Introduzione

di Robi Ronza

Cari amici,

Vi ringrazio per l’invito – che ho ben volentieri accettato – a  coordinare i lavori di questo seminario. Si tratta, come i promotori hanno voluto, di un momento non di dibattito politico bensì di libero confronto tra persone ed esperienze sia culturali che socio-economiche impegnate oggi a trovare, a partire dalla montagna, risposte attuali e adeguate ai problemi posti dalla crisi internazionale in atto. Non è questa beninteso una scelta ispirata all’anti-politica, un atteggiamento irresponsabile che sono certo nessuno dei presenti condivide. Ognuno dei presenti, ognuno di coloro che condivideranno  gli esiti di questo seminario, farà poi doverosamente le proprie scelte politiche in materia. Dico soltanto che questo seminario non è la sede in cui farle, non è il foro di un dibattito politico in materia.

Le esperienze e le elaborazioni che trovarono espressione e spunto nella Carta di Chivasso, e più tardi in altri documenti analoghi tra cui la Carta di Sondrio (a me ben presente poiché fui uno dei suoi estensori), negli ultimi anni hanno fatto registrare un rinnovato interesse che le urgenze della crisi hanno reso ulteriormente attuale. In tale prospettiva ritengo opportuno che tra l’altro oggi si prenda in esame l’idea di un convegno internazionale, da mettere in calendario entro la primavera del 2012, sul tema “ Per una rinascita della società e dell’economia delle terre alte nel segno di un autogoverno responsabile, espressione autonoma dei loro interessi e della loro identità”.

E’ realistico riconoscere che a suo tempo i fatti non confermarono la speranza ad esempio messa a tema del convegno che per iniziativa del  Centro Don Minzoni ebbe luogo a Sondrio nell’aprile 1986: “La montagna: un protagonista nell’Italia degli anni ‘90” (cfr. il volume omonimo edito da Jaca Book nel 1987). Oggi però è molto probabile che  sia divenuto storicamente possibile ciò che allora nei fatti si  dimostrò poi prematuro. In primo luogo la crisi ambientale impone una svolta nell’uso del  territorio. In un Paese come il nostro, la concentrazione in pianura  di larghissima parte della popolazione e delle attività economiche è ormai chiaramente insostenibile: la nostra orografia e la nostra dimensione demografica ed economica non ce lo consentono. Nel caso ad esempio della Lombardia il 40,5 per cento del territorio è montano, ma in montagna abita e lavora soltanto il 10 per cento circa dei suoi abitanti. Si tratta come si vede di un enorme squilibrio nell’uso delterritorio cui occorre cominciare a porre rimedio.

Non era cosìnell’epoca pre-industriale quando il predominare dell’attività agricola favoriva di per sé un insediamento equilibratamente diffuso su tutto il territorio. È divenuto inevitabile nell’epoca industriale con i suoi grandi stabilimenti concentrati nelle città maggiori o attorno ai grandi nodi ferroviari. Non è più sostenibile nell’epocapost-industriale in cui viviamo con la sua crescente necessità di temperare i consumi non necessari e di fare un uso equilibrato sia dell’energia che del territorio e delle sue risorse. E ciò vale quanto mai nel periodo di crisi prolungata che stiamo attraversando, il quale impone l’impegno a riscoprire e rivalorizzare tutte le risorse neglette: la montagna è una di esse, e una delle più consistenti. Non solo in Lombardia con il suo 53 per cento di territorio montano o collinare, ma tanto più nell’Italia nel suo insieme dove la quota di  territorio in pendenza sale al 72 per cento, questo significa che occorre ripopolare la montagna e la collina. Stando così le cose non si tratta semplicemente di contrastare lo spopolamento delle Terre Alte per fare un favore ai montanari. Si tratta piuttosto diripopolarle per il bene comune di tutto il Paese.

Questa è la primagrande novità positiva rispetto ai tempi in cui vennero elaborate le Carte cui accennavamo. Beninteso, ciò non può avvenire per decreto, né essere l’esito di una forma di neocolonialismo interno. “Non sono state né saranno le varie leggi per la montagna che potranno fare la differenza, ma è la società civile delle valli che deve trovare l’energia e la determinazione per affermare la volontà di vivere in montagna”: questa affermazione di Mariano Allocco, poi ripresa da Corrado Barberis, uno dei massimi esperti italiani in tema di economia e società delle Alpi, è fondamentale. La stagione dell’assistenzialismo è finita, deve  finire anche per quanto concerne la montagna. Come ancora scrive Mariano Allocco nel suo Ex sudore populi *, “Il ritorno sulla scena delle Alte Terre può avvenire solamente partendo dalle intelligenze, dalla volontà e dalla determinazione delle comunità che le montagne vivono.

Oggi insomma la montagna è più che mai una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi vi abita e vi lavora Stando così le cose non c’è più bisogno di una “politica per la montagna”? Nient’affatto, ma essa deve consistere non più nella  ricerca di facilitazioni e di provvidenze quanto piuttosto in una battaglia per l’eliminazione dell’immenso cumulo di norme legislative e amministrative che frenano o addirittura impediscono la valorizzazione delle risorse delle Terre Alte per autonoma iniziativa di chi sulle terre alte vive e lavora.  La crisi economica in atto – osservo concludendo – è paradossalmente una circostanza favorevole al riguardo. L’urgenza che ne deriva di mettere a frutto ogni possibile risorsa, l’urgenza di riscoprire valori come la capacità di sacrificio e la sobrietà, rendono di grande attualità il patrimonio di esperienze e di idee su cui l’economia e la società delle Terre Alte si fondano.

*Edizioni Agami 2009, Premio della Giuria ITAS 2009 del Libro di
Montagna.

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