Intervento di Robi Ronza

Egregi signori, cari amici,

molto dispiaciuto di non poter partecipare al Convegno di quest’oggi, vi contribuisco con questo intervento scritto, che mi auguro possa essere utile.

Il Convegno di oggi è una tappa, cui sono certo ne seguiranno altre, di una ripresa di attenzione per le terre alte, intese finalmente non come problema bensì come risorsa, che per quanto ci riguarda è ebbe il suo segnale di inizio con un seminario ristretto a inviti convocato a Milano nell’ottobre 2011. Alcuni tra gli esiti più interessanti di tale seminario – dovuti a Damiano Allocco, Michele Corti e Giancarlo Maculotti — vennero poi pubblicati  sul n.3/2011 di Confronti, la rivista di cultura politica della Regione Lombardia da me diretta. Confronti è anche integralmente accessibile via Internet sul sito www.eupolislombardia.itdove quindi tali interventi possono venire agevolmente raggiunti.

Detto seminario era preparatorio di un convegno, che ebbe poi luogo a Milano il successivo 10 dicembre, sul tema “La montagna di fronte alla crisi”, per iniziativa di ruralpini.it, il “blog” di Michele Corti, e della rivista Quaderni Valtellinesi diretta da Dario Benetti.

La terza tappa di questo itinerario è stato il recente convegno “La  montagna di fronte alla crisi: dall’assistenzialismo all’autogoverno”, svoltosi a Sondrio il 16 giugno scorso e promosso, oltre che dai già citati ruralpini.it e Quaderni Valtellinesi, anche da Incontri Tra-montani e da “Valtellina nel futuro”. Frutto degli incontri e delle elaborazioni sia di questo convegno che dei simili incontri che l’avevano preceduto sono i “Cinque punti di Sondrio”, un documento programmatico di grande interesse e attualità che riprendo qui di seguito:

Cinque punti per la riscoperta delle terre alte come risorsa per se stesse e per tutto il Paese

1. In Italia il 72 per cento del territorio è montagna o collina. Le terre alte  sono dunque la regola, non l’eccezione. Pertanto riscoprirle come risorsa è conditio sine qua non per la ripresa generale dell’economia e della società del nostro Paese.

2. Per rinascere le terre alte hanno bisogno non di assistenza bensì di ricuperare il diritto alla gestione autonoma delle proprie risorse.

3. Le prime risorse sono l’identità culturale come patrimonio che ogni generazione deve riconquistare e aggiornare; sono la lingua, la memoria storica; sono l’eredità di esperienze e di valori ricevuti che ogni generazione deve conoscere per poter verificare e accogliere. Pertanto le terre alte hanno più che mai bisogno di autonomia scolastica e di libertà di insegnamento e di educazione.

4. Le terre alte hanno grandi risorse: dall’acqua e quindi alla produzione di energia pulita, al legno, al verde fertile, al paesaggio, alla possibilità di produrre alimenti di alto valore, alla qualità della vita come risorsa innanzitutto per chi vi risiede ma poi anche come servizio ai turisti. Per valorizzarle devono ricuperare la responsabilità e quindi il controllo di tali risorse, che è stato loro progressivamente sottratto.

5 .Per tutto questo le terre alte non hanno bisogno di una legislazione speciale, ovvero di eccezione rispetto a una legislazione “normale” che sarebbe quella ispirata alle “normali” esigenze della pianura e delle aree metropolitane. Hanno piuttosto diritto a una legislazione specifica in ogni campo: da quello delle istituzioni a quello dell’economia e dei servizi. Questo implica in primo luogo una verifica minuta della normativa volta a rilevare tutte quelle prescrizioni tanto legislative quanto amministrative che si risolvono in svantaggi ingiustificati per chi vive e lavora nelle terre alte.

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Con questo nuovo ciclo di riflessioni e di incontri siamo alla terza fase di un processo (ahimè sin qui troppo lento e troppo lungo) le cui fasi precedenti ebbero i loro punti culminanti nella Carta di Chiasso (1943) e nella Carta di Sondrio (1986), di cui io stesso fui uno degli estensori, poi ripresa nel 2007, a vent’anni dalla sua sigla, in un convegno  svoltosi nella medesima città ove era stata sottoscritta.

Sin dalle origini tale processo fu l’esito dell’intreccio di varie e diverse matrici culturali e politiche. Sovviene al riguardo l’immagine dei “fornali”, come si dice da noi, o “combe” come se non erro si dice invece nella Provenza alpina, con i loro ruscelli che scendono da vari versanti e con diversi itinerari fino a convergere verso un punto da cui il torrente procede più compatto e più forte.

Nel recente Confronti 1/2012  ho pubblicato un bello studio sul tema “Mario Alberto Rollier: dalla Carta di Chivasso alla fondazione del Movimento Federalista Europeo” da cui emergono tra l’altro delle interessanti prossimità fra il Partito d’Azione, seppur nella declinazione non anti-cristiana che da valdese gli dava Rollier, e le tesi espresse nella Carta di Chivasso. Ebbene, per parte mia devo dire che sono lontanissimo dalla cultura e dal progetto politico del Partito d’Azione, benché tra i suoi iniziatori a Torino vi fosse anche il mio caro zio Carlo Ronza, l’immediato successore (poi ignorato dalla storiografia ufficiale) di Duccio Galimberti alla guida della Resistenza in Piemonte. E  devo aggiungere che stimo i valdesi, ma non ho alcuna nostalgia per la Riforma e sono ben lieto e soddisfatto  di vivere la mia fede cristiana nella Chiesa cattolica. Ciononostante mi ritrovo nella Carta di Chivasso. Mi sono permesso questa digressione personale per sottolineare che convergiamo partendo da punti d’origine e da visioni del mondo differenti. E non dobbiamo prescindere né dall’una cosa né dall’altra.

Vengo ora ai Cinque Punti di Sondrio appena ricordati. E’ evidente che segnano una svolta importante. Una svolta che merita di venire ben compresa. Direi in estrema sintesi che in tale documento si stabilisce il nuovo primato di due criteri – chiave:

1) le terre alte sono non un problema bensì una risorsa per tutto il Paese da cui può venire un contributo molto importante all’uscita dalla crisi generale in atto;

2)  le terre alte non chiedono più assistenza bensì la restituzione del loro diritto di autogoverno delle risorse di cui dispongono, e che se responsabilmente gestite bastano a garantire la loro vitalità socio-economica e quindi pure la loro capacità non solo di frenare lo spopolamento ma anzi di attrarre nuovi abitanti.

Con questo si  va tra l’altro anche oltre l’art. 44 comma 2 della Costituzione, ancora legato all’idea della montagna come area svantaggiata da assistere con leggi speciali. Tra l’altro l’esperienza conferma che lo spopolamento non si estingue concentrando gli sforzi sull’assistenza della popolazione sempre più anziana che ancora abita in montagna bensì  rendendo innanzitutto le terre alte attrattive per nuovi abitanti, per giovani non necessariamente discendenti da famiglie originarie delle valli. E questo significa investire nella produzione di energia idroelettrica a basso costo in primo luogo  per uso produttivo sul posto; per la tutela dell’agricoltura e dell’allevamento artigiani e quindi dei prodotti agro-alimentari di qualità a valenza identitaria; per la difesa del pascolo e dell’alpeggio sia dal ritorno del bosco che dal ritorno del lupo e dell’orso; per il ripristino nelle valli e nei villaggi di scuole e di attività formative di alto livello; per lo sviluppo di reti e di altri servizi telematici che rendano da questo punto di vista indifferente abitare e lavorare nelle terre alte o in pianura, nei villaggi o nelle aree metropolitane.

I Cinque Punti – dico infine – delineano anche la funzione e per così dire il perimetro di quel Forum o Congresso delle Terre Alte alla cui fondazione l’odierno convegno potrebbe dare un contributo decisivo. E’ chiaro che abbiamo idee o comunque priorità diverse riguardo ai modi con cui puntare alla loro attuazione; e che inoltre i nostri rispettivi orientamenti politici generali sono differenti. Se dunque pretendessimo di trasformare questo incontro nell’assemblea costituente di un movimento politico l’esito molto probabile, se  non certo, sarebbe una discordia irrimediabile e quindi il fallimento dell’iniziativa.

A mio avviso questo Forum deve diventare invece un luogo di confronto in vista della definizione di una piattaforma di grandi traguardi (e non dei modi per raggiungerli) nonché della loro comunicazione al Paese; poi di periodica verifica del loro grado di attuazione; infine di eventuali aggiustamenti in itinere.  Non ha senso in questa sede mettere a tema progetti politici, ovvero discutere sull’efficacia o meno dei progetti politici altrui.

Questo non significa beninteso svalutare il momento dell’azione politica, che è ovviamente fondamentale. Significa soltanto dire che non ne è questa la sede. E’ necessario parlarne, ma occorre parlarne altrove.Per quanto mi riguarda osservo per inciso che soltanto a tali condizioni sono disponibile ad occuparmene.

Parlando, seppur da lontano, a un incontro che ha luogo nella Provenza alpina,  non posso concludere senza salutare e rendere onore a Sergio Arneodo, fondatore di Coumboscuro. L’incontro con lui, con sua moglie e con la sua famiglia, inizio di un’amicizia che dura ormai da decenni, è stato per me illuminante e indimenticabile.

Cari saluti e buon lavoro a tutti

Robi Ronza

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