Interventi

 

Fausto Gusmeroli

Mai, per quanto stanco, cadrà lungo la via colui che ha avuto la grazia di un giorno di montagna; quale sia il suo dentino, lunga o breve la vita che gli è data in sorte, tempestosa o quieta, egli è ricco per sempre.

Questa frase di John Muir, ingegnere, naturalista e scrittore scozzese naturalizzato statunitense, scomparso nel 1914, può anche essere tacciata di retorica, di romanticismo. A me, però, come credo a molti che amano la montagna, piace coglierla nella sostanziale verità che esprime. La montagna è davvero un luogo di spiritualità, di senso, di simbolismi. La verticalità, il cammino, la salita e la discesa, la fatica, il pericolo, il silenzio, la solitudine e altro sono simulacri della vita, che aiutano a capirla e a viverla più intensamente e autenticamente. Certo, come le esperienze un po’ estreme, mettono alla prova, selezionano, impongono rinunce, esigono di essere scelte. Forse, le cause più profonde dell’abbandono della montagna stanno proprio in una società, quella dell’opulenza e dei consumi, che ha imposto altri riferimenti, altri paradigmi, bollando con il marchio dell’obsolescenza e della marginalità i modelli di vita montanari. La qualifica “vulnerabile” riservata al territorio montano, ancorché non priva di qualche ragione di carattere fisico-geografico, è al riguardo quanto mai esplicativa!
La novità (per così dire) è però che questa società è prossima al capolinea, attorcigliata com’è attorno alle proprie contraddizioni, debolezze e falsità e non più in grado di occultare il vuoto valoriale del proprio immaginario. Sarà la (ineludibile e quanto mai urgete) transizione alle energie rinnovabili a metterla definitivamente in pensione, a superarla, come lo è stato in passato per la società dei cacciatori-raccoglitori con la sostituzione dell’energia fotosintetica degli ecosistemi naturali con quella degli ecosistemi agrari e, successivamente, per la società rurale con la sostituzione dell’energia fotosintetica con i fossili. È sempre stata la fonte energetica a determinare l’organizzazione sociale. Il paese globale, delle grandi concentrazioni (insediative e di potere), delle grandi opere, della competizione, della crescita senza limiti, degli sprechi e dell’asservimento della natura è stata la risposta ad un’energia abbondante, concentrata (i giacimenti di fossili e di uranio) e di bassa entropia (alta intensità). Le rinnovabili, avendo caratteristiche diametralmente opposte (diffuse e di alta entropia) imporranno una società radicalmente altra, centrata sui territori, sulle responsabilità locali, sull’autodeterminazione, sulla cooperazione, sul senso del limite, sul risparmio, sul rispetto della natura.

Potrà essere proprio il passaggio dalla società della “combustione” a quella del “sole” ad aprire, inaspettatamente, nuove opportunità per la montagna alpina, nuovi orizzonti, una nuova stagione. Essa potrà tornare ad essere, come un tempo, luogo di senso, di sperimentazione, di innovazione, di propulsione. Tre elementi, in particolare, fanno della montagna uno straordinario “laboratorio di futuro”. Tutti sono collegati, in qualche maniera, alla geografia del territorio, all’isolamento e alla lontananza dagli “imperi”, le stesse condizioni che hanno favorito identità e orgoglio di appartenenza.
Il primo elemento è la capacità di autarchia. La libertà e l’autonomia di cui hanno indubbiamente goduto le comunità alpine hanno avuto come prezzo il doversela “cavare da soli”. L’arguzia (il cervello fino del famoso proverbio!), l’intraprendenza, il legame quasi simbiotico con la terra, la capacità di auto-organizzarsi, i saperi e le abilità materiali sono state le logiche conseguenze, forgiate e affinate dalle severità ambientali.

Un secondo elemento è lo spirito solidaristico. Le comunità alpine hanno saputo esprimere nella loro storia forme di condivisione impensabili altrove, talvolta fin eccessive tanto erano censorie ed escludenti nei confronti di chi non stava alle regole. Si andava dalle proprietà collettive di boschi e pascoli, agli usi civici, alle forme di partecipazione democratica diretta (comunanze). La proprietà privata era limitata e, seppure identificata nei confini, non era cintata, non precludeva il passaggio o la fruizione di beni alla collettività (i recinti si allestivano unicamente per il governo del bestiame!). Queste manifestazioni  solidaristiche erano senz’altro dettate dalle necessità, ma ciò non toglie che abbiano consentito ai montanari di farne esperienza, introitando alcuni valori fondamentali del vivere comune e della democrazia.
Il terzo elemento è la sobrietà. I montanari sono stati maestri di sobrietà; sono stati capaci di vivere con pochissimo, utilizzando con sagacia e tenacia ogni risorsa che il territorio poteva offrire, senza sprecare nulla, con processi, come quelli della natura, ciclici, chiusi e ad elevatissima efficienza energetica.

“Cavarsela da soli”, “Cavarsela insieme” e “Cavarsela con poco”: guarda caso, sono i cardini della futura società delle rinnovabili! Il problema, naturalmente, è che non sono più prerogative degli odierni abitatori delle montagne, o lo sono solo in maniera residuale. Questo fa molto comodo a chi guarda alla montagna come all’ambito della wilderness, della ricreazione e della riserva d’acqua, ma non può certo far piacere a chi desidera ancora viverci, perché, come John Muir, affascinato dalla sua “spiritualità” e bellezza, o, più prosaicamente, perché respinto da metropoli degradate, insicure, disumane e disumanizzanti. Un qualità della vita sempre meno soddisfacente e difficoltà di approvvigionamento nei grandi agglomerati urbani fanno davvero pensare che, in un futuro non lontano, le terre alte potranno ripopolarsi. Occorre però guidare la transizione verso questa rinascita con un drastico cambiamento di rotta nelle politiche e nella visioni della montagna, altrimenti si rischia di non fare in tempo a conservare comunità minimamente vitali e….sappiamo quanto sia difficile e faticoso ricostruire.

 

 Carlo Caffi

Il mio brevissimo intervento, effettuato al termine dell’incontro, ha voluto rimarcare una necessità che ritengo assoluta: dotare i piccoli ed i giovani abitanti della montagna di conoscenze e strumenti legati alla terra in cui vivono e crescono. Sovente accade che gli esegeti delle terre alte appaiano quali portatori di una cultura elitaria, circondati da esseri anonimi e privi di coscienza. In effetti, i programmi della scuola pubblica, più o meno con gli stessi obiettivi di quelli che hanno formato gli attuali residenti di cui sopra, sono elaborati più per preparare “buoni cittadini” per le terre piatte, che “buoni montanari”, con il risultato di spostare e concentrare verso l’area metropolitana le risorse umane migliori. In montagna rimangono spesso i più furbi, tra i quali spiccano gli speculatori edilizi ed altre varie sottospecie negative, soggetti preparati a svendere l’ambiente (anche culturale) al miglior offerente.

La montagna ha storicamente “esportato” cultura, ma, per secoli, chi insegnava manteneva un legame indissolubile con la propria piccola patria, rappresentando nel micro cosmo locale una figura di eccellenza, costituendo un faro per gli educatori che restavano. Dobbiamo riportare al centro delle politiche pubbliche la formazione, ridarle un ruolo primario, immettere in tutti i programmi scolastici una cospicua dose di “istruzioni per l’uso”, studiate per dotare tutti degli strumenti essenziali per capire dove stiano crescendo. E’ indispensabile che si acquisisca la consapevolezza che sia possibile anche vivere distanti dall’effimera e frenetica attività cittadina, abitando un luogo ricco di innumerevoli opportunità, dove condividere valori altri rispetto a quelli propinati dai media generalistici. In montagna c’è spazio per esprimere, ciascuno secondo le proprie inclinazioni, il meglio del nostro essere “umani”: ripartiamo dalla cultura ed investiamo tutto quanto possibile nell’istruzione

 

Massimo Moretti

Arrivo a portare il mio contributo alla discussione con qualche giorno di ritardo, ma noi gente di montagna abbiamo bisogno di tempo per elaborare. E’ un modus vivendi che la natura ci ha imposto nei secoli. Ottimo il seminario e molto interessanti gli interventi. Trovo importante che le Alte Terre vogliano porsi come interlocutore verso la Pianura con un cambio totale di prospettiva. In questi ultimi vent’anni ha prevalso una cultura “assistenzialista” impegnata a legittimare alla montagna uno status di area disagiata. Da qui la rincorsa ad una assetto economico assistito basato sui finanziamenti a fondo perduto, sugli sconti e sulle prebende.

E’ vero che nel dopoguerra le Alte Terre sono state marginalizzate ragion per cui è stata più che necessaria una azione dall’alto volta a recuperare condizioni di vita decenti. Ora però basta. Non ci sono più le condizioni economiche per sostenere l’assistenza, ma soprattutto l’assistenza mina alla base un qualsiasi ipotesi di sviluppo vero e solido. Le Alte Terre devono fare un salto di qualità, tornare al mercato con una logica propositiva, ma soprattutto innovativa. Basta considerare la diversità come un handicap. La diversità va governata e fatta diventare un’opportunità. Patrimonio boschivo ( cippato e pellet ), acqua ( irriguo, idroelettrico, potabile), fotovoltaico ed eolico, questo nel campo energetico. Zone franche sia per gli aspetti fiscali che per la forza lavoro. E soprattutto la curiosità del nuovo, perchè il nuovo apre prospettive sconosciute alla tradizione di cui va mantenuta l’essenza, ma senza reducismo.

Nei tempi andati, che a volte vengono idealizzati, sulle nostre montagne i bambini, già a dodici anni, venivano “affittati” come pastori nella vicina Provenza, ci si ammalava di pellagra e si moriva senza neanche aver visto il mare. Le privazioni di intere generazioni hanno forgiato un carattere sobrio e solido, capace di superare difficoltà enormi, costellato di intelligenze che hanno dovuto emigrare per poter trovare spazi ed opportunità. Questo patrimonio, coniugato alle nuove opportunità che la tecnologia offre, può rappresentare, in un tempo di crisi, una opportunità irripetibile, bisogna peròrinnovare le forze.

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