Meno stato e più comunità nelle terre alte

La montagna non ha bisogno di assistenzialismo ma di tornare ad autogestirsi

Diversi segnali indicano come le comunità alpine siano in grado di reiventarsi nuove forme di cooperazione spontanea per ‘supplire’ alla ritirata dei servizi pubblici e privati. Ma anche per sviluppare attività economiche informali che al tempo stesso creano legame sociale e nuova fiducia sfuggendo allo ‘spegnimento’

(24.05.11) La montagna alpina ha grandi risorse di auto-organizzazione. In una fase storica di declino dello stato assistenziale la montagna ha due strade: qualla della ‘ritirata strategica’ ovvero della eutanasia o quella liberarsi dall’oppressione fiscale, normativa e burocratica

Il ritorno a forme di economica informale basate sulla comunità è fenomeno diffuso in tutto il mondo a partire dai paesi ‘poveri’. La montagna alpina ha un’esperienza storica di forme molto sofisticate di autogestione e di gestione cooperativa di beni e attività economiche e non si spaventa se, i centri istituzionali prospettano una ‘ritirata dalla montagna’. Per la logica della politica economica   non  è più ‘sostenibile’ assicurare gli standard di servizi c’è da riflettere su cosa è stato tolto alla montagna in cambio di questi servizi, in cambio dell’assistenzialismo, di ‘standard’ che spesso mal si adattano alla realtà montana. Oggi la montagna alpina sta considerando il fatto che gli ‘svantaggi’ di cui soffre non sono certo naturali e che consistono proprio in questo suo subire norme e regole pensate altrove.

Ma quale svantaggio naturale?

In alcune epoche storiche la montagna era più ricca della pianura (basti considerare la fioritura di opere d’arte), la pianura era meno salubre e sicura e spostarsi era più difficile (per via dei numerosi fiumi che scendono dalle Alpi e che bisognava traghettare).

Il vero ‘svantaggio’ della montagna è l’imposizione di regole  pensate per l’industria, per la pianura, per le aree urbane, regole che paralizzano le attività economiche su piccola scala, non esercitate in maniera continuativa (basti pensare ai vincoli della stagionalità) o in un contesto  formale e professionale (in senso giuridico più che di quello di ‘professionalizzazione’, acquisizione di abilità e competenze specifiche ed elevate).

Dal commercio all’agricoltura al turismo gli esempi di ‘messa fuori gioco’ delle attività economiche delle Terre alte sono numerosi. L’insieme di normative fiscali, anti-infortunistiche, igienico-sanitarie impongono adeguamenti fuori dalla portata di troppe attività esercitate in montagna e adempimenti gravosi (anche qualora si riesca a ‘mettere a norma’ le strutture).  La necessità di trasportare per la macellazione i capi a macelli spesso molto distanti implica, per esempio, perdite di tempo e costi che disincentivano la prosecuzione di attività di allevamento. A tutto questo insieme di regole che rende estremamente difficile poter produrre per la vendita ( anche solo per l’autoconsumo) si uniscono i vincoli di tipo ambientale e paesaggistico. Pensate per evitare le speculazioni edilizia in quota leggi coma la ‘Galasso’ rendono difficile ristrutturare fabbricati rurali. Si aggiungano vincoli spesso privi di fondamento razionale che limitano le attività agricole e pastorali nelle ‘aree protette’ (Parchi, Riserve, Sic, ZPS).

Un fardello di regole imposte per ottenere un controllo sociale capillare

Tutti questi elementi che collocano le Terre alte in condizioni di svantaggio e che controbilanciano ampiamente l’apparente generosità dei  ‘contributi pubblici’ (spesso erogati in forme difficilmente accessibili alle piccole unità produttive o a prezzo di costi che ne ridimensionano molto l’effetto ‘netto).

All’impatto della super-regolazione propria della più recente evoluzione sociale  si devono sommare i sistemi di regole di stampo ottocentesco, ispirati alla ‘prima ondata’ di esproprio delle comunità alpine del potere di autogestone. Penso a tutto il complesso delle ‘norme forestali’ e sull’ utilizzo dei beni comunali. Un complesso di regole che ispira ancora largamente le normative vigenti.

Il risultato è che le Terre alte sono diventate in troppi casi delle realtà puramente residenziali dove chi sopravvive lo fa grazie a redditi che provengono da pensioni o pendolarismo. Di cui la perdita di motivi di interessi comuni e il rifugio nella nostalgia e nell’individualismo.

Le limitazioni allo sfruttamento delle risorse locali, anche per l’autoconsumo, costringe la gente a procurarsi anche quei beni che la terra, i boschi, i prati potrebbero fornire loro nei supermercati. Gli alberi da frutta intristiscono, i prati sono invasi da rovi e frassini, i boschi sono poco o nulla coltivati (con grande soddisfazione dei Verdi che considerano l’unica gestione auspicabile del bosco la… non gestione). I lupi , i cervi, gli orsi, i cinghiali prendono possesso della montagna. Si arriva alla tristezza dei carton di latte UHT in paesi già ricchi di bestiame da latte, mucche e capre. Ai rovi che assediano gli abitati. Nulla si può toccare in termini di manutenzione territoriale senza autorizzazioni che richiedono pratiche firmate da esperti abilitati, o senza che intervengano operatori e ditte specializzate (con costi considerevoli).

É una situazione che non può che essere premessa all’abbandono. Il pendolarismo e la chiusura delle scuole sono premesse di trasferimento a valle, restano gli anziani e I villaggi si popolano solo  a ferragosto.

Un passo indietro dello stato

Ma questo destino è inevitabile? No se la montagna diventa consapevole che il movimento di statalizzazione e di sterilizzazione delle comunità è reversibile. Le istituzioni stesse si pongono il dilemma se non sia meglio una eutanasia della montagna. Sono assillate dai costi dei servizi in un cntesto di spesa pubblica in rapido declino e incoraggiate dai poteri robusti, che spingono per non avere più comunità – sia pure ridotte al lumicino – tra i piedi e poter avere mani libere nello sfruttamento dlele risorse della montagna: acqua, vento, legname, business turistico.

A questo punto la montagna deve del tutto smettere di fare piagnistei. In questa specialità i realtà sono campioni amministratori pubblici di tutti I colori politici, spesso ispirati da interessi non propriamente nobili e non propriamente legati alle Terre alte (che gli servono più che altro per ‘commuovere’ i referenti istituzionali ). La montagna deve ottenere dalle istituzioni di essere lasciata libera di  ‘fare da sè’ e, semmai, di reindirizzare il ‘sostegno’ pubblico operando una vera e propria ‘rivoluzione culturale’. Meno opere cementizie e infrastrutture inutili, più interventi a favore del rafforzamanto del capitale sociale e umano, più ‘accompagnamento’ e stimolo di nuove iniziative (dal basso) attraverso la formazione (rivista)e il supporto progettuale (non dare il pesce ma insegnare ad usare la canna da pesca).

Ma prima di tutto defiscalizzare, deburocratizzare, deistituzionalizzare, affidare quando possibile i servizi pubblici e privati all’iniziativa della cooperazione comunitaria. 

Esempi di iniziative dal basso

In questi giorni sono venuto a conoscenza di due esempi interessanti di questa tendenza al fare ‘da noi’.  Uno riguarda Pejo, villaggio  a 1.600 in Val di Sole (Tn) dove si vuole chiudere una scuola con 19 bambini solo per ‘concentrare’ tutti gli alunni della valle in un nuovo comlesso scolastico di 5 milioni di euro (ne abbiamo parlato qualche giorno fa( vai all’articolo). Di questi giorni invece la notizia del concretizzarsi per iniziativa dal basso del progetto delle ‘Vie delle tre signorie e dei formaggi orobici’. A Laveggiolo, frazione a 1471 m di Gerola alta (la ‘patria’ del Bitto storico), punto di partenza per diversi itinerari escursionistici e di trekking è in fase di realizzazione l’Ostello del Bitto “Residenza Dorino” (in omaggio al padre di Dorino Pomoni scomparso una decina di anni fa). Un vecchio fabbricato rurale verrà adibito a punto tappa sulle ‘vie dei tre signori e del Bitto’ (tre stanze, due servizi e una sala comune). L’iniziativa è di Alan  Pomoni, piccolo imprenditore metalmeccanico di Cosio Valtellina e socio della Società Valli del Bitto spa (sul ruolo della società nel contesto di un’azione di community supported agriculture vai all’articolo) . Pomoni ha deciso di mettere l’edificio a disposizione del progetto ecoturistico del Consorzio Bitto storico che invece di piangersi addosso per la perdurante ostilità delle istituzioni, punta sui privati, sulle comunità locali, sull’azionariato popolare, sulla cerazione di una rete di economia identitaria. Voltando le spalle ad una Valtellina (sinora) matrigna il Bitto storico investe nella collaborazione con bergamaschi e lecchesi secondo quella ‘logica di massiccio’ che alcuni piccoli soggetti privati pare afferrino molto meglio di istituzioni-bradipo zavorrate dalla miopia di amministratori che guardano solo al quotidiano (al massimo alla prossima tornata elettorale) e pensano solo ad accaparrarsi finanziamenti.

É interessante notare anche che a Laveggiolo l’Ostello del Bitto sarà gestito dalle ‘donne di montagna’. Volenterose sciure che secondo un modello già collaudato con l’Albergo diffuso di Ornica (un paese della Val Brembana tappa chiave delle ‘Vie dei tre signori e dei formaggi orobici’) vogliono dimostrare che il ruolo di ‘casalinghe’ non si addice alle donne alpine che hanno rappresentato spesso la chiave di volta dell’economia rurale tradizionale e che capiscono che è ora di rimettersi in moto se si vuole evitare che la montagna muoia. Questi sono esempi ‘freschi’. Ma ci sono in diversi villaggi alpini, dove ha chiuso l’ultimo negozietto di prossimità, esperienze di acquisti in comune (con tanto di piccoli magazzini-negozio autogestito), ci sono soluzioni per risolvere in modo comunitario i problemi dei trasporti (se anche in città fanno il car sharing e il car pooling…). Non costa molto incoraggiare queste iniziative che ‘scongelano’  un grande capitale materiale e immateriale che le regole della globalizzazione e dell’iperburocratizzazione condannano alla sterilità ma che può essere mobilitato, con effetti che forse potranno anche essere significativi a livello dell’economia politica.

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