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Cuneo: lupi e parchi imposti in modo autoritario alla montagna

di Michele Corti

(30.07.15)  Il progetto dirigistico della Regione Piemonte di ampliamento e aggregazione dei parchi delle Alpi cuneesi non ha tenuto conto dell’opposizione di amministrazioni locali e delle categorie coinvolte che non sono state neppure interpellate. Di qui un clima di grande tensione entro cui è maturato un gesto clamoroso (spontaneo o pilotato?)Una testa  di lupo mozzata sanguinante è stata appesa ad un cartello informativo dell’ex comunità montana della valle dell’alto Tanaro lungo la statale del Col di Nava ad Ormea. Si tratta di una forma di protesta sociale cruda ma che in Toscana è servita a scuotere (almeno un po’) la politica e le organizzazioni sindacali indifferenti ai gravissimi danni subiti dalla pastorizia. Una protesta comprensibile (sempre che non sia una messa in scena per favorire l’approvazione della nuova legge sui super parchi)  ma che fornisce alibi all’ecopotere, alle potenti lobby del rewilding. Meglio le forme di protesta degli allevatori e pastori francesi.

Una testa mozzata sanguinante è stata appesa nella notte tra il 26 e il 27 luglio ad una bacheca informativa dell’ex Comunità Montana Val di Tanaro sulla statale del Col di Nava. Ne sono seguiti paroloni grossi in una gara per esprimere nelle forme del più puro politically correct lo sdegno di circostanza di politicanti e amministratori ipocriti che hanno svenduto la montagna, ascari al servizio della politica di parchizzazione del territorio portata avanti con zelo dalla Regione Piemonte. Il fatto che, 48 ore dopo il ritrovamento della testa, sia passata la legge regionale sulle aree protette contestata da tutti i comuni (Ormea era il solo favorevole) e che ha consentito a qualcuno (vedi i solerti giacobini del M5S) di trarre  spunto per imbastire la retorica del “avanti tutta non facciamoci intimidire”, apre non pochi interrogativi. Gesto spontaneo o pilotato? Di sicuro espressione di un clima di grande tensione caratterizzato dall’esasperazione di chi si trova in balia dei lupi e di chi si trova a subire i dixtat di Torino.

Il programma di potenziamento dei parchi  insieme ai vari progetti pro lupo si inserisce nel quadro del programma ideologico di rewilding delle aree rurali e montane europee decise dalle potenti lobby  che vedono la convergenza di ambientalisti e di multinazionali e una forte capacità di influenza a Bruxelles.

In realtà la forma di protesta (o di finta protesta) andata in scena ad Ormea si inserisce in un contesto locale che non vede solo un dibattito molto aspro sull’ampliamento del Parco del Marguareis e la fusione con quello delle Alpi marittime (vera e propria “centrale del lupo”)  ma che vede anche la contrapposizione tra l’attuale sindaco di Ormea (Ferraris)e i margari, accusati di mettere a repentaglio la sicurezza dei turisti con quei cani da difesa dei greggi (mastini abruzzesi e cani dei Pirenei) che sono stati loro imposti  dagli spessi parchi, dagli ambientalisti, dalla Regione Piemonte che condiziona all’uso dei cani da guardiania l’erogazione di contributi per la “difesa dai lupi” (vai all’articolo di Ruralpini). Ferraris aveva minacciato di non concedere più i pascoli comunali ai margari e pastori che avessero utilizzato più di un cane contraddicendo apertamente le indicazioni della regione che legava l’erogazione degli specifici contributi all’uso di un numero di cani adeguato alla numerosità del gregge/mandria.  Aggiungasi che Ferraris è succeduto lo scorso anno al sindaco Benzo che si era schierato coraggiosamente contro la burocrazia e la politica difendendo la montagna e l’autonomia dei comuni (vai a vedere l’articolo di Ruralpini) e che oggi ilk sindaco di Ormea è diventato l’unico sostenitore tra gli amministratori locali dell’ampliamento e della fusione dei parchi.

Una vacca nutrice Piemontese “protesta” a suo modo contro l’uccisione del suo vitello da parte dei lupi. Per gli animalisti queste sofferenze non contano.

Il colonialismo “verde” imposto approfittando dello spopolamento

 Le Alpi occidentali (tra la Liguria di ponente e la provincia Granda) sono state colpite da una forma di spopolamento precoce e patologico che ha desertificato territori montani già intensamente antropizzati ricchi di testimonianze storiche e artistiche

L’esodo dalla montagna, avviato già all’inizio del Novecento ha conosciuto una recrudescenza negli anni del “boom economico” che ha coinciso con i trasferimenti di masse rurali verso le fabbriche di Torino dalle regioni meridionali ma anche dalle vallate delle Alpi occidentali. Non si è arrestato neppure nella fase sucessiva (vedi la figura sopra) quando sul versante francese si è riusciti ad invertire una tendenza di fortissimo spopolamento che qui era iniziata già nell’Ottocento.

Nei palazzi delle lobby di Bruxelles hanno ben presente il quadro demografico attuale delle Alpi ed è palese come l’area più “promettente” per politiche di rewilding sia rappresentata dalle Alpi marittime (dove sul versante francese il recupero non è comunque riuscito a far sì che le Alpi del Sud rappresentino il “buco demografico” dell’intero Arco alpino. “Naturale” o “assistita” che sia qui si è sviluppata la strategia che ha portato al ripopolamento del lupo in ormai mezza Francia.  Le ambizioni dei tecnocrati verdi guardano a questa porzione alpina come quella dove sperimentare la trasformazione in un grande parco in grado di ricalcare il modello nordamericano (dove i parchi sono stati istituiti in aree deserte).  Ciò presuppone  una forte e ulteriore contrazione della popolazione, l’abbandono dei centri abitati più piccoli, la graduale cessazione delle attività tradizionali (alpeggio, utilizzazioni boschive) e del turismo che giustificano la permanenza nelle borgate e rivitalizzano, almeno nel corso di alcuni momenti dell’anno, una realtà sociale ormai asfittica. Ovviamente tutto ciò non viene dichiarato ma oggi si sta cercando di gettare le basi per questo “sviluppo”. Le difficoltà incontrate dal progetto Life ursus in Trentino ( dove si vuole “vendere” il parco dell’orso in un contesto di forte densità demografica e di prospera industria turistica), suggeriscono di realizzare nelle Alpi occidentali una più organica politica “verde”.

Vacca predata dai lupi in alpeggio a Limone Piemonte

Tornano forme di protesta sociale “arcaiche”

L’esecrazione seguita all’esposizione della testa di lupo ad Ormea rappresenta una palese espressione dell’ipocrisia corrente . Quando muoiono a raffica le pecore, i vitelli, le manze lor signori, servi del potere, non fanno una piega. Nemmeno quando muoiono sbranate vive con le budella in fuori, dopo atroci sofferenze. È chiaro che il lupo è l’animale di chi è prossimo al potere, di chi si identifica con la cultura dominante e le sue mistificazioni ideologiche, di chi si ingrassa con i parchi e i progetti europei alle spalle dei margari, dei pastori, della gente delle borgate isolate che ha paura. Stare dalla parte del lupo è un ottimo modo per segnalare il proprio conformismo sociale, per non rischiare emarginazioni, per essere accettati e compensati.

Collaudati meccanismi di stigma sociale e culturale provvedono ad applicare il marchio del “troglodita ignorante” a chiunque osi collocarsi dalla parte dei pastori, dei montanari e far valere ragioni culturali, ecologiche, sociali contro la politica pro lupo. E siccome nei circoli politici, intellettuali ed accademici italiani non si è mai brillato per anticonformismo e per simpatia per il mondo rurale non può certo succedere come in Francia dove fior di ricercatori e di intellettuali hanno firmato un manifesto pro pastori e anti lupo (vai a vedere l’articolo di Ruralpini).  Paradossale ma emblematico il fatto che Carlin Petrini abbia firmato quel manifesto mentre Slow Food sia saldamente schierato pro lupo (non si capisce poi come si possa pensare di difendere rari formaggi di pascolo).

Il differente clima culturale e sociale tra la Francia e l’Italia fa si che mentre oltralpe la protesta anti lupo sia politicizzata e organizzata in Italia essa debba assumere, in assenza di canali legittimati, i contorni della protesta “arcaica”.

Un conflitto sociale aspro

La sofferenza dei margari, dei pastori, degli abitanti delle borgate non può fare esprimersi attraverso forme collaudate di rappresentanza e canali attraverso i quali  portare nell’arena pubblica legittima i motivi della protesta. Così la protesta sociale, come una massa d’acqua che deve trovare modo di defluire da qualche parte, emerge nelle forme arcaiche della protesta cruda e violenta. Le anime belle progressiste, democratiche, di “sinistra” sanno bene come stanno le cose, sanno bene come – ancora nell’Ottocento e anche nel Nord Italia – il disagio sociale, la prevaricazione delle classi dominanti e del loro stato, si riflettesse in uno stillicidio di furti campestri e di violenze quale unica forma di resistenza sociale concessa nel contesto di un dominio di classe feroce.

Oggi, con il graduale spostamento del potere politico a centri di potere plutocratici opachi (contano più le super lobby e le agenzie di rating che gli organi “ufficiali” del potere politico), stiamo tornando a situazioni analoghe e il conflitto sociale, la lotta di classe sono tutt’altro che “dissolti” nella società liquida assumendo nuove forme.

C’è un crescente consapevolezza da parte delle “vittime” che la politica (o meglio la “biopolitica”) animal-ambientalista rappresenti una nuova e spietata forma di colonizzazione della montagna che utilizza il lupo (o l’orso) come grimaldello. Al di là dell’autoriflessione strategica sul conflitto di classe in atto ci sono, a gridar vendetta e ad aprire gli occhi ai ciechi, i  sette milioni di euro per Wolf Alp, ennesimo progetto pro lupo, gestito dal Parco delle Alpi Marittime (la “centrale”). Il tutto mentre per le scuole e strade non ci sono soldi (ovvio, senza strade e senza scuole si accelera il rewilding).

Gap, 22 luglio: in occasione del passaggio del Tour de France un migliaio di allevatori hanno protestato contro la politica pro lupo (con alcuni sindaci in testa)

 

Atti illegali. Ma dall’altra parte ci sono norme socialmente inique che si basano su motivazioni false

La protezione assoluta del lupo, che è alla base della politica, che sorregge la sua espansione in funzione politica e sociale antirurale, è motivata solo da motivi ideologici, culturali, sociali, in una parola da ragioni di potere. È socialmente iniqua, ingiustificata, menzognera (in Italia a differenza che in Grancia non esistono statistiche sulla diffusione del lupo e “ufficialmente” il oro numero è da vent’anni pari a 1000, quando anche nello stesso mondo lupologico si stima una popolazione di 2-3 mila lupi in Italia). Il lupo avanza in tutta Italia (si salvano solo la Sicilia e la Sardegna) e in tutta Europa e non ha bisogno di protezione. Hanno bisogno di protezione i sistemi pastorali con tutti i loro valori di diversità biologica e culturale.  Le leggi che difendono il lupo sono inique e inquinate dal pregiudizio ideologico che ne mina la legittimità giuridica e copre l’egoismo e la prepotenza delle classi dominanti e delle  loro appendici intellettual-scientifiche. Gli apparati mediatici del potere finanziario e le organizzazioni ambiental-animaliste garantiscono  il sostegno subalterno del parco buoi della piccola borghesia urbana di massa  (ipnotizzata dalle ideologie ambientaliste e “progressiste”). Il popolo “troglodita”, non condizionato e reso ignorante dagli apparati della scolarizzazione funzionali al controllo sociale (come hanno insegnato Don Milani, Pasolini, Illich) è ancora capace di reagire (in modo politicamente scorretto).

Febbraio 2014. In Maremma va in scena la protesta dei pastori esasperati dai continui attacchi dei lupi

Del resto le teste mozzate di lupi in Toscana (e le carcasse appese nelle piazze dei paesi) sono state l’unica forma di protesta che ha scosso (un po’) la politica e le organizzazioni agricole. Gli ipocriti gridano al bracconaggio. Ma è resistenza sociale allo stato puro. Il bracconaggio non c’entra nulla perché chi vuol far semplicemente sparire un lupo lo fa in silenzio senza rischiare. A Scansano (paese del Morellino) all’ingresso del paese, presso la rotatoria che porta alla cantina sociale, è stato affisso un cartello da cantiere con a fianco una testa di lupo mozzata. L’episodio seguiva il ritrovamento di 10 le carcasse (o teste) di lupo esibite sulle strade e nelle piazze per denunciare l’immobilismo della politica che finge di credere che in  Italia il lupo sia costantemente sull’orlo dell’estinzione mentre allevatori, cacciatori, abitanti delle aree rurali e montane sanno bene che i branchi stanno aumentando di numero e di dimensioni. Nonostante ogni anno vengano eliminati centinaia di lupi la specie continua ad espandere il suo areale giungendo sempre più vicina alle città alle coste, alle pianure (e aumentano anche i casi di persone ferite dai lupi o presunti tali). Ma per non urtare LAV, Enpa, Legambiente, WWF si preferisce mettere la testa sotto la sabbia. Se chiudono gli allevamenti a causa dei lupi  non importa nulla alle istituzioni. Basta che allevatori, pastori, montanari escano di scena in silenzio, senza troppo clamore.

La testa di lupo mozzata a Scansano è solo una delle tante. Nel gennaio 2011 a Visso (località in provincia di Macerata di grande importanza per il pastoralismo appenninico che ha dato il nome alla razza ovina Vissana) era stata lasciata sulla statale della Valnerina. La testa era indirizzata al sindaco e al presidente del parco dei Monti Sibillini senza ulteriori rivendicazioni e messaggi.  Si tratta evidentemente di un repertorio di protesta consolidato che Internet porta anche in regioni più disciplinate come il Piemonte sabaudo. Arcaismo e villaggio globale in qualche modo sono inestricabilmente connessi. Queste proteste per quanto capaci di richiamare l’attenzione rischiano, però, di regalare alibi ai “benpensanti”.

Molto meglio organizzare proteste “alla francese”. Per esempio portando davanti ai palazzi del potere (sedi dei Parchi, Prefettura, Regione) le carcasse degli animali sbranati dai lupi che loro tanto proteggono e amano. E non certo perché amano la “natura” visto che si continuano a realizzare le Tav e altre opere inutili e devastanti e nell’ambiente si continuano a riversare ogni tipo di veleni scorie del sistema industriale consumista e capitalista cui tanto piace il rewilding.

Allevatori, pastori, margari reagiscono ai soprusi dei “Signori dei lupi”

(12.09.14) Le associazioni Adialpi e Alte Terre aderenti a Forum Terre Alte in occasione del Forum Wolf Alp in onda ieri a Torino hanno rilasciato un comunicato stampa in cui smascherano la farsa di una “partecipazione” che per i Signori del lupo significa imporre la loro governance autoritaria e tecnocratica alla popolazione montana, alle categorie dei lavoratori della montagna. Essi confidano sul fatto che la politica da molto peso all’animalismo epidermico di tanti elettori cittadini e nessun peso alle comunità di montagna, disperse e poco numerose. Confidano anche sul fatto che le rappresentanze di categoria del mondo agricolo e allevatoriale non tutelano minimamente gli allevatori di montagna, ai pastori, ai margari. A Torìno gli allevatori avrebbero dovuto fare le comparse. Con una manciata di secondi a disposizione per esprimere il loro dissenso a fronte delle ore di relazioni e della passerella autoreferenziale dei lupologi, degli ambientalisti di regime e dei Parchi

Così hanno preferito esprimersi attraverso un documento qui riportato

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Il programma europeo LIFE WolfAlps: un business senza scrupoli ai danni della comunità alpina!

LʼAssociazione Alte Terre e Adialpi intendono esprimere alcune considerazioni in rappresentanza dei propri associati, in buona parte contadini, pastori e malgari delle valli piemontesi, sul progetto LIFE WolfAlps oggi qui presentato, dopo un anno di “attività”, dal Parco Alpi Marittime, di fronte ad invitati ufficiali che potranno conoscere “da fonti specializzate informazioni oggettive e imparziali” e “soddisfare dubbi e curiosità sul lupo”, ma che non potranno ascoltare lʼaltra voce, ad esempio quella dei pastori che subiscono attacchi dai lupi o di chi sulle Alpi ci vive ogni giorno e soprattutto dʼinverno avverte la minaccia e la pesante limitazione di libertà: testimonianze certamente soggettive e parziali, ma autentiche e vissute direttamente, esperienze che a quelli di LIFE WolfAlps non interessano, perché non compatibili con la loro ideologia conservazionistica e con il quadro idilliaco da cartolina (le curiosità sul lupo) che vanno raccontando da ormai troppo tempo!

1. Il marcio viene dalla testa.

Esiste ed è molto attivo un network in Europa (diretto dal LCIE, Large Carnivore Iniziative for Europe), che coordinando sotto la guida del prof. Luigi Boitani una trentina di ricercatori, selezionati tutti in base alla loro appartenenza al partito ideologico pro-lupo, elabora politiche protezionistiche e in particolare stabilisce le “linee guida” delle Direttive e Convenzioni europee senza lasciar spazio a confronti e discussioni con chi queste politiche deve subire. Un chiaro esempio dellʼEuropa oligarchica delle commissioni e dei burocrati che non prevede attenzione al metodo democratico e alle comunità umane! Che tristezza rendersi conto che in Europa ci siano molti soldi per ripopolare e proteggere lupi orsi e linci sulle Alpi, mentre manchino del tutto per le necessità primarie dei bimbi di montagna, vera specie in estinzione!

2. Per i Parchi il lupo è un business

Sono ormai ventʼanni (dallʼ Interreg II ʼ94-ʼ99, dedicato al lupo) che il Parco delle Alpi Marittime è protagonista e capofila di queste politiche ambientali europee calate dallʼalto, dissennate e antiumane per portarsi a casa dei denari. Certo in tempo di crisi economica, con conseguenti difficoltà di bilancio, ogni Ente deve adoperarsi per finanziare le sue attività, ma riteniamo sia pratica immorale ricercare finanziamenti che sono pubblici per sviluppare attività che provocheranno sicuri danni a unʼintera categoria professionale che da millenni vive in modo sostenibile sulle Alpi. Un dirigente pubblico responsabile non può autogiustificarsi con la solita litania che “lo vuole lʼEuropa”. In effetti, a ben guardare, non interessa veramente il lupo in quanto tale, ma piuttosto i finanziamenti che da due decenni la politica pro Grandi Carnivori riesce ad ottenere. Con la solita miopia non si fa cosa serve al territorio, ma cosa è finanziato da un potere lontano mosso da interessi spesso inconfessabili. Spiace davvero constatare il nuovo e indebito ruolo assunto dai Parchi, i quali approfittando del vuoto di rappresentanza politica della montagna, promuovono o partecipano a progetti che condizionano negativamente la vita dellʼuomo sul Monte, ponendosi in conflitto con la popolazione locale. E spiace ancor più vedere su questo stesso fronte impegnato direttamente e attivamente anche il Corpo Forestale che mette a disposizione (in questo caso ottenendo in cambio alcune Land-Rovers pagate da WolfAlps) caserme e uomini al servizio di unʼideologia ambientalista di matrice anglosassone (stile WWF), estranea alla cultura e alla storia delle Alpi, che potrà provocare solo danni!

3. Lupi e pastorizia

Nelle zone frequentate da branchi di lupi la situazione è diventata insostenibile per chi svolge attività pastorali. Quale imprenditore può accettare di essere attaccato nella sua proprietà in modo imprevedibile e violento senza aver alcun diritto a difendersi e a reagire? Qualunque ladro o assassino che entri nel mio negozio o in casa per depredare e uccidere, magari avrà le sue ragioni e avrà fame, ma io se riesco non cercherò di fermarlo? E per il pastore il suo gregge, la sua ricchezza, non è fatta di cose o di beni rimborsabili, ma di bestie vive che condividono la sua vita, che conosce e ha selezionato da generazioni e che hanno per lo meno lo stesso diritto naturale di vivere dei lupi aggressori. Con quale diritto contro natura si vuole impedirgli di reagire attivamente agli attacchi? Nessun rimborso può ripagare il danno subito, lo stress imposto, il venir meno del senso del proprio lavoro. Solo riconoscendo il ruolo sociale del pastore con i suoi diritti di pascolo e di protezione attiva delle sue bestie potrà diminuire la conflittualità tra uomini del Monte e lupi, non certo con la politica sin qui adottata di compensare in qualche modo i danni con denaro: non alleviamo per nutrire dei predatori!

4. Antropofagia

Lʼantropofagia non è fantasia letteraria, ma una realtà concreta, attestata dovunque nella storia, che solo la follia ideologica vuole ignorare ad ogni costo. Eʼ ben vero che i lupi un tempo tendenzialmente evitavano gli esseri umani per timore atavico, pur se negli archivi storici si trovano testimonianze (anche in Piemonte o in Liguria) che attestano casi di attacchi ripetuti contro persone da parte di uno stesso branco ormai avvezzo allʼantropofagia, con conseguente mobilitazione dellʼintero villaggio minacciato sino allʼeliminazione dei lupi coinvolti. Le rassicurazioni dei sedicenti esperti, cattedratici che mai hanno vissuto la campagna, sono ridicole e si confutano da sole: se “secoli di persecuzione hanno portato la specie a temere lʼuomo e a sfuggirlo in ogni modo”, oggi che non è più perseguibile si arriverà in fretta a una popolazione di lupi priva di timore nei confronti dellʼuomo… e allora lʼaggressione ad un essere umano non sarà più “unʼipotesi molto remota”! Dʼaltra parte, sono numerose le testimonianze di attacchi allʼuomo recenti in India, in Turchia, in Russia ed anche in Nord America (questʼultimi, particolarmente significativi perché avvenuti allʼinterno o nei pressi di Parchi dove era avvenuta la reintroduzione) e purtroppo anche qui da noi nelle valli cuneesi si continuano a moltiplicare le segnalazioni di situazioni critiche di pre-attacco da parte di lupi sullʼuomo. Abbiamo fondato timore che ormai sia solo più questione di tempo…

5. Quale convivenza?

Eʼ impossibile una convivenza pacifica e duratura tra lupi e animali domestici allʼinterno di uno stesso areale: i territori di caccia degli uni non possono coincidere con le zone di pascolamento degli altri. La compresenza genera inevitabilmente conflitti, come lʼesperienza di questi anni mostra in modo inequivocabile. Le misure di prevenzioni proposte, recinzioni elettrificate e cani da difesa, come abbiamo già da tempo denunciato, sono per lo più inefficaci e solo in alcune situazioni utilizzabili. I pastori e la gente del Monte sono consapevoli che le mutate condizioni antropiche e sociali della montagna, così come i cambiamenti della mentalità collettiva giù in pianura, renderanno per lungo tempo (misurabile in decenni) necessaria la convivenza forzata con i lupi. Occorre dunque creare le condizioni giuridiche affinché tale convivenza non si attui a tutto svantaggio della gente e dei pastori di montagna, ai quali bisogna garantire la possibilità di difendersi quando si sentono minacciati nelle persone e nei propri animali. Negare il diritto naturale allʼautodifesa, oltre che espressione di intollerabile arroganza e disprezzo per chi si trova nella condizione di vittima, significa abbandonare a se stessa unʼintera categoria sociale, non riconoscere dignità allʼantico mestiere praticato, non accettare che lʼinevitabile scontro tra pastori e lupi sia giocato ad armi pari! Il lupo è un carnivoro predatore, che evidentemente ha un diritto naturale ad uccidere altri animali per nutrirsi. Sceglierà in base alla sua convenienza, alla disponibilità della preda, alle possibilità di successo, allʼesperienza già acquisita dal branco, indipendentemente dal fatto che siano animali selvatici o domestici. Esiste un diritto, anchʼesso naturale, del pastore alla difesa attiva di fronte a predatori specializzati che si muovono in branco. Ora, da quando sono disponibili armi da fuoco (nelle Alpi a partire dal XVII secolo), lʼuomo ha contrastato la predazione del lupo sparando. Lʼintento deve essere quello di non far scordare alle nuove generazioni di lupi reintrodotti lʼantico fondamentale imprinting: tenersi lontano dagli esseri umani perché possono rappresentare un pericolo per la loro sopravvivenza. Non si tratta di sterminare, ma di far comprendere al lupo nellʼunico modo tecnicamente possibile che il bestiame domestico non è mai una preda conveniente! Sullʼesempio di quanto accade in altre aree geografiche extraeuropee dove si convive tradizionalmente con i lupi ed anche di quanto si sta già sperimentando in alcune zone delle Alpi francesi dove il Prefetto ha concesso di pascolare armati (con primo sparo in aria), sarà anche da noi necessario superare il tabù e concedere ai pastori che lo reputino necessario per la vicinanza di lupi ai propri animali di portare unʼarma durante il pascolamento. Basterà dotarsi di un regolare porto dʼarmi e limitarsi ad agire allʼinterno dei propri terreni di pascolo.

6. La politica è assente!

Chi governa la montagna piemontese? Davvero si vuole lasciare in mano ai funzionari dei Parchi la politica ambientale sulla montagna ? Morte le Comunità Montane, con i sindaci assorbiti da mille problemi e dai diktat finanziari, chi resta a rappresentare nelle sedi istituzionali opportune la voce dei montanari? Qualʼè la posizione dellʼAssessorato alla Montagna che ha pure la delega sui Parchi? Il vuoto lasciato dalle istituzioni elette negli ultimi anni è stato progressivamente riempito da politiche unilaterali, impegnate solo a difendere una “Natura” intesa in modo astratto, ideologico, urbano. Nelle mani di fanatici ambientalisti la protezione assoluta dei Grandi Predatori diventa una nuova forma di colonizzazione della montagna, tesa ad imporre unʼimmagine della natura e dellʼambiente tipicamente cittadina. Si sta preparando un avvenire in cui la gente del monte o si chiude in una riserva, in un parco cintato, o sarà meglio scomparire, emigrare, perché si compia il barbaro progetto di “riinselvatichimento” delle Alpi! Noi montanari non ci stiamo, alziamo la voce, e attendiamo che anche la politica ufficiale prenda posizione! Sulla base di queste considerazioni lʼAssociazione Alte Terre e lʼAssociazione Adialpi, facendosi portavoce della gente delle montagne piemontesi, nulla o scarsamente rappresentata nelle sedi politiche, soprattutto europee, dove si decidono le politiche ambientali, affermano con forza il diritto di poter vivere in tranquillità tra le proprie case e i propri campi, di poter ancora mandare un figlio al pascolo senza timore, di poter lavorare senza che i selvatici devastino regolarmente i pochi ma essenziali frutti del nostro lavoro! Chi vive e lavora ancora la montagna esige che perlomeno si smetta di finanziare coi soldi di tutti questa dissennata politica ambientale di difesa dei Grandi Carnivori sulle Alpi che di fatto significa reintroduzione e diffusione! Bisognerebbe chiedersi quale sia il senso della strategia delle Direttive ambientali europee, chiedersi dove sia il controllo democratico di queste politiche, le cui pesanti conseguenze ricadono puntualmente sulla testa di chi vive in montagna, favorendone ulteriormente lʼabbandono. Non vogliamo che questi soldi siano spesi per la protezione di animali pericolosi per gli esseri umani: le conseguenze di lungo periodo, negative ed irreversibili, per la vita dellʼuomo sulle Alpi sono ben maggiori dellʼindotto positivo di qualche posto di lavoro nei Parchi. Ci piacerebbe far comprendere che la tutela dellʼambiente non passa attraverso la costituzione e il continuo e preoccupante proliferare di aree protette, nelle quali i predatori troverebbero il loro habitat naturale (la cosiddetta famigerata rete di Natura 2000), ma dalla giusta e rispettosa presenza dellʼuomo che con la natura convive e lavora quotidianamente. In alpe questo equilibrio vige da secoli, come sanno bene tutti gli amanti della montagna che nel loro tempo libero salgono quassù per gite e escursioni, mentre non sembra potersi dire altrettanto quando si scende in pianura. Non Parchi, non lupi vogliamo, ma poter vivere e lavorare in armonia con la nostra Terra, dando un futuro ai nostri figli!

Dronero 11-9-2014 Presidente Alte Terre Giorgio Alifredi – Presidente AdiAlpi Giovanni Dalmasso