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Lo stretto legame tra terre alte e città: la Milano dei bergamini

Dalle Terre alte i montanari si muovevano con disinvoltura in altri paesi, nelle città. Al di là dei migranti stagionali vi erano anche figure più strettamente legate all’economia cittadina. Tra queste i bergamini, gli allevatori-casari transumanti protagonisti di sei secoli di vita lombarda. La loro gravitazione su Milano e le loro tracce nella realtà cittadina sino tutt’oggi ben individuabili a partire dalla centralissima contrada (ora “via”) a loro dedicata. Alla Biblioteca Sormani il 28 aprile 2017 si è svolta una presentazione dei libri sui bergamini di Michele Corti. Non è stato difficile convincere il pubblico dell’importanza dei bergamini a Milano citando tra i luoghi dlela loro geografia milanese lo stesso Palazzio Sormani che, prima di essere Sormani era Monti. E i Monti erano proprietari dell’alpe di Artavaggio in Valsassina affittata a bergamini che, per contratto, dovevano portare al palazzo ogni anno 20 libbre di stracchino. La presentazione ha poi toccato il nesso tra bergamini e la Cà Granda, la piazza Fontana e la chiesa di San Bernardino alle ossa. Si è anche allargata la geografia ai borghi collocati fuoiri le mura e a quelle località che sono diventate parte di Milano solo a Novecento inoltrato.

I bergamini tornano nel cuore di Milano

di Michele Corti

Non è strano parlare di allevatori-casari, per di più montanari e rozzamente vestiti, nel centro di Milano? D’accordo che questi personaggi sono diventato oggetto di libri che, molto tardivamente ne hanno riconosciuto l’apporto cruciale nella realizzazione del primato zootecnico-caseario lombardo, ma…

E invece i bergamini, proprio nella zona di Milano dove sorge la più frequentata biblioteca cittadina (e dove sono stati presentati i libri che parlano di loro) erano di casa.

Partiamo dalla via

I bergamini, come altre “categorie” che hanno contribuito alla vita economica e di Milano del tardo medioevo e della età moderna, hanno – in pieno centro della città – una via ad essi dedicata, nel quartiere dove si concentrano e aleggiano le loro memorie. Come gli orefici, i cappellari, gli spadari, gli armorari ecc.

Per chi non lo sapesse la via bergamini era chianata (prima della più fredda intitolazione “via bergamini”), “contrada dei bergamini”. Così, al plurale, era chiaro a chi ci si riferisse. Poi la toponomastica modernizzante ha censurato quegli arcaici “dei” e ciò non aiuta gli ignari.

La via quindi è intitolata ad una categoria, ai bergamini, non a un sig. Bergamini (cognome peraltro piuttosto diffuso). Essi costituivano una categria che, per i milanesi, era altrettanto famigliare e chiaramente identificabile dei cappellai o degli orefici. A togliere ogni dubbio c’è il fatto che, sulla targa, non appare nessuna di quelle “qualificazioni”, dal sapore burocratico (a volte dagli esiti comici quali: “Spartaco: gladiatore”), che accompagnano l’intitolazione della via sulle bianche targhe marmoree (che, per inciso, sono uno dei vanti della città; nessun cantone ne è sprovvisto, al contrario di altre città, anche lombarde, dove alzi gli occhi sulla cantonata e ti chiedi scandalizzato: “ma in che diavolo di via sono?” E apri google map con la localizzazione).

Ecco come si presenta oggi (foto sotto) la via Bergamini (in fondo ad essa si vede bene la facciata dell’ex Ospedale grande, ora sede dell’università). Sino a qualche decennio fa sulla via si affacciavano ancora le botteghe dei furmagiatt. Anche a occhi chiusi qui – chissà quanti milanesi se lo ricordano – si percepiva il (fragrante, ma anche penetrante) nesso con una “storia di cacio e stracchino”. Chissà, però, quanti degli studenti che frequentano la “statale” conoscono i bergamini? Da tempo medito di eseguire un sondaggio in proposito. Di piazzarmi sotto la targa e fermare gli studenti: “scusa, non sono un rompiballe, ma un prof, e vorrei fare un piccolo sondaggio sugli studenti che passano da questa via… sai a cosa si riferisce?”

Via Bergamini oggi

 

La dedica della via – che ha dato luogo a ricostruzioni a volte fantasiose – era legata, ovviamente, alla presenza dei bergamini al “mercato della Balla” (il mercato “istituzionale dei latticini”, che ebbe durante la sua lunga storia più sedi e si teneva ogni tre giorni). Per secoli la sede era nell’area di via Torino (esiste ancora la via Palla,) poi venne spostato alla Cà granda (via Festa del perdono). Nell’opera Milano e il suo territorio, curata da Cesare Cantù ed edita nel 1844 si legge:

Ab antico si chiama la balla il mercato dei burri e latticinii in città e dapprima stava tra Sant Alessandro e San Giorgio ove ne dura il nome, poi fu trasferito presso l’ ospedale grande sotto una tettoia nè bella nè comoda, Ma un mercato dei commestibili è un altro de pensieri che la città va maturando (1)

L’imbocco di via Bergamini negli anni Venti

 

Bergamini venditori diretti

I “mercati contadini” non sono certo invenzione degli ultimi anni. Le autorità annonarie cittadine (quel Tribunale di provisione che ci è famigliare dai Promessi sposi) si preoccupavano molto di calmierare i prezzi, di far affluire le derrate, di allontanare i sospetti di scarsità e speculazioni (2).

In un “mercato regolato” (inconcepibile oggi ai tempi del neoliberismo ma che non funzionava poi così male) numerosi e dettagliati “capitoli” (articoli dei regolamenti) si preoccupavano di come far affluire le merci, di assicurare un regolare svolgimento delle compavendite, di evitare – per quanto possibile – le truffe e di controllare i prezzi. Così i nostri bergamini li vediamo citati spesso nei capitoli delle grida relative alla gestione del mercato cittadino dei prodotti alimentari. Così nei capitoli relativi a Olij, Grassi, Sevi, Candele, & Mele del Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano… (3).

Cap. IX. Alcuno Postaro, ò rivenditore di questa Città non ardischi comprare, ne incaparare alcuna quantità di butiro, o mascarpe da alcuno Bergamino, ne altra persona, ne qualsivoglia vettovaglia in questa Città innanzi la seconda nona, ne di fuori per miglia dodici, ma tal butiro, & vettovaglie, che si conducono dalli Bergamini & altri alla Città, quali le debbano vendere loro stessi publicamente nelli luoghi destinati, publici, & soliti, conforme però sempre alli ordini, & non le possino vendere ad alcuno venditore di questa Città, ma solamente quelli, che vorranno comprare per uso proprio, & non altramente (salvo doppo l’hora della seconda nona come sopra alli Postari), & tutto ciò sotto pena de scuti cinquanta d’oro, e di tratti tre di corda, overo d’essere posto alla berlina o catena all’arbitrio delli detti Signori […]

Il mercato quindi era riservato alla vendita diretta alla mattina. Le facilitazioni offerte ai bergamini erano chiaramente finalizzate a calmierare il prezzo dei latticini mettendo produttori e consumatori a contatto con la “filiera corta”. Ma le autorità si preoccupavano anche dell’approvvigionamento del fieno che rappresentava il “carburante” per i quadrupedi necessari ai trasporti delle merci ma anche al trasporto (4). Così ai capitoli Fieno, et paglia del già citato Sommario delli ordini … si stabiliva che:

Cap. I. Nissuno Bergamino, o altro simile, ardisca havere, ne tenere vacche presso alla Città per miglia cinque ne per far mangiar fieno, ne pascolar prati, ne detti Bergamini, ne altri possino comprare, ne alcuno che habbia fieno ardisca vendere cambiare, donare, ne altrimente contrattare qualsivoglia quantità ancora che minima di fieno raccolto nelle dette cinque miglia presso alla Città a detti Bergamini ne altri per condurlo altrove […]

Al cap. II si proibiva tassativamente ai fittavoli di ospirate o cedere foraggio ai bergamini (5). Da queste disposizioni emerge come i bergamini rappresentassero attori di primaria importanza nell’ambito zootecnico e caseario. Esclusi dalla fascia delle 5 miglia essi si addensavano oltre questa corona off-limits.

Nella categoria dei “bergamini” figuravano anche quei personaggi che, pur continuando una vita “nomade” spostandosi da una cascina all’altra, avevano abbandonato la transumanza e si erano concentrati sull’attività casearia. Si tratta dei latée. Probabilmente essi non erano ancora numerosi nel XVII secolo e la categoria “bergamini” tendeva a ricomprenderli. In ogni caso la differenza tra bergamini e latée era relativa: i bergamini lavoravano (quasi sempre) il loro latte, salvo quando lo “affittavano” ai latée. Questi ultimi erano non solo casari ma anche allevatori; non solo mantenevano diverse vacche da latte ma, con il siero e il latticello residuo delle lavorazioni casearie, allevavano anche diversi maiali che, una volta ingrassati, erano esitati sul mercato cittadino. A sfumare le differenze contribuiva il fatto che tra i bergamini ve ne erano non pochi che, in estate, invece di tornare ai paesi di origine o comunque di trasferirsi all’alpeggio, restavano in pianura (6).

I bergamini (e i latée) erano in ogni caso gente con una particolare sensibilità e affinità con gli animali (in testa avevano … i bes-cti).

Giancarlo Vitali. Il mediatore

 

Esisteva una graduazione senza soluzione di continuità tra chi allevava e transumava, chi allevava e caseificava e chi – infine – si specializzò nell’attività di “negoziante”, vuoi di prodotti caseari, vuoi di bestiame. Da questo punto di vista va infatti ricordato come il “negoziante” non fosse solo un commerciante. Il bergamino (e i latée) vendevano gli stracchini freschi, spesso freschissimi (non ancora salati). Era il “negoziante” che, in appositi magazzini semi-interrati (dislocati in precise aree della città, come vedremo poi), provvedeva alla lavorazione, stagionatura, conservazione degli stracchini (e del grana). Ultimo anello della catena erano i rivenditori, i postari, i bottegai (ma spesso questa attività era legata a quella di commercio e stagionatura e, comunque era gestita da diversi rami delle stesse grandi famiglie).

Quando, con l’espansione della città, che divorava marcite e cascine, diminuì l’offerta di stalle e foraggio ma aumentarono le bocche da sfamare, non pochi piccoli bergamini (i grossi diventarono agricoltori o imprenditori caseari) divennero “lattai”, non più nel senso di “casari” ma di piccoli esercenti la vendita al minuto di latte e latticini. Chi è nato negli anni cinquanta-sessanta ricorda con nostalgia quelle latterie che oggi sono oggetto di un curioso, ma non troppo, revival. Non pochi divennero anche cervelée.

La presenza e la geografia dei bergamini a Milano è quindi legata a una costellazione di figure ad essi collegate per rapporti di parentela e di affari. Figure stabilmente presenti in città: “negozianti” di formaggi, mediatori, commercianti di fieno e di bestiame, rivenditori di generi alimentari.

Una geografia dentro le mura

La presenza dei bergamini nella città si raggrumava in quello spicchio urbano entro la cerchia dei Navigli che unisce piazza Fontana alla Cà Granda. Dal punto di vista temporale i bergamini diventano visibili (agli atti) nel XVI secolo. Nel XVII rappresentano una presenza molto “famigliare” tanto che non solo i capitoli del mercato della balla ma anche altre normative li citano senza bisogno di aggiungere altro. Natale Arioli, nipote di un berlaj (nel lodigiano i bergamini che praticavano la transumanza erano spesso chiamati così), ex docente Itas Codogno e allevatore (oltre che studioso), ha rintracciato la presenza dei bergamini in molti documenti (notarili) del XVI-XVIII secolo. E’ sorprendente come gli atti di secoli fa ci riconsegnino la realtà viva di persone che testimoniano in tribunale, o da un notaio, a Milano e potevano venire dalla remota val Tartano (che è nelle Orobie ma sul versante abduano). Oggi parli con amici “montagnini” e per loro venire a Milano sembra un’avventura nella jungla (metropolitana). Mezzo millennio fa i nostri antenati montanari a Milano erano a casa loro. Viene da chiedersi se la tecnologia abbrevi o allunghi le distanze. I bergamini andavano e venivano a Milano da 100 e più km di distanza, con le condizioni delle “strade” di montagna dell’epoca (che, proibitive per i carri, imponevano di compiere il tragitto dalla montagna alla pianura imbastando i cavalli).

La transumanza (e le migrazioni stagionali qualificate in genere) allargavano gli orizzonti e i montagnini erano tutt’altro che spaesati in città. In Valsassina i comuni affidavano ai bergamini servizi di “tesoreria”. Tranne in estate, quando alpeggiavano, essi, dalle campagne dove svernavano, si recavano a Milano spesso e volentieri (per vendere i prodotti o “fare mercato” di animali, acquisto del fieno ecc.). Così nel XVIII secolo, a Cassina, il comune incaricava il bergamino Giovan Battista Combi dell’effettuazione di pagamenti e si vide abbuonato di parte dell’affitto in cambio del versamento a Milano, , a nome del comune, di importi ad estinzione di debiti e imposte dovuti dal comune stesso (7).

Dettaglio della mappa di Milano di Giovanni Brenna del 1860

 

I bergamini erano ben visibili, con i loro tabarri, al mercato di piazza Fontana che si teneva due volte la settimana. Già, piazza Fontana…

La frequentazione della piazza (e della banca che serviva come appoggio per le operazioni) da parte dei bergamini intabarrati non era ancora cessata nel 1969 quando, il 12 dicembre, una bomba devastò il salone della Banca nazionale dell’agricoltura causando la strage che inaugurò un triste periodo nella storia italiana. Camilla Cederna, in un pezzo giornalistico che fece scuola (8), li citò tra le figure di un mondo rurale che stava scomparendo, ma che esisteva ancora e che fu crudelmente colpito.

Erano presenze caratteristiche quelle dei bergamini; presenze che non potevano sfuggire ai milanesi, anche a una giornalista che, prima di passare al giornalismo politico, si era occupata di frivolezze. Nell’anteguerra la loro “divisa” era ancora più interessante. “In Piazza Fontana a Milano non è più dato vederli avvolti nei loro caratteristici mantelloni pelosi di lana verde […]” (9).

Così scriveva negli anni Settanta Luigi Formigoni (zio di Roberto). Il veterinario Formigoni, a partire dagli anni Venti, ebbe parecchio a che fare con i bergamini della Valsassina, capendoli e ammirandoli (fatto raro tra i tecnoburocrati). Fu, infatti funzionario responsabile della zootecnia della Cattedra ambulante di agricoltura e poi di direttore dell’Ispettorato agrario provinciale di Como. L’abbigliamento dei bergamini in piazza Fontana emerge in modo più preciso dalla descrizione di un informatore bergamino, raccolta di persona diversi anni fa (10).

Dettaglio del pittore bergamasco Musitelli

 

Prima della guerra i bergamìn prima de tutt gh’éren i uregìn d’òor, bei uregìn. Vegnéven in piazza [Piazza Fontana] cun la scussalìna magàri un scussaa, quéi scussaa che metéven sü a fa i strachìn, de téla gròssa e i ligàven chidedrée [girato sul fianco e di dietro ] cun la tracòlla. Vegnéven in piazza cul scussaa, magàri gh’e n’era de quèi che metéva sü anca un para de zuculàss gh’e n’era de quej che vegnéven sü cun scussàa e bastùn perché el bastùn el mülàven no; l’utanta per cént di bergamìn vegnéven in piazza cul bastùn e l’era pròpi un abitùdin.

Come tutte le categorie che si rispettano i furmagiatt avevano un patrono e un”sindacato”. Si trattava di San Lucio martire e del Pio Consorzio intitolato al santo della val Cavargna. Il Consorzio venne canonicamente eretto nel venerando santuario di San Bernardino alle Ossa.

Facciata verso la piazza Santo Stefano

 

Fondato nel 1835, il sodalizio commissionò al pittore Ignazio Manzoni nel 1845 un grande dipinto ad olio, da cui fu ricavata una splendida stampa della raccolta Bertarelli, destinata a una certa popolarità: una scena animata che ripropone il santo nella sua opera di carità verso i poveri. Il dipinto era collocato a destra dell’altare maggiore, nel corridoio che porta all’uscita di via Verziere ma ora non è più esposto perché ammalorato e necessità di restauro.

Una riproduzione del quadro (a fianco) è visibile all’esterno del caseificio di Morterone (in Valsassina). La chiesa di San Bernardino alle ossa rappresentò a lungo un punto di riferimento costante per i bergamini . Come testimoniato dalla ricevuta sotto riprodotta rilasciata al “divoto signor Giuseppe Arioli” per la celebrazione di messe di suffragio. Gli Arioli (ne abbiamo conosciuto giù uno) rappresentano una dinastia di bergamini originari di Piazzatorre e Mezzoldo in alta val Brembana che conta ancor oggi allevatori e imprenditori caseari nell’area del lodigiano e nell’abbiatense.

Facciata di palazzo Sormani-Andreani

 

Nella nostra geografia dei bergamini riteniamo di includere anche il palazzo Sormani-Andreani. E non solo per ragioni simboliche. Esso, fino al 1783, era palazzo Monti e i Monti, originari della Valsassina, che diventarono i feudatari della valle nel 1647. Per la famiglia, osteggiata nelle sue pretese feudali (rivelatesi poco più che onorifiche) dai Manzoni e da altri potenti locali, l’esborso per il feudo rappresentò un pessimo affare economico. Si consolarono con… gli stracchini dei bergamini. Uno dei pochi vantaggi conseguiti all’infeudazione fu il possesso del monte (alpeggio) di Artavaggio. Nel 1731 il conte Cesare Monti (nipote del cardinal Monti) affittò il monte a Giuseppe Bera di Moggio per 1330 £ più un appendizio di 20 libbre di stracchino (poco più di 15 kg) da consegnare presso il suo palazzo milanese (11). Il palazzo è l’attuale sede della biblioteca comunale centrale (famigliarmente nota come “la Sormani”). Per il bergamino, che si recava già in zona per il mercato, l’appendizio non doveva risultare così gravoso. Quanto alla modestia della fornitura non ci si deve ingannare dai parametri d’oggidì (condizionati dalla produzione industriale e dallo svilimento dei caci). Lo stracchino era piuttosto prezioso se, sino a tempi recenti, l’appendizio contrattuale dei fittavoli che ospitavano i bergamini nelle cascine da essi condotte, comprendeva uno stracchino… al mese.

In via Francesco Sforza, dove speriamo di veder tra qualche anno scorrere ancora le acque di quella che era la”cerchia interna”, oltre alla Sormani e alla Cà Granda possiamo aggiungere un altro tassello della geografia dei bergamini-furmagiatt.

Spostiamoci di poche centinata di metri. Al Policlinico. Ma prima serve una premessa. I bergamini, in alcuni casi, fecero strada, alcuni in modo strepitoso, entrando a far parte della più ricca borghesia cittadina. Uno di questi fu Romeo Invernizzi. Gli Invernizzi erano bergamini originari di Morterone (località che abbiamo già incontrato e che si raggiunge oggi da Ballabio mediante una tortuosa strada di 16 km). Carlo Invernizzi, padre di Giovanni, il fondatore della ditta, era nato nel 1837. Svernava nell’area di Treviglio e di Vaprio. Nel 1870 si stabilì definitivamente in pianura, , a Settala (a Sud di Melzo), lavorando come latée, il latte raccolto in zona. Nel 1908, fondò la ditta che portava il nome del padre bergamino e, nel 1914, aprì uno stabilimento a Melzo (a breve distanza da quello della Galbani, altra ditta con origini bergamine valsassinesi).

Parco di villa Invernizzi in via Cappuccini

 

Nel 1925 alla guida della ditta subentrerà il giovane Romeo che impresse un deciso impulso all’azienda. Il padre mantenne, però, sino alla morte avvenuta nel 1941, il compito di selezionare le cascine fornitrici di latte. Giovanni Invernizzi si occupava anche di “rastrellare” aziende agricole, in un periodo in cui i proprietari, appartenenti all’aristocrazia lombarda, erano in difficoltà. Dall’acquisizione di diverse piccole cascine nacque la proprietà di Trenzanesio sulla Rivoltana (oggi un po’ mortificata dalla bretella della brebemi) nello stile della tenuta all’inglese, con tanto di daini. A far schiattare d’invidia vecchi aristocratici e borghesi, dai consolidati blasoni industriali, era anche la sontuosità della dimora cittadina degli Invernizzi, il palazzo-villa con fronte Corso Venezia(e giardini pensili) e retro su via Cappuccini, con il famoso parco dei fenicotteri rosa. Un’ostentazione (ma di stile) che le vecchie aristocrazie avevano abbandonato dopo l’epoca barocca.

Romeo, che si avvalse nella sua attività della collaborazione del cugino Remo, mantenne le redini della società sino al 1982 e si spense a Milano nel 2004 alla veneranda età 98 anni al termine di una lunga vita che l’aveva visto esordire da bambino come laté, raccogliendo il latte prima di andare a scuola, e poi concluderla da ricchissimo industriale. Ricchissimo, ma attento a ricalcare la tradizione meneghina di sostegno alle istituzioni ospedaliere.

Così, di fronte alla vecchia Cà Granda – dove i bergamini vendevano i loro stracchini sotto i portici – sull’opposta “sponda” del naviglio (per ora, ahimè, ancora coperto dall’asfalto tombale), grazie ai lasciti dell’ex-, nipote di un bergamino transumante, è sorto il padiglione più moderno del Policlinico (Fondazione Cà Granda). Le molte persone che transitano ogni giorno per il nuovo Pronto soccorso facilmente si imbatteranno in una coppia elegante che occhieggia nel corridoio: sono Romeo Invernizzi e la consorte Enrica Pessina ritratti nel loro palazzo (la foto è quella qui sotto, della Fondazione Cà Granda).

Romeo ed Enrica Invernizzi

 

Una geografia che esce dalle mura

Il comune di Milano, fu circoscritto entro le mura (“spagnole”) sino al 1873, quando vennero assorbiti i Corpi santi, che costituivano un comune “a corona”, a sè, intorno alla città. Il perimetro esterno dei “Corpi” divenne quello del comune di Milano, salvo poi dilatarsi ulteriormente in seguito alla fagocitazione, in tempi successivi, di parecchi altri comuni. Tra questi Lambrate e il Vigentino sui quali torneremo. I Corpi santi, istituiti nel 1781, rappresentavano una “camera di compensazione” tra la città e la campagna vera e propria, più o meno corrispondente a quella fascia di cinque miglia off-limits pr i bergamini stabilita dalle antiche grida. Nei Corpi si praticava un’agricoltura intensiva con moltissime cascine. Quelle della prima fascia, di un miglio o poco più erano piccole e la produzione di latte era indirizzata prevalentemente al consumo fresco. Mano a mano che ci si allontanava dalle mura cittadine le cascine dei Corpi santi (così verso il Vigentino e Chiaravalle) assumevano l’aspetto di quelle tipiche della “bassa”, con grandi corti che potevano ospitare anche centinaia di vacche da latte, appartenenti a più bergamini. Nei Corpi santi erano dislocate attività quali osterie, mulini, lavanderie in stretta relazione con i bisogni della città ma anche attività industriali (concerie, fonderie, fornaci).

 

Il borgo di San Gottardo, che per i milanesi era el burgh di furmagiatt (12) , almeno sino a non molti anni fa, deve la sua fortuna alla presenza dei Navigli e della Darsena ma anche delle strade regie che correvano ai lati delle alzaie e conducevano verso il Piemonte e Pavia. Un ruolo decisivo nel determinare il suo sviluppo lo svolse però la normativa fiscale. I Corpi santi erano esenti da dazio, quindi era possibile il magazzinaggio di merce deperibile destinata alla città (dove entrava solo quanto necessario al consumo cittadino) ma anche ad altre destinazioni interne Questa favorevole condizione si instaurò, però, solo dopo il 1828. Sino a quella data, al fine di rendere meno agevole l’ingresso a Milano di merci di contrabbando, era vietata qualsiasi attività di deposito anche nei Corpi santi e i furmagiatt milanesi avevano pertanto stabilito grandi magazzini di stagionatura a Corsico. A metà degli anni cinquanta del XIX secolo i depositi caseari del burgh raggiunsero il numero notevole di 105(13).

Corso San Gottardo di inizio Novecento

 

El burgh di furmagiatt mantenne una grande importanza nel commercio caseario sino agli anni trenta, quando la stagionatura del gorgonzola venne trasferita a Novara. Per un certo periodo, mentre la funzione di magazzinaggio ormai declinava, le ditte mantennero ancora le sedi commerciali nel borgo (14).

Via Spallanzani

 

A Milano le attività di stagionatura dei formaggi non rimasero esclusive del burgh di furmagiatt. Verso la fine dell’ottocento si affermarono attività di stagionatura anche nella zona a N-E della città. Le storie di bergamini originari della val Taleggio ci consegnano notizie di stagionature tra Porta Tenaglia (oggi Porta Volta) e Porta Venezia. Non sappiamo se e in quale misura queste attività (sicuramente di rilievo molto inferiore a quelle di Porta Ticinese) si rifornissero attraverso il vicino porto del Tumbun de San March (15).

Per una strana coincidenza le due testimonianze riguardano due originari della contrada Grasso di Taleggio: uno, Pietro Bellaviti, nato nel 1828, si trasferì a Milano nel 1850 avviando un’attività di stagionatura a Porta orientale (attuale Porta Venezia), di certo in connessione con i numerosi bergamini di origine taleggina presenti nella zona dell’Est milanese. Il pronipote racconta come il bisnonno realizzasse nel 1880 due edifici in via Spallanzani dove prima esisteva l’osteria Tri basèi (16).

Giacomo Danelli, nato negli stessi anni di Pietro Bellaviti. nel racconto di una pronipote che ne conserva una fotografia di fine XIX secolo ripresa a detta della discendente in Piazza Fontana e poi “elaborata” da un fotografo di Melzo (riprodotta qui a fianco “ripulita”). Il Danelli esercitò per tutta la vita l’attività di bergamino, svernando solitamente nei Corpi santi. Come tutti i bergamini frequentava il mercato di piazza Fontana e vendeva gli stracchini che produceva ad un nipote “negoziante” (commerciante-stagionatore) che risiedeva in via Paolo Sarpi (dove il processo di urbanizzazione si sviluppò negli anni Ottanta)(17).

Merita un accenno anche l’attività dei commercianti di bestiame di origine bergamina (18). Essi erano spesso parenti degli allevatori e visitavano assiduamente le stalle dei bergamini che svernavano nel Milanese. Acquistavano i capi anche a gruppi piuttosto numerosi e li mantenevano nei loro depositi fuori Porta Tosa (oggi porta Vittoria), Romana ed Orientale (oggi porta Venezia) dove era possibile esaminarli e acquistarli anche a gruppi di decine di capi (un po’ come si scelgono le auto in un salone automobilistico).

La “polveriera” in Corso Buenos Aires

Tra i grossi commercianti di bestiame figuravano dei valsassinesi. Il barziese Lorenzo Buzzoni era nato all’inizio del XIX secolo, operava fuori porta Venezia, l’epicentro dei commerci di bestiame, e divenne proprietario di un edificio, tuttora esistente in corso Buenos Aires all’angolo con la via San Gregorio (19). Il fratello, che continuò a produrre latticini in Valsassina, ebbe meno fortuna. Il palazzo, realizzato a fine Settecento come polveriera (si chiama ancora così), era divenuto osteria con alloggio e stallazzo. L’osteria era luogo di incontro dei commercianti di bestiame (20).

Via Conte Rosso a Lambrate

 

La zona a Est della città era particolarmente ricca di cascine. Essa si estendeva poi verso la Martesana che, grazie al Naviglio e al ruolo di crocevia della transumanza di Gorgonzola, divenne (con Melzo) l’area del decollo industriale caseario. Dopo Gorgonzola era Lambrate il centro caseario più attivo nell’Est milanese. Sappiamo che nell’indagine sui ‘caselli’ del 1840 per la provincia di Milano (21) venivano segnalate, come chiaramente distinte dai ‘casoni’ o ‘caselli’, un certo numero di ‘fabbriche del formaggio’. Di queste ben 13 si trovavano proprio a Gorgonzola, mentre la maggior parte delle altre erano localizzate nella zona immediatamente ad Est di Milano dove era possibile ricevere il latte dai numerosi bergamini che operavano nell’area. Così ne sono indicate quattro a Lambrate (oggi comune di Milano), tre a Limito, tre a Linate (oggi comune di Segrate, confinante con Milano). A Lambrate ditte casearie (produzione e /o commercio) di una certa rilevanza si segnalano ancora nel Novecento e sono in genere gestite da bergamini della val Taleggio. A Liscate è tutt’oggi attivo nella produzione di stracchini il caseificio Papetti (il cognome, originario della val Brembana, è uno tra quelli importanti nella storia dei bergamini).

Il municipio di Vigentino

 

Tutta la fascia a Sud, Est e Ovest della città era area di densa presenza dei bergamini. Qui ci piace ricordare, per concludere, almeno uno dei vecchi comuni milanesi fagocitati dallo sviluppo (spesso brutto e disordinato) della metropoli: il Vigentino (nella foto il municipio nella via Ripamonti). Molto fitta era la presenza dei bergamini a Sud della città perché qui scorrevano i canali scolmatori (l’antica Vettabia e il Redefossi) che veicolarono per secoli le acque luride di Milano fertilizzando le campagne e consentendo produzioni foraggere super (per quantità, non per qualità). I due fattori: vicinanza del mercato di Milano e acque di irrigazione “grasse”. Poi con il dilagare del cemento le acque subirono un pesante inquinamento chimico a causa dell’uso dei detersivi non degradabili e della proliferazione di scarichi dei reflui di lavorazioni industriali. Ci sarà spazio anche per “nuovi bergamini” nel futuro di Milano? Intanto al Parco del Ticinello la Cascina Campazzo continua a produrre latte dopo aver scampato il destino della lottizzazione . Ci sono tante cascine fantasmi di sé stesse, tante superfici coltivate sommariamente (tanto per la Pac) che attenderebbero di essere “riconquistate” dai bergamini.

Note

(1) C.Cantù, a cura di, Milano e il suo territorio, Tomo II, Pirola, Milano, 1844, p.101

(2) Le autorità intendevano evitata nelle città non solo fame ma anche malcontento (mentre la carestia nelle campagne era tollerabile perché meno pericolosa). Era infatti difficile reprimere le rivolte cittadine, i “tumulti”. Che potevano facilmente degenerare nella “presa del palazzo”. Le cose, come noto, cambiarono dopo l’esperienza del 1848 quando, a partire da Parigi, si iniziò un “risanamento urbano”. Esso, eliminando il reticolo di viuzze, aveva lo scopo non tanto dissimulato di consentire alle truppe (e ai cannoni, che anche a Milano furono usate dal sabaudo Bava Beccaris) di impedire l’erezione di barricate.

(3) Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano. Cominciato l’anno 1580, successivamente ampliato nel 1613. Et finalmente perfettionato nell’anno 1657 con aggionta delli Ordini seguiti al presente ec. Nella regia Ducal corte per Cesare Malatesta Stampatore ec., Milano, 1657

(4) Le carrozze (pesantemente decorate ma comode e ammortizzate, da quattro a sei cavalli) erano un cruciale elemento di ostentazione e distinzione sociale e Milano che tra XVI e XVII secolo era la città con il maggior numero in Europa (1587 nel 1666)

(5) Niuno fitavolo ardisca accettare ne tenere bestie di sorte alcuna de Bergamini, ne con loro fare alcuna comvencione secreta, ne palese per far mangiare i fieni, ne far pascolare i prati nelle dette cinque miglia […]

(6) In questo caso si applicava (da San Giorgio a San Michele) un “contratto erba” (l’erba era pesata secondo vari metodi) in luogo del classico “contratto fieno” (“patti da bergamino”, “contratto malghese”) che intercorreva tra San Michele a San Giorgio (comportando l’acquisto del fieno e la concessione, in “appenzio”, dei locali di abitazione, delle stalle e del caseificio, nonché la concessione di legna da fuoco, paglia (in cambio del letame) e generi alimentari (vedi M. Corti, La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal quattordicesimo al ventesimo secolo, Centro studi valle Imagna, Sant’Omobono terme, 2014 (cap. 13)

(7) A. Dattero , La famiglia Manzoni e la Valsassina: politica, economia e società nello Stato di Milano durante l’Antico Regime, Franco Angeli, Milano, 1997, p. 55.

(8) C. Cederna, “Una bomba contro il popolo”, L’Espresso, 21 dicembre 1969.

(9) L. Formigoni, La Valsassina e l’allevamento del bestiame bovino di razza Bruna Alpina, s.l., 1930. p. 7

(10) L’infomatore era Mario Magenes, nato nel 1922 e l’intervista la raccolsi nel novembre 2011 presso la sua abitazione di Cascina Pessina in località Novegro (Mi), comune di Segrate (al confine con Milano)

(11) A. Dattero, op. cit, p. 56

(12) A Nord del perimetro delle mura esisteva anche il burgh di verzeratt (gli ortolani)

(13) C. Besana “Note sulla produzione e il commercio dei prodotti lattiero-caseari”, in P. Battilani, G. Bigatti, Oro bianco. Il settore lattiero caseario in Val Padana tra Ottocento e Novecento, Lodi, Giona, 2003, p. 130

(14) M. Corti, op. cit., 2014, p. 272

(15) M.Corti, “I navigli milanesi: vie d’acqua e di latte (o, per meglio dire, di caci e stracchini)”, in Latte&Linguaggio, 3 (2017):145-164 (a cura di L.Ballerini e P.La Torre, Danilo Montanari editore, Ravenna)

(16) A. Carminati (a cura di) Bergamini, vacche e stracchini. Ventiquattro racconti di malghesi, lattai e fittavoli dalla Valle Taleggio alle cascine di Gorgonzola e dintorni. Centro studi valle imagna, Sant’Omobono terme, 2015, p. 68

(17) Intervista dell’autore alla pronipote raccolta il 3 ottobre 2015 presso la sua abitazione in contrada Grasso di Taleggio.

(18) M. Corti, G.Camozzini, P. Buzzoni. Zootecnia e arte casearia. Tradizioni da leggenda in Valsassina, Bellavite, Missaglia, 2016 (cap.2).

(19) Buzzoni R., Barzio: pagine di cronaca vissuta, Cattaneo, Bergamo, 1958, pp-12-14.

(20) Ivi

(21) Archivio di stato di Milano, Atti di governo, Commercio, p.m., b. 15

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