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Gandellino (alta val Seriana) L’asilo nido negato 

di Anna Carissoni

 

Le politiche di austerity e di “razionalizzazione” (che trasformano le scuole in aziende), imponendo la ghigliottina dei parametri fissi alunni/insegnanti, contribuiscono (consapevolmente) a spopolare la montagna e le aree interne. Il caso che presentiamo, però, vede tutto questo sullo sfondo. In realtà, a fronte di deroghe regionali, che consentono in assenza dei fatidici parametri, l’apertura di asili nido in montagna, le complicazioni burocratiche (vittime della burocrazia non sono solo i cittadini ma anche le piccole amministrazioni) e il rimpallo di  responsabilità tra le istituzioni locali, hanno sortito un effetto odioso a Gandellino, un paese dell’alta ( proprio alta) val Seriana: bimbi accettati all’asilo nido e poi respinti a quattro mesi dall’inizio della scuola.le complicazioni burocratiche (vittime della burocrazia non sono solo i cittadini ma anche le piccole amministrazioni) e il rimpallo di  responsabilità tra le istituzioni locali, hanno sortito un effetto odioso a Gandellino, un paese dell’alta ( proprio alta) val Seriana: bimbi accettati all’asilo nido e poi respinti a quattro mesi dall’inizio della scuola. L’ appello del sindaco Flora Fiorina a tutti i sindaci dell’Alta Valle Seriana.

 

(30.06.19) Nello scorso mese di gennaio, l’Istituto Comprensivo (ex-Direzione Didattica) “Sorelle de Marchi” di Gromo ha accettato l’iscrizione presso le scuole dell’infanzia di Gandellino dei bambini nati dopo il 30/04/2017, cioè al di sotto dei 3 anni, sulla base di una delibera regionale del 2016 secondo la quale i paesi di montagna si può derogare alle norme vigenti in materia (a patto di accordi tra scuola e comuni). Cosa dice la delibera della giunta regionale?

Regione Lombardia D.g.r. 20 giugno 2016 – n. X/5313 Indicazioni per il completamento delle attività connesse all’organizzazione della rete scolastica e alla definizione dell’offerta formativa e termini per la presentazione dei piani provinciali A.S. 2017/2018 –

ALLEGATO – Indicazione n. 4

[…] è possibile accogliere nelle sezioni di scuola dell’infanzia con un numero di iscritti inferiori a quello previsto in via ordinaria, situate in comuni montani, in piccole isole e in piccoli comuni, appartenenti a comunità prive di strutture educative per la prima infanzia, piccoli gruppi di bambini di età compresa tra i due anni e i tre anni. L’ammissione è consentita per un massimo di tre unità per sezione,sulla base di progetti attivati a livello territoriale d’intesa tra le istituzioni scolastiche e i comuni interessati e non può dar luogo alla costituzione di nuove sezioni. Nelle Sezioni saranno iscrivibili i bambini che compiano i due anni entro il 31 dicembre dell’anno scolastico di riferimento. I bambini saranno ammessi alla frequenza non prima del giorno del compimento del secondo anno di vita.


Le scuole di Gandellino


Senonché, alla fine di maggio, il Dirigente scolastico ha inviato una comunicazione alle famiglie dicendo che
 l’iscrizione non poteva essere più accettata poiché il 7/11/2018 era stata emanata una circolare ministeriale che non consentiva l’applicazione della D.G.R. Regione Lombardia del 20/06/2016 relativa ai comuni montani. Questo perché la deroga prevista per l’accettazione dei bimbi e l’assegnazione del personale necessario alla loro assistenza non aveva  trovato attuazione, in altre parole non valeva, per l’Alta Valle Seriana che non aveva provveduto dell’attivazione di un piano concordato tra istituto scolastico e comuni interessati. Eh già ci vuole un piano per assumere una maestra!

Come spiega il sindaco Flora Fiorina: l’accettazione dell’iscrizione dei bimbi nati dopo il 30/4/2017

aveva creato una grossa soddisfazione nei residenti perché la scuola di Gandellino, oltre a essere perfettamente idonea e capiente per ospitare fino a 50 bambini, risulta essere un punto di riferimento importante già da molti anni anche per i comuni limitrofi.Il territorio è privo di un asilo nido che dia la possibilità alle mamme che lavorano di lasciare i bambini in assoluta sicurezza e questa scelta poteva essere una buona soluzione.

A seguito di questo il Sindaco veniva sollecitato ad attivarsi per trovare una soluzione.


Soluzione non certo facile perché non di competenza del Comune, anche se le insegnanti si sono
 dichiarate disponibili ad accettare i bambini istituendo una sezione apposita.


Di fronte all’immobilità sia della Provincia che della Regione, il sindaco, insieme a quello di
 Premolo, Omar Seghezzi, chiede alla Comunità Montana di farsi carico del problema, in modo che il territorio dell’Alta Valle Seriana sia inserito nella deroga, anche se consapevoli che la Comunità
stessa non ha una competenza diretta se non nel sostenere questa proposta; pena, ovviamente, il rimanere escluso da questa possibilità, con un’ulteriore perdita di insegnanti, perdita già grave per via del decremento demografico. Ma la Comunità Montana prende tempo

Invece di tempo non ce n’è: entro il 30/10/19 deve essere presentata la proposta dell’organico necessario da parte della Provincia e le possibili modifiche da parte di Regione Lombardia devono avvenire entro fine novembre. E allora ci siamo recati, sempre il sindaco Seghezzi ed io, in Regione a parlare con l’Assessore Sertori, il quale mi ha assicurato che tutto potrebbe venir sistemato a patto che ci sia un accordo ufficiale con tutti i sindaci del nostro territorio. Per questo voglio sensibilizzare anche tutti i mezzi di informazione del grandissimo disagio che si annuncia qualora non ci si muova compatti: è veramente inaccettabile che l’Istituto Comprensivo, dopo aver accettato le iscrizioni dei piccoli, ora dica alle mamme “arrangiatevi”! Se si vuole che la gentecontinui o vivere in montagna risulta fondamentale il mantenimento dei servizi, di cui la scuola è uno dei più fondamentali. Inoltre dare l’opportunità alle donne di lavorare vuol dire sostenere concretamente le nascite e la creazione di nuove famiglie, che significa contrastare concretamente l’abbandono della montagna. Credo proprio che un fatto del genere debba farci riflettere – conclude Flora Fiorina – ed indurci a dare delle risposte.


Nella lettera che le mamme dei bimbi hanno inviato sia al sindaco che all’Istituto
 Comprensivo, esse manifestano il loro disagio a seguito dell’avviso del 23 maggio 2019 che comunicava, con solo quattro mesi di anticipo, che non era possibile accogliere i bimbi che risultavano già iscritti all’asilo nido a gennaio. Le famiglie sottolineano i danni dipendenti da tale situazione che non ha consentito loro di provvedere a organizzarsi in altro modo e non nascondono la delusione per il ridimensionamento della scuola dell’infanzia che, in un paese con pochi servizi, rappresenta per la comunità un motivo di orgoglio.

La finta vendita di Esino Lario: Piccoli comuni usati e dileggiati

Sono tutte amare le riflessioni su quella che è stata definita “provocazione” o, con minore benevolenza, la “pagliacciata” di Esino Lario. Purtoppo è qualcosa di peggio e di più grave. Comunità e istituzioni (è stata coinvolta anche la Regione Lombardia) sono state usate per la spregiudicata campagna di marketing di una società privata, avallandone un ruolo di benefattrice dei piccoli comuni, e consentendole di realizzare una grandiosa campagna promozionale a buon mercato. C’è da riflettere su sindaci che amministrano piccoli paesi alla ricerca di visibilità personale, anche al costo di coinvolgerli in operazioni spregiudicate e divisive che non contribuiscono certo a una buona immagine verso l’esterno. È soprattutto triste constatare che, se una “provocazione” come quella di Pietro Pensa (sindaco) e di Luca Spada (ad di Eolo) ha avuto successo, è perché oggi, in una società dominata dall’ideologia neoliberale che abbatte i confini tra realtà e virtualità, che trasforma tutto in spettacolo (a pagamento), che non prevede più nessuna forma di rispetto per nulla, dove tutto può diventare merce e non c’è nulla di sacro, la vendita di un paese a pezzi, come item di un catalogo di e-commerce, è stata presa sul serio da tanta gente e anche dai media. Siamo in presenza della stessa arroganza che abbiamo rilevato, non più tardi di pochi giorni fa, nel caso del megaconcerto di Jovanotti e del WWF in alta montagna (vai a vedere).

di Michele Corti

La campagna istituzionale da sindaco-feudatario

(18.04.19) La “bomba” della finta vendita all’asta di pezzi importanti del paese di Esino Lario (provincia di Lecco), scoppia sui media venerdì 5 aprile. Il consiglio comunale non ne sapeva nulla, i cittadini tanto meno. Sarebbe interessante conoscere gli atti formali, predisposti dal sindaco e della giunta, che hanno impegnato l’istituzione nella pagliacciata orchestrata dall’agenzia creativa Dude per conto della società Eolo.

Una pagliacciata sgradevole proprio perché architettata in modo “serio” (condizione per essere efficace dal punto di vista comunicativo), con una facciata di credibilità che, oltre tutto, ha sfruttato, con raro cinismo, i precedenti di altri comuni. Parliamo di quei comuni italiani, realmente vittima di spopolamento, che hanno messo in vendita online immobili al prezzo simbolico di un euro.

La dimostrazione che i “villaggi in vendita” hanno rappresentato, anche negli ultimi mesi, una notizia giornalistica non passata inosservata, la può fornire anche Ruralpini che, ai primi di febbraio di quest’anno, commentata la vendita di un intero villaggio alpino per poche centinaia di migliaia di lire (vai a vedere).
Pensa, Spada, i creativi della Dude sono stati cinici. Pensa, poi, ha fatto di peggio: si è prestato a certificare, con un appello lanciato in qualità di primo cittadino e con dei comunicati ufficiali del comune (ancora on line sul sito del comune di Esino Lario), che le risorse potenzialmente ricavabili dalla vendita di “pezzi di comune” erano da considerarsi indispensabili per la sopravvivenza del paese afflitto dallo spopolamento. Peccato poi che, in altre circostanze, ma anche nella stessa comunicazione della “vendita”, il sindaco sottolinei con soddisfazione che a Esino: c’è un arrivo volontariato, non c’è calo demografico, vi sono aziende metalmeccaniche in attività, c’è una amministrazione all’avanguardia (ovviamente secondo Pensa, i suoi parenti e i suoi amici) che ha portato in paese, nel 2016, un evento internazionale come Wikimania. Il sindaco, evidente desideroso di fare concorrenza a personaggi come Mimmo Lucano, lusingato dall’idea di porsi come il leader dei piccoli comuni, presenta Esino come “la guida e un’ispirazione per la spinta imprenditoriale di migliaia di piccoli comuni italiani”. Resta da capire in cosa consista la spinta imprenditoriale.

Comunicati seri, quindi, un discorso struggente del sindaco, paginoni di giornali acquistati per diffondere la clamorosa “vendita del paese”, hanno indotto i media a cascare nella trappola. Peccato che il primo aprile fosse già passato da qualche giorno e che, chi fa scherzi del genere, dopo quella data dovrebbe risponderne.

D’altra parte va anche osservato che, se tutto ciò rappresentava una messinscena, l’asta, ovvero l’apertura di una procedura di manifestazioni di interesse, seppure non vincolanti, era vera. L’unico indizio che, per evitare di spingersi in un gioco troppo pesante e quindi rischioso, poteva mettere una pulce nell’orecchio ai potenziali compratori consisteva in alcuni dettagli francamente goliardici e parodistici della vendita con modalità e-commerce (tipo le panchine in vendita 3×2 o i “pezzi di panchina” o le mega etichette con il prezzo). Ci si chiede, però sino a che punto sia lecito “scherzare” con gli atti amministrativi o produrre atti amministrativi finti.


COMUNICATO STAMPA – ESINO IN VENDITA
PARTE DA ESINO LARIO LA SFIDA ALLO SPOPOLAMENTO DEI PICCOLI COMUNI ITALIANI

IL SINDACO PENSA: “METTO IN VENDITA I LUOGHI SIMBOLICI DEL COMUNE PER FINANZIARE LA NOSTRA SOPRAVVIVENZA, L’ITALIA E L’EUROPA CI LASCIANO SOLI”

Oltre al comune di 747 abitanti, sono circa 5.500 i borghi italiani con meno di 5.000 abitanti che ogni giorno sono da soli a lottare contro spopolamento, mancanza di fondi e lontananza delle istituzioni

Esino Lario (LC), 5 aprile 2019 – Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario (LC), ha annunciato oggi l’apertura di una procedura di manifestazioni d’interesse non vincolante per la vendita di alcuni luoghi simbolo del Comune al fine di reperire le risorse necessarie per la sopravvivenza dello stesso e per combattere la piaga dello spopolamento, che affligge circa 5.500 piccoli comuni in tutta Italia.

Esino Lario è un comune italiano di 747 abitanti in provincia di Lecco già alla ribalta della cronaca mondiale quando nel 2016 ha ospitato il Raduno Internazionale di Wikipedia, che ha visto la partecipazione di oltre 1500 persone provenienti da tutto il mondo.

Un’impresa organizzativa che testimonia come, quando coraggio e voglia di fare coesistono, nessun obiettivo è davvero impossibile, neanche per i piccoli comuni che ogni giorno si attivano per non restare esclusi dai cambiamenti del Paese. Nonostante i risultati positivi delle singole attività, anche Esino Lario patisce la condizione di dover affrontare da solo lo spopolamento e la mancanza di fondi, con le istituzioni nazionali ed europee lontane.

“La vita in un piccolo paese è difficile, e non possiamo biasimare le persone che decidono di trasferirsi in centri abitativi più grandi. Ma così facendo, perdiamo la ricchezza dell’artigianalità, della cultura turistica ed enogastronomica, e il valore delle centinaia di tradizioni diverse che fanno dell’Italia il paese più bello del mondo. Come amministratori dobbiamo lottare ogni giorno per assicurare ai nostri concittadini di non rimanere esclusi dalle innovazioni che interessano il resto d’Italia. Con una decisione forte metto in vendita alcuni dei luoghi simbolo del nostro paese, per poter disporre di nuove risorse economiche che ci consentano di proseguire nei progetti di sviluppo e innovazione.” – commenta Pietro Pensa, Sindaco di Esino Lario – “Sono convinto che il futuro del nostro Comune possa essere garantito solo attraverso maggiori risorse e una maggiore apertura al mondo, anche se questo vuol dire sacrificare parte del nostro amato patrimonio. Con questa proposta mi faccio portavoce di una situazione che accomuna circa 5.500 amministrazioni locali con meno di 5.000 abitanti nel nostro Paese.”

Sul sito vendesiesino.it sono infatti disponibili a manifestazioni di interesse alcuni elementi del Comune, come il palazzo del Municipio, la Piazza delle Capre e la Via Crucis.

Il ricavato di questa iniziativa garantirà le risorse necessarie a rivedere o creare alcuni servizi fondamentali per i cittadini: “Le voci di spesa per un comune che vuole rimanere competitivo e attrattivo sono tante, dal garantire il miglioramento delle infrastrutture, come strade e ferrovie, ad un numero maggiore e più efficiente di strutture pubbliche dedicate alla formazione, come le scuole, o infine alla possibilità di accedere in modo più semplice ed immediato a servizi di connessione a internet più veloci, per riuscire anche noi ad evolverci verso i concetti più innovativi di città smart” – conclude il Sindaco Pensa.

#Esinoinvendita

Per ulteriori informazioni e per il video del Sindaco Pietro Pensa visitare il sito vendesiesino.it

Contatti stampa

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0039 348 9865107


Anche la navigazione del sito (prudentemente silenziato dopo la rivelazione della provocazione, ora rimanda alla campagna di Eolo) era stata comunque pensata per non allontanare subito l’impressione che la vendita fosse vera.

Per esempio poteva essere credibile l’adozione di una via del “piccolo comune in via di spopolamento”. Essa si rifà alla dilagante moda delle adozioni di ogni cosa.

Dove il Pensa e i suoi spindoctors hanno fatto un passo falso è stata la via Crucis. Vero che, a differenza di tutto ciò che riguarda la religione islamica, oggi il dileggio del cristianesimo e dei suoi simboli è del tutto sdoganato anche nei paesi ex-cattolici, ma l’arroganza del pensiero unico neoliberale degli ispiratori della campagna non ha fatto i conti con la sensibilità di chi si ostina a ritenere che sia ancor oggi valido il detto che si possa scherzare con i fanti ma sia meglio lasciare stare i santi. C’è un confine che Pensa e i suoi hanno superato nel loro “gioco” offendendo il parroco e i parrocchiani.

La via Crucis dell’artista artista Michele Vedani, realizzata nel 1939-1940, è un’opera d’arte e una testimonianza di fede ma, oltretutto, è di proprietà della parrocchia e non del comune. Non si è per nulla divertito don Franco Galimberti a quella che, da tutti i punti di vista, appare come una “provocazione nella provocazione”, degna di quell’avo Pietro Pensa, garibaldino che è il capo della dinastia Pensa dalla quale sono usciti una bella serie di sindaci. Anticlericali, sulla scorta del garibaldino, poi fascisti, con podestà Giuseppe Pensa, poi democristiani e ora neoliberali con un Pietro, che, però, non è nipote dell’omonimo parente, il più famoso dei Pensa, che, oltre che sindaco, fu anche primo presidente della Comunità montana. L’attuale sindaco è comunque vicino alla famiglia Pensa che ha esercitato, ed esercita tutt’oggi, il ruolo di famiglia più influente di Esino. Peraltro a Esino, da generazioni, i Pensa vengono solo a fare vacanza e, per il resto del tempo ,risiedono altrove; l’attuale Pietro a Busto Arsizio dove, casualmente, sta anche lo Steve Jobs italiano, al secolo Luca Spada il fondatore e ad di Eolo.
La famiglia Pensa (ramo dei sindaci e di chi conta in paese) è tutt’ora attiva sulla scena con Iolanda, regista dell’evento Wikimania 2016 (presentato dal sindaco pro tempore in carica come “organizzato dal basso, dalle associazioni”, pensando forse a quelle controllate dai Pensa). Iolanda è anche è coordinatrice dell’Ecomuseo delle Grigne nonché direttrice artistica del Museo delle Grigne e dell’associazione Amici del medesimo, sua madre, Catherine de Serarclens, è vice-sindaco e assessore alla cultura, il padre Carlo Maria, figlio di Pietro Pensa, è stato sindaco (ereditario) e assessore alla comunità montana e oggi è presidente degli Amici dell’ecomuseo delle Grigne/Fondazione Pensa.

Pietro Pensa

I Pensa, per decenni, hanno dato lavoro agli esinesi con le loro officine (che però vennero poi trasferirte a Colico), un fatto che comporta, ovviamente, duratura riconoscenza e deferenza, anche non si può non ricordare che lo sviluppo industriale mise in ombra le potenzialità agricole e turistiche del paese (quegli interessi diffusi che ai Pensa non interessava sostenere, anzi). E qui viene da chiedersi: una dinastia che non ha mai avuto a cuore il turismo (basta vedere come funziona il parcheggio del Cainallo), per quali fini lancia iniziative tipo Wikimania e l’attuale “provocazione”?
Wikimania ha creato un effimero “albergo diffuso” che è servito ad alloggiare a “prezzo politico” i partecipanti dell’evento, con tutto vantaggio di Wikipoedia, ma senza duraturi vantaggi per il paese. Oggi la grande notorietà derivante dalla finta vendita del paese, che ha comportato anche grande derisione e denigrazione, che vantaggi porterà al paese?

Per un pugno di dollari (o di mosche)

Dal momento che non c’è (a parte le solite proposte che circolano ovunque) nessuna idea forte di rilancio turistico di Esino, cosa guadagna il paese dalla sceneggiata del sindaco Pensa? È subito detto: il paese avrà il grande onore di essere in cima alla lista dei piccoli comuni beneficiati da Eolo. Grazie alla visibilità ottenuta il comune è primo in una classifica di 180 mila votanti, in pole position per spartirsi il milione di euro messo a disposizione da Eolo. Qualche decina di migliaia di euro per completare la banda larga (lascito di Wikimania, alla quale era peraltro indispensabile per realizzare l’evento stesso) e per ultimare il cinema. Chiunque può arrivare a capire che partecipando a bandi della Regione Lombardia o della Fondazione Cariplo sarebbe stato possibile ottenere le risorse necessarie. Così, però, Pensa si accredita come un possibile “guida” dei piccoli comuni mentre la sua comunità subisce le beffe della finta vendita del paese a pro di una grande società commerciale.

Nella società neoliberale del buonismo e dello spettacolo (mai gratis), il business ha imparato che deve sempre mimetizzarsi dietro presunte azioni dettate da responsabilità sociale. Il vantaggio è duplice: da una parte c’è chi si fa sfruttare e spennare quasi soddisfatto, convinto di contribuire a nobili cause (in questo le Ong sono maestre, anche se le altre corporation stanno imparando bene da loro), dall’altra si contribuisce a delegittimare le istituzioni politiche, quelle che – almeno in teoria – rappresentano tutti. Si sottolinea come gli enti politici, dallo stato in giù, siano “senza risorse”, appesantiti dalla burocrazia, lenti e inefficienti per favorire l’azione di “supplenza” di organizzazioni che, al di là della facciata e dei proclami, fanno l’interesse del management e degli azionisti (del solo management nel caso delle Ong). Eolo non “salva” i piccoli comuni. Innanzitutto i “regali” sono in larga misura collegati ai servizi offerti (fixed wireless ultra broadband che, tradotto, vuol dire internet veloce senza cavi non da satellite ma da un sistema di antenne che ritraspettono il segnale). In secondo luogo i “regali” stanno creando una pubblicità strepitosa che sarebbe costata molto di più con mezzi tradizionali. Su un fatturato di 130 milioni di euro e 7,3 milioni di utili netti, un milioncino di pubblicità per un’azienda rampante (con qualche inconveniente come l’arresto di Spada dello scorso anno per uso illegittimo di frequenze) non è un’enormità (meno dell’1% del fatturato).

Dello spopolamento non me ne frega un cazzo (firmato Sgarbi)

Coinvolto nella vicenda, l’onnipresente Sgarbi si è aggregato all’iniziativa di “svelamento” dell’arcano dietro la vendita di Esino Lario. Per quanto a volte sgradevole, al personaggio va riconosciuta una certa dose di sincerità. Ovviamente lui si preoccupava (a parte il desiderio compulsivo di visibilità) delle opere d’arte di Esino e, venuto a conoscenza delle motivazioni buoniste di Eolo e di Pensa, ha dichiarato con candore: “dello spopolamento non me ne frega un cazzo”. Forse anche disgustato della retorica melensa sui “piccoli comuni che muoiono” che ha accompagnato la conferenza stampa con Massimo Castelli (rappresentante dell’associazione piccoli comuni) e il sindaco di Esino. Alla fatidica conferenza stampa dell’11 aprile in Regione Lombardia ha fatto, per fortuna, mancare all’ultimo momento la sua presenza il presidente Fontana, provvidenzialmente avvisato da qualche uccellino che gli ha bisbigliato all’orecchio che stava per cadere in una trappola. Altrimenti avremmo avuto il vertice dell’istituzione a fare pubblicità a Eolo.


Fare pubblicità a Eolo sarebbe stato grave per la Regione perché avrebbe significato abbassarsi al livello di Pensa che, con Eolo ha un trait-d’union dai tempi di Wikimania, essendo stato Eolo uno degli sponsor principali. Eolo non fa un servizio sociale, si è infilato intelligentemente in una nicchia lasciata libera dal sistema tlc. Con l’operazione Esino Lario si è fatta conoscere da un sacco di potenziali clienti che, è bene ricordare, non regalano i loro servizi (carucci per molti abitanti dei piccoli comuni di montagna) tanto è vero che fanno buoni utili.
Da tutta questa storia vorremmo che risultasse demistificata anche la credenza che la banda larga ferma lo spopolamento. È tipico dell’ideologia neoliberale far credere che i problemi sociali si risolvano con la tecnologia, acquistando servizi, consumando in modo “giusto” (basta pensare come lo stesso accada con i problemi ambientali, che sarebbero risolti consumando i prodotti con i bollini del panda e di Legambiente e sviluppando tecnologie “verdi”). La banda larga aiuta chi vuole restare in montagna se è sorretto da motivazioni, ha progetti, ha supporti. Se la burocrazia e il fisco continuano ad applicare le stesse regole che valgono per le imprese metropolitane, se la politica spinge ancora per la denatalità, se le norme ambientali mettono i bastoni tra le ruote a chi vuole coltivare, allevare, gestire i boschi, se paghi la multa se tagli le piante che mangiano i prati e stringono d’assedio gli abitati, se orsi e lupi – mascotte dei metropolitani – restano idoli intoccabili e si moltiplicano (insieme ai cinghiali e agli altri ungulati), possiamo portare le bande più larghe del mondo in montagna ma non ritardiamo di un giorno la sua morte.

 

L’ipocrisia del WWF e il mega concerto in alta montagna

(09.04.19) Se lo fa il WWF il concerto pop a 2275 m è sostenibile. Lo ratifica il ministro dell’ambiente che si dimostra ancora una volta un fazioso indegno di ricoprire una carica pubblica: “Se c’è il Wwf, sto con Jovanotti”. Come dire che se la stessa identica cosa se non era benedetta dal WWF non andava bene. Come l’olio di palma che se ha il bollino WWF è sostenibile (non importa se prima c’erano le foreste pluviali dove ora ci sono le piantagioni).


di Michele Corti

(09.04.19) L’evento (il concerto da stadio di Jovanotti a Plan Corones in Südtirol) è previsto per il prossimo 24 agosto, ma le polemiche sull’opportunità di organizzare la manifestazione sono divampate con largo anticipo. In questi casi c’è sempre il sospetto che i protagonisti della polemica cerchino visibilità per sé stessi  e che, nel contestare una iniziativa ritenuta sconveniente, finiscano per farle pubblicità. Allora perché parlarne? 

Perché  non si tratta del  solito concerto pop ma di un evento “buonista”, ovvero di una iniziativa, promossa dal WWF in tandem con il Jovanotti e che, coinvolgendo le spiagge in piena estate, vorrebbe “sensibilizzare” il pubblico sui danni della plastica. 




RURALPINI.IT ADERISCE ALLA CAMPAGNA
NO JOVAbeachtour a PLAN de CORONES

FIRMA LA PETIZIONE PER CHIEDERE CHE NON SIA AUTORIZZATO IL MEGACONCERTO
VAI ALLA PETIZIONE


Quello che irrita è che il WWF ha preso a spada tratta le difese di Jova, contestato 
da Reinhold Messner per la scelta della location Plan Corones, senza chiarire il suo ruolo nell’evento. Insomma la classica ipocrita autodifesa nello stile arrogante e autoreferenziale della multinazionale del conservazionismo neoliberale, efficientissima macchina da soldi (sull’efficienza delle sue azioni ecologiche, invece c’è molto da dire). Il WWF ha rigettato con sdegno le accuse, come sempre.


Si sente al di sopra di ogni critica perché il sistema mediatico e dello spettacolo neoliberale ha costruito accuratamente una immagine di santità. Il WWF, specie in tempo di disfacimento della chiesa ex-cattolica, ha potere di benedire, assolvere, concede indulgenze dai peccati. Come un tempo la chiesa cattolica ha il potere di decretare ciò che è buono e giusto per l’ambiente (o quantomeno non dannoso). Così il Panda ha decretato che, se lo fa Jova, e  se – a maggior ragione – lo fa con il Panda, per la campagna contro la plastica della corazzata ambientalista, allora sono ok decine di migliaia di persone su una cima (per quanto a panettone) delle Dolomiti a 2275 m, in pieno agosto (aggiungendo congestione a congestione, mentre la maggior parte delle bellissime vallette secondarie alpine restano deserte anche a ferragosto). Per di più ci si “copre” con uno strumento formale, la valutazione di incidenza ambientale, che vale spesso meno della carta su cui sono redatte, visto che le grandi opere devastanti ottengono la valutazione positiva. Come? Pagando i professionisti più abili a nascondere le cose dietro cortine fumogene di calcoli “giusti”. 

Il WWF è peraltro consapevole che qualche domanda sul suo candore no profit qualcuno, ormai, se la ponga. Infatti deve precisare che per l’evento “non percepisce un euro”. Già, ma la promozione quanto vale? La visibilità ottenuta da una serie di mega concerti pop da stadio, catapultati sulle spiagge e su una cima delle Dolomiti quanto vale? Le donazioni e le iscrizioni arrivano solo se l’immagine viene continuamente promossa.   

Lasciando perdere coloro che, sulla scia di Messner, si sono lanciati nella critica dell’evento, ci pare doveroso riferire a quali ignobili attacchi è stato sottoposto l’alpinista sui media e sui social. Gli hanno rinfacciato di lasciare sporchi i campi base degli 8 mila scalati (lui che per primo è salito ai top del mondo senza bombole che gli altri abbandonavano sul posto), la pubblicità della Levissima e … dulcis in fundo, di aver deturpato il Plan de Corones con… una colata di cemento (vedi sotto).


L’aspetto curioso è che, quando fa comodo, il Plan è un sito “largamente antropizzato e cementificato” per il quale non c’è motivo di temere l’ìmpatto negativo del concerto pop, dall’altra, per contrattaccare Messner diventa un santuario “deturpato” dal suo museo. Il museo (dell’alpinismo tradizionale), uno dei sei dello scalatore ed ecologista sudtirolese,  è stato realizzato limitando a delle grandi aperture la parte fuori terra. come si vede bene nella foto. Può non piacere, ma non parliamo di colate di cemento. Quanto all’accusa di arricchirsi con i musei chiunque ne capisca qualcosa sa bene che con i musei non si fanno i soldi. 

I soldi li fa, tanti, una pop star di regime come Jovanotti il cui successo è un esempio perfetto di come la macchina dello spettacolo, della musica commercial, sia divenuta in tempi di capitalismo neoliberale una vera e propria industria che è un veicolo di diffusione di costume, consumi,  influenza ideologica.  Al “valore artistico” nullo dei testi di Jovanotti, ispirato al buonismo sdolcinato e banale che ne hanno fatto il cantante di Veltroni e di Renzi, viene in soccorso la macchina dei media della finanza che è riuscita ad associare ai contenuti banali (ma graditi al regime) jovanottiani una qualche pretesa ispirazione filosofica. Espediente ottenuto non già attraverso l’esegesi dei testi (non si cava sangue da una rapa), ma costruendo sulla “sensibilità” ecopacifista del cantante la figura di un quasi guru, interpellato spesso sulle gravi questioni del paese e del pianeta. Con la tranquillità di poter ottenere confortanti pillole di saggezza politically correct, europeiste, immigrazioniste, mondialiste.   




Il nostro presenta anche il vantaggio di essere rassicurante, ottimista ed ecumenico (quello che vuole un’unica grande chiesa, da Che Guevara a Madre Teresa) senza ricalcare il modello delle rockstar “maledette” che se, da una parte, nel loro falso trasgressivismo, rappresentano sicuri puntelli ideologici per il sistema neoliberale (libertà individuale senza limiti e freni, culto dell’assecondamento dei desideri e superamento del limite), dall’altra veicolano anche visioni pessimistiche (e che quindi non incoraggiano i consumi, tranne quelli di droga e superalcolici si intende). In definitiva una perfetta macchina commerciale e ideologica che, in accoppiata con il WWF, produce un effetto di rinforzo reciproco, una sintesi perfetta della società neoliberale basata sull’ambientalismo di comodo e la mercificazione di ogni aspetto della vita all’interno della bolla mediatico-spettacolare.


Il Plan de Carones, un panettone da cui si gode una straordinaria visione delle Dolomiti. D’accordo che ci arrivano gli impianti di risalita e ci sono costruzioni, ma non certo grattacieli, ed è comunque una cima in quota con uno scenario unico.  Catapultarvi un concerto da stadio è espressione di una volontà di assogettare, al circo commerciale dello spettacolo (decibel al massimo) la montagna, senza alcun rispetto per la quello che vi cercano e i suoi frequantatori. Chi obietta è  etichettato “talebano”. 


Oltre al WWF, a replicare a Messner, è intervenuto lo stesso Cherubini che, omaggiando cerimonialmente la competenza in materia di montagna del grande alpinista, se ne è poi venuto fuori con l’infelice battuta: la montagna non ha più diritti delle spiaggie o del prato di Woodstock. Da qui traspare la “filosofia” liberale (mercatista) del nostro, per il quale ogni sito in grado di contenere i suoi fan, con l’eccezione di ambienti protetti e fragili che soccomberebbero fisicamente all’impatto, è buono per essere usato dall’industria musicale.  Ma se la spiaggia di Rimini è  l’emblema del  turismo sand-sex-sand, la montagna è, all’opposto,  la ricerca di silenzi, l’ascolto del soffio della spirito, la contemplazione, attraverso l’immersione nel paesaggio con tutti i sensi (udito, tatto, odorato) e non solo la vista, unico senso iperstimolato dalla civiltà tecnologica.  I decibel del concerto del nostro buonista da Bildeberg, da Davos, da FMI (“non mi basta l’euro vorrei la moneta mondiale”) non sono uno sfregio? Non contento il Cherubinim insiste nel difendere “per principio” la sua manifestazione: “Plan de Corones è un luogo di tutti ed è bello per questo” . Perfetta espressione in pillole dell’ideologia neoliberale: tutto è permesso, perché alla base c’è il desiderio, l’impulso, l’affermazione egotica individualista. Gli effetti di un desiderio di massa non contano: se dall’Africa vuoi venire in Europa è tuo diritto individuale, non importa se moltiplicato per milioni è un’invasione. Se vuoi andare a Venezia e sui sentieri più battuti delle Dolomiti ne ha diritto perché il tuo vale come quello di milioni di altri individui. Il neoliberalismo ignora la dimensione collettiva (c’è solo il mercato e lo stato oltre il singolo). Ma il risultato è che se tutti vogliono andare a Venezia o su una cima dolomitica c’è la devastazione. Plan de Corones è di tutti ma 25 mila fa come annunciato trionfalmente dagli amministratori locali – che gongolano alla sola idea degli sghei  che farà affluire in zona il concerto-, non sono facilmente digeribili anche da un sito “sputtanato”. Se non altro l’erba a ricrescere a 2275 m ci mette molto più tempo. E della fauna selvatica tanto cara a WWF cosa sarà? Sparare 110 db con i boschi tutto intorno (vedi foto) proprio non impatta nulla? 


Concludiamo con quella che per i “realisti”, quelli con i piedi per terra, che non vedono altra dimensione che il mercato e la mercificazione di ogni cosa, è una provocazione da “talebani”: in montagna la musica ci sta bene, ma deve essere in armonia con l’ambiente. Bene la musica da camera, gli strumenti acustici, gli Alphorn, le cornamuse anche se non necessariamente di deve eseguire solo folk e classica. È questione di decibel e di attrezzature, di automezzi messi in movimento per trasportare la troupe e le coreografie. Le operazioni tipo Plan de Corones scacciano più turismo di quanto ne attirano e sono redditizie solo per gli organizzatori e pochi operatori; non contribuiscono alla reputazione di una destinazione di montagna perché chi “compra” la montagna nella maggior parte dei casi non gradisce gli eventi di massa e fracassoni. Alla lunga pagano più tanti piccoli eventi diffusi. La migliore risposta a Jovanotti e al WWF e a chi localmente ha caldeggiato l’evento, per pura mira di lucro immediato, sarebbero tante disdette dalle prenotazioni turistiche per la settimana della manifestazione. Dato il periodo le camere non resteranno vuote, ma almeno un segnale sarà arrivato.

Mario Brunello, violoncellista è stato tra i primi a proporre musica sui pascoli e sulle cime. La sua è anche una ricerca di un suono autentico, restituito dall’ambiente della montagna. Nei concerti “Suoni delle Dolomiti”, però, sono coinvolte a volte anche migliaia di persone. Allora Mario ha deciso di immergersi ancora più profondamente nella dimensione della montagna viva, dell’alpeggio, quella dimensione originariamente ricca di suoni e oggi, invece, più silenziosa. Erano i suoni dei campanacci e del vento, i muggiti ma anche i vocalizzi dei pastori che ovunque sulle Alpi cantavano lo jodel, quelli della musica ammaliante dei corni delle Alpi (anch’essi non solo svizzeri ma diffusi su tutte le Alpi), delle cornamuse, dei pifferi, tutti strumenti comunemente suonati dai pastori sino a qualche secolo fa. Testimonia Teresa Thaler:  Mario, il «nostro» pastore, passa l’estate in malga per ricaricarsi e cercare ispirazione. A volte alla sera si mette lì in mezzo alle bestie uniche spettatrici e suona il corno. È magico, e se il vento è a favore, noi dei masi qua sotto sentiamo la melodia.
I concerti pop “ambientalisti” fateli negli stadi.

 

La scomparsa dei paesi dalla mappa dell’Italia

Punto.Ponte

Un quinto dei comuni italiani è in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale viene colpita dall’abbandono e lasciata inselvatichire. Il quattro per cento della popolazione migrerà e due sono le destinazioni possibili: o il cimitero oppure i grandi centri urbani. Due anni fa, in un bel rapporto curato per Confcommercio da Legambiente su dati del Cresme, furono definite ghost town, città fantasma, le mille piazze sempre più desolate e afflitte, le case vuote, le mura sbrecciate, campanili cadenti. Comunità colpite al cuore che lentamente, e nella più assurda e colpevole distrazione collettiva, si avviano all’eutanasia.

Arcipelago Italia- la mappa dei comuni a rischio estinzione* Fonte: Rapporto sull’Italia del disagio abitativo 1996 – 2016

Gli studiosi lo chiamano “disagio”, anzi l’Italia del disagio”. Poco alla volta chiudono i battenti i servizi elementari ed essenziali. Naturalmente prima gli ospedali, trasformati in lunghi e penosi comparti di geriatria, poi le scuole, con l’accorpamento delle…

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Lacrime (di coccodrillo) sulla montagna

 

Pubblichiamo un’altra amara lettera di denuncia dell’ipocrisia dominante da parte di una donna di montagna. Sul solco di quelle di Anna Arneodo (val Grana, Cuneo) e delle valdostane Elfrida Roullet e Enrica Cretaz. Lo spunto questa volta non è rappresentato dalla crisi degli allevamenti, dalla proliferazione dei lupi, dai prezzi infimi dei prodotti agricoli, da una burocrazia e da un sistema regolativo sempre più soffocanti, ma dal disastro ambientale che, in occasione dell’ultima ondata di maltempo dei primi di novembre, ha colpito la montagna veneta e trentina.

In una trama dolente (ma tutt’altro che piagnucolosa) che accomuna le Alpi, la denuncia delle “lacrime di coccodrillo” versate dalle istituzioni, dai media, in occasione dell’ultimo “disastro naturale” (!?) arriva dalla montagna lombarda, fortunatamente poco colpita dai recenti eventi. Anna Carissoni, consapevole che le cause della “morte della montagna” sono comuni a tutte le Alpi e che, in coincidenza con situazioni meteo avverse ovunque possono verificarsi i disastri di questi giorni, trae spunto dalle parole amare di un suo amico che risiede in un paesino trentino per sottolineare come la “morte” è causata dalla desertificazione umana, che è tutto tranne che un “fenomeno naturale”.

Tale “morte” è diretta conseguenza di scelte politiche dell’élite europea a favore del liberismo e della globalizzazione, scelte che l’ambientalismo di comodo si preoccupa di mascherare con la foglia di fico delle politiche di rewilding, di diffusione dei grandi predatori, di parchizzazione. Tutte mirate a mascherare lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse della montagna e a favorire l’abbandono delle attività tradizionali.  “Ci uccidete senza sporcarvi le mani” diceva Anna Arneodo. E la Carissoni rincara la dose. Le donne di montagna  non fanno sconti all’ipocrisia dominante. Inutile contarla su: né i lupi né gli sciatori, né i burocrati dei parchi, né gli immobiliaristi (ma nemmeno l’agroindustria trapiantata nelle valli che drena le risorse che dovrebbero andare ai contadini) curano la montagna. La politica, che – senza eccezioni – tutela gli interessi forti e pesca voti nelle aree urbane, si astenga quantomeno dalla demagogia “pro montibus”.

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di Anna Carissoni

(10.11.18) Non so a voi, ma a me tutti questi pianti a disastri avvenuti cominciano a sembrare lacrime di coccodrillo.

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Ovvio che c’è solo da piangere perché si rimane senza parole di fronte a tanta distruzione, alle foreste atterrate, alle strade inghiottite, ai tralicci ripiegati su se stessi, agli argini che si sbriciolano, ai versanti delle montagne che vengono giù. Ma prima di dire che “le montagne venete e trentine sono morte il 29 ottobre”, come qualcuno ha detto e ripetuto, bisognerebbe dire che quelle montagne, come tante altre del nostro Paese, avevano cominciato a morire molto tempo prima ed erano già morte.

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Le montagne erano già morte quando ha chiuso l’ultimo ambulatorio medico, l’ultimo dispensario farmaceutico, l’ultimo ufficio postale, l’ultimo panificio, l’ultimo negozio di barbiere manda a dire il mio amico Andrea Nicolussi Golo dalla sua baita di Luserna, paese di neanche 300 abitanti, a 1300 m. di quota, che non ha mai voluto abbandonare .Le montagne erano già morte quando i loro bambini di sei anni hanno incominciato a salire sugli autobus per andare a scuola venti chilometri più a valle e poi quaranta, con la chiusura dell’ultima scuola, la nostra più grande tragedia. Le montagne erano già morte quando l’ultimo prete ha lasciato la canonica, lo so in città il prete conta nulla, ma venite voi a dire ai nostri vecchi che devono morire senza confessione, venite a dirglielo guardandoli negli occhi che io non ne ho né la forza né il coraggio. Le montagne sono morte allora, quando sono morti i paesi.

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Poi, rivolto soprattutto ai cittadini, Andrea aggiunge:

 Il 29 ottobre si è solo un po’ rovinato il vostro luna park, per qualche tempo non potrete farvi quelle belle passeggiate tonificanti all’ombra di boschi secolari, senza chiedervi nulla della fatica di chi li ha coltivati, sì, proprio coltivati, non potrete fare quelle belle gite con le ciaspole nell’incanto dell’inverno, stendervi al sole seminudi a tremila metri di quota…. Ma non preoccupatevi, lo show andrà avanti e se non per l’otto dicembre, per Natale potrete tornare a divertirvi, tutto sarà rimesso a lucido, solo i paesi non torneranno più, i paesi continueranno a morire e noi con loro.

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Ecco, mi viene da pensare che, fatte le debite proporzioni, alle prossime alluvioni ed al prossimo tornado qualcosa di simile a quanto successo in Veneto, in Trentino e in Friuli potrebbe toccare anche a noi. Anche le nostre montagne stanno morendo, e anche qui si crede di farle resuscitare spendendo energie e risorse in feste e manifestazioni d’ogni tipo e in strutture finalizzate quasi esclusivamente ad attirare un numero sempre maggiore di turisti cittadini…. E intanto pascoli, boschi, vallette e versanti vanno in malora anche qui perché i montanari, che li hanno curati e ‘tenuti a bada’ per secoli, devono scendere a valle in cerca del lavoro e dei servizi decenti che dai nostri paesi se ne sono andati e continuano ad andarsene. Ecco, credo che quando i disastri arriveranno anche qui, all’elenco dolente delle cose che fanno morire i paesi di montagna stilato da Andrea avremo anche noi qualcosa da aggiungere: l’ultimo punto-nascite, per esempio, gli ultimi sportelli bancari,  gli ultimi negozi di prossimità…..

Prospettiva Villaggio 

Una proposta per lo sviluppo della montagna ticinese

di Tarcisio Cima

(07.05.18) Una volta si diceva che i politici si ricordano delle valli e della montagna solo in occasione delle campagne elettorali. Oggigiorno vien da dire che nemmeno più durante i periodi elettorali i politici si ricordano delle valli e della montagna. Il dibattito è costantemente monopolizzato dai temi e dai punti di vista delle aree urbane. Il concetto, falso e bugiardo, di Città-Ticino viene inculcato agli allievi di ogni ordine di scuola, dall’asilo all’USI [Università della Svizzera italiana], ed è ormai entrato a far parte del linguaggio comune. Ora l’autorevole Istituto delle ricerche economiche (IRE) vorrebbe spingere ancora più in là l’ossessione urbano-centrica predicando l’urgenza di costruire, entro il 2025, un Ticino Urbano. Fa bene il Ticino a preoccuparsi della sua componente urbana, confrontata con i tipici problemi derivanti da uno sviluppo quantitativo troppo spinto e disordinato. Fa male il Ticino a trascurare il suo vasto territorio rurale e montano. Qui ci sono potenzialità la cui liberazione, in un Ticino finalmente unito e coeso, può contribuire a risolvere anche i problemi delle aree urbane. Non solo ci sono potenzialità, bensì dinamiche positive in atto da tempo, di cui un Ticino concentrato sul proprio ombelico urbano fa fatica ad accorgersi. Potenzialità e dinamiche positive ruotano attorno al villaggio. Il villaggio inteso quale forma specifica dell’insediamento umano nel territorio. Da alcuni decenni i villaggi rurali e montani del Ticino hanno avviato una «seconda vita», molto diversa da quella tradizionale, ma non meno meritevole di essere vissuta, per il proprio bene e per il bene dell’intera comunità cantonale. Una nuova vita che chiede solo un po’ di attenzione e di riconoscimento per potersi sviluppare e crescere armoniosamente. In questo consiste la Prospettiva Villaggio.

Il villaggio nel mondo 

A livello planetario il villaggio quale  struttura  primordiale  dell’insediamento umano nel territorio è in profonda  crisi.  Le  statistiche  dell’ ONU ci dicono che da alcuni anni la popolazione  che vive in città ha ormai superato in numero la popolazione  che  vive  nelle  campagne. Le previsioni sono unanimi nel considerare che l’esodo rurale e la con- centrazione  in  agglomerati  urbani sempre  più  grandi  continueranno anche nei prossimi decenni. Divergono solo nell’indicare l’intensità e la velocità del movimento. L’umanità   sta  tuttora  vivendo  un esodo di proporzioni gigantesche – in confronto l’esodo biblico, l’esodo per antonomasia, ci appare come una tranquilla  scampagnata  domenicale – che coinvolge costantemente milioni  di persone  in  cammino verso la città, sospinte dalla speranza di trovarvi un futuro migliore (o almeno  accettabile)  per  sé  e per  i propri figli. Una speranza che spesso, almeno per sé, viene poi dolorosamente tradita. Bisogna ammettere che negli ultimi decenni si sono intensificati, a tutti i livelli e in quasi tutte le parti del mondo, gli sforzi per gestire meglio e rendere più vivibili le città e le metropoli. Le migliori menti del pianeta – architetti, geografi, ingegneri, economisti, pianificatori, sociologi, psicologi, filosofi, scienziati di ogni campo e politici – sono lodevolmente impegnati nella ricerca di soluzioni per i problemi ai quali sono confrontate le aree urbane. E i risultati positivi di questi sforzi in termini di migliore vivibilità di quelle aree cominciano a farsi vedere, credo anche nei paesi in via di sviluppo. Calamità e guerre permettendo. L’abbandono delle zone rurali è invece sempre stato vissuto, ad ogni latitudine, con grande fatalismo e rassegnazione, come qualcosa che non si può contrastare o, perfino, che non si deve contrastare perché solo nella città ci sarebbe salvezza. Questo non solo a livello dell’azione concreta e degli investimenti di risorse, ma già a livello del pensiero, della riflessione e della ricerca di soluzioni. Nei paesi in via di sviluppo ad occuparsi seriamente delle aree rurali sembra essere rimasto ormai solo un drap- pello di eroi e di santi, generosi e idealisti, tanto ammirevoli quanto impotenti nel contrastare il movimento di abbandono e di fuga incessante verso la città. Anche in India e in Cina, giganteschi labora- tori del mondo che sarà, tutto sembra essere orientato sulle aree urbane e sulla continua espansione delle megalopoli. Così, a livello planetario, mentre ci trastulliamo con l’immagine – ormai abusata e quindi vuota di senso – del «villaggio globale», il villaggio vero e concreto, il villaggio «in carne ed ossa» si svuota, deperisce e muore. Eppure a me sembra così evidente che la soluzione degli immani problemi che affliggono l’umanità intera, ma anche le aree metropolitane – dai disastri ambientali alla penuria energetica, dall’emergenza alimentare alla scarsità di acqua potabile, dalle crisi sanitarie al degrado sociale e culturale – non possa prescindere da un minimo di riequilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, che a sua volta può essere raggiunto solo attraverso la promozione, la valorizzazione e lo sviluppo della vastissima realtà non urbana, attraverso un ampio movimento a ritroso, di pensiero e di azione, dalla metropoli verso la grande, la media e la piccola città, il borgo, giù fino al villaggio più sperduto.


Il villaggio in Ticino 

Alle nostre latitudini, in Ticino, il processo di urbanizzazione è già da tempo molto avanzato. Si calcola che almeno l’80 % della popolazione cantonale risiede in un contesto urbano. Anche se faccio fatica a considerare urbane, come si fa invece nelle statistiche ufficiali, zone come la Bassa Vallemaggia, le Terre di Pedemonte, la Valle di Muggio, la Capriasca e ora pure… la Valcolla. Trovo anzi che questa tendenza a gonfiare statisticamente la realtà urbana rappresenti una delle tante forme che as- sume la prevaricazione culturale della città nei confronti della realtà rurale e montana. Comunque sia, se non proprio l’80%, almeno 2/3 della popolazione ticinese risiede nelle zone urbane. Ciononostante, diversamente da quanto è successo e sta succedendo in molte parti del mondo – anche nella progredita Europa – le nostre zone rurali e montane non sono state abbandonate, complessivamente le nostre valli non sono in declino irreversibile, nessuno dei nostri villaggi, nemmeno fra quelli più discosti, è moribondo. L’agricoltura, anche se ridotta all’osso per numero di occupati, è ancora ben presente ed ha accentuato il suo ruolo nella cura del territorio e del paesaggio. Credo che in Ticino non ci rendiamo ben conto della fortuna che rappresenta il fatto di aver preservato la vitalità socioeconomica delle valli e della montagna. Ciò che costituisce invece motivo di meraviglia e di ammirazione per ogni visitatore esterno attento e perspicace.

La «seconda vita» dei nostri villaggi è già cominciata da tempo, anche se pochi se ne sono accorti 

Certo la realtà socioeconomica delle nostre valli è profondamente mutata rispetto a quella che era anche solo 50-60 anni fa. I nostri villaggi, soprattutto quelli più periferici, non sono più quelli di una volta. Probabilmente non lo saranno mai più. Una proporzione rilevante della popolazione che risiede nelle valli già da tempo lavora nelle agglomerazioni urbane. Nei villaggi più discosti anche la funzione della residenza primaria si è ridotta fino a diventare molto esigua. Ma nel frattempo le nostre valli, i nostri villaggi, non si sono lasciati andare, hanno saputo adeguarsi alla nuova realtà, hanno trovato nuove funzioni, nuovi ruoli, non meno importanti per la comunità cantonale di quelli che detenevano in precedenza. Pur fra tante difficoltà, sono ancora ben vivi e animati. Pian piano, senza clamori e senza proclami hanno avviato quella che mi piace definire una «seconda vita» e che forse dovrei chiamare, per farmi ascoltare dal Ticino che conta (e che se la tira), «a second life». Sta tutto qui laProspettiva Villaggio: dare forza e far crescere armoniosamente questa «seconda vita» già da tempo avviata nei nostri villaggi. Niente di particolarmente innovativo, bensì la prosecuzione, l’intensificazione e il miglioramento di quanto è stato fatto con tanta buona volontà e passione negli ultimi 30-40 anni. Un processo virtuoso che purtroppo da una decina di anni sta segnando il passo: grossomodo da quando un’inconsistente Nuova Politica Regionale ha preso il posto della vecchia cara LIM [ Legge federale sull’aiuto agli investimenti nelle regioni montane, in vigore sino al 2007] che si è voluto anzitempo rottamare.


Una prospettiva molto concreta 

Dal punto di vista concreto e operativo la Prospettiva Villaggio si vuole concentrare sulla rivalutazione sistematica del patrimonio costruito dei nostri villaggi. Ogni volta che mi capita di visitarne uno qualsiasi rimango impressionato dalla quantità, la varietà e il pregio del patrimonio architettonico esistente dentro e fuori il perimetro delle zone edificabili. Nel corso degli ultimi trent’anni si è investito molto, nel pubblico e nel privato, per la salvaguardia, il risanamento e il riuso di questo patrimonio, di quello religioso come di quello civile, dagli oggetti monumentali fino a quelli più umili e comuni. Diversi nuclei tradizionali sono stati risanati e rivalutati in modo esemplare. Anche nei villaggi più discosti, dove la presenza della popolazione residente permanente si è ridotta ai minimi termini, la qualità degli insediamenti (edifici, infrastrutture, spazi pubblici, viabilità) è sostanzialmente migliore rispetto a quella degli anni ’70 del secolo scorso.

Si può fare di più, con poco 

Una parte ragguardevole del patrimonio costruito tradizionale è tuttavia sottoutilizzato, inutilizzato o abbandonato e quindi a termine è minacciato di deperimento e di rovina. E questo un capitale rilevantissimo composto, ad occhio e croce, di alcune decine di migliaia di edifici, senza considerare i rustici situati fuori dalle zone edificabili. La Prospettiva Villaggio si fissa proprio su questo: il recupero, il restauro, il risanamento, la ristrutturazione di questo patrimonio che giace inutilizzato o abbandonato, mediante interventi finalizzati al riuso nelle più diverse direzioni: abitazione primaria, residenza secondaria, alloggio turistico, altre attività economiche e di servizio, pubbliche e private, ma anche per la conservazione di testimonianze storiche ed etnografiche. Il tutto mettendo al centro dell’attenzione e dell’azione la struttura-villaggio con le sue sapienti e complesse articolazioni concrete sul territorio, compresi i percorsi pedonali e i sentieri che le mettono in relazione tra di loro. Struttura-villaggio, da rivalutare e da far rivivere, non però nell’ottica nostalgica di chi vorrebbe far tornare «i bei tempi andati», spesso idealizzati, mediante improbabili operazioni di ripopolamento, bensì adeguandola costantemente alle esigenze e alle aspettative dell’oggi. Resisto alla tentazione di adottare la formula ad effetto di «Villaggio-Ticino». Sarebbe un’evidente forzatura speculare a quella insita nel concetto di «Città-Ticino». Anche perché la realtà dei villaggi ticinesi è estremamente diversificata. Si va dal villaggio montano più discosto, abitato in permanenza da pochissime persone a quello popoloso, cresciuto ai margini della città. Senza dimenticare le «ville» della Val Malvaglia e le «terre» della Val Bavona, non più abitate in permanenza ma non per questo meno vitali e preziose. Questa grande diversificazione, che certo non riguarda solo la dimensione demografica, fa anche la sua grande ricchezza. Direi quindi piuttosto di un «Ticino dei villaggi» al quale vanno riconosciute pari dignità e pari opportunità rispetto al «Ticino dei borghi e delle città».

L’obiettivo di fondo della Prospettiva Villaggio è molto semplice, quasi banale, eppure ambizioso: riuscire ad avere in tutto il Ticino villaggi ben conservati e adeguatamente ammodernati nelle strutture edilizie, meglio attrezzati nelle infrastrutture, più ricchi di testimonianze del passato, più curati, ordinati e puliti, inseriti in un territorio anch’esso salvaguardato nei suoi pregi. In due parole, avere villaggi più belli e accoglienti. Villaggi più belli e accoglienti vuol dire automaticamente villaggi più interessanti e attrattivi: per mantenervi o stabilirvi la residenza primaria, per mantenervi o avviarvi una qualsiasi attività di produzione o di servizio, per passarvi dei periodi di vacanza come residente secondario, come ospite di una struttura di accoglienza o come turista-escursionista di giornata. O anche solo per gustare un caffè sulla terrazza dell’osteria riaperta in quello che era, e che ancora è, un incantevole mulino. A Castro per esempio.


Una prospettiva corale e partecipativa 

Affinché possa essere attuata e avere un successo durevole, la Prospettiva Villaggio non può essere calata dall’alto, ma d’altra parte non può essere lasciata solo all’iniziativa spontanea che muove dal basso. Deve essere il risultato di uno sforzo corale e organizzato di tutti gli attori sociali, economici e istituzionali presenti sul territorio.
A partire dai singoli privati cittadini che vivono e agiscono nel territorio montano in qualità di residenti, primari o secondari, oppure come conduttori delle più svariate attività economiche di produzione o di servizio. Tutti questi sono chiamati ad assumere comportamenti maggiormente compatibili e coerenti con la salvaguardia del patrimonio naturale, ambientale e architettonico. Attraverso scelte che possono essere molto impegnative, come ad esempio quella di riattare un edificio esistente invece che costruirne uno nuovo occupando ulteriore terreno vergine. Ma anche attraverso comportamenti che sono alla portata di ciascuno, che possono perfino sembrare banali ma che invece sono decisivi per rendere più belli e accoglienti, quindi attrattivi, i luoghi in cui si vive, come curare l’aspetto esteriore degli edifici, tenere pulite e in ordine le loro adiacenze, mettere dei fiori alle finestre e sui balconi, coltivare gli orti. Non meno importante è il ruolo che sono chiamate a giocare le Associazioni che gestiscono attività e interventi di interesse pubblico nei più svariati campi (sociale, culturale, ricreativo, sportivo, ecc.) e che anche storicamente sono state un pilastro essenziale dello sviluppo regionale. Qui mi riferisco in particolare alle associazioni che si occupano della conservazione del patrimonio architettonico più pregiato, promuovendo le iniziative, raccogliendo i fondi necessari, gestendo i progetti fino al loro compimento. E impressionante vedere quanto è stato fatto negli ultimi 30-40 anni grazie alla loro presenza, sul patrimonio architettonico religioso come su quello civile, rispetto agli oggetti monumentali, ma anche per la conservazione delle umili quanto preziose testimonianze della civiltà contadina

Cantone e Confederazione: non solo belle parole 

Quello che ci si può aspettare da Cantone e Confederazione per l’attuazione della Prospettiva Villaggio è molto semplice. N o n l’istituzione di gruppi di lavoro e di commissioni di esperti, non l’avvio di studi che durano 15 anni prima che si batta un chiodo. Men che meno sono richiesti nuovi strumenti pianificatori, né PUC, né PEIP, né PEPP né PIN, né PUK. I Piani Regolatori comunali esistenti vanno bene e, se del caso, possono sempre essere aggiornati. Non sono necessarie nuove misure edilizie e nuove limitazioni del diritto di proprietà. Quelle che ci sono, ad esempio per la protezione dei nuclei, sono in genere adeguate, e anch’esse se necessario possono essere modificate. Altre misure edilizie dovrebbero piuttosto essere eliminate o almeno sfoltite, come ad esempio quelle, di natura vessatoria, imposte dalla Confederazione per la trasformazione dei rustici. Certo che la nuova Legge federale sulle residenze secondarie, appena approvata dalle camere federali in applicazione della scellerata iniziativa Weber [finalizzata a porre un tetto del 20% alle residenze secondarie](*), pone un enorme macigno sulla strada dellaProspettiva Villaggio. In molti casi infatti la destinazione di un edificio a residenza secondaria rimane l’unica alternativa all’abbandono e alla rovina. Confederazione e Cantone sono chiamati semplicemente ad appoggiare 1’operazione Prospettiva villaggio con adeguati finanziamenti. In primo luogo è indispensabile che dal Cantone continuino ad arrivare ai Comuni, nell’ambito del sistema di perequazione intercomunale delle risorse, i finanziamenti sufficienti affinché questi ultimi siano in grado di far fronte ai propri compiti di base e in una certa misura anche a quelli promozionali di cui si diceva. Poi, da Cantone e Confederazione sono attesi i contributi finanziari con i quali sovvenzionare generosamente, nel quadro di un vasto, articolato e ambizioso programma di interventi, gli investimenti volti alla rivalutazione del patrimonio costruito in tutte le sue sfaccettature e articolazioni, eseguiti da chi vive ed opera sul territorio, cioè i comuni e i patriziati, le associazioni, le singole società e persone private.

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Il Comune protagonista anche nella gestione

Assieme ai finanziamenti è necessario un minimo di apparato amministrativo per gestirli adeguatamente e assegnarli ai beneficiari finali. Rispetto a questo compito il Cantone dovrebbe assumere un ruolo di coordinamento e di supervisione. La gestione operativa dell’aiuto agli investimenti nell’ambito della Prospettiva Villaggiodovrebbe essere lasciata il più possibile nelle mani dei Comuni. Anche da un punto di vista più generale credo che il livello istituzionale più adeguato per svolgere compiti di promovimento (economico, turistico, culturale, ecc.) sia quello del Comune. Gli Enti regionali per lo sviluppo (ERS) e le Organizzazioni turistiche regionali (OTR) sono troppo estese sul territorio e godono di scarsa legittimazione democratica. Il Comune ha invece tutti i requisiti, se può contare su risorse finanziarie adeguate, per condurre un’azione di promovimento seria ed efficace. Nelle singole valli, a partire dalla valle di Blenio, un organismo, agile e leggero, di cooperazione tra i Comuni può essere di grande utilità.

A mo’ di conclusione 

Non mi faccio molte illusioni che la Prospettiva Villaggio venga presa sul serio dal Ticino che conta a livello politico e istituzionale. Li vedo quasi tutti in altre faccende affaccendati. Per carità, faccende importantissime e vitali per il futuro del Cantone, ma quasi tutte incentrate sui problemi, i bisogni e le prospettive del Ticino urbano. Mi voglio però illudere che queste mie riflessioni e proposte possano contribuire a diffondere, non solo tra i politici ma anche e soprattutto fra la gente comune, un p o ‘ più di attenzione stavo per dire affetto per le zone rurali e montane del Cantone e la consapevolezza del tesoro di inestimabile valore che costudiscono i nostri villaggi.

(*) Ovviamente il senso dell’iniziativa legislativa non va valutato con il metro della situazione italiana dove è stato lecito realizzare residenze secomdarie anche nella misura dell’80-90%

Le fotografìe sono dell’autore e rappresentano tutte il villaggio di Dangio. L’articolo è stato pubblicato sulla Voce di Blenio dell’aprile 2015 

I lupi sono tornati, e adesso sbranano anche gli esseri umani, ma guai a dirlo

di Robi Ronza

Lo scorso 21 settembre, mentre camminava da sola lungo una spiaggia deserta a Maroneia, nel nord della Grecia, una turista inglese è stata aggredita e sbranata da un branco di lupi. Il poco che restava di lei è stato ritrovato qualche giorno dopo. E’ accaduto insomma ciò che ormai stava purtroppo diventando probabile: ossia che in Europa il lupo, dilagando indisturbato, cominciasse ad attaccare non più solo le pecore (in Francia l’anno scorso ne ha uccise circa 6 mila) e altri animali domestici, ma anche l’uomo. In vacanza a Maroneia, la donna, Celia Hollingworth, dipendente dell’università di Bristol da poco in pensione, si era fatta portare da un taxi fino a un’ area archeologica non custodita situata a una certa distanza dal centro abitato, e da lì stava facendo ritorno a piedi al suo albergo quando il branco di lupi l’ha raggiunta e aggredita.

Celia-Hollingworth

Tanto forte è la “lobby” che in sede di Unione Europea vuole il ritorno incontrollato dei grandi carnivori sulle montagne e nelle campagne del nostro continente che fuori della Gran Bretagna e della Grecia la tragica notizia non ha però avuto eco alcuna. E anche in Grecia ci sono voluti diversi giorni perché le autorità locali ammettessero che la poveretta era stata vittima di lupi. La Bbc ha seguito la vicenda fino a quando ufficialmente la causa della sua morte è stata così accertata, e poi non ne ha parlato più. La vicenda è di una tragicità evidente, ma sarebbe un errore classificarla come un evento isolato e assolutamente straordinario. Fatti del genere diventeranno sempre meno isolati e sempre meno straordinari se non ci si oppone a chi progetta, con l’illegittimo sostegno dell’Unione Europea, di far uscire i grandi carnivori dalle aree di riserva ristrette e controllate in cui sussistevano, e lasciare che si diffondano in Europa ovunque possono. In Italia finora il lupo ha sbranato solo pecore e cani, ma in un caso in Toscana si è già andati vicino a una tragedia come quella accaduta in Grecia. In Trentino diverse persone sono poi state aggredite da orsi.

La prossimità tra l’uomo e i grandi carnivori non è possibile. Non solo ciò è stato chiaro sin dall’inizio della storia, come tutte le più antiche letterature confermano, ma la vittoria nello scontro con i grandi carnivori fu cruciale ai fini della sopravvivenza dell’uomo preistorico, ossia del nostro più antico antenato. E’ con quella prima vittoria che la civiltà umana inizia. In fin dei conti tutto il resto è venuto per conseguenza. C’è perciò qualcosa di oscuramente tragico nel progetto di lasciare di nuovo il passo ai grandi carnivori: un dissennato desiderio sulle cui radici culturali ci siamo già più volte soffermati (diversi interventi sul tema si possono raggiungere inserendo le parole <grandi carnivori> nel motore di ricerca interno di questo stesso sito).

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E’ ovvio che oggi il rapporto di forza è così a favore dell’uomo che comunque non può ribaltarsi in breve tempo. Proviamo però ad immaginarci che cosa, in un ambiente caratterizzato da una consistente presenza di lupi e di orsi, potrebbe accadere nel caso di un terremoto come quello che colpì nello scorso 2016 alcune aree appenniniche del centro Italia. Una circostanza cioè in cui in località isolate sconvolte da un sisma delle persone magari in stato di shock, e spesso anche ferite, restino a lungo senza riparo indifese e disorientate.

Non c’è però bisogno di pensare solo a casi estremi di questo genere per spiegare l’impossibilità della vicinanza tra uomo e grandi carnivori in un continente fittamente abitato come il nostro. Ciò che è possibile nell’Africa sub-sahariana o nel Wyoming — lo Stato degli Usa, sede del parco nazionale di Yellowstone, che ha 2 abitanti per chilometro quadro — non è immaginabile nel nostro Paese dove gli abitanti per chilometro quadro sono 201. E nemmeno nell’intera Unione Europea dove, malgrado la scarsa popolazione di diversi Paesi del nord e dell’est, nell’insieme gli abitanti per chilometro quadro sono oltre 116.

Più forte dei fatti e del buon senso è però finora l’effetto sulle grandi masse urbane dell’immagine che dei grandi carnivori dà la cultura di massa: come di simpatici bonaccioni antropomorfi nei programmi per i più piccoli, e poi di spettacolari cacciatori di bufali e gazzelle destinati per natura al sacrificio nei programmi televisivi naturalistici. A causa dell’informazione a senso unico che circola anche in questo campo, non è facile far sapere a queste masse urbane, che hanno diretta esperienza solo degli animali da compagnia, quanto oggi a rischio di estinzione non siano più i lupi e gli orsi bensì i pastori, gli allevatori e i contadini di montagna. Siccome non conviene a nessuno che l’Europa si riduca a una costellazione di aree metropolitane sopraffollate circondata da un mare di montagne e di campagne abbandonate e inabitabili, sarebbe ora di cominciare a sentire le loro ragioni; anche se sono pochi.

15 novembre 2017

Appello delle pastore. La burocrazia ci uccide

Siamo donne, siamo pastore, contadine, montanare

Siamo portatrici di una cultura e di una civiltà che lungo i millenni hanno fatto del mondo la terra dell’uomo.

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ERAVAMO GENTE LIBERA
Eravamo gente libera. Una libertà che si pagava con i sacrifici di ogni giorno: il freddo, la pioggia, la neve e il gelo, la fatica senza orari, né Pasqua né Natale …Ma poi c’era il sole, il vento sulla pelle, i belati degli agnelli, la primavera che fa crescere la vita nuova.
Ora però questa civiltà globalizzata ci toglie la libertà e ci fa morire. Da quando ogni pecora ha un marchio auricolare con un numero, siamo tutti imprigionati in un castello burocratico che ci soffoca: numero di stalla, partita IVA, codice fiscale, numero REA, codice ATECO, OTE, CAA, ARAP, ARPEA, AGEA, Refresh, PEC, modello 4, modello 7…
Sedute all’ombra di un faggio al pascolo non possiamo stare dietro a tutta questa burocrazia e dobbiamo correre continuamente negli uffici delle associazioni di categoria …Intanto a chi le lasciamo le bestie?
Firmi domande che non capisci, e paghi, paghi, paghi … Sempre con la paura di sbagliare o di dimenticare una carta, perché è più grave sbagliare un pezzo di carta che trascurare i figli e i capretti o  gli agnelli….
Curi la famiglia, la casa, il gregge, cresci capretti e agnelli, trascuri te stessa per loro e poi? Le annate che gli agnelli non si vendono facilmente devi chiedere a un commerciante la carità di prenderteli, ed è umiliante…
Una pecora a fine carriera vale 20 €. A contare le ore di lavoro, in certe stagioni non guadagniamo 50 centesimi all’ora; e non ci sono per noi né cassa integrazione, né disoccupazione né reddito di cittadinanza.
L’AGONIA DELLE PICCOLE AZIENDE
Un mestiere da poveri che deve sottostare ad una burocrazia da ricchi. Anche per le nostre associazioni di categoria noi contiamo niente e così le nostre piccole aziende non ce la fanno più ad andare avanti.
Sulla carta, però, siamo uguali! Uguali alle grosse aziende di pianura, che salgono in alpeggio con migliaia di capi ma lo fanno  solo sulla carta, con tutti i documenti burocratici in regola in modo da assicurarsi i contributi che invece sarebbero destinati alla montagna e a chi ci vive e ci lavora!

E ultimamente anche il lupo: bandiera “ecologista” di una società in decadenza, minaccia che ha trasformato la nostra vita di ogni giorno in una continua guerra di trincea: devi essere sempre di guardia, non sai mai quando arriverà e quanti animali ti ucciderà nonostante i sistemi di difesa messi in atto (cani, reti, dissuasori …).. Per poi magari sentirci dire “Ma tanto le bestie morte ve le pagano!”

Ma siamo noi, piccoli pastori e contadini che teniamo vivo un paese, una valle, un pezzo di montagna o di collina, siamo noi che facciamo fronte all’abbandono e all’inselvatichimento, noi che curiamo la biodiversità: dove mangiano le pecore si mantiene la cotica erbosa, crescono mille erbe diverse che i rovi e le cattive erbe dell’abbandono soffocherebbero, si evitano i disastri di frane e alluvioni che poi pesano anche sull’economia della pianura e della città. Siamo noi i veri operatori ecologici della società. A costo zero, anzi paghiamo per esserlo. Ma con questo sistema non possiamo continuare. É tutta una civiltà che muore assieme alle pastore e ai pastori, ai contadini, ai montanari.

E allora

CHIEDIAMO

a tutti i rappresentanti politici( che volenti o no rappresentano anche noi pastori, contadini e montanari), agli amministratori, a tutti coloro che amano la montagna di darsi da fare, intervenire, provvedere in tempi brevi, perché di politica e di burocrazia la montagna e la sua gente stanno morendo.

Sotto le firme raccolte prima del trasferimento della petizione su Firmiamo.it

Nome Cognome Firmato il           alle                   n
Giancarlo Fraticelli 19/04/17 10.02 116
Eliodoro D’Orazio 19/04/17 09.27 115
Maurizio Cerato 19/04/17 09.01 114
Alfredo Falletti 19/04/17 08.41 113
Carlo Bruzzone 19/04/17 07.32 112
Claudio Furloni 19/04/17 07.21 111
michele giura 19/04/17 07.03 110
Adelio Fazzini 19/04/17 06.11 109
Enrico Giorgi 19/04/17 06.10 108
Stefano Chellini 19/04/17 05.49 107
Antonio Augello 19/04/17 04.01 106
Domenico Modesto 19/04/17 03.57 105
Francesco Salamone 19/04/17 03.54 104
Stefano Repetto 19/04/17 02.56 103
Marco Giorgi 19/04/17 01.33 102
Sergio Rossi 19/04/17 01.31 101
Sebastiano Lombardo 19/04/17 01.04 100
Giampaolo Samaria 19/04/17 01.02 99
Sebastiano Sannitu 19/04/17 00.40 98
Antonino Foraci 19/04/17 00.19 97
Roberto Pedrocchi 18/04/17 13.02 96
Luisella De Bernardi 18/04/17 11.45 95
Salvatore Ighina 18/04/17 09.38 94
Cristina Ferrarini 18/04/17 06.50 93
Gabriella Leggio 18/04/17 04.50 92
Dino Matteodo 18/04/17 01.56 91
Samuel Audéoud 17/04/17 21.19 90
Berger Harold 17/04/17 13.45 89
Salvo Orlane 17/04/17 12.19 88
Tite Odre 17/04/17 06.48 87
Daniela Rigotti 17/04/17 01.31 86
Aste Redtroen 16/04/17 12.51 85
Nori Botta 16/04/17 12.36 84
Francesca Montalto 16/04/17 01.27 83
Massimo Garaventa 15/04/17 19.38 82
Rocco Giorgio 15/04/17 16.20 81
Sibilla Morgantini 15/04/17 15.52 80
Patrizia Pompilio 15/04/17 15.32 79
Cristina Troietto 15/04/17 15.30 78
Attilio Mottarella 15/04/17 09.40 77
Dario Confalonieri 15/04/17 05.57 76
Sara Orecchio 15/04/17 04.45 75
Elena tessari 15/04/17 04.28 74
André Baret 15/04/17 03.44 73
Andreia Nicoleta Petrescu 15/04/17 03.28 72
Lorraine Flynn 15/04/17 02.25 71
Maria Pia 15/04/17 01.57 70
Nicola Tripodi 15/04/17 01.36 69
Filippo Rindone 15/04/17 00.56 68
Gloria Castelli 14/04/17 17.40 67
Pina Sgro’ 14/04/17 15.42 66
Marina Mafrici 14/04/17 15.35 65
Jean Fantini 14/04/17 15.17 64
Silvana Fasoli 14/04/17 14.49 63
Marta Sasso 14/04/17 14.45 62
Carmela aloise 14/04/17 14.43 61
Anne Line Redtroen 14/04/17 14.07 60
Francesco Sacca’ 14/04/17 13.39 59
Gessica Peretti 14/04/17 13.23 58
Alessio Nisticò 14/04/17 12.21 57
Paola Tirozzio 14/04/17 12.03 56
Greta Facciotti 14/04/17 11.36 55
Agata Soldo 14/04/17 11.33 54
Manuela Angelino Giorzet 14/04/17 10.56 53
Ferdinando Scolari 14/04/17 10.48 52
Francesca Locci 14/04/17 10.08 51
Maristella Forcella 14/04/17 10.06 50
Mario Petrini 14/04/17 09.30 49
Anna Kauber 14/04/17 09.23 48
Serena Badalassi 14/04/17 09.10 47
Marco Leonardi 14/04/17 08.00 46
Luca Battaglini 14/04/17 07.10 45
Maria grazia Pocaterra 14/04/17 06.41 44
Elisabetta Pugliaro 14/04/17 05.23 43
Nora Kravis 14/04/17 04.54 42
Virginia Gazzolo 14/04/17 03.17 41
Clara Chiappinelli 14/04/17 03.11 40
Camillo Brunet 14/04/17 02.17 39
Anna Arneodo 14/04/17 01.59 38
Alessia Farina 14/04/17 01.17 37
Livia Olivelli 14/04/17 00.24 36
Arianna Macchi 13/04/17 23.52 35
Katia Gastaldi 13/04/17 23.51 34
Caterina bernardi 13/04/17 23.37 33
Paola Bartoli 13/04/17 23.30 32
Marina Gastaldi 13/04/17 20.33 31
Nadia Friziero 13/04/17 18.39 30
Clelia Collé 13/04/17 17.01 29
Amanda Della Moretta 13/04/17 16.42 28
Samantha Repetto 13/04/17 15.15 27
Silvana Peyrache 13/04/17 15.08 26
Michela Cardillo Ottaviano 13/04/17 14.49 25
Gloria Degioanni 13/04/17 14.46 24
Massimo Monteverde 13/04/17 14.36 23
Lucy Lancerotto 13/04/17 14.33 22
Silvana Peyrache 13/04/17 14.25 21
Alberto Fatticcioni 13/04/17 14.20 20
Cristina Pedroncelli 13/04/17 14.11 19
Lidia Sussetto 13/04/17 14.07 18
Marina Lombardi 13/04/17 13.52 17
Cesare Legnani 13/04/17 13.35 16
Chiara Cannizzo 13/04/17 13.16 15
Daniela Bonnet 13/04/17 13.11 14
Cristina Boggiatto 13/04/17 13.05 13
Licia Rotondi 13/04/17 13.04 12
Gloria Pisotti 13/04/17 13.00 11
Marzia Verona 13/04/17 12.50 10
Sergio Chiarini 13/04/17 12.47 9
Andrea Astori 13/04/17 12.30 8
Elena Rodigari 13/04/17 10.45 7
Lauretta Gullì 13/04/17 10.42 6
Dino Mazzini 13/04/17 10.25 5
Giulia Simonetto 13/04/17 10.10 4
laura multari 13/04/17 09.48 3
Francesco Volpini 13/04/17 07.22 2
Gianna Grugliotti 13/04/17 04.48 1

Asimmetrie alpine e determinismo ambientale

di Mariano Allocco

Vivere le Alpi sul versante italiano e su quello estero presenta differenze sostanziali.

Da noi, specialmente in Piemonte, è evidente l’emergere di un conflitto tra Piè e Monte, altrove questo non succede e le vicissitudini TAV in val Susa e la “questione lupo” sono due esempi sui quali riflettere.

Cosa sta capitando qui?

Dalla pianura si pone al centro delle politiche montane l’ambiente, mentre dal monte si chiede che la centralità sia riportata sull’uomo che questo ambiente vive, questione non da poco.

Perché questa differenza di paradigma in Italia? Quale è la differenza tra i due versanti?

Se tracciassimo una sezione perpendicolare alle Alpi, vedremmo che il pendio in pochi chilometri in Italia precipita in pianura, in Francia, in Svizzera e altrove invece non c’è separazione netta tra grande pianura e montagna, le città sono lontane, le Alpi se la prendono comoda e la pianura non c’è.

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La spiegazione va cercata proprio lì, nell’asimmetria dei versanti alpini, nella diversa distribuzione delle curve di livello.

Il confine tra Pianura Padana e Alpi è netto e in Piemonte lungo di esso corre una città diffusa che fa da confine tra due mondi che stanno allontanandosi sempre più.

Mentre sulle Alpi si sta affermando un deserto verde, in basso c’è una pianura sempre più antropizzata, con un tasso di inquinamento tra i peggiori in Europa, con aree metropolitane che sono motore di sviluppo industriale e una agricoltura intensiva sempre meno sostenibile.

Una società postmoderna, in crisi strutturale, vede nelle Alpi sempre più verdi un alibi, senza sapere che con ogni probabilità l’anello debole sta in basso.

Sul versante estero invece il declino è graduale, le città sono lontane e non c’è quella frattura geografica, ambientale, storica e sociale che troviamo qui.

Il conflitto che sta emergendo in modo evidente è per buona parte riconducibile a questi fattori, questione da sociologi, economisti, antropologi, a cui do una lettura da montanaro.

Aggiungiamo poi che lo spartiacque alpino che separa gli Stati dal Trattato di Utrecht (1713) non ha mai separato le genti montanare, che vivono allo stesso modo l’immanenza del territorio, la stagionalità, i problemi logistici e tutto quanto riguarda la vita.

Un approccio maturato e vissuto nei secoli che porta le popolazioni alpine a difendere quanto di sacro e di indispensabile è necessario per vivere quassù: libertà e democrazia.

Il rapporto tra questi due mondi andrebbe ricondotto in un contesto che il prof. Fabrizio Barca chiama “conflitto ragionevole”, per arrivare assieme ad un nuovo ed indispensabile “patto di sindacato” tra Monte e Piano.

Ho vissuto i due mondi, li conosco, ho visto la povertà che ha portato alla desertificazione alpina, ma era una povertà da sempre dignitosa, che aveva una via di fuga.

Nella pianura, nelle aree metropolitane la povertà è in un “cul de sac” di disperazione, lì c’è la miseria, miseria che sulle Alpi non c’è mai stata, per questo dico che l’anello debole è in basso.

Cosa si aspetta a unire idee e energie per pensare assieme un avvenire possibile?

Mariano Allocco

22 Febbraio 2017

J’accuse di una pastora: ci uccidono senza sporcarsi le mani

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http://www.ruralpini.it/Una_pastora_ai_signori_del_lupo.html


(28.02.17) Ci uccidete per imporre la vostra civiltà di plastica. Ci uccidete con ipocrisia, camuffando il genocidio con il pretesto di quella natura che state distruggendo e del lupo elevato a bandiera

di Anna Arneodo

Sta nevicando: neve di febbraio, pesante, neve che già sente la fine dell’inverno. Pochi chilometri più a valle è già pioggia; qui è passato stanotte tardi lo spazzaneve, ma ora si sale solo con le catene.

Le stalle sono piene di agnelli: belli, grassi, sono già agnelloni oltre i 30 kg, ma quest’anno nessuno riesce a vendere … la crisi, l’importazione …? Intanto nelle stalle pecore e agnelli mangiano… Fuori del giro dei pastori nessuno si accorge di niente. L’altro ieri ho parlato con un pastore: un gregge di una cinquantina di bestie adulte, la passione che lo teneva vivo per continuare:

« Come vanno le bestie? »

« Ne ho caricate 82, le ho tolte tutte, basta! Non vendi più un agnello, d’estate l’alpeggio, d’inverno il fieno, il lupo, la burocrazia che ti mangiano. Ho chiuso tutto! »

Un’altra sconfitta! Pian piano questa società ci sconfiggerà tutti, chiuderà la montagna, ne farà un grande parco da sorvolare con gli elicotteri, per posarsi sulle punte- eliturismo!- e guardare dall’alto il presepio delle borgate abbandonate. Questo sarà fra poco la nostra montagna!

E intanto: il lupo! Povero lupo, il simbolo ecologico, il simbolo della coscienza sporca di tanta gente, salviamo il lupo! “ La Stampa” di mercoledì 1 febbraio ne ha una pagina piena: non una parola sui pastori, su chi vive e mantiene viva la montagna. Chi scrive, chi protesta, chi difende il lupo e le teorie ecologiste sta in città, ha lo stipendio assicurato, tanto tempo libero per farsi sentire, magari è anche vegano per sentirsi la coscienza pulita.

Noi pastori, allevatori, gente di montagna siamo quassù a presidiare il territorio, a mettere in pratica quotidianamente l’ecologia( ecologia- da “oikos”= casa), noi difendiamo ogni giorno la nostra casa, il nostro paese, il nostro ambiente.

Sopra: Anna fa il fieno con i figli per le sue pecore. Per solidarizzare con Anna scriverle a bram.2010@libero.it

Ma di noi nessuno si ricorda, diamo perfino fastidio, siamo pietra di inciampo. Noi, gente della montagna, che da secoli su questa terre scomode abbiamo saputo creare una cultura, una sapienza di vita per sopravvivere in un ambiente ostile, noi con la nostra storia, la nostra lingua, noi non contiamo niente: l’economia e la politica hanno deciso così.

Vivi ormai quassù ogni giorno con una malinconia, una inquietudine dentro che ti spegne ogni entusiasmo, ogni voglia di combattere.

Ci state massacrando. È un nuovo genocidio della montagna, fatto senza sporcarsi le mani.

Ultima bandiera il lupo.