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Il Festival del pastoralismo a Bergamo fa rivivere suoni millenari

(19.09.14) Tra poco più di un mese riparte Terre d’Alpe con il festival del pastoralismo di Bergamo alta. Un po’ di anticipazioni veramente golose (perché vi segnate in agenda un appuntamento imperdibile a Bergamo l’ultimo week end di ottobre)

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Nuovo logo

A Città alta di Bergamo il prossimo appuntamento di Terre d’Alpe: il Festival del pastoralismo. In anticipo alcune interessantissime novità. Da un nuovo modello da campano da pascolo per pecore (della premanese Camp), alle campane con la stessa funzione di 2000 anni fa rinvenute in pascoli della val Seriana. Dalle sonorità dei flauti d’osso a quelle dei tronchi d’abete scavati. Per non parlare del baghèt, del flauto di Pan… dell’antico coltello bergamasco, dei tabarri… del cuz, del castrato cucinato dagli chef di Slow Cooking, dei formaggi Principi delle Orobie. E poi mostre, convegni  e tante dimostrazioni musicali e di abilità artigianali. Tanti appuntamenti imperdibili per gli appassionati di cultura (e sapori) pastorali ma che coinvolgeranno anche tanti grandi e piccini con svariate iniziative

Nell’ambito di una straordinaria collezione di centinaia campani da pascolo di tutte le fogge, materiali e provenienze e di strumenti musicali della tradizione pastorale antichi e moderni (a cura di Giovanni Mocchi, Valter Biella, Piergiorgio Mazzocchi) saranno esposti pezzi straordinari che non sono per la prima volta saranno visibili al pubblico ma che rappresentano anche inedite scoperte.

A Berzo inferiore in Valcamonica la più antica immagine dell’Alphorn svizzero

In un grande affresco nella chiesa di San Lorenzo a Berzo Inferiore, in Valcamonica, è stata individuata la più antica testimonianza iconografica di corno pastorale, il progenitore dell’Alphorn svizzero. Il primato spettava fino ad ora a un dipinto del 1568, a Tiefenbach in Germania, ma da recenti ricerche di Giovanni Mocchi emerge che il lungo strumento sulla spalla di un pastore, all’interno della scena che rappresenta la vita di San Glisente in San Lorenzo, è un corno ligneo con fattura simile a quella dei corni pastorali del nord Europa. La datazione del dipinto viene collocata tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV secolo. Ci troviamo quindi di fronte a un balzo all’indietro di un paio di secoli.  È interessante notare che l’uso dei corni non si è interrotto per più di due millenni. Già nel 37 a.C Marco Terenzio Varrone descrive l’usanza di guidare gli animali con il suono dei corni. Ma in Bergamasca e in Valcamonica la tradizione è tutt’ora viva. Il lugubre urlo dei corni risuona nei riti rurali di fine inverno: a Dossena (BG) nel Ciamà Mars e Scasà Marsa inizio e fine marzo, all’Aprica nel Sunà da Mars, l’ultima notte di febbraio, a Saviore dell’Adamello, la sera del venerdì santo nel Ciamà le püte. Si può concludere che quella del corno alpino è una tradizione che prosegue ininterrotta per due millenni. La suggestione di queste sonorità non potevano mancare agli appuntamenti del Festival del pastoralismo in Città Alta. Tanto pià che il pastoralismo camuno e quello bergamasco sono sempre stati in stretto rapporto (dalla Valcamonica per scendere in pianura si transitava per la Val Cavallina e, molto spesso, per la stessa città di Bergamo). All’epoca dell’affresco della chiesa di Berzo Inferiore la transumanza a lungo raggio che dal Tonale, attraverso la Valcamonica e Bergamo conduceva verso il Cremonese, il Lodigiano, le terre attualmente piemontesi, era già attiva.

A Bergamo alta dal 25 ottobre presso la Sala Viscontea (passaggio Torre di Adalberto) sarà esposta una ricostruzione perfettamente aderente al modello originale e saranno offerti saggi musicali. Nella stessa mostra saranno esposti anche i reperti archelogici descritti di seguito.

Campanacci. Due millenni di storia lombarda

In Val Seriana, in un’area a pascolo a mille metri, appena sotto il Pizzo Frol, in quello che poteva essere un luogo di raccolta del bestiame, sono state recentemente trovati due campanacci del I sec. d.C. Quelle che sembravano campane come se ne trovano a volte sui prati, perse dagli animali, sono state classificate da Giovanni Mocchi come campane in bronzo di epoca romana. Della medesima foggia sono le campane esposte al museo San Lorenzo di Cremona, che provengono dallo scavo a Piazza Marconi di una elegante domus romana, messa a ferro e a fuoco nel 69 d.C. I reperti, consegnati quindi alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Bergamo, per la prima volta vengono esposti, su concessione della stessa Soprintendenza, alla Mostra di strumenti sonori e musicali pastorali in sala Viscontea a Bergamo Alta. Costituiscono una preziosa testimonianza di uso plurimillenario di questi strumenti di richiamo nella pastorizia bergamasca. Medesimi campani venivano commerciati in epoca romana fino al Mar Baltico. Verranno esposti a fianco del nuovissimo modello di campani per pecore a bocca quadra, ideate e prodotte specificatamente per il festival Terre d’alpe dalla CAMP di Premana, ditta tra le più prestigiose nella lavorazione artigianale e diffusione internazionale dei campani da pascolo italiani.

Il flauto in osso del Castello Regina (val Brembana)

Il flauto in osso è stato ritrovato alcuni anni fa dall’appassionato di cultura montana Antonio Tarenghi, in una escursione di studio in cima al Castello Regina (tra San Giovanni Bianco e Brembilla). Si tratta di un frammento di ridotte dimensioni: un  osso di metatarso di capra,  spezzato e lungo poco più di 6 centimetri. In origine poteva essere lungo non più di otto centimetri. Il flauto ha due fori per le dita, ma sono ben evidenti anche le tracce di un terzo foro, che è collocato nella parte mancante dell’osso.  Lo strumento presenta diverse incisioni e segni di lavorazione, che fanno pensare ad un processo creativo complesso e articolato. La particolarità del flauto è che l’impianto che produce il suono non è quello classico ( tipo  flauto dolce) ma quello più arcaico dello “spigolo a tacca” ricavato in testa allo strumento, che troviamo attualmente ancora nei flauti precolombiani del Sud America ( la “quena”). I flauti costruiti come i modelli che conosciamo oggi, cioè con il becco come il flauto dolce, incominciamo ad apparire in area europea dal 2000 a.C., ma la particolare struttura dell’osso arrivato a noi non ha permesso nessuna congettura valida, in quanto non si può effettuare la prova al carbonio 14, e attualmente non è stato ancora possibile effettuarne una datazione scientificamente valida.

Scarica file MP3 con il suono magico del flauto in osso