Nelle Alpes piemontesi dopo lupi e linci arrivano i gattopardi

(28.02.14) L’Uncem con il presidente nazionale Borghi (PD) e quello piemontese Lido Riba (pure PD) si camuffa da partito delle Terre Alte… ma ha sempre in testa le centrali a biomasse

L’Uncem Piemonte (fortemente targata PD) per le prossime elezioni comunali gioca al gattopardo e lancia el liste civiche Alpes. Facendo il verso un po’ all’antipolitica un po’ ad iniziative locali che si richiamano alle Terre Alte come dimensione di una iniziativa politica autonoma (dai partiti di destra, centro e sinistra). Indecoroso il richiamo alla Carta di Chivasso e lo sbandieramento di valori quali Libertà, Autonomia, Partecipazione, Sussidiarietà

La dirigenza dell’Uncem è espressione di una casta politica che sfrutta l’elezione a sindaco in un paese di montagna per proiettarsi sulla scena politica, per entrare nel “giro”. Ad essere buoni è un “sindacato degli amministratori”, che tutela sé stessi e quelli che sono collocati in enti che appartengono al sistema dei “vasi comunicanti” e che consente ha chi è cooptato di restare sempre a galla con una cadrega e una prebenda. Oltre alle Comunità montane ci sono i BIM, i Consorzi, le Fondazioni, le Multiutility. Ad essere meno buoni la cupola Uncem è una “cabina di regia” che promuove progetti che con la valorizzazione delle Terre Alte hanno ben poco a che fare ma che consentono lucrose ricadute per gruppi politico-economici. La politica dell’Uncem a sostengo della realizzazione di centrali a biomasse – lanciata già da almeno 6 anni orsono con le teorizzazioni di Enrico Borghi sulla “green economy” ne è lampante dimostrazione. E così molti sindaci delle Terre Alte, quelli che accettano la carica non per entrare nei “giri” ma per spirito di servizio verso comunità in difficoltà, vedono l’Uncem più come una controparte (e come una casta) che come una struttura di rappresentanza delle comunità di montagna. Tanto più che è palese la subalternità politico-culturale dell’Uncem all’Anci (dominata dagli interessi delle grandi città).

Lasciate stare la Carta di Chivasso e i veri autonomisti

Non è la prima volta che, in vista di un appuntamento elettorale, pezzi della partitocrazia si camuffano da autonomisti. Il 10 giugno scorso, in vista delle elezioni politiche a Chivasso si radunarono alcuni politici di varie regioni. A tirare le fila era Lorenzo Dellai, l’ex presidentissimo del Trentino. Un personaggio totalmente inserito nei giochi politici italiani (a differenza dei politici valdostani e dei sudtrolesi) ma che pretende di poter mantenere per il “suo” Trentino tutte le prerogative dell’autonomia. Dellai riuscì a radunare alcuni politici valdostani in disaccordo con il principale movimento autonomista della Vallèe, l’Union Valdotaine a capo del governo regionale, piemontesi (PD) e trentini (“autonomisti” dell’ultima ora dell’UPT come lo stesso Dellai) e un ladini in disaccorso con la SVP. Tra i politici che affluirono a Chivasso alcuni erano in carica altri desiderosi di riciclarsi. Erano presenti Enrico Borghi, presidente dell’Uncem e altri prodi dell’Uncem che in questi giorni stanno replicando la sceneggiata “autonomista”.

Che fine (misera) fece l’Alleanza alpina di Dellai è noto. Il presidentissimo preferì saltare sul carro nazionale di Mario Monti (un carro che sa più di massoneria, Bce, Bilderberg che di valli alpine), con la prospettiva di conquistarsi posizioni governative. Invece sfumò anche la presidenza della camera che gli fu soffiata dalla Boldrini. Gli sfolgoranti successi di “Scelta civica” (e l’evidente bruciacchiatura della pelliccia della volpe Dellai) sono cronaca.

Apparentemente immemori di questo recente precedente i “nostri” dell”Uncem ci riporovano con il loro teatrino che non rinuncia, ancora una volta, ad uno sgradevole richiamo alla Carta di Chivasso. Sgradevole e vagamente blasfemo perché nel 1943 a Chivasso c’erano personaggi di grande levatura morale e intellettuale, a partire da Emile Chanoux, il leader dell’antifascismo valdostano, di marcata impronta autonomista e francofila (poi trucidato dai fascisti su soffiata dei comunisti che lo avversavano non meno dei neri).

Borghi

Enrico Borghi. Aveva impresso all’Uncem una svolta tecnocratica

 Nel richiamarsi alla Carta di Chivasso Dellai & c. ieri, Borghi & c. oggi forse non si sono resi conto che le parole utilizzate dai federalisti di allora per denunciare la politica fascista ai danni della montagna alpina potrebbro essere utilizzate per condannare allo stesso modo la politica dei regimi succedutisi nel dopoguerra. E dei partiti a cui – pur nel cambiamento di sigle – sono stati legati o sono comunque affini i protagonisti delle attuali operazioni (palesemente legati al PD, il bastione della continuità del regime).

… i vent’anni di mal governo livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di «Roma doma» hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati: oppressione politica […], rovina economica […], distruzione della cultura locale […]

Nei decenni succeduti alla caduta del fascismo le Terre Alte hanno subito uno spopolamento feroce, uno sfruttamento – senza contropartite – delle risorse (vedasi idroelettrico). Con la parziale eccezione delle regioni e provincie autonome è proseguita l’opera del fascismo di distruzione delle culture delle lingue locali (la legge sulle minoranze linguistiche è del 1999 e nulla prevede per la tutela del piemontese, del lombardo, del veneto).

Appuntamento a Torino

La nuova patacca dei soliti noti questa volta si chiama “Alpes” nientemeno che “Autonomia, Libertà, Partecipazione, Energia, Sussidiarietà”. Non si può dire che non abbiano lesinato in snocciolamento di “valori fondanti” i “cervelli” dell’operazione: Enrico Borghi e Lido Riba. Con loro, almeno per pra, ci sono solo una decina tra sindaci e presidenti di comunità montane. Tutti della stessa colorazione politica. Si prefiggono di “presentare le liste civiche e il simbolo Alpes su tutte le Alpi”. Ma l’operazione è chiaramente made in Piedmond. La presentazione della nuova iniziativa si terrà a Torino 8 marzo. I promotori assicurano non voler rappresentare l’anticamera di un nuovo partito (e su questo non abbiamo difficoltà a crederci visto che sono legati a mamma PD).

Visto l’esito dell’operazione guidata da Dellai lo scorso anno è da ritenere che tutto si limiti ad un po’ di restyling e che l’operazione, guadagnata un po’ di visibilità elettorale, non sortirà in alcuna aggregazione stabile.

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Lido Riba, presidente Uncem Piemonte, che negli ultimi anni ha speso molte energie nel promuovere le centrali a biomasse

L’Uncem si mette la maschera

Da qualche anno a questa parte l’Uncem aveva puntato a costruirsi un’immagine manageriale, modernista, senza esitare ad assumere una visione tecnocratica, da “teste d’uovo” (con apporto di guro come Aldo Bonomi). Una delle trovate della “Nuova Uncem” era stato lo slogan “la montagna da problema a risorsa”. Con l’avvento della “green economy”, che ha aperto la prospettiva di facili guadagni speculativi per gruppi spregiudicati, provvisti di buoni agganci politici, la “montagna risorsa” è stata intesa dalle teste d’uovo dell’Uncem nell’accezione predatoria di sfruttamento della montagna quale fonte di energia. Sfruttato sino all’ultimo rivolo l’idroelettrico si doveva puntare sul “petrolio verde” sui boschi.

In realtà la retorica delle biomasse, dell’energia rinnovabile nasconde la pura speculazione di chi realizza e gestisce centrali che producono energia elettrica super incentivata regalando alle comunità locali traffico pesante  inquinamento (le centrali sono spesso costruite vicino a case e scuole perché devono dimostrare di sfruttare l’energia termica sotto forma di acqua calda). Il costo del cippato importato è però pari alla metà di quello locale e i piani dell’Uncem di sfruttamento forestale gestiti dalle Comunità Montane sono una foglia di fico che consente l’approvazione dei progetti delle centrali. Poi useranno altro.

Il business biomasse richiede sindaci e presidenti di comunità montane conserzienti, che fingono di credere alle storielle delle biomasse “pulite e rinnovabioli” e “a km 0”.

Ora, senza lasciar cadere la vocazione “energetica” dell’Uncem e di Alpes si cerca di confondere le acque mettendo in sordina l’arroganza tecnocrratica e prendendo a prestito slogan come “partecipazione”. Una bella faccia tosta perché uno dei requisiti per poter veder autorizzate le centrali a biomasse è l’assoluta mancanza di partecipazione delle comunità interessate che, quando informate per tempo, costituiscono comitati e si oppongono strenuamente a iniziative che hanno il solo scopo di arricchire i furbi (e chi da loro una mano).

La politica Uncem sulle biomasse si colloca sul gradino sotto zero della scala di Arnstein della partecipazione ovvero è sul gradino della “manipolazione” (tenere nascoste le informazioni e propalare informazioni false del tipo: “le biomasse non inquinano”). Quanto agli altri “valori” di Alpes (eccetto “energia”) possiamo dire che sono messi lì solo perché servono a comporre l’acronimo.

Quasi un plagio (ma è solo apparenza)

Il finto rivendicazionismo in nome delle Terre Alte dell’Uncem in versione Alpe echeggia (superficialmente) le elaborazioni sviluppatesi (dal basso) in questi anni. Proprio in Piemonte, nelle valli cunnensi, è nata lo scorso anno l’associazione Alte Terre. Essa pone il problema di una rappresentanza dei territori alpini che superi i criteri “un uomo un voto” che penalizzano comuni, valli, territori ampi ma scarsamente popolati attraverso un disegno delle circoscrizioni (per il parlamento nazionale e regionale) che tenga conto del fattore territorio oltre a quello dle peso demografico. Una rivendicazione che difficilmente l’Uncem legata al carro dell’Anci e del PD (che ha maggiori consensi nei centri urbani) potrà mai sottoscrivere.

Più concretamente Alpes non potrà mai approvare gli altri punti del programma di Alte Terre: utilizzo dell’energia per usi locali e per facilitare l’attività delle piccole imprese, no alla produzione di energia da biomasse per produrre energia elettrica da immettere nelle reti nazionali, si al controllo dei lupi che mettono ancora più in difficoltà le attività di allevamento nelle valli (quelle che più di ogni altra esprimono un legame territoriale e possono rappresentare occasioni di lavoro e reddito per le famiglie dei piccoli centri delle alte valli). Su tutte queste questioni concrete e “cartine al tornasole” di una posizione a favore o contro le Terre Alte l’Uncem, o i singoli personaggi che si sono espressi a favore dell’operazione, o non dicono nulla o dicono cose che vanno in senso opposto. Così al primo confronto serio Alpes verrà smascherata per l’operazione di maquillage che è. Le Alpi non sono terra per i gattopardi. Se ne facciano una ragione.

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