisfazione che a Esino: c’è un arrivo volontariato, non c’è calo demografico, vi sono aziende metalmeccaniche in attività, c’è una amministrazione all’avanguardia (ovviamente secondo Pensa, i suoi parenti e i suoi amici) che ha portato in paese, nel 2016, un evento internazionale come Wikimania. Il sindaco, evidente desideroso di fare concorrenza a personaggi come Mimmo Lucano, lusingato dall’idea di porsi come il leader dei piccoli comuni, presenta Esino come “la guida e un’ispirazione per la spinta imprenditoriale di migliaia di piccoli comuni italiani”. Resta da capire in cosa consista la spinta imprenditoriale.

Comunicati seri, quindi, un discorso struggente del sindaco, paginoni di giornali acquistati per diffondere la clamorosa “vendita del paese”, hanno indotto i media a cascare nella trappola. Peccato che il primo aprile fosse già passato da qualche giorno e che, chi fa scherzi del genere, dopo quella data dovrebbe risponderne.

D’altra parte va anche osservato che, se tutto ciò rappresentava una messinscena, l’asta, ovvero l’apertura di una procedura di manifestazioni di interesse, seppure non vincolanti, era vera. L’unico indizio che, per evitare di spingersi in un gioco troppo pesante e quindi rischioso, poteva mettere una pulce nell’orecchio ai potenziali compratori consisteva in alcuni dettagli francamente goliardici e parodistici della vendita con modalità e-commerce (tipo le panchine in vendita 3×2 o i “pezzi di panchina” o le mega etichette con il prezzo). Ci si chiede, però sino a che punto sia lecito “scherzare” con gli atti amministrativi o produrre atti amministrativi finti.


COMUNICATO STAMPA – ESINO IN VENDITA
PARTE DA ESINO LARIO LA SFIDA ALLO SPOPOLAMENTO DEI PICCOLI COMUNI ITALIANI

IL SINDACO PENSA: “METTO IN VENDITA I LUOGHI SIMBOLICI DEL COMUNE PER FINANZIARE LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA, L’ITALIA E L’EUROPA CI LASCIANO SOLI”

Oltre al comune di 747 abitanti, sono circa 5.500 i borghi italiani con meno di 5.000 abitanti che ogni giorno sono da soli a lottare contro spopolamento, mancanza di fondi e lontananza delle istituzioni

Esino Lario (LC), 5 aprile 2019 – Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario (LC), ha annunciato oggi l’apertura di una procedura di manifestazioni d’interesse non vincolante per la vendita di alcuni luoghi simbolo del Comune al fine di reperire le risorse necessarie per la sopravvivenza dello stesso e per combattere la piaga dello spopolamento, che affligge circa 5.500 piccoli comuni in tutta Italia.

Esino Lario è un comune italiano di 747 abitanti in provincia di Lecco già alla ribalta della cronaca mondiale quando nel 2016 ha ospitato il Raduno Internazionale di Wikipedia, che ha visto la partecipazione di oltre 1500 persone provenienti da tutto il mondo.

Un’impresa organizzativa che testimonia come, quando coraggio e voglia di fare coesistono, nessun obiettivo è davvero impossibile, neanche per i piccoli comuni che ogni giorno si attivano per non restare esclusi dai cambiamenti del Paese. Nonostante i risultati positivi delle singole attività, anche Esino Lario patisce la condizione di dover affrontare da solo lo spopolamento e la mancanza di fondi, con le istituzioni nazionali ed europee lontane.

“La vita in un piccolo paese è difficile, e non possiamo biasimare le persone che decidono di trasferirsi in centri abitativi più grandi. Ma così facendo, perdiamo la ricchezza dell’artigianalità, della cultura turistica ed enogastronomica, e il valore delle centinaia di tradizioni diverse che fanno dell’Italia il paese più bello del mondo. Come amministratori dobbiamo lottare ogni giorno per assicurare ai nostri concittadini di non rimanere esclusi dalle innovazioni che interessano il resto d’Italia. Con una decisione forte metto in vendita alcuni dei luoghi simbolo del nostro paese, per poter disporre di nuove risorse economiche che ci consentano di proseguire nei progetti di sviluppo e innovazione.” – commenta Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario – “Sono convinto che il futuro del nostro Comune possa essere garantito solo attraverso maggiori risorse e una maggiore apertura al mondo, anche se questo vuol dire sacrificare parte del nostro amato patrimonio. Con questa proposta mi faccio portavoce di una situazione che accomuna circa 5.500 amministrazioni locali con meno di 5.000 abitanti nel nostro Paese.”

Sul sito vendesiesino.it sono infatti disponibili a manifestazioni di interesse alcuni elementi del Comune, come il palazzo del Municipio, la Piazza delle Capre e la Via Crucis.

Il ricavato di questa iniziativa garantirà le risorse necessarie a rivedere o creare alcuni servizi fondamentali per i cittadini: “Le voci di spesa per un comune che vuole rimanere competitivo e attrattivo sono tante, dal garantire il miglioramento delle infrastrutture, come strade e ferrovie, ad un numero maggiore e più efficiente di strutture pubbliche dedicate alla formazione, come le scuole, o infine alla possibilità di accedere in modo più semplice ed immediato a servizi di connessione a internet più veloci, per riuscire anche noi ad evolverci verso i concetti più innovativi di città smart” – conclude il Sindaco Pensa.

#Esinoinvendita

Per ulteriori informazioni e per il video del Sindaco Pietro Pensa visitare il sito vendesiesino.it

Contatti stampa

ufficiostampa@vendesiesino.it
0039 348 9865107


Anche la navigazione del sito (prudentemente silenziato dopo la rivelazione della provocazione, ora rimanda alla campagna di Eolo) era stata comunque pensata per non allontanare subito l’impressione che la vendita fosse vera.

Per esempio poteva essere credibile l’adozione di una via del “piccolo comune in via di spopolamento”. Essa si rifà alla dilagante moda delle adozioni di ogni cosa.

Dove il Pensa e i suoi spindoctors hanno fatto un passo falso è stata la via Crucis. Vero che, a differenza di tutto ciò che riguarda la religione islamica, oggi il dileggio del cristianesimo e dei suoi simboli è del tutto sdoganato anche nei paesi ex-cattolici, ma l’arroganza del pensiero unico neoliberale degli ispiratori della campagna non ha fatto i conti con la sensibilità di chi si ostina a ritenere che sia ancor oggi valido il detto che si possa scherzare con i fanti ma sia meglio lasciare stare i santi. C’è un confine che Pensa e i suoi hanno superato nel loro “gioco” offendendo il parroco e i parrocchiani.

La via Crucis dell’artista artista Michele Vedani, realizzata nel 1939-1940, è un’opera d’arte e una testimonianza di fede ma, oltretutto, è di proprietà della parrocchia e non del comune. Non si è per nulla divertito don Franco Galimberti a quella che, da tutti i punti di vista, appare come una “provocazione nella provocazione”, degna di quell’avo Pietro Pensa, garibaldino che è il capo della dinastia Pensa dalla quale sono usciti una bella serie di sindaci. Anticlericali, sulla scorta del garibaldino, poi fascisti, con podestà Giuseppe Pensa, poi democristiani e ora neoliberali con un Pietro, che, però, non è nipote dell’omonimo parente, il più famoso dei Pensa, che, oltre che sindaco, fu anche primo presidente della Comunità montana. L’attuale sindaco è comunque vicino alla famiglia Pensa che ha esercitato, ed esercita tutt’oggi, il ruolo di famiglia più influente di Esino. Peraltro a Esino, da generazioni, i Pensa vengono solo a fare vacanza e, per il resto del tempo ,risiedono altrove; l’attuale Pietro a Busto Arsizio dove, casualmente, sta anche lo Steve Jobs italiano, al secolo Luca Spada il fondatore e ad di Eolo.
La famiglia Pensa (ramo dei sindaci e di chi conta in paese) è tutt’ora attiva sulla scena con Iolanda, regista dell’evento Wikimania 2016 (presentato dal sindaco pro tempore in carica come “organizzato dal basso, dalle associazioni”, pensando forse a quelle controllate dai Pensa). Iolanda è anche è coordinatrice dell’Ecomuseo delle Grigne nonché direttrice artistica del Museo delle Grigne e dell’associazione Amici del medesimo, sua madre, Catherine de Serarclens, è vice-sindaco e assessore alla cultura, il padre Carlo Maria, figlio di Pietro Pensa, è stato sindaco (ereditario) e assessore alla comunità montana e oggi è presidente degli Amici dell’ecomuseo delle Grigne/Fondazione Pensa.

Pietro Pensa

I Pensa, per decenni, hanno dato lavoro agli esinesi con le loro officine (che però vennero poi trasferirte a Colico), un fatto che comporta, ovviamente, duratura riconoscenza e deferenza, anche non si può non ricordare che lo sviluppo industriale mise in ombra le potenzialità agricole e turistiche del paese (quegli interessi diffusi che ai Pensa non interessava sostenere, anzi). E qui viene da chiedersi: una dinastia che non ha mai avuto a cuore il turismo (basta vedere come funziona il parcheggio del Cainallo), per quali fini lancia iniziative tipo Wikimania e l’attuale “provocazione”?
Wikimania ha creato un effimero “albergo diffuso” che è servito ad alloggiare a “prezzo politico” i partecipanti dell’evento, con tutto vantaggio di Wikipoedia, ma senza duraturi vantaggi per il paese. Oggi la grande notorietà derivante dalla finta vendita del paese, che ha comportato anche grande derisione e denigrazione, che vantaggi porterà al paese?

Per un pugno di dollari (o di mosche)

Dal momento che non c’è (a parte le solite proposte che circolano ovunque) nessuna idea forte di rilancio turistico di Esino, cosa guadagna il paese dalla sceneggiata del sindaco Pensa? È subito detto: il paese avrà il grande onore di essere in cima alla lista dei piccoli comuni beneficiati da Eolo. Grazie alla visibilità ottenuta il comune è primo in una classifica di 180 mila votanti, in pole position per spartirsi il milione di euro messo a disposizione da Eolo. Qualche decina di migliaia di euro per completare la banda larga (lascito di Wikimania, alla quale era peraltro indispensabile per realizzare l’evento stesso) e per ultimare il cinema. Chiunque può arrivare a capire che partecipando a bandi della Regione Lombardia o della Fondazione Cariplo sarebbe stato possibile ottenere le risorse necessarie. Così, però, Pensa si accredita come un possibile “guida” dei piccoli comuni mentre la sua comunità subisce le beffe della finta vendita del paese a pro di una grande società commerciale.

Nella società neoliberale del buonismo e dello spettacolo (mai gratis), il business ha imparato che deve sempre mimetizzarsi dietro presunte azioni dettate da responsabilità sociale. Il vantaggio è duplice: da una parte c’è chi si fa sfruttare e spennare quasi soddisfatto, convinto di contribuire a nobili cause (in questo le Ong sono maestre, anche se le altre corporation stanno imparando bene da loro), dall’altra si contribuisce a delegittimare le istituzioni politiche, quelle che – almeno in teoria – rappresentano tutti. Si sottolinea come gli enti politici, dallo stato in giù, siano “senza risorse”, appesantiti dalla burocrazia, lenti e inefficienti per favorire l’azione di “supplenza” di organizzazioni che, al di là della facciata e dei proclami, fanno l’interesse del management e degli azionisti (del solo management nel caso delle Ong). Eolo non “salva” i piccoli comuni. Innanzitutto i “regali” sono in larga misura collegati ai servizi offerti (fixed wireless ultra broadband che, tradotto, vuol dire internet veloce senza cavi non da satellite ma da un sistema di antenne che ritraspettono il segnale). In secondo luogo i “regali” stanno creando una pubblicità strepitosa che sarebbe costata molto di più con mezzi tradizionali. Su un fatturato di 130 milioni di euro e 7,3 milioni di utili netti, un milioncino di pubblicità per un’azienda rampante (con qualche inconveniente come l’arresto di Spada dello scorso anno per uso illegittimo di frequenze) non è un’enormità (meno dell’1% del fatturato).

Dello spopolamento non me ne frega un cazzo (firmato Sgarbi)

Coinvolto nella vicenda, l’onnipresente Sgarbi si è aggregato all’iniziativa di “svelamento” dell’arcano dietro la vendita di Esino Lario. Per quanto a volte sgradevole, al personaggio va riconosciuta una certa dose di sincerità. Ovviamente lui si preoccupava (a parte il desiderio compulsivo di visibilità) delle opere d’arte di Esino e, venuto a conoscenza delle motivazioni buoniste di Eolo e di Pensa, ha dichiarato con candore: “dello spopolamento non me ne frega un cazzo”. Forse anche disgustato della retorica melensa sui “piccoli comuni che muoiono” che ha accompagnato la conferenza stampa con Massimo Castelli (rappresentante dell’associazione piccoli comuni) e il sindaco di Esino. Alla fatidica conferenza stampa dell’11 aprile in Regione Lombardia ha fatto, per fortuna, mancare all’ultimo momento la sua presenza il presidente Fontana, provvidenzialmente avvisato da qualche uccellino che gli ha bisbigliato all’orecchio che stava per cadere in una trappola. Altrimenti avremmo avuto il vertice dell’istituzione a fare pubblicità a Eolo.


Fare pubblicità a Eolo sarebbe stato grave per la Regione perché avrebbe significato abbassarsi al livello di Pensa che, con Eolo ha un trait-d’union dai tempi di Wikimania, essendo stato Eolo uno degli sponsor principali. Eolo non fa un servizio sociale, si è infilato intelligentemente in una nicchia lasciata libera dal sistema tlc. Con l’operazione Esino Lario si è fatta conoscere da un sacco di potenziali clienti che, è bene ricordare, non regalano i loro servizi (carucci per molti abitanti dei piccoli comuni di montagna) tanto è vero che fanno buoni utili.
Da tutta questa storia vorremmo che risultasse demistificata anche la credenza che la banda larga ferma lo spopolamento. È tipico dell’ideologia neoliberale far credere che i problemi sociali si risolvano con la tecnologia, acquistando servizi, consumando in modo “giusto” (basta pensare come lo stesso accada con i problemi ambientali, che sarebbero risolti consumando i prodotti con i bollini del panda e di Legambiente e sviluppando tecnologie “verdi”). La banda larga aiuta chi vuole restare in montagna se è sorretto da motivazioni, ha progetti, ha supporti. Se la burocrazia e il fisco continuano ad applicare le stesse regole che valgono per le imprese metropolitane, se la politica spinge ancora per la denatalità, se le norme ambientali mettono i bastoni tra le ruote a chi vuole coltivare, allevare, gestire i boschi, se paghi la multa se tagli le piante che mangiano i prati e stringono d’assedio gli abitati, se orsi e lupi – mascotte dei metropolitani – restano idoli intoccabili e si moltiplicano (insieme ai cinghiali e agli altri ungulati), possiamo portare le bande più larghe del mondo in montagna ma non ritardiamo di un giorno la sua morte.

 

L’ipocrisia del WWF e il mega concerto in alta montagna

(09.04.19) Se lo fa il WWF il concerto pop a 2275 m è sostenibile. Lo ratifica il ministro dell’ambiente che si dimostra ancora una volta un fazioso indegno di ricoprire una carica pubblica: “Se c’è il Wwf, sto con Jovanotti”. Come dire che se la stessa identica cosa se non era benedetta dal WWF non andava bene. Come l’olio di palma che se ha il bollino WWF è sostenibile (non importa se prima c’erano le foreste pluviali dove ora ci sono le piantagioni).


di Michele Corti

(09.04.19) L’evento (il concerto da stadio di Jovanotti a Plan Corones in Südtirol) è previsto per il prossimo 24 agosto, ma le polemiche sull’opportunità di organizzare la manifestazione sono divampate con largo anticipo. In questi casi c’è sempre il sospetto che i protagonisti della polemica cerchino visibilità per sé stessi  e che, nel contestare una iniziativa ritenuta sconveniente, finiscano per farle pubblicità. Allora perché parlarne? 

Perché  non si tratta del  solito concerto pop ma di un evento “buonista”, ovvero di una iniziativa, promossa dal WWF in tandem con il Jovanotti e che, coinvolgendo le spiagge in piena estate, vorrebbe “sensibilizzare” il pubblico sui danni della plastica. 




RURALPINI.IT ADERISCE ALLA CAMPAGNA
NO JOVAbeachtour a PLAN de CORONES

FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE CHE NON SIA AUTORIZZATO IL MEGACONCERTO
VAI ALLA PETIZIONE


Quello che irrita è che il WWF ha preso a spada tratta le difese di Jova, contestato 
da Reinhold Messner per la scelta della location Plan Corones, senza chiarire il suo ruolo nell’evento. Insomma la classica ipocrita autodifesa nello stile arrogante e autoreferenziale della multinazionale del conservazionismo neoliberale, efficientissima macchina da soldi (sull’efficienza delle sue azioni ecologiche, invece c’è molto da dire). Il WWF ha rigettato con sdegno le accuse, come sempre.


Si sente al di sopra di ogni critica perché il sistema mediatico e dello spettacolo neoliberale ha costruito accuratamente una immagine di santità. Il WWF, specie in tempo di disfacimento della chiesa ex-cattolica, ha potere di benedire, assolvere, concede indulgenze dai peccati. Come un tempo la chiesa cattolica ha il potere di decretare ciò che è buono e giusto per l’ambiente (o quantomeno non dannoso). Così il Panda ha decretato che, se lo fa Jova, e  se – a maggior ragione – lo fa con il Panda, per la campagna contro la plastica della corazzata ambientalista, allora sono ok decine di migliaia di persone su una cima (per quanto a panettone) delle Dolomiti a 2275 m, in pieno agosto (aggiungendo congestione a congestione, mentre la maggior parte delle bellissime vallette secondarie alpine restano deserte anche a ferragosto). Per di più ci si “copre” con uno strumento formale, la valutazione di incidenza ambientale, che vale spesso meno della carta su cui sono redatte, visto che le grandi opere devastanti ottengono la valutazione positiva. Come? Pagando i professionisti più abili a nascondere le cose dietro cortine fumogene di calcoli “giusti”. 

Il WWF è peraltro consapevole che qualche domanda sul suo candore no profit qualcuno, ormai, se la ponga. Infatti deve precisare che per l’evento “non percepisce un euro”. Già, ma la promozione quanto vale? La visibilità ottenuta da una serie di mega concerti pop da stadio, catapultati sulle spiagge e su una cima delle Dolomiti quanto vale? Le donazioni e le iscrizioni arrivano solo se l’immagine viene continuamente promossa.   

Lasciando perdere coloro che, sulla scia di Messner, si sono lanciati nella critica dell’evento, ci pare doveroso riferire a quali ignobili attacchi è stato sottoposto l’alpinista sui media e sui social. Gli hanno rinfacciato di lasciare sporchi i campi base degli 8 mila scalati (lui che per primo è salito ai top del mondo senza bombole che gli altri abbandonavano sul posto), la pubblicità della Levissima e … dulcis in fundo, di aver deturpato il Plan de Corones con… una colata di cemento (vedi sotto).


L’aspetto curioso è che, quando fa comodo, il Plan è un sito “largamente antropizzato e cementificato” per il quale non c’è motivo di temere l’ìmpatto negativo del concerto pop, dall’altra, per contrattaccare Messner diventa un santuario “deturpato” dal suo museo. Il museo (dell’alpinismo tradizionale), uno dei sei dello scalatore ed ecologista sudtirolese,  è stato realizzato limitando a delle grandi aperture la parte fuori terra. come si vede bene nella foto. Può non piacere, ma non parliamo di colate di cemento. Quanto all’accusa di arricchirsi con i musei chiunque ne capisca qualcosa sa bene che con i musei non si fanno i soldi. 

I soldi li fa, tanti, una pop star di regime come Jovanotti il cui successo è un esempio perfetto di come la macchina dello spettacolo, della musica commercial, sia divenuta in tempi di capitalismo neoliberale una vera e propria industria che è un veicolo di diffusione di costume, consumi,  influenza ideologica.  Al “valore artistico” nullo dei testi di Jovanotti, ispirato al buonismo sdolcinato e banale che ne hanno fatto il cantante di Veltroni e di Renzi, viene in soccorso la macchina dei media della finanza che è riuscita ad associare ai contenuti banali (ma graditi al regime) jovanottiani una qualche pretesa ispirazione filosofica. Espediente ottenuto non già attraverso l’esegesi dei testi (non si cava sangue da una rapa), ma costruendo sulla “sensibilità” ecopacifista del cantante la figura di un quasi guru, interpellato spesso sulle gravi questioni del paese e del pianeta. Con la tranquillità di poter ottenere confortanti pillole di saggezza politically correct, europeiste, immigrazioniste, mondialiste.   




Il nostro presenta anche il vantaggio di essere rassicurante, ottimista ed ecumenico (quello che vuole un’unica grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa) senza ricalcare il modello delle rockstar “maledette” che se, da una parte, nel loro falso trasgressivismo, rappresentano sicuri puntelli ideologici per il sistema neoliberale (libertà individuale senza limiti e freni, culto dell’assecondamento dei desideri e superamento del limite), dall’altra veicolano anche visioni pessimistiche (e che quindi non incoraggiano i consumi, tranne quelli di droga e superalcolici si intende). In definitiva una perfetta macchina commerciale e ideologica che, in accoppiata con il WWF, produce un effetto di rinforzo reciproco, una sintesi perfetta della società neoliberale basata sull’ambientalismo di comodo e la mercificazione di ogni aspetto della vita all’interno della bolla mediatico-spettacolare.


Il Plan de Carones, un panettone da cui si gode una straordinaria visione delle Dolomiti. D’accordo che ci arrivano gli impianti di risalita e ci sono costruzioni, ma non certo grattacieli, ed è comunque una cima in quota con uno scenario unico.  Catapultarvi un concerto da stadio è espressione di una volontà di assogettare, al circo commerciale dello spettacolo (decibel al massimo) la montagna, senza alcun rispetto per la quello che vi cercano e i suoi frequantatori. Chi obietta è  etichettato “talebano”. 


Oltre al WWF, a replicare a Messner, è intervenuto lo stesso Cherubini che, omaggiando cerimonialmente la competenza in materia di montagna del grande alpinista, se ne è poi venuto fuori con l’infelice battuta: la montagna non ha più diritti delle spiaggie o del prato di Woodstock. Da qui traspare la “filosofia” liberale (mercatista) del nostro, per il quale ogni sito in grado di contenere i suoi fan, con l’eccezione di ambienti protetti e fragili che soccomberebbero fisicamente all’impatto, è buono per essere usato dall’industria musicale.  Ma se la spiaggia di Rimini è  l’emblema del  turismo sand-sex-sand, la montagna è, all’opposto,  la ricerca di silenzi, l’ascolto del soffio della spirito, la contemplazione, attraverso l’immersione nel paesaggio con tutti i sensi (udito, tatto, odorato) e non solo la vista, unico senso iperstimolato dalla civiltà tecnologica.  I decibel del concerto del nostro buonista da Bildeberg, da Davos, da FMI (“non mi basta l’euro vorrei la moneta mondiale”) non sono uno sfregio? Non contento il Cherubinim insiste nel difendere “per principio” la sua manifestazione: “Plan de Corones è un luogo di tutti ed è bello per questo” . Perfetta espressione in pillole dell’ideologia neoliberale: tutto è permesso, perché alla base c’è il desiderio, l’impulso, l’affermazione egotica individualista. Gli effetti di un desiderio di massa non contano: se dall’Africa vuoi venire in Europa è tuo diritto individuale, non importa se moltiplicato per milioni è un’invasione. Se vuoi andare a Venezia e sui sentieri più battuti delle Dolomiti ne ha diritto perché il tuo vale come quello di milioni di altri individui. Il neoliberalismo ignora la dimensione collettiva (c’è solo il mercato e lo stato oltre il singolo). Ma il risultato è che se tutti vogliono andare a Venezia o su una cima dolomitica c’è la devastazione. Plan de Corones è di tutti ma 25 mila fa come annunciato trionfalmente dagli amministratori locali – che gongolano alla sola idea degli sghei  che farà affluire in zona il concerto-, non sono facilmente digeribili anche da un sito “sputtanato”. Se non altro l’erba a ricrescere a 2275 m ci mette molto più tempo. E della fauna selvatica tanto cara a WWF cosa sarà? Sparare 110 db con i boschi tutto intorno (vedi foto) proprio non impatta nulla? 


Concludiamo con quella che per i “realisti”, quelli con i piedi per terra, che non vedono altra dimensione che il mercato e la mercificazione di ogni cosa, è una provocazione da “talebani”: in montagna la musica ci sta bene, ma deve essere in armonia con l’ambiente. Bene la musica da camera, gli strumenti acustici, gli Alphorn, le cornamuse anche se non necessariamente di deve eseguire solo folk e classica. È questione di decibel e di attrezzature, di automezzi messi in movimento per trasportare la troupe e le coreografie. Le operazioni tipo Plan de Corones scacciano più turismo di quanto ne attirano e sono redditizie solo per gli organizzatori e pochi operatori; non contribuiscono alla reputazione di una destinazione di montagna perché chi “compra” la montagna nella maggior parte dei casi non gradisce gli eventi di massa e fracassoni. Alla lunga pagano più tanti piccoli eventi diffusi. La migliore risposta a Jovanotti e al WWF e a chi localmente ha caldeggiato l’evento, per pura mira di lucro immediato, sarebbero tante disdette dalle prenotazioni turistiche per la settimana della manifestazione. Dato il periodo le camere non resteranno vuote, ma almeno un segnale sarà arrivato.

Mario Brunello, violoncellista è stato tra i primi a proporre musica sui pascoli e sulle cime. La sua è anche una ricerca di un suono autentico, restituito dall’ambiente della montagna. Nei concerti “Suoni delle Dolomiti”, però, sono coinvolte a volte anche migliaia di persone. Allora Mario ha deciso di immergersi ancora più profondamente nella dimensione della montagna viva, dell’alpeggio, quella dimensione originariamente ricca di suoni e oggi, invece, più silenziosa. Erano i suoni dei campanacci e del vento, i muggiti ma anche i vocalizzi dei pastori che ovunque sulle Alpi cantavano lo jodel, quelli della musica ammaliante dei corni delle Alpi (anch’essi non solo svizzeri ma diffusi su tutte le Alpi), delle cornamuse, dei pifferi, tutti strumenti comunemente suonati dai pastori sino a qualche secolo fa. Testimonia Teresa Thaler:  Mario, il «nostro» pastore, passa l’estate in malga per ricaricarsi e cercare ispirazione. A volte alla sera si mette lì in mezzo alle bestie uniche spettatrici e suona il corno. È magico, e se il vento è a favore, noi dei masi qua sotto sentiamo la melodia.
I concerti pop “ambientalisti” fateli negli stadi.

 

La scomparsa dei paesi dalla mappa dell’Italia

Punto.Ponte

Un quinto dei comuni italiani è in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale viene colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire. Il quattro per cento della popolazione migrerà e due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani. Due anni fa, in un bel rapporto curato per Confcommercio da Legambiente su dati del Cresme, furono definite ghost town, città fantasma, le mille piazze sempre più desolate e afflitte, le case vuote, le mura sbrecciate, campanili cadenti. Comunità colpite al cuore che lentamente, e nella più assurda e colpevole distrazione collettiva, si avviano all’eutanasia.

Arcipelago Italia- la mappa dei comuni a rischio estinzione* Fonte: Rapporto sull’Italia del disagio abitativo 1996 – 2016

Gli studiosi lo chiamano “disagio”, anzi l’Italia del disagio”. Poco alla volta chiudono i battenti i servizi elementari ed essenziali. Naturalmente prima gli ospedali, trasformati in lunghi e penosi comparti di geriatria, poi le scuole, con l’accorpamento delle…

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Lacrime (di coccodrillo) sulla montagna

 

Pubblichiamo un’altra amara lettera di denuncia dell’ipocrisia dominante da parte di una donna di montagna. Sul solco di quelle di Anna Arneodo (val Grana, Cuneo) e delle valdostane Elfrida Roullet e Enrica Cretaz. Lo spunto questa volta non è rappresentato dalla crisi degli allevamenti, dalla proliferazione dei lupi, dai prezzi infimi dei prodotti agricoli, da una burocrazia e da un sistema regolativo sempre più soffocanti, ma dal disastro ambientale che, in occasione dell’ultima ondata di maltempo dei primi di novembre, ha colpito la montagna veneta e trentina.

In una trama dolente (ma tutt’altro che piagnucolosa) che accomuna le Alpi, la denuncia delle “lacrime di coccodrillo” versate dalle istituzioni, dai media, in occasione dell’ultimo “disastro naturale” (!?) arriva dalla montagna lombarda, fortunatamente poco colpita dai recenti eventi. Anna Carissoni, consapevole che le cause della “morte della montagna” sono comuni a tutte le Alpi e che, in coincidenza con situazioni meteo avverse ovunque possono verificarsi i disastri di questi giorni, trae spunto dalle parole amare di un suo amico che risiede in un paesino trentino per sottolineare come la “morte” è causata dalla desertificazione umana, che è tutto tranne che un “fenomeno naturale”.

Tale “morte” è diretta conseguenza di scelte politiche dell’élite europea a favore del liberismo e della globalizzazione, scelte che l’ambientalismo di comodo si preoccupa di mascherare con la foglia di fico delle politiche di rewilding, di diffusione dei grandi predatori, di parchizzazione. Tutte mirate a mascherare lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse della montagna e a favorire l’abbandono delle attività tradizionali.  “Ci uccidete senza sporcarvi le mani” diceva Anna Arneodo. E la Carissoni rincara la dose. Le donne di montagna  non fanno sconti all’ipocrisia dominante. Inutile contarla su: né i lupi né gli sciatori, né i burocrati dei parchi, né gli immobiliaristi (ma nemmeno l’agroindustria trapiantata nelle valli che drena le risorse che dovrebbero andare ai contadini) curano la montagna. La politica, che – senza eccezioni – tutela gli interessi forti e pesca voti nelle aree urbane, si astenga quantomeno dalla demagogia “pro montibus”.

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di Anna Carissoni

(10.11.18) Non so a voi, ma a me tutti questi pianti a disastri avvenuti cominciano a sembrare lacrime di coccodrillo.

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Ovvio che c’è solo da piangere perché si rimane senza parole di fronte a tanta distruzione, alle foreste atterrate, alle strade inghiottite, ai tralicci ripiegati su se stessi, agli argini che si sbriciolano, ai versanti delle montagne che vengono giù. Ma prima di dire che “le montagne venete e trentine sono morte il 29 ottobre”, come qualcuno ha detto e ripetuto, bisognerebbe dire che quelle montagne, come tante altre del nostro Paese, avevano cominciato a morire molto tempo prima ed erano già morte.

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Le montagne erano già morte quando ha chiuso l’ultimo ambulatorio medico, l’ultimo dispensario farmaceutico, l’ultimo ufficio postale, l’ultimo panificio, l’ultimo negozio di barbiere manda a dire il mio amico Andrea Nicolussi Golo dalla sua baita di Luserna, paese di neanche 300 abitanti, a 1300 m. di quota, che non ha mai voluto abbandonare .Le montagne erano già morte quando i loro bambini di sei anni hanno incominciato a salire sugli autobus per andare a scuola venti chilometri più a valle e poi quaranta, con la chiusura dell’ultima scuola, la nostra più grande tragedia. Le montagne erano già morte quando l’ultimo prete ha lasciato la canonica, lo so in città il prete conta nulla, ma venite voi a dire ai nostri vecchi che devono morire senza confessione, venite a dirglielo guardandoli negli occhi che io non ne ho né la forza né il coraggio. Le montagne sono morte allora, quando sono morti i paesi.

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Poi, rivolto soprattutto ai cittadini, Andrea aggiunge:

 Il 29 ottobre si è solo un po’ rovinato il vostro luna park, per qualche tempo non potrete farvi quelle belle passeggiate tonificanti all’ombra di boschi secolari, senza chiedervi nulla della fatica di chi li ha coltivati, sì, proprio coltivati, non potrete fare quelle belle gite con le ciaspole nell’incanto dell’inverno, stendervi al sole seminudi a tremila metri di quota…. Ma non preoccupatevi, lo show andrà avanti e se non per l’otto dicembre, per Natale potrete tornare a divertirvi, tutto sarà rimesso a lucido, solo i paesi non torneranno più, i paesi continueranno a morire e noi con loro.

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Ecco, mi viene da pensare che, fatte le debite proporzioni, alle prossime alluvioni ed al prossimo tornado qualcosa di simile a quanto successo in Veneto, in Trentino e in Friuli potrebbe toccare anche a noi. Anche le nostre montagne stanno morendo, e anche qui si crede di farle resuscitare spendendo energie e risorse in feste e manifestazioni d’ogni tipo e in strutture finalizzate quasi esclusivamente ad attirare un numero sempre maggiore di turisti cittadini…. E intanto pascoli, boschi, vallette e versanti vanno in malora anche qui perché i montanari, che li hanno curati e ‘tenuti a bada’ per secoli, devono scendere a valle in cerca del lavoro e dei servizi decenti che dai nostri paesi se ne sono andati e continuano ad andarsene. Ecco, credo che quando i disastri arriveranno anche qui, all’elenco dolente delle cose che fanno morire i paesi di montagna stilato da Andrea avremo anche noi qualcosa da aggiungere: l’ultimo punto-nascite, per esempio, gli ultimi sportelli bancari,  gli ultimi negozi di prossimità…..