Ricominciare dalla montagna

 (28.05.11) L’elaborazione degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso sulle Terre alte è quanto mai attuale. La prospettiva oggi non è ‘vivacchiare’ ma quella secca tra l’annullamento della montagna come entità sociale e culturale e una sua ripresa di vitalità sulla base di modelli di autogestione e di riconsiderazione dell’uso delle risorse materiali e immateriali che – messi in moto in montagna – hanno la possibilità di essere ‘esportati’ nelle Terre basse, nelle aree metropolitane. Nel suo opporsi ad un ulteriore fase di colonizzazione materiale e simbolica la montagna offre una via di salvezza anche alla realtà urbana che accelerando il drenaggio di risorse  e spingendo all’estremo le logiche della globalizzazione e della deterritorializzazione prepara la propria autodistruzione.

Nella scia di Miglio

Non a caso Gianfranco Miglio da acuto pensatore quale era aveva intuito sin dalla fine degli anni ’70 la necessità di ‘Ricominciare dalla montagna’ (è il titolo di un suo saggio edito nel 1978 dal Credito Valtellinese di Sondrio). Aveva intuito che i temi dell’autonomia, dell’ingegnieria federalista non solo astrusaggini da politologi o fissazioni ideologiche ma condizioni per ‘liberare’ anche la vita sociale, le aggregazioni umane elementari, per risintonizzare rappresentanza e vita politica con la cultura viva, quella che è una vera e propria ‘cassetta degli attrezzi’ per organizzare in modo adatto alla realtà locale (fisica e culturale) i rapporti tra uomo e uomo e tra uomo e lo spazio territoriale con le sue risorse, con i suoi vincoli. Dopo lo scritto di Miglio a Sondrio si tenne nel 1981 il convegno ‘Prospettive di vita dell’arco alpino’ e poi quello del 1986 il cui titolo un po’ convenzionale:  ‘La montagna: una protagonista dell’Italia degli anni ’90’ non fa onore ai contenuti innovativi del dibattito e, ancor più, al significato della ‘Carta di Sondrio’ redatta in quella occasione e sottoscritta da tutti i convegnisti.

Da Chivasso a Sondrio. Ora serve un nuovo sprone

Oltre alla ‘Carta di Sondrio’ i convegnisti di Sondrio si sono esplicitamente riferiti anche alla ‘Carta di Chivasso’ per riallacciare un filo di una politica della montagna e non per la montagna che è risultato fragile e frequentemente spezzato. I riferimenti ad alcune prospettive che negli anni ’90 si stavano aprendo (la ‘rivoluzione telematica’) indicano lo sfoprzo di attualizzare una politica della montagna che è comunque segnata dall’importanza di problemi irrisolti (la mancata autonomia della ‘montagna di serie B, esclusa da regioni e provincie autonome), dalla necessità di valorizzare la ricchezza e grande diversità di risorse ed espressioni culturali e sociali. Quelle che 25 anni fa apparivano ancora volenterose petizioni di principio (la valorizzazione dei sistemi produttivi tradizionali) oggi assumono un significato ben diverso alla luce del dibattito sulla ri-localizzazione di produzione e consumo di energia, alimenti e altri prodotti e alla luce di un elelemento nuovo che si è affermato in qusti anni: la consapevolezza che la cultura non è un accessorio consolatorio ma uno strumento indispensabile per concepire e attuare uno sviluppo autocentrato, che le produzioni agroalimentari e non solo l’artigianato artistico sono espressioni di cultura, che i sistemi produttivi non sono solo realtà ‘tecnico-economiche’ ma anche sistemi sociotecnici ‘spinti’ dalla cultura.

La situazione impone lucidità e scelte nette anche controcorrente

Stimoli che ci indicano come il cammino deve e può essere ripreso. Le minacce che 25 anni fa si addensavano sulle terre alte si connotavano come prospettiva di ‘depotenziamento’, ‘lento svuotamento’. Oggi è diverso. La crisi profonda del modello statalistico assistenziale (in Italia resa drammatica dal peso di un enorme debito pubblico) pone l’alternativa secca tra una montagna che – liberatasi dall’oppressione di regole pensate per altri territori – recupera una sua capacità di iniziativa (senza illudersi nell’aiuto sistematico dello stato) o una montagna che continua ad attaccarsi a canali della spesa pubblica (che si inaridiranno progressivamente) e che quindi sarà vittima degli interessi di coloro che, lungi dal voler continuare a impegnare risorse in una ‘palla al piede’, desiderano chiudere i rubinetti e praticare una eutanasia tanto più conveniente quanto poi consentirà di mettere le mani liberamente sulle risorse delal montagna senza l’impaccio di residue comunità locali. É ovvio che il tempo del consenso di facciata è finito. Le chiacchere sulla sostenibilità che dovrebbero accontentare tutti: Verdi, montanari, interessi economici ‘robusti’ valgono nemo della carta su cui sono scritti i proclami e le buone intenzioni. L’unanimismo e la captatio benevolentiae non hanno più spazio. Il tempo della ricreazione è finito. Va detto, però, che la gente delle Terre alte è estremamente tenace e poco incline a farsi incantare da slogan e chiacchere. Nel convegno di Sondrio figuravano tra i relatori illustri politici, scrittori, accademici, ma anche non pochi amici ruralpini la cui passione e generosità nello spendersi per la causa mi fanno ritenere che la nuova iniziativa alla quale stiamo lavorando non si risolverà in un convegno qualsiasi ma sarà la tappa di un cambiamento politico.

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