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Il valore sociale e culturale del cibo locale trova una definizione

(19.02.15) In stampa il libro che ricostruisce il “modello” sul quale si basano alcuni casi di successo dove la difesa e la valorizzazione del patrimonio legato ai sistemi agroalimentari locali tradizionali innesca processi virtuosi di rigenerazione comunitaria. All’insegna di uno sviluppo autosostenibile 

È in stampa e uscirà a metà marzo il volume di Michele Corti, Sergio De La Pierre, Stella Agostini Cibo e identità locale. Sistemi agroalimentari e rigenerazione di comunità.Sei esperienze lombarde a confronto . Edita dal Centro Studi Valle Imagnal’opera comprende una presentazione di Alberto Magnaghi, fondatore della scuola territorialista, e alcuni scritti introduttivi di sindaci e associazioni dei produttori dei sei “luoghi-prodotto”. Illustrato con immagini b/n, in parte storiche in parte attuali, selezionate dagli stessi referenti localiil libro consta di 530 pagine su carta semilucida e sarà disponibile con un contributo di 20€ al sito del Centro Studi (link sito).

Nulla di quanto è descritto in questo libro esisteva quindici anni fa. Non esisteva più l’asparago rosa di Mezzago (Mb), risorto a nuova vita grazie all’impegno di una cooperativa e di un Comune particolarmente sensibili alla rinascita dell’agricoltura.

Non esisteva quasi più il grano saraceno autoctono di Teglio (So), che sta alla base dei famosissimi pizzoccheri, la cui coltivazione è andata ri-estendendosi in tempi recenti; era ormai in forte decadenza il vigneto Pusterla/Capretti di Brescia, il più grande vigneto urbano d’Europa, risorto nel 2011 grazie all’impegno rinnovato della sua proprietaria; e a Gandino (Bg) era scomparsa da decenni la produzione del prestigioso mais “spinato”, il più antico della Lombardia, che riprenderà dal 2008 grazie al ritro-vamento quasi miracoloso di una sola “spiga” sopravvissuta in una cantina. E a Corna Imagna (Bg) procedeva a stento la produzione, ormai quasi “clandestina”, del tradizionale “stracchino all’antica”, rivitalizzata grazie a una progettualità di rigenerazione comunitaria stimolata in prima persona dal Comune, che ha portato nel 2011 all’“autocostruzione” di una “Casa dello stracchino” da parte degli stessi produttori.

A Gerola Alta (So), dove nel 2007 è nata la “Casa del bitto”, una dura resistenza durata vent’anni dei produttori del “bitto storico” contro veri e propri attentati burocratici al metodo tradizionale di produzione si è risolta con una sostanziale vittoria nel 2014. A partire da una ricerca sul campo ampia e approfondita, con approcci scienticici diversi ma convergenti nella comune valorizzazione di sistemi agroalimentari e “patrimoni territoriali” virtuosi, i tre studiosi hanno percorso e analizzato queste esperienze (ormai non più così isolate) come esempi paradigmatici di una rinascita di luoghi della Lombardia non omologati ai modelli dominanti, come esempi di quel nuovo bisogno di “autogoverno” dei territori locali di cui parla Alberto Magnaghi nella Presentazione del volume; e di una proiezione verso un futuro sostenibile e innovativo che permea di sé l’esperienza e l’immaginario di soggetti straordinari quanto sconosciuti.

La ricerca, durata tre anni si è caratterizzata non solo per l’estensione temporale ma anche per la profondità (oltre ottanta intervistati con aggiornamenti e confronti successivi con i testimoni privilegiati). A buon diritto si può parlare di ricerca partecipata poiché le discussioni in fase di “restituzione” dei risultati hanno rappresentato non tanto un’appendice quanto una fase vera e propria dell’indagine che ha portato a rivedere interpretazioni e a formulare nuove conclusioni.

Da qui il connotato di un’indagine che ha visto messi in discussisone i ruoli che “osservatori” (apparentemente “neutrali”) e “oggetti dell’indagine” giocano in ricerche di tipo convenzionale. I protagonisti dei “casi di studio” hanno svolto un ruolo di co-ricercatori mentre i ricercatori hanno dovuto analizzare i propri assunti metodologici e ideologici, le relazioni in cui erano direttamente e indirettamente implicati al fine di individuare l’influenza di tutti questi fattori sulla capacità di osservazione e di interpretazione della realtà (a questo punto non più solo “osservata” ma in cui si sono calati). Un esercizio non semplice e che non si può presumere condotto senza inevitabili margini di soggettività.

Il lavoro svolto, le trame di relazioni stabilite, non hanno prodotto solo risultati conoscitivi ma, auspicabilmente, un contributo all’auto-riflessività delle esperienze locali la consapevolezza di rappresentare esperienze importanti e la creazione di una rete che mette in relazione le diverse località tra loro.